Seconda recensione dopo aver letto Crimini italiani (mi sa che l'ordine era il contrario ma va be').
Ammaniti: l'intento apparentemente è satirico, con momenti dichiaratamente demenziali che però risulta più grottesco che altro. Comunque divertente.
Carlotto: mi era piaciuto di più il racconto del
... (continue)
Seconda recensione dopo aver letto Crimini italiani (mi sa che l'ordine era il contrario ma va be').
Ammaniti: l'intento apparentemente è satirico, con momenti dichiaratamente demenziali che però risulta più grottesco che altro. Comunque divertente.
Carlotto: mi era piaciuto di più il racconto dell'altra raccolta, che però se ho ben capito è stato scritto dopo. Non granché, onestamente.
De Silva: idea abbastanza classica ma carina. Meglio del racconto nell'altra raccolta.
Faletti: è uno scherzo, vero?
Dazieri: un po' sottotono, la storia non è niente di particolare. Temo che lo riterrei mediocre se non fosse che la sua voce narrante e la disinvoltura con cui scrive continuano a starmi simpatiche.
Camilleri è non pervenuto. Purtroppo.
Fois continua a lasciarmi tiepida, però la curiosità di vedere com'è in un romanzo lungo rimane.
De Cataldo: "fiaba" è la parola chiave e visto in quest'ottica è piuttosto carino. L'unico caso in cui mi sono effettivamente affezionata ai personaggi.
Lucarelli: carino anche questo, principalmente per il personaggio di lei.
Primo racconto, De Cataldo: banale e scritto male. Ahimé.
Carlotto: sufficientemente onesto per lo spazio di 50 pagine concesso. Abbastanza da incuriosirmi. La prossima volta in libreria darò un'occhiata ai suoi titoli.
Carofiglio: è sempre lui. Un po' fuori contesto (il racconto non è noir e l'as
... (continue)
Primo racconto, De Cataldo: banale e scritto male. Ahimé.
Carlotto: sufficientemente onesto per lo spazio di 50 pagine concesso. Abbastanza da incuriosirmi. La prossima volta in libreria darò un'occhiata ai suoi titoli.
Carofiglio: è sempre lui. Un po' fuori contesto (il racconto non è noir e l'aspetto investigativo non sembra proprio essere il tema principale), ma sufficientemente originale e ben gestito. E scritto come si deve.
Faletti: il mio primo Faletti, ed è abbastanza illeggibile. Sono perplessa dall'accozzaglia. Trama banale con sprazzi di concretezza alternati a luoghi comuni che fanno sorridere, stile che tenta di essere originale e ogni tanto ti infila errori di sintassi, grammatica e punteggiatura che non si possono vedere.
Dazieri: non delude. Il primo racconto compatto, coerente, davvero originale della raccolta. Poi a me il suo stile di parlato in prima persona piace: anche se non è proprio perfetto, senza dubbio è una modalità che ha imparato a usare bene e sfruttare al massimo.
De Silva: sinceramente non l'ho capito, né il mistico colpo di scena né il senso generale, oltre al fatto che la protagonista è insopportabile. Quel "lamiere contorte" alla fine, poi, è un vero tocco da maestro.
Simi: non male. Per l'ambientazione e l'elemento dell'amico d'infanzia mi ha ricordato Izzo.
Macchiavelli: un po' troppo confusionario, non mi ha detto granché. Però mi ha ricordato che una volta in treno ho conosciuto un tizio che diceva di essere suo amico.
Fois: interessante ma molto breve. In realtà mi ha incuriosito, ma può essere anche perché l'ambientazione geografica mi piace.
Wu Ming: un bel racconto. Lo stile "segmentato" con cambio di punto di vista va di moda, ma in questo caso, usato "a ritroso", assume un senso e si fa gradire. Ogni diverso pezzetto del puzzle obbliga a ri-aggiustare la prospettiva sulla storia, le aspettative, i luoghi comuni, non per capire cosa succederà ma al contrario mettere assieme il quadro di ciò che si sa già. Visto in quest'ottica, l'inizio con l'espediente del fatto di cronaca, di per sé tipico, diventa un tocco perfetto per "concludere".
