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  • Cover of Bruciante segreto

    Bruciante segreto

    1 person find this helpful

    Davvero una bella scoperta questo libro. Ci vogliono doti di sensibilità ed espressive non comuni per affrontare in modo esaustivo e ben definito in così poche pagine un delicatissimo momento di passaggio, dall’infanzia all’età adulta, che, come in questo caso, può essere segnato da traumi che spess ... (continue)

    Davvero una bella scoperta questo libro. Ci vogliono doti di sensibilità ed espressive non comuni per affrontare in modo esaustivo e ben definito in così poche pagine un delicatissimo momento di passaggio, dall’infanzia all’età adulta, che, come in questo caso, può essere segnato da traumi che spesso la coscienza tende a nascondere nei recessi più nascosti della memoria. Poteva presentarsi il rischio di cadere nel pietismo verso questo bambino prima illuso, poi deluso, arrabbiato e avvertito inizialmente come strumento e poi come intralcio nelle mire degli adulti, ma così non è stato.
    La costruzione dei tre protagonisti della storia è minuziosa nei risultati ma mai pedante, perché affidata a pochi e significativi tratti che ne delineano la personalità in modo tale da renderli perfettamente riconoscibili: il bambino ingenuo, ignaro delle ipocrisie e del cinismo, che si trova di fronte ad una situazione per lui difficile da capire e da gestire, vivendo un’esperienza che lo consegna troppo velocemente al mondo degli adulti; il giovane annoiato e sfaccendato che nutre il proprio ego con le conquiste galanti, incurante delle delusioni che lascia dietro di sé; la signora non più giovanissima che cede alle lusinghe di un amor proprio che la illude sull’ essere ancora piacente e desiderabile prima ancora che al corteggiamento da parte del giovane. Non si tratta però di icone stereotipate, ma di personaggi credibili e concreti, dei quali l’autore ci mostra riflessioni, calcoli, ripensamenti e delusioni calandosi (e conseguentemente accompagnando il lettore) nella personalità di ognuno di essi alternativamente, come solo può accadere quando a raccontare una storia è un narratore esterno alle vicende, e non uno dei personaggi coinvolti in modo diretto. Ed ognuno di questi personaggi vive una metamorfosi, con fasi alterne di esaltazione, dubbio, coinvolgimento, delusione, dolore e rabbia, all’interno di un cerchio che si chiude ritrovando il proprio equilibrio (ma a quale prezzo !) nel momento in cui il bambino non più bambino compie una scelta che segnerà per sempre la fine della sua infanzia e una tappa importante nella storia della propria famiglia.
    Sono tanti i muri contri i quali il piccolo protagonista si trova a sbattere, e ad ogni colpo si infrange una di quelle piccole-grandi certezze che è proprio dei bambini coltivare: che i grandi non possano davvero interessarsi a loro da pari a pari, che il mondo è fatto di buoni e di cattivi senza zone intermedie, che dei “buoni” ci si può fidare, che la verità è quella che appare agli occhi (senza “se” e senza “ma”), che le promesse degli adulti sono attendibili, che la menzogna non esista nel modo dei “grandi”. Ed è quasi inevitabile, per il lettore, trovarsi a ripercorrere con lui queste tappe, nel ricordo di un cammino che, anche se in modo meno traumatico e doloroso, abbiamo tutti compiuto nel passaggio dall’età dell’assoluto all’età del relativo.

    Un piccolo assaggio significativo:
    “In quel momento di indicibile rabbia scaricò nelle lacrime tutto ciò che aveva dentro: fiducia, amore, credulità, rispetto – l’intera sua infanzia. Il ragazzo che poi tornò in albergo era un altro.”

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    — Nov 2, 2009 | 1 feedback
  • Cover of Novella degli scacchi

    Novella degli scacchi

    1 person find this helpful

    Ci sono riferimenti storici e geografici precisi in questo breve romanzo, che rinviano univocamente alla tragedia nazista, c’è un quid aggiuntivo che si può ricostruire facendosi un’idea delle conseguenze che l’avvento del nazismo ha avuto sull’animo dell’autore, poi morto suicida…..ma quello che re ... (continue)

