Un giallo incolore, insapore e inodore che si riprende sul finire, stupisce per qualche istante, e si lascia facilmente dimenticare. Non è brutto, non è scritto malaccio, ma a mio avviso manca totalmente di personalità nel delineare personaggi e situazioni. Curiosità: talvolta i personaggi fanno ges
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Un giallo incolore, insapore e inodore che si riprende sul finire, stupisce per qualche istante, e si lascia facilmente dimenticare. Non è brutto, non è scritto malaccio, ma a mio avviso manca totalmente di personalità nel delineare personaggi e situazioni. Curiosità: talvolta i personaggi fanno gesti del tutto inopinati. Magari stanno parlando, e uno tira all'altro uno scappellotto in testa. Oppure nel salutarsi si saltano in groppa... Ecco, queste chicche di nonsense mi hanno un po' imbarazzato e un po' fatto ridere.
«Shosha» è un romanzo infinitamente malinconico, raccontato in prima persona da un protagonista che, pur non suscitando simpatia o empatia, sa evocare la sensazione labirintica di un mondo perduto, di amori confusi, di una splendida donna-bambina (Shosha) molto più saggia, nella sua ingenuità disarm
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«Shosha» è un romanzo infinitamente malinconico, raccontato in prima persona da un protagonista che, pur non suscitando simpatia o empatia, sa evocare la sensazione labirintica di un mondo perduto, di amori confusi, di una splendida donna-bambina (Shosha) molto più saggia, nella sua ingenuità disarmante, di quanto non sia lui stesso con la sua erudizione, la sua scrittura, le sue dichiarazioni profetiche. Il romanzo mi ha avvinto fino all'Epilogo che, pur nella sua coerenza col resto della vicenda, mi è parso comunque un po' più frettoloso e cronachistico di quanto fosse desiderabile. Storia di certo intensa e splendidamente scritta - ma non la rileggerei una seconda volta.
P.S.: in un commento qui su aNobii ho letto una frase con la quale concordo in pieno, e che forse è il motivo della sottile vena di delusione che ho provato sul finale. Shosha ci viene portata via senza nemmeno un singhiozzo - e questo è forse il torto più grande che si potesse fare a lei, quale meravigliosa protagonista, e a noi come lettori.
Consigliato da un'amica che me l'ha presentato come l'esempio di uno «fuori di testa», questo corposo reportage mi ha catturata, dapprima timidamente poi sempre più intensamente, fino a commuovermi nelle ultime pagine. L'anno descritto da "A.J." è spesso divertente, spassoso e oggettivamente «fuori
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Consigliato da un'amica che me l'ha presentato come l'esempio di uno «fuori di testa», questo corposo reportage mi ha catturata, dapprima timidamente poi sempre più intensamente, fino a commuovermi nelle ultime pagine. L'anno descritto da "A.J." è spesso divertente, spassoso e oggettivamente «fuori di testa», ma tra le righe emerge la veracità di una tensione spirituale ostinatamente ricercata, un viaggio testardo e sorprendente nelle regioni del Sacro, quelle regioni che l'Occidente cerca quotidianamente e subdolamente di mettere al bando. Complimenti all'autore per l'idea che ha mosso il suo libro, e per il modo in cui ce l'ha saputa comunicare.
«Donne che corrono coi lupi» non è sicuramente un testo scorrevole o di facile lettura. C'è però da dire che, accanto a un linguaggio visionario e affabulatore, esprime una tale capacità di comprendere la Donna, di scandagliare il suo animo e di disvelarne i misteri e le contraddizioni più fitte che
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«Donne che corrono coi lupi» non è sicuramente un testo scorrevole o di facile lettura. C'è però da dire che, accanto a un linguaggio visionario e affabulatore, esprime una tale capacità di comprendere la Donna, di scandagliare il suo animo e di disvelarne i misteri e le contraddizioni più fitte che la difficoltà di lettura ne è ampiamente ripagata. Questo libro non è un libro, ma un viaggio coraggioso e illuminante, talvolta spaventoso ma rivelatore, nelle zone più impervie della femminilità.
Ammetto di aver iniziato a leggere Colette piena zeppa di pregiudizi, convinta che avrei affrontato un romanzo leggero, superficiale e "rosa". Sono rimasta stupita (felicemente) dal ritrovarmi invece catapultata in una bella e drammatica storia dal sapore simbolico e immortale, un triangolo amoroso
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Ammetto di aver iniziato a leggere Colette piena zeppa di pregiudizi, convinta che avrei affrontato un romanzo leggero, superficiale e "rosa". Sono rimasta stupita (felicemente) dal ritrovarmi invece catapultata in una bella e drammatica storia dal sapore simbolico e immortale, un triangolo amoroso in cui l'«amante» (il Tempo che passa) darà scacco matto a entrambi i protagonisti, scritta con splendida (ma mai ridondante) opulenza. Non me l'aspettavo, ecco. Forse anche per questo Chéri e La fine di Chérie mi hanno coinvolto ed emozionato tanto - per cui ne consiglio vivamente la lettura.
La maggior parte delle recensioni, qui su aNobii, è concorde nel ritenere migliore il primo romanzo rispetto al secondo. Personalmente, mi trovo del tutto d'accordo con chi ha scritto che ciò che il lettore rimprovera a Colette ne La fine di Chérie è di aver mostrato una Léa vecchia e sfatta. Ma nonostante questo, in questa sfacciata e scabrosa esibizione di una bellezza definitivamente decaduta e forse anche un po' repellente, io trovo il marchio del coraggio (e della genialità) del secondo romanzo di Colette.