Lucarelli: perplessità. Di per sé la storia sta anche in piedi e la scrittura è piacevole, è il senso vero e proprio di questo personaggio che mi sfugge un po', ma probabilmente non è necessario che ne abbia uno.
Io mi sento di spezzare una lancia in favore di Corona. Premetto che sono un po' di parte (perché sono veneta, e sì okay lui è di Erto ma l'affinità la sento lo stesso) e perché mi piace il mondo di cui parla (quindi, in poche parole, passo sopra allo stile assai povero e a certi altri dettagli perc
... (continue)
Io mi sento di spezzare una lancia in favore di Corona. Premetto che sono un po' di parte (perché sono veneta, e sì okay lui è di Erto ma l'affinità la sento lo stesso) e perché mi piace il mondo di cui parla (quindi, in poche parole, passo sopra allo stile assai povero e a certi altri dettagli perché l'argomento mi interessa, se non fosse così probabilmente sarei più critica nel giudicarlo). Insomma penso che i libri di Corona possano piacere per questo. Senza contare che è impossibile, leggendoli, non farsi un'idea ben precisa della personalità dell'autore e anche di ciò che vuole esprimere. Alla luce di questo mi stupisce vedere che ogni recensore si è sentito in dovere di fare osservazioni sul linguaggio "volgare" o sulla presenza del sesso nella storia. ... Ragazzi, quello che Corona principalmente vuole fare è dare un'idea di com'era la vita di montagna in un paese come quello. Poi mette dentro tutte insieme leggende e invenzioni, e in numero tale da apparire anche un po' eccessive, ma il racconto non vuole essere realistico bensì, direi, esemplare: prima di tutto fin dall'inizio capiamo di avere a che fare con un bel realismo magico per cui le superstizioni contadine sono descritte come vicende di interesse antropologico e poi, però, chissà come, si avverano; secondariamente, ci sono streghe e interventi divini; la natura viene sempre descritta come viva in più modi, sia attraverso metafore e scelte lessicali, sia affermando che elementi del paesaggio o fenomeni naturali (pioggia, neve, fuoco) abbiano una volontà. Sono persino nominati spiriti e strie dei boschi. Poi, Corona si prende la briga di inserire una quantità di digressioni riguardo a ogni nuovo personaggio introdotto, alla sua storia e alle sue origini. Queste digressioni non spiccano per originalità (il lavoro, il bere, la vita del villaggio, il sesso sono i temi fondamentali che ricorrono sempre) ma il punto è proprio che con questi personaggi Corona vuole descrivere un affresco di uno specifico luogo, tempo e contesto, mica un campione statisticamente realistico. Infine il linguaggio crudo: sì, c'è, e a parte essere un po' la "voce" dell'autore (capace anche di descrizioni di grande tenerezza, d'altronde) è chiaramente voluto. Nel libro viene ripetuto infinite volte che la gente di Erto è semplice e dura, allevata dalla montagna e dalle tribolazioni, legata alla natura e ai suoi cicli. Di conseguenza impreca, bestemmia, insulta, e fa sesso. Come dovrebbe descriverlo? "Il culmine del piacere"? "La sua virilità"? Specie se consideriamo che spesso l'argomento è affrontato nel discorso diretto degli ertani, che parlano in dialetto tra loro, come Corona ci ricorda infilando qua e là qualche espressione perché non ci fugga di mente che quella che leggiamo è una traduzione italiana dell'originale. Insomma la mia opinione è: questo libro ha tanti difetti, Corona non è un grande scrittore, ma come "cantastorie" si può apprezzarlo e, in tal caso, fargli le pulci su dettagli come questi mi sembra abbastanza pretestuoso.
Uno di quei Maigret che si concludono un po' di corsa, dove il commissario dispiega tutte le sue forze per rintracciare informazioni e persone dai luoghi più disparati senza muoversi o quasi dal suo ufficio, e i personaggi del dramma compaiono solo nei racconti degli altri. In questo caso non c'è un
... (continue)
Uno di quei Maigret che si concludono un po' di corsa, dove il commissario dispiega tutte le sue forze per rintracciare informazioni e persone dai luoghi più disparati senza muoversi o quasi dal suo ufficio, e i personaggi del dramma compaiono solo nei racconti degli altri. In questo caso non c'è un morto ma solo un tentato omicidio: quello di Lognon, lo sfortunato e un po' lamentoso collega.