    Ci sono riferimenti storici e geografici precisi in questo breve romanzo, che rinviano univocamente alla tragedia nazista, c’è un quid aggiuntivo che si può ricostruire facendosi un’idea delle conseguenze che l’avvento del nazismo ha avuto sull’animo dell’autore, poi morto suicida…..ma quello che rende così speciali queste pagine, secondo me, è la metafora che in esse viene costruita e che le rende universali, senza tempo e senza luogo. Una metafora in cui si confrontano lo spirito sensibile, dedito alla ricerca di un proprio accrescimento tramite le relazioni umane, il pensiero e le letture, ed uno spirito, diciamo così, “bruto”, che vanta un’unica abilità scoperta quasi per caso, isolata in un deserto arido di umanità e relazioni sociali, coltivata non con la gratitudine che si dovrebbe riservare ad un dono ma nella logica utilitaristica del guadagno e della supremazia fine a se stessa. E la scelta di offrire al lettore questo dualismo tramite il racconto di un terzo evidenzia maggiormente il contrasto tra le due figure-simbolo, equidistanti dal narratore così come dal lettore, che assiste alla “creazione” dei due personaggi con lo stesso ritmo con cui il narratore progredisce nella conoscenza di essi. Credo che sia istintivo ed inevitabile finire per prendere le parti del Dottor B (per inciso: penso che anche la scelta di non presentarlo con un nome definito, ma solo con una iniziale, rientri nell’intento di farne un personaggio simbolico), ma a questo primo impulso fa seguito anche una riflessione che porta a riconsiderare il ruolo e il significato di Czentovic, soprattutto perché si finisce per valutare il contrasto tra i due non solo in termini di opposizione, ma anche di mera coincidenza, contingenza fortuita che li ha portati ad incontrarsi e confrontarsi.
    La partita più dura, in realtà, è quella giocata dal Dottor B contro se stesso in due diversi momenti: prima durante il periodo della detenzione e degli interrogatori ad opera della Gestapo e poi, di nuovo contro se stesso, in occasione della partita sulla nave in cui è tornato a confrontarsi con gli effetti che gli scacchi avevano determinato sul proprio equilibrio psichico. Quel gioco, emblema di logica, razionalità e fantasia, che ha costituito prima una via di salvezza dall’annientamento programmato e voluto ai danni di un potenziale testimone prezioso, si è trasformato poi in una ossessione fino alla schizofrenia e alla crisi nervosa, che a loro volta hanno salvato il Dottor B dalla detenzione ma lo hanno condannato ad uno stato emotivo di precario equilibrio da post-dipendenza che egli tenta di rimettere alla prova.
    Anche chi non ha vissuto direttamente la barbarie nazista, anche chi non conosce in modo approfondito il gioco degli scacchi, e perfino chi non sente fortemente il valore “salvifico” che le relazioni umane, la libertà di mettere in gioco le proprie facoltà e le letture hanno per l’animo umano, difficilmente potrà rimanere indifferente di fronte a questa lettura così piena di tensione, in cui l’intensità della partecipazione emotiva è solo indotta, quasi suggerita, dall’autore con fugaci note relative ad espressioni del viso, a movimenti convulsi o misurati del corpo, ma non per questo risulta meno tangibile.
    L’ho letto sulla scia di “Bruciante segreto”, scoperto quasi per caso, ma ora sono convinta che tornerò a confrontarmi ancora con Zweig, perché ho trovato nelle sue pagine un modo di sentire che mi ha colpito davvero.

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    — Nov 1, 2009 | Add your feedback
  • Cover of Notre-Dame de Paris

    Notre-Dame de Paris

    2 people find this helpful

    Con un linguaggio e ritmi di altri tempi, una lettura che rimane sempre bellissima per le passioni che muovono la storia e per i molteplici quadretti che offre di una Parigi medioevale affascinante quanto quella attuale.
    E senza un grande sforzo si può contestualizzare questo romanzo in modo da ... (continue)

    Con un linguaggio e ritmi di altri tempi, una lettura che rimane sempre bellissima per le passioni che muovono la storia e per i molteplici quadretti che offre di una Parigi medioevale affascinante quanto quella attuale.
    E senza un grande sforzo si può contestualizzare questo romanzo in modo da renderlo tuttora attuale, dal momento che affronta i temi eterni della diversità, dell'emarginazione e del fanatismo.

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    — Oct 5, 2009 | Add your feedback
  • Cover of Revolutionary Road

    Revolutionary Road

    7 people find this helpful

    Credo che a tutti, prima o poi, capiti di interrogarsi sulla propria vita, sul grado di soddisfazione, sui traguardi raggiunti e sui sogni infranti o irraggiungibili; di chiedersi se quello che stiamo facendo, vivendo, sognando è proprio quello che vogliamo o volevamo. Le risposte – e le conseguenze ... (continue)