L'unico figlio
Un giallo incolore, insapore e inodore che si riprende sul finire, stupisce per qualche istante, e si lascia facilmente dimenticare. Non è brutto, non è scritto malaccio, ma a mio avviso manca totalmente di personalità nel delineare personaggi e situazioni.continue)
Curiosità: talvolta i personaggi fanno ges ... (
Un giallo incolore, insapore e inodore che si riprende sul finire, stupisce per qualche istante, e si lascia facilmente dimenticare. Non è brutto, non è scritto malaccio, ma a mio avviso manca totalmente di personalità nel delineare personaggi e situazioni.
Curiosità: talvolta i personaggi fanno gesti del tutto inopinati. Magari stanno parlando, e uno tira all'altro uno scappellotto in testa. Oppure nel salutarsi si saltano in groppa... Ecco, queste chicche di nonsense mi hanno un po' imbarazzato e un po' fatto ridere.
Shosha
«Shosha» è un romanzo infinitamente malinconico, raccontato in prima persona da un protagonista che, pur non suscitando simpatia o empatia, sa evocare la sensazione labirintica di un mondo perduto, di amori confusi, di una splendida donna-bambina (Shosha) molto più saggia, nella sua ingenuità disarm ... (continue)
«Shosha» è un romanzo infinitamente malinconico, raccontato in prima persona da un protagonista che, pur non suscitando simpatia o empatia, sa evocare la sensazione labirintica di un mondo perduto, di amori confusi, di una splendida donna-bambina (Shosha) molto più saggia, nella sua ingenuità disarmante, di quanto non sia lui stesso con la sua erudizione, la sua scrittura, le sue dichiarazioni profetiche.
Il romanzo mi ha avvinto fino all'Epilogo che, pur nella sua coerenza col resto della vicenda, mi è parso comunque un po' più frettoloso e cronachistico di quanto fosse desiderabile.
Storia di certo intensa e splendidamente scritta - ma non la rileggerei una seconda volta.
P.S.: in un commento qui su aNobii ho letto una frase con la quale concordo in pieno, e che forse è il motivo della sottile vena di delusione che ho provato sul finale. Shosha ci viene portata via senza nemmeno un singhiozzo - e questo è forse il torto più grande che si potesse fare a lei, quale meravigliosa protagonista, e a noi come lettori.
Un anno vissuto biblicamente
Consigliato da un'amica che me l'ha presentato come l'esempio di uno «fuori di testa», questo corposo reportage mi ha catturata, dapprima timidamente poi sempre più intensamente, fino a commuovermi nelle ultime pagine. L'anno descritto da "A.J." è spesso divertente, spassoso e oggettivamente «fuori ... (continue)
Consigliato da un'amica che me l'ha presentato come l'esempio di uno «fuori di testa», questo corposo reportage mi ha catturata, dapprima timidamente poi sempre più intensamente, fino a commuovermi nelle ultime pagine. L'anno descritto da "A.J." è spesso divertente, spassoso e oggettivamente «fuori di testa», ma tra le righe emerge la veracità di una tensione spirituale ostinatamente ricercata, un viaggio testardo e sorprendente nelle regioni del Sacro, quelle regioni che l'Occidente cerca quotidianamente e subdolamente di mettere al bando.
Complimenti all'autore per l'idea che ha mosso il suo libro, e per il modo in cui ce l'ha saputa comunicare.
Donne che corrono coi lupi
«Donne che corrono coi lupi» non è sicuramente un testo scorrevole o di facile lettura. C'è però da dire che, accanto a un linguaggio visionario e affabulatore, esprime una tale capacità di comprendere la Donna, di scandagliare il suo animo e di disvelarne i misteri e le contraddizioni più fitte che ... (continue)
«Donne che corrono coi lupi» non è sicuramente un testo scorrevole o di facile lettura. C'è però da dire che, accanto a un linguaggio visionario e affabulatore, esprime una tale capacità di comprendere la Donna, di scandagliare il suo animo e di disvelarne i misteri e le contraddizioni più fitte che la difficoltà di lettura ne è ampiamente ripagata. Questo libro non è un libro, ma un viaggio coraggioso e illuminante, talvolta spaventoso ma rivelatore, nelle zone più impervie della femminilità.
Chéri - La fine di Chéri
Ammetto di aver iniziato a leggere Colette piena zeppa di pregiudizi, convinta che avrei affrontato un romanzo leggero, superficiale e "rosa". Sono rimasta stupita (felicemente) dal ritrovarmi invece catapultata in una bella e drammatica storia dal sapore simbolico e immortale, un triangolo amoroso ... (continue)
Ammetto di aver iniziato a leggere Colette piena zeppa di pregiudizi, convinta che avrei affrontato un romanzo leggero, superficiale e "rosa". Sono rimasta stupita (felicemente) dal ritrovarmi invece catapultata in una bella e drammatica storia dal sapore simbolico e immortale, un triangolo amoroso in cui l'«amante» (il Tempo che passa) darà scacco matto a entrambi i protagonisti, scritta con splendida (ma mai ridondante) opulenza. Non me l'aspettavo, ecco. Forse anche per questo Chéri e La fine di Chérie mi hanno coinvolto ed emozionato tanto - per cui ne consiglio vivamente la lettura.
La maggior parte delle recensioni, qui su aNobii, è concorde nel ritenere migliore il primo romanzo rispetto al secondo. Personalmente, mi trovo del tutto d'accordo con chi ha scritto che ciò che il lettore rimprovera a Colette ne La fine di Chérie è di aver mostrato una Léa vecchia e sfatta. Ma nonostante questo, in questa sfacciata e scabrosa esibizione di una bellezza definitivamente decaduta e forse anche un po' repellente, io trovo il marchio del coraggio (e della genialità) del secondo romanzo di Colette.