Ho deciso di fare una cernita dei romanzi di Maigret che ho davvero letto, considerando che questa lettura avveniva in un periodo in cui li divoravo abbastanza indiscriminatamente e uno dopo l'altro, così da fissarli meglio nella memoria, e soprattutto da poter proseguire con la lettura degli altri
... (continue)
Ho deciso di fare una cernita dei romanzi di Maigret che ho davvero letto, considerando che questa lettura avveniva in un periodo in cui li divoravo abbastanza indiscriminatamente e uno dopo l'altro, così da fissarli meglio nella memoria, e soprattutto da poter proseguire con la lettura degli altri e completare la serie.
Ho iniziato col segnare quelli dei quali sono piuttosto sicura e quindi leggere (o rileggere?) alcuni che mi sembrano familiari o interessanti. Segnerò per ciascuno qualche dettaglio o citazione in modo da cercare di ricordare meglio.
In questo libro si tratta del personaggio del viaggiatore di Neuschanz, il suicida alla cui morte Maigret assiste per caso dopo averlo seguito da Parigi sull'onda del puro istinto e della curiosità... molto fluttuante come inizio, indistinto, ma anche pervaso sin da subito dalla miseria e dalla disperazione che caratterizzano il morto. Mentre la storia prosegue, con una serie di audaci spostamenti e la comparsa di altri personaggi, in realtà il protagonista rimane lui, il suicida che non ha avuto il tempo nemmeno di dire qualche parola. Maigret ci racconta quello che scopre e capisce di lui in modo commovente, così come è inevitabilmente commovente la semplice nozione della morte solitaria, in una città estranea, con la sola compagnia di una misera valigia.
"L'impiccato di Saint-Pholien" è uno dei primi romanzi nei quali compare Maigret, e anche se le consuetudini e i comprimari del personaggio (la moglie, Lucas, le telefonate al commissariato dal bar di turno) ci sono già, forse nello svolgimento degli eventi si nota ancora una non totale dimestichezza. L'atmosfera d'altronde, esulando totalmente non solo dalla "Parigi bene" ma anche in generale dal contesto prettamente francese per coinvolgere il Belgio e la Germania, è anch'essa un po' a sé stante. Rimane il personaggio di "Louis Jeunet" e il "completo B" della sua valigia, e poi tutti i comprimari, vivissimi e tra i più disperati usciti dalla penna di Simenon; i dettagli macabri, quasi gotici, e la grande suggestione degli eventi del passato che riaffiorano.
Crimini
Seconda recensione dopo aver letto Crimini italiani (mi sa che l'ordine era il contrario ma va be').
Ammaniti: l'intento apparentemente è satirico, con momenti dichiaratamente demenziali che però risulta più grottesco che altro. Comunque divertente.
Carlotto: mi era piaciuto di più il racconto del ... (continue)
Seconda recensione dopo aver letto Crimini italiani (mi sa che l'ordine era il contrario ma va be').
Ammaniti: l'intento apparentemente è satirico, con momenti dichiaratamente demenziali che però risulta più grottesco che altro. Comunque divertente.
Carlotto: mi era piaciuto di più il racconto dell'altra raccolta, che però se ho ben capito è stato scritto dopo. Non granché, onestamente.
De Silva: idea abbastanza classica ma carina. Meglio del racconto nell'altra raccolta.
Faletti: è uno scherzo, vero?
Dazieri: un po' sottotono, la storia non è niente di particolare. Temo che lo riterrei mediocre se non fosse che la sua voce narrante e la disinvoltura con cui scrive continuano a starmi simpatiche.
Camilleri è non pervenuto. Purtroppo.
Fois continua a lasciarmi tiepida, però la curiosità di vedere com'è in un romanzo lungo rimane.
De Cataldo: "fiaba" è la parola chiave e visto in quest'ottica è piuttosto carino. L'unico caso in cui mi sono effettivamente affezionata ai personaggi.
Lucarelli: carino anche questo, principalmente per il personaggio di lei.
Crimini italiani
Primo racconto, De Cataldo: banale e scritto male. Ahimé.