    Credo che a tutti, prima o poi, capiti di interrogarsi sulla propria vita, sul grado di soddisfazione, sui traguardi raggiunti e sui sogni infranti o irraggiungibili; di chiedersi se quello che stiamo facendo, vivendo, sognando è proprio quello che vogliamo o volevamo. Le risposte – e le conseguenze – possono naturalmente essere le più varie, a seconda della personalità di ognuno e delle condizioni effettive di vita e questo libro potrà essere interpretato, a seconda dei casi, come uno specchio in cui riconoscersi, come un monito da tenere ben presente o come una (magra) consolazione in virtù del noto proverbio “mal comune, mezzo gaudio”. In qualsiasi caso, comunque, la sensazione che se ne ricava è quella di un pugno nello stomaco.
    Quello a cui si assiste è un crescendo disperato di tensione, prima a stento contenuta sotto le apparenze e le ipocrisie, poi riconoscibile in modo più palese in alcune manifestazioni occasionali di rabbia, frustrazione, debolezza o abbandono, infine irrefrenabile e tale da travolgere tutto e tutti dietro di sé, ma solo per poco, prima che una calma piatta riprenda il possesso di tutto.
    E non importa che le connotazioni storiche (anni 50), geografiche (periferia americana) o sociali (middle class priva di lussi ma dotata comunque di una vita abbastanza agiata) siano ben definite: perché il tormento e le nevrosi dei Wheeler e dei personaggi di contorno è emblematico di uno stato d’animo che può attecchire in qualsiasi luogo, periodo storico, ceto sociale. Il senso di inadeguatezza ed estraneità (nella versione più infida, cioè quella che porta a sentirsi superiori agli altri), la percezione della mediocrità e del fallimento, la noia e l’apatia, il senso di soffocamento sotto alla pressione di convenzioni subite ma non condivise… tutti stati d’animo che possono avere due esiti: rivelarsi “esplosivi” oppure schiacciare sempre di più nelle proprie spire chi ne è affetto.
    I personaggi di questo romanzo ci mostrano tutte le varie gradazioni in cui questa spirale può manifestarsi, e ci mostrano anche, purtroppo, che spesso l’unica reazione che appare plausibile e perseguibile è quella della finzione, in primo luogo con se stessi, che in realtà vada bene così: non per convinzione, ma perché accettare passivamente e accontentarsi è più facile, meno gravoso e impegnativo, che provare a cambiare. L’acquiescenza è vigliacca, ma comoda.
    April, inizialmente più dimessa, ne uscirà come eroina classica, in modo tragicamente irreversibile: condivisibile o no, la sua è una scelta.
    John, non a caso ritenuto e internato come pazzo, non perde occasione per mostrare la sua acuta sensibilità nell’interpretare le dinamiche altrui, accetta il ruolo in cui è stato confinato beffandosi delle convenzioni imperanti che non condivide e si rivela in un certo senso deus ex machina sbattendo sotto gli occhi degli altri quello che era palese ma negato da tutti, con una sincerità dirompente nel contesto in cui si manifesta.
    Ma gli altri ?
    Frank, ipocrita, debole e vigliacco capo famiglia, calcolatore al punto di “provare” i dialoghi attraverso i quali crede di poter pilotare gli eventi nel senso più comodo per lui, pronto a rivalutare, ma solo per convenienza, il lavoro che ha sempre detestato, e cieco di fronte al malessere della moglie.
    I Campbell e la signora Givings, pronti a giudicare “eccentriche” le scelte dei protagonisti pur di non mostrare la propria invidia per il progetto dei Wheeler, e pronti a rientrare nella consueta e rassicurante routine dopo la scossa inferta dall’epilogo, sostituendo immediatamente un’altra famiglia nel loro meschino giro di aperitivi, cenette e conversazioni in cui l’unica attrattiva consiste nel ritenersi e mostrarsi reciprocamente interessanti, per nascondere quel “vuoto disperato” che percepiscono ma negano.
    Il signor Givings, che a mali estremi disinserisce il proprio apparecchio acustico estraniandosi così da tutto ciò che lo circonda.
    Un panorama disarmante, che colpisce più ancora del tragico epilogo, che quando arriva rappresenta quasi una liberazione, agli occhi del lettore che fin dalle prime pagine ha avuto il presentimento di una catarsi incombente.
    I temi e le atmosfere sono tali che rimanere indifferenti sembra impossibile. Ma anche nella remota ipotesi in cui ciò accada, rimangono comunque uno stile impeccabile di scrittura, in cui niente è lasciato al caso, in cui niente è superfluo o potrebbe essere diversamente, in cui anche le piccole digressioni sui personaggi di contorno assumono il carattere di veri e propri ritratti, concisi ma netti, che offrono al lettore figure di consistenza praticamente tangibile. E che dire poi dei dialoghi ? Orchestrati con fine occhio critico, densi ora di cinismo, ora di amara ironia, capaci di dimostrare quanto possa risultare descrittiva, se ben gestita, anche la tecnica del discorso diretto, perché grazie ad essa la personalità e il ruolo di chi vi interviene balzano agli occhi del lettore più e meglio di quanto pagine e pagine di discorso indiretto avrebbero potuto fare. E’ vero che spesso hanno il sapore di dialoghi tra sordi, essendo i protagonisti troppo confusi e incerti su quanto attiene a se stessi per potersi predisporre all’ascolto e alla comprensione dell’altro, ma si tratta di un effetto voluto e di grande efficacia descrittiva circa la loro psicologia, completata dall’uso sapiente e misurato del flash back per illuminare i tratti della storia pregressa dei personaggi che chiudono il cerchio del loro essere nel presente.
    Così come voluti e acuti sono i simbolismi che si celano sotto ai nomi e agli ambienti. Per citarne solo alcuni: i Wheeler, che danno fin dall’inizio l’impressione di una coppia che sta precipitando a rotoli, come carrettieri a bordo di un mezzo che non sanno condurre, come ruote al di fuori di ogni controllo; Shep, che mostra la propria inettitudine ad ergersi con una propria individualità e si sente a suo agio solo come membro del gregge; lo stesso titolo della rappresentazione teatrale con cui il romanzo ha inizio, “La foresta pietrificata”, che inevitabilmente rinvia agli ambienti in cui questi personaggi si muovono, tetri nella loro essenza e immobili, pur essendo tutte le case dipinte di colori pastello, e addirittura le finestre prive di tende (un dettaglio che mi ha colpito molto, nel suo dire molto più di quello che sembra, perché suggerisce un intento smaccatamente palesato di trasparenza, di visibilità anche dell’intimità della famiglia, che può nascere solo dalla convinzione che non c’è niente da nascondere perché tutto è esattamente come deve essere) e pur avendo, le abitazioni, “automobili color panna ormeggiate dinanzi” (altro piccolo gioiello descrittivo, secondo me, perché la scelta del verbo, del tutto inusuale per le automobili, immediatamente innesca un meccanismo di associazione di idee che suggerisce dimensioni da imbarcazione – quindi stabilità e solidità – immersa in acque calme – quindi tranquillità – significative nel sottolineare lo stridente contrasto tra apparenza e realtà).
    Un romanzo che dunque colpisce e appaga sotto tutti i punti di vista, e che rimarrà nei miei ricordi uno dei momenti più belli della mia storia di lettrice.

