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Nov 29, 2012 |
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La saga di Terramare
Finire un libro di 1500 pagine è come terminare un viaggio che ci ha tenuto in terre lontane tanto a lungo da donarci una vita nuova, da far scomparire il tempo stesso. Chiudere l’ultima pagina un arrivederci, perché ciò che si è vissuto ormai vive in noi.continue)
Questo ciò che si prova quando si chiude la ... (
Finire un libro di 1500 pagine è come terminare un viaggio che ci ha tenuto in terre lontane tanto a lungo da donarci una vita nuova, da far scomparire il tempo stesso. Chiudere l’ultima pagina un arrivederci, perché ciò che si è vissuto ormai vive in noi.
Questo ciò che si prova quando si chiude la Saga di Terramare della Le Guin. Come i classici banali non lo sono mai, così non lo è spendere ancora e sempre qualche parola su di essi.
Avevo già letto "Leggende di Terramare", già il lungometraggio di Miyazaki figlio aveva aperto uno spiraglio su questo mondo, ma dovevo aspettare la riedizione Mondadori in volume unico per iniziare da principio. Un tomo degno del suo contenuto, se non fosse per delle sviste madornali, quelle del lavoro a tempo zero dei grandi editori che non risparmia i classici quanto la loro reputazione, con discrepanze di traduzione tra un romanzo e l’altro, con "Rosascura e Diamante" che sparisce senza titolo inglobato da "il Trovatore", quando la Le Guin stessa li aveva elencati separati nella prefazione poche pagine prima. Parrebbe che gli editori abbiano dimenticato la Lingua della Creazione.
L’opera della Le Guin è un classico pur essendo moderno. Il come questo accada è magia. Se uno zelante crociato dello show-don’t-tell e del fantasy di oggi analizzasse i romanzi, troverebbe un linguaggio lento, barocco, a tratti ridondante, iper aggettivato, “raccontato” in tutto e per tutto. Quello che gli zelanti non capiscono, è che la letteratura non è una scienza esatta. Oltre quel 60% che sono gli strumenti della forma e la loro applicazione, c’è materia oscura. Là risiedono ancora i grandi scrittori. Per quella forza sconosciuta e dirompente, un libro scritto contro tutti i canoni della tecnica, lento all'inverosimile, può lasciare col fiato sospeso, può toccarci il cuore, può diventare un classico così com’è, perfetto.
Ne parlavo con un amico e collega. “Sai, ho finito il Terramare. Un viaggio lento, ma di una poesia rara.” Lui ha sorriso: “Già… Il Terramare appartiene a un’altra epoca, quando il fantasy era una religione, non una moda.”
Forse la si potrebbe finire così, con questa frase che riassume ciò che non può essere spiegato. Si dice che i geni siano da subito consapevoli di aver creato qualcosa di grande. La Le Guin lo sa, e forse le sue parole sono le migliori, quasi un anatema contro un mondo - il nostro contemporaneo, con la sua sbrilluccicante industria dell’intrattenimento - che, come direbbe il Maestro dei Modelli, rifiutando la morte rinuncia alla vita…
“[…] È sconvolgente. Per quanto amiamo la transitorietà, il guizzo ammaliante dell’elettronica, desideriamo ardentemente anche l’inalterabile. Adoriamo le vecchie storie per la loro immutabilità. Artù sogna eternamente ad Avalon. Bilbo può andare e tornare, e c’è sempre l’amata e familiare Contea. Don Chisciotte si accinge per sempre a uccidere un mulino a vento… Così la gente si rivolge ai regni fantastici in cerca di stabilità, antiche verità, semplicità immutabili.
E le fabbriche del capitalismo forniscono tutto quanto. L’offerta soddisfa la domanda. Il fantasy diventa una merce, un’industria.
Il fantasy mercificato non corre rischi: non inventa nulla, ma imita e banalizza. Procede privando le vecchie della loro complessità intellettuale ed etica, trasformando la loro azione in violenza, i loro protagonisti in pupazzi, e il loro contenuto veritiero in insulsaggini sentimentali. Gli eroi brandiscono spade, laser e bacchette magiche, meccanicamente come mietitrebbie, mietendo profitti. Le scelte morali causa di profondo turbamento sono ritoccate, rese gradevoli e sicure. Le idee dei grandi narratori, concepite con passione, sono copiate, trasformate in stereotipi, ridotte in giocattoli, stampate in plastica multicolore, pubblicizzate, vendute, rotte, buttate via, sostituibili, intercambiabili.
Quello su cui contano i mercificatori del fantasy, quello che sfruttano, è l’insuperabile immaginazione del lettore, bambino o adulto, che dà vita anche a quelle cose morte… per un po’. […]"
Chissà se la Le Guin, leggendo Martin o la Rowling, guardandoli alla televisione, ripensa a queste sue parole di vecchia e annuisce… Una cosa è certa, da queste, come da quelle di tutti i grandi, non si scappa. Il giudizio cala impietoso e freddo, tagliando le gambe al mondo, strappando i festoni e le luminarie, e non si può che annuire, seppur amareggiati, ancor più perché della penna si cerca la Via. Forse le storie immortali sono meno di quante immaginiamo, e il ricordo di quelle ci permettere di animare anche ciò che nasce morto. Il Terramare è una di queste.