Carlotto: sufficientemente onesto per lo spazio di 50 pagine concesso. Abbastanza da incuriosirmi. La prossima volta in libreria darò un'occhiata ai suoi titoli.
Carofiglio: è sempre lui. Un po' fuori contesto (il racconto non è noir e l'as ... (continue)
Primo racconto, De Cataldo: banale e scritto male. Ahimé.
Carlotto: sufficientemente onesto per lo spazio di 50 pagine concesso. Abbastanza da incuriosirmi. La prossima volta in libreria darò un'occhiata ai suoi titoli.
Carofiglio: è sempre lui. Un po' fuori contesto (il racconto non è noir e l'aspetto investigativo non sembra proprio essere il tema principale), ma sufficientemente originale e ben gestito. E scritto come si deve.
Faletti: il mio primo Faletti, ed è abbastanza illeggibile. Sono perplessa dall'accozzaglia. Trama banale con sprazzi di concretezza alternati a luoghi comuni che fanno sorridere, stile che tenta di essere originale e ogni tanto ti infila errori di sintassi, grammatica e punteggiatura che non si possono vedere.
Dazieri: non delude. Il primo racconto compatto, coerente, davvero originale della raccolta. Poi a me il suo stile di parlato in prima persona piace: anche se non è proprio perfetto, senza dubbio è una modalità che ha imparato a usare bene e sfruttare al massimo.
De Silva: sinceramente non l'ho capito, né il mistico colpo di scena né il senso generale, oltre al fatto che la protagonista è insopportabile. Quel "lamiere contorte" alla fine, poi, è un vero tocco da maestro.
Simi: non male. Per l'ambientazione e l'elemento dell'amico d'infanzia mi ha ricordato Izzo.
Macchiavelli: un po' troppo confusionario, non mi ha detto granché. Però mi ha ricordato che una volta in treno ho conosciuto un tizio che diceva di essere suo amico.
Fois: interessante ma molto breve. In realtà mi ha incuriosito, ma può essere anche perché l'ambientazione geografica mi piace.
Wu Ming: un bel racconto. Lo stile "segmentato" con cambio di punto di vista va di moda, ma in questo caso, usato "a ritroso", assume un senso e si fa gradire. Ogni diverso pezzetto del puzzle obbliga a ri-aggiustare la prospettiva sulla storia, le aspettative, i luoghi comuni, non per capire cosa succederà ma al contrario mettere assieme il quadro di ciò che si sa già. Visto in quest'ottica, l'inizio con l'espediente del fatto di cronaca, di per sé tipico, diventa un tocco perfetto per "concludere".
Lucarelli: perplessità. Di per sé la storia sta anche in piedi e la scrittura è piacevole, è il senso vero e proprio di questo personaggio che mi sfugge un po', ma probabilmente non è necessario che ne abbia uno.
Storia di Neve
Io mi sento di spezzare una lancia in favore di Corona. Premetto che sono un po' di parte (perché sono veneta, e sì okay lui è di Erto ma l'affinità la sento lo stesso) e perché mi piace il mondo di cui parla (quindi, in poche parole, passo sopra allo stile assai povero e a certi altri dettagli perc ... (continue)
Io mi sento di spezzare una lancia in favore di Corona. Premetto che sono un po' di parte (perché sono veneta, e sì okay lui è di Erto ma l'affinità la sento lo stesso) e perché mi piace il mondo di cui parla (quindi, in poche parole, passo sopra allo stile assai povero e a certi altri dettagli perché l'argomento mi interessa, se non fosse così probabilmente sarei più critica nel giudicarlo). Insomma penso che i libri di Corona possano piacere per questo. Senza contare che è impossibile, leggendoli, non farsi un'idea ben precisa della personalità dell'autore e anche di ciò che vuole esprimere. Alla luce di questo mi stupisce vedere che ogni recensore si è sentito in dovere di fare osservazioni sul linguaggio "volgare" o sulla presenza del sesso nella storia.