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    — Jul 30, 2009 | 3 feedbacks
  • Cover of La storia dell'amore

    La storia dell'amore

    3 people find this helpful

    Un intreccio di storie personali destinate a confluire pur avendo avuto inizio e svolgimento in dimensioni di spazio e di tempo molto diverse. In una struttura narrativa che scorre in parallelo, costruita sapientemente e con grande sensibilità nell’alternarsi di capitoli dedicati ora all’uno ora all ... (continue)

    Un intreccio di storie personali destinate a confluire pur avendo avuto inizio e svolgimento in dimensioni di spazio e di tempo molto diverse. In una struttura narrativa che scorre in parallelo, costruita sapientemente e con grande sensibilità nell’alternarsi di capitoli dedicati ora all’uno ora all’altro dei protagonisti, sempre tenuti ben distinti per carattere, personalità e modo di espressione, sebbene le differenze tra un ottuagenario e una adolescente siano davvero notevoli.
    Quello che più ho apprezzato è il tono delicato di tenerezza, nostalgia e rimpianto che permea di sé tutto il romanzo, pur se frammisto a passaggi a volte drammatici, altre ironici: un equilibrio difficile da mantenere, soprattutto quando il tema di fondo della storia sono l’amore perduto ed i ricordi, ed il rischio di scivolare nel patetico, nel retorico, nel banale o nello struggente in senso deteriore è forte. Eppure non ci sono passaggi “stucchevoli”, mai, ma anzi pagine di prosa poetica che colpiscono per la loro aderenza ai sentimenti e agli avvenimenti, e che se commuovono è davvero perché arrivano a toccare il cuore del lettore, e non perché sono stati scientemente pianificati a tale scopo. E non è nemmeno uno di quei romanzi che, velatamente o meno, cercano di offrire risposte o regole universali: intento a mio avviso fastidiosamente stonato (perché penso che davvero non ce ne siano, quando il tema sono i sentimenti), ma ricorrente, di cui però ne “La storia dell’amore” non c’è alcuna traccia.
    Leo, con il suo essere simpaticamente burbero, con la sua paura di morire senza aver lasciato traccia di sé (pur dopo aver passato gran parte della propria vita cercando di essere invisibile) e con la sua più o meno consapevole attitudine a materializzare attorno a sé i frutti dei suoi desideri e delle sue fantasie, con il suo continuo intercalare fatto di “e però” e di “comunque” come sintagmi che chiudono un pensiero anche incompiuto per passare ad altro e in cui si condensa ora il rimpianto, ora la stizza o il rammarico per una vita vissuta diversamente da quanto desiderato.
    Alma, con il suo forte desiderio di attaccarsi ai ricordi del padre prematuramente defunto, di cercare un nuovo compagno per la madre, di sostituirsi quasi a lei nella crescita del fratello, e di scoprire l’origine del proprio nome, il tutto espresso con la discontinuità di espressione propria dei ragazzi, capaci di passare da un argomento ad un altro in un istante, salvo poi ritornarci sopra più e più volte.
    Bird, il bambino simpatico, un po’ eccentrico, convinto di essere uno degli eletti della religione ebraica destinati a compiere grandi cose e deus ex machina della storia.
    Zvi, che tradisce la fiducia dell’amico e già sa che dovrà misurarsi poi con questo fardello sulla coscienza per tutta la vita, anche se le circostanze in cui lo ha fatto sono tali da poterlo giudicare con un po’ di indulgenza.
    Sono tutti personaggi che entrano nel cuore del lettore e sono destinati a rimanerci, portando con sé sorrisi ma anche occhi lucidi e commozione, perché assumono una consistenza tale che l’empatia nei loro confronti è assicurata.
    E secondo me si può lasciare impregiudicata la questione (piuttosto dibattuta, da quello che ho letto in diverse recensioni) se sia Nicole Krauss ad aver influenzato Jonathan Safran Foer o viceversa: se è vero, come mi sembra, che le analogie tra i loro romanzi sono numerose, è anche vero che si tratta di romanzi pur sempre belli e intensi anche considerati ognuno a sé stante; quindi ben vengano anche le influenze reciproche, quando questi sono i risultati !

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    — Apr 3, 2009 | Add your feedback
  • Cover of Cime tempestose

    Cime tempestose

    5 people find this helpful

    E’ decisamente una di quelle letture che non può lasciare indifferenti. Sono tali e tante le passioni che agitano i protagonisti, nella loro così complessa psicologia, che si rimane avvinti alle loro scelte anche quando creano antipatia o addirittura odio. E sono tali i cambiamenti che maturano e ch ... (continue)

    E’ decisamente una di quelle letture che non può lasciare indifferenti. Sono tali e tante le passioni che agitano i protagonisti, nella loro così complessa psicologia, che si rimane avvinti alle loro scelte anche quando creano antipatia o addirittura odio. E sono tali i cambiamenti che maturano e che si manifestano nella condotta dei personaggi, che difficilmente si riesce ad etichettare in modo univoco e costante uno di loro come positivo o negativo. Anche sotto le azioni (od omissioni) dettate dal calcolo, dall’egoismo, dalla debolezza, dalla convenienza, dalla passività, si sente sempre palpitare quella passione che rende umani e reali, che concretizza davanti agli occhi del lettore persone che non sono più personaggi, perché solo i personaggi possono anche essere completamente buoni oppure malvagi, le persone no.
    Ed anche la scelta delle parole, i dialoghi, perfino le descrizioni degli ambienti esprimono con forza queste dinamiche passionali, con sapienti tocchi di gotico che rendono più cupa l’atmosfera.
    Mi è piaciuta molto la scelta di far raccontare la storia, pezzo per pezzo e con la tecnica del flash-back, a diversi protagonisti, piuttosto che esporla dal punto di vista di un narratore esterno alle vicende: lascia più spazio al coinvolgimento emotivo del lettore poiché deve misurarsi con le diverse percezioni degli avvenimenti, ed esonera lo scrittore dal prendere posizione (esplicita o implicita, volutamente o no) a favore o contro alcuni dei personaggi. Trovo molto bello, quando leggo, interrogarmi e fare ipotesi sui motivi che sottendono alle azioni, e in tal senso mi piacciono molto i romanzi che lasciano molto spazio farlo.
    Ma mi piace anche, talvolta, lasciarmi trascinare dalla forza delle parole, quasi come quando si contempla un paesaggio, un quadro, o si ascolta una musica e si intuisce nettamente che quello che si percepisce è molto meno di quello che c’è dentro: a questo proposito c’è un passo in cui, a mio parere, è racchiuso il cuore vibrante del romanzo, e dà un’emozione che difficilmente si può dimenticare, ma che altrettanto difficilmente si può spiegare, se non a patto di banalizzarla:
    “Sei dunque posseduta da un demonio, - proseguì egli selvaggiamente, - per parlarmi così mentre sei moribonda? Non pensi che tutte queste parole resteranno impresse a lettere di fuoco nella mia memoria, e mi roderanno eternamente, quando tu mi avrai lasciato? Tu sai di mentire quando dici che ti ho uccisa, e tu sai, Catherine, che io dimenticherò prima la mia esistenza che te! Non basta, al tuo infernale egoismo, di pensare che io mi torcerò nei tormenti dell’inferno, mentre tu riposerai in pace?”.

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    — Mar 24, 2009 | 4 feedbacks
  • Cover of Il fu Mattia Pascal - ­L'umorismo

    Il fu Mattia Pascal - ­L'umorismo

    5 people find this helpful

    Solo qualche breve impressione (perché se mi lasciassi andare – dato che Pirandello è il mio autore prediletto - potrei mandare in tilt il sistema che ospita aNobii !) su questo libro.
    Lo si potrebbe definire un “esperimento” ardito, perché affianca un romanzo celeberrimo ad un saggio forse me ... (continue)

    Solo qualche breve impressione (perché se mi lasciassi andare – dato che Pirandello è il mio autore prediletto - potrei mandare in tilt il sistema che ospita aNobii !) su questo libro.
    Lo si potrebbe definire un “esperimento” ardito, perché affianca un romanzo celeberrimo ad un saggio forse meno noto ma non per questo poco interessante. Ma anche azzeccato, perché mostra l’intercomunicabilità tra i generi letterari affrontati dal grandissimo agrigentino, e l’univocità della sua poetica, che pur esprimendosi in forme diverse(dal racconto al testo teatrale, dal romanzo al saggio, non disdegnando nemmeno la poesia) rimane sempre un sistema complesso di pensieri validi in ogni tempo e in ogni luogo, in cui il lettore-spettatore potrà riconoscersi in maggiore o minore misura a seconda della propria sensibilità. Ma solo a patto di accantonare quella odiosa (secondo me) accezione negativa di cui l’aggettivo “pirandelliano” è sempre stato ammantato e lasciarsi condurre su un sentiero ricco di spunti di riflessione.
    Le vicende di Mattia Pascal – Adriano Meis ci mostrano quanto sia forte la propensione a voler essere artefici del proprio destino, l’anelito alla libertà dalle costrizioni derivate una situazione di vita insoddisfacente, l’illusione che tutto ciò sia possibile semplicemente dando una svolta netta alla propria esistenza………e quanto tutto sia destinato ad infrangersi nel contrasto tra la forma e l’essenza, sotto i colpi di un caso che travolge i punti di apparente equilibrio faticosamente raggiunti. Con l’amara consapevolezza che il nostro essere dipende in modo imprescindibile da una serie di elementi in sé secondari ma che assurgono a caratteri fondanti del nostro ruolo (identità, posizione sociale, stato civile) nel momento in cui ci rendiamo conto di essere giudicati non per quello che siamo ma per la percezione che di noi hanno gli altri. Il protagonista del romanzo ne esce sconfitto, sceglie di estraniarsi, accetta di vivere con distacco la condizione di defunto agli occhi degli altri, dopo che proprio da quella premessa era partito il suo tentativo di costruirsi una nuova vita. Paradosso tanto più doloroso quanto più forte è l’illusione da cui il tentativo ha tratto origine.
    Il saggio sull’umorismo esplora proprio questa componente della poetica pirandelliana: il paradosso, talvolta il grottesco, come strumenti con i quali il poeta stuzzica la nostra sensibilità, spingendoci a sorridere, ridere, ma anche e soprattutto riflettere, e ad uscire da questo percorso magari amareggiati ma comunque con una maggiore cognizione di sé e degli altri (o almeno, di ciò che di sé e degli altri può essere imbrigliato in una forma……). Proprio in ciò consiste la differenza tra il comico, che è un ridere divertiti ma fine a se stesso e che inizia e si esaurisce nell’ “avvertimento del contrario”, e l’umorismo, che si esprime nel “sentimento del contrario”, quando cioè il pensiero interviene ad analizzare i possibili motivi di una situazione apparentemente comica, e finisce per sviluppare riflessioni che non divertono più. Basti pensare all’esempio della “vecchia signora parata come un pappagallo” per capire quanto ciò sia vero, per riconoscere che ognuno di noi avrà sperimentato talvolta il significato di tale “sentimento del contrario”, per apprezzare (o almeno, iniziare ad apprezzare) il genio assoluto di Pirandello.

    Un’ultima nota e poi mi fermo davvero: particolarmente azzeccata anche la veste grafica di questo libro. Le dimensioni minime, come un vocabolarietto da mettere in borsa, ne fanno l’oggetto ideale da tenere sempre con sé per le persone, come me, che da un momento all’altro potrebbero essere colte da una crisi di astinenza con la conseguente necessità di leggere subito qualche bella pagina pirandelliana !

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    — Jan 29, 2009 | 1 feedback
  • Cover of Pomodori verdi fritti

    Pomodori verdi fritti

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    Che dire di questo romanzo da cui ho tratto il nick che mi contraddistingue nel mondo del bookcrossing ? Che mi è piaciuto tantissimo sarebbe quanto meno riduttivo !
    Una bellissima storia in cui la lealtà, l'amicizia e il senso di responsabilità (anche a rischio di conseguenze penali gravissime ... (continue)

    Che dire di questo romanzo da cui ho tratto il nick che mi contraddistingue nel mondo del bookcrossing ? Che mi è piaciuto tantissimo sarebbe quanto meno riduttivo !
    Una bellissima storia in cui la lealtà, l'amicizia e il senso di responsabilità (anche a rischio di conseguenze penali gravissime) prevalgono su tutto: discriminazioni, perbenismo, umiliazioni e, se si vuole, un po' anche sulla morte, perché il coraggio e la forza dimostrati dalle protagoniste della storia che si svolge agli inizi del Novecento continuano a costituire ricordi importanti ed esempi di condotta risolutivi anche per le protagoniste della storia che si svolge decenni dopo.
    So che in questo romanzo alcuni hanno visto anche il racconto di un amore saffico ..... sinceramente a me non ha dato questa impressione, anzi, questa interpretazione mi lascia molto perplessa perché mi sembra travisare il genuino e profondo sentimento di amicizia che lega le due protagoniste.

    P.S. - Tanto per chiarire: ho dovuto adottare questo nick modificato con tre a finali perché "Towanda" era già stato scelto da un'altra persona ..... ma non mi è dispiaciuto, perché così sembra ancora di più un grido di battaglia che dà la carica !

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    — Oct 1, 2008 | 1 feedback
  • Cover of L'ombra del vento

    L'ombra del vento

    6 people find this helpful

    Un libro eccezionale: l'ho letto un po' di anni fa, ma non escludo di rileggerlo in futuro.
    Tra le tante emozioni che mi ha dato, cito solo un passo, quello che mi è più caro e che riassume fedelmente anche la passione che metto nella mia attività di bookcrosser:
    "Ogni libro, ogni volume c ... (continue)

    Un libro eccezionale: l'ho letto un po' di anni fa, ma non escludo di rileggerlo in futuro.
    Tra le tante emozioni che mi ha dato, cito solo un passo, quello che mi è più caro e che riassume fedelmente anche la passione che metto nella mia attività di bookcrosser:
    "Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un'anima, l'anima di chi lo ha scritto e di coloro che lo hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie ad esso.
    Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza".

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    — Sep 15, 2008 | 1 feedback
  • Cover of Novelle in nero

    Novelle in nero

    3 people find this helpful

    Otto delle numerose novelle scritte dall’autore che prediligo, accomunate da un tema importante, la morte, di cui ognuna offre una immagine diversa: drammatica, ironica, compassionevole a seconda dei casi, ma sempre emblematica di modi di sentire, di atteggiamenti, di esperienze realmente vissute, c ... (continue)

    Otto delle numerose novelle scritte dall’autore che prediligo, accomunate da un tema importante, la morte, di cui ognuna offre una immagine diversa: drammatica, ironica, compassionevole a seconda dei casi, ma sempre emblematica di modi di sentire, di atteggiamenti, di esperienze realmente vissute, che ognuno porta con sé pur con le differenze che i diversi gradi di fede religiosa o di sensibilità laica possono determinare.
    La grandezza di questo autore si mostra anche in questi brevi racconti non solo per la loro attualità pur a un secolo di distanza, ma anche perché condensano in sé molti dei temi fondamentali della produzione pirandelliana sviluppati più diffusamente nei romanzi, nei testi teatrali e nei saggi. Per citarne solo alcuni: l’idea della morte che non è solo l’epilogo della vita ma un modo di sentire che è possibile portarsi dentro per tutta la vita a causa di quel male di vivere che opprime i personaggi che non si nascondono dietro alle apparenze, che non accettano le convenzioni e le apparenti “verità” della società che li circonda; l’impossibilità di scegliere come morire, ultima manifestazione ed estrema conseguenza dell’impossibilità di vivere come vorremmo; la possibilità di fare dell’ironia anche su un tema come la morte, perché si tratta pur sempre di quei sorrisi che lasciano un retrogusto amaro di riflessioni anche drammatiche (che contraddistinguono l’umorismo dalla comicità).
    Segnalo in particolare:
    - “La toccatina”, che esprime in modo esemplare il contrasto tra il legittimo desiderio di ognuno di una morte dignitosa e priva di inutili sofferenze e la forza con cui l’uomo si sente attaccato alla vita, anche quando si tratta di trascinarsi a vivere in condizioni quasi disumane
    - “E due !”, per il suo riproporre uno dei temi più centrali di tutta la produzione pirandelliana, quella maschera che ognuno volente o nolente si trova ad indossare recitando la sua parte nella vita nel ruolo attribuitogli più dagli altri (in base al giudizio che danno sulle circostanze in cui si sia trovato e sugli atti o scelte che abbia compiuto) che dalla propria volontà
    - “La morte addosso” per l’intensa drammaticità (sviluppata poi ulteriormente nel testo teatrale “L’uomo dal fiore in bocca” che ne è stato tratto) che scaturisce dalla apparente calma e lucidità con cui il protagonista parla della malattia incurabile che lo ha colpito.
    Ma tutte nel complesso sono dei piccoli gioielli, ed offrono una ottima occasione di lettura (o rilettura) sia per chi voglia avvicinarsi alla poetica pirandelliana per la prima volta, sia per chi già conosce i temi affrontati dal grande poeta agrigentino.

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    — Sep 8, 2008 | 1 feedback
  • Cover of Il piccolo libraio di Archangelsk

    Il piccolo libraio di Archangelsk

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    La mia smisurata passione e ammirazione per i temi più cari a Pirandello mi ha portata di nuovo (come già era accaduto con “L’uomo che guardava passare i treni”) ad apprezzare davvero molto questo breve romanzo di Simenon, scritto con un linguaggio sobrio ma poetico, che tocca il cuore.
    Una sto ... (continue)

    La mia smisurata passione e ammirazione per i temi più cari a Pirandello mi ha portata di nuovo (come già era accaduto con “L’uomo che guardava passare i treni”) ad apprezzare davvero molto questo breve romanzo di Simenon, scritto con un linguaggio sobrio ma poetico, che tocca il cuore.
    Una storia semplice, fatta più di introspezione che di avvenimenti, che offre una quadro compiuto di quanto sia difficile armonizzare il proprio modo di sentire con quello altrui; di quanto sentimenti genuini, spontanei e non frutto di calcolo ma semmai di dedizione possano essere travisati, in ossequio a consuetudini, conformismo e pregiudizi che possono prevalere anche sulla verità.
    In poche parole: un altro esempio di quel male di vivere che scaturisce dal sentirsi incompresi e dall’incapacità di comprendere e conoscere gli altri, dal dovere riconoscere che anche gli atteggiamenti assunti e le scelte compiute in totale buona fede possono dimostrarsi insufficienti a dare un senso alla vita. Quello sconforto che spesso trova il suo epilogo in gesti estremi, che ha ispirato pagine intense di letteratura e che sempre mi colpisce, in ogni suo aspetto e manifestazione.
    Una volta percepito il crollo di qualsiasi certezza, talvolta raggiunta anche a fatica e scendendo a patti con se stessi, i personaggi emblema di questo pessimismo (che è al tempo stesso disperato ma anche umilmente contenuto) finiscono per lasciarsi travolgere dagli eventi loro malgrado: menzogne volte a proteggere Gina nonostante tutto e annientamento di se stesso per Jonas in questo romanzo; fuga e delitti per il protagonista de “L’uomo che guardava passare i treni”; accettazione del ruolo di pazzi con la conseguente necessità di continuare a recitare una drammatica commedia per i protagonisti di “Enrico IV” di Pirandello e de “I fisici” di Durrenmatt. Sono solo alcuni esempi di personaggi complessi, la cui umanità, pur se apparentemente paradossale, viene sviscerata ed offerta alla riflessione del lettore, che finisce per commiserarli e compatirli per i sacrifici che dimostrano di saper accettare con abnegazione anche fino ad epiloghi tragici e che segnano comunque il momento del loro riscatto. Ci si sente profondamente scossi per le loro sorti, ma si giunge anche a riconoscere che, pur trattandosi di figure di carta paradigmatiche, portano con sé un messaggio che può verificarsi nella vita reale di ciascuno. Il disagio, l’amarezza o la cupa disperazione di questi personaggi risultano così emblematici di analoghi sentimenti che chiunque ha potuto o potrà sperimentare, anche se in termini e con esiti diversi, senza confini di tempo o di luogo.

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    — Sep 3, 2008 | Add your feedback
  • Cover of Uno, nessuno e centomila-Quaderni di Serafino Gubbio operatore

    Uno, nessuno e centomila-Quaderni di Serafino Gubbio operatore

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    Questo libro ha un grande merito, secondo me: quello di presentare insieme due romanzi solo apparentemente molto diversi, affiancando al celeberrimo "Uno, nessuno e centomila" il meno noto (ma non per questo meno pregevole) "Quaderni di Serafino Gubbio operatore" e suggerendo una comune linea di int ... (continue)

    Questo libro ha un grande merito, secondo me: quello di presentare insieme due romanzi solo apparentemente molto diversi, affiancando al celeberrimo "Uno, nessuno e centomila" il meno noto (ma non per questo meno pregevole) "Quaderni di Serafino Gubbio operatore" e suggerendo una comune linea di interpretazione per entrambi.
    L'idea per cui, in definitiva, è impossibile arrivare ad una conoscenza oggettiva non solo della realtà e delle persone che ci circondano ma anche di se stessi, che Vitangelo Moscarda (il protagonista del primo romanzo) analizza e sviscera in tutti i suoi risvolti, è il punto di arrivo del cammino tutto interiore che si compie in "Uno, nessuno e centomila", suggellato dalla scelta di solitudine che Vitangelo compie e dal marchio della pazzia con cui gli altri lo additano, a causa della loro incapacità di accettare che il mondo non abbia una propria entità univoca, di comprendere le lucidissime riflessioni che il protagonista conduce amaramente sul tema del relativismo di ogni cosa.
    Un cammino analogo è quello condotto da Serafino Gubbio, portato sia dal proprio mestiere che da una personale predisposizione ad essere un acuto osservatore della realtà che lo circonda, alla ricerca di una oggettività che continuamente sfugge ad ogni intento di classificazione e che si frantuma in mille prospettive diverse, tante quanti sono i punti di vista che possono proporsi. Anche Serafino finisce per compiere una scelta di solitudine, rappresentata da quella afasia in cui si ritira dopo lo shock dovuto non solo al fatto di aver assistito ad una tragedia, ma anche al fatto di essere rimasto impassibile, durante quei drammatici momenti, al servizio della macchina da presa, simbolo di quella oggettività astratta rraggiungibile che a niente altro può portare se non all'alienazione, e simbolo anche di un cosiddetto progresso, tanto decantato, ma che agli occhi di Pirandello finisce per schiacciare l'uomo e quel poco che ancora gli resta della considerazione di se stesso.

    Due capolavori, anche se sono consapevole del fatto che la mia è una opinione di parte: Pirandello è da sempre il mio autore prediletto e adoro tutte le sue opere (racconti, romanzi, saggi e opere teatrali).

    Da leggere, assolutamente, e senza i pregiudizi derivanti da quella (secondo me) odiosa accezione negativa di cui l'aggettivo "pirandelliano" è stato più volte ammantato. Potrà anche apparire ostico, ma ad un esame attento si scoprono pensieri e riflessioni secondo me condivisibili in ogni tempo.

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    — Aug 4, 2008 | Add your feedback

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