... Ragazzi, quello che Corona principalmente vuole fare è dare un'idea di com'era la vita di montagna in un paese come quello. Poi mette dentro tutte insieme leggende e invenzioni, e in numero tale da apparire anche un po' eccessive, ma il racconto non vuole essere realistico bensì, direi, esemplare: prima di tutto fin dall'inizio capiamo di avere a che fare con un bel realismo magico per cui le superstizioni contadine sono descritte come vicende di interesse antropologico e poi, però, chissà come, si avverano; secondariamente, ci sono streghe e interventi divini; la natura viene sempre descritta come viva in più modi, sia attraverso metafore e scelte lessicali, sia affermando che elementi del paesaggio o fenomeni naturali (pioggia, neve, fuoco) abbiano una volontà. Sono persino nominati spiriti e strie dei boschi.
Poi, Corona si prende la briga di inserire una quantità di digressioni riguardo a ogni nuovo personaggio introdotto, alla sua storia e alle sue origini. Queste digressioni non spiccano per originalità (il lavoro, il bere, la vita del villaggio, il sesso sono i temi fondamentali che ricorrono sempre) ma il punto è proprio che con questi personaggi Corona vuole descrivere un affresco di uno specifico luogo, tempo e contesto, mica un campione statisticamente realistico.
Infine il linguaggio crudo: sì, c'è, e a parte essere un po' la "voce" dell'autore (capace anche di descrizioni di grande tenerezza, d'altronde) è chiaramente voluto. Nel libro viene ripetuto infinite volte che la gente di Erto è semplice e dura, allevata dalla montagna e dalle tribolazioni, legata alla natura e ai suoi cicli. Di conseguenza impreca, bestemmia, insulta, e fa sesso. Come dovrebbe descriverlo? "Il culmine del piacere"? "La sua virilità"? Specie se consideriamo che spesso l'argomento è affrontato nel discorso diretto degli ertani, che parlano in dialetto tra loro, come Corona ci ricorda infilando qua e là qualche espressione perché non ci fugga di mente che quella che leggiamo è una traduzione italiana dell'originale.
Insomma la mia opinione è: questo libro ha tanti difetti, Corona non è un grande scrittore, ma come "cantastorie" si può apprezzarlo e, in tal caso, fargli le pulci su dettagli come questi mi sembra abbastanza pretestuoso.
Maigret e il fantasma
Uno di quei Maigret che si concludono un po' di corsa, dove il commissario dispiega tutte le sue forze per rintracciare informazioni e persone dai luoghi più disparati senza muoversi o quasi dal suo ufficio, e i personaggi del dramma compaiono solo nei racconti degli altri. In questo caso non c'è un ... (continue)
Uno di quei Maigret che si concludono un po' di corsa, dove il commissario dispiega tutte le sue forze per rintracciare informazioni e persone dai luoghi più disparati senza muoversi o quasi dal suo ufficio, e i personaggi del dramma compaiono solo nei racconti degli altri. In questo caso non c'è un morto ma solo un tentato omicidio: quello di Lognon, lo sfortunato e un po' lamentoso collega.
L'impiccato di Saint-Pholien
Ho deciso di fare una cernita dei romanzi di Maigret che ho davvero letto, considerando che questa lettura avveniva in un periodo in cui li divoravo abbastanza indiscriminatamente e uno dopo l'altro, così da fissarli meglio nella memoria, e soprattutto da poter proseguire con la lettura degli altri ... (continue)
Ho deciso di fare una cernita dei romanzi di Maigret che ho davvero letto, considerando che questa lettura avveniva in un periodo in cui li divoravo abbastanza indiscriminatamente e uno dopo l'altro, così da fissarli meglio nella memoria, e soprattutto da poter proseguire con la lettura degli altri e completare la serie.
Ho iniziato col segnare quelli dei quali sono piuttosto sicura e quindi leggere (o rileggere?) alcuni che mi sembrano familiari o interessanti. Segnerò per ciascuno qualche dettaglio o citazione in modo da cercare di ricordare meglio.
In questo libro si tratta del personaggio del viaggiatore di Neuschanz, il suicida alla cui morte Maigret assiste per caso dopo averlo seguito da Parigi sull'onda del puro istinto e della curiosità... molto fluttuante come inizio, indistinto, ma anche pervaso sin da subito dalla miseria e dalla disperazione che caratterizzano il morto. Mentre la storia prosegue, con una serie di audaci spostamenti e la comparsa di altri personaggi, in realtà il protagonista rimane lui, il suicida che non ha avuto il tempo nemmeno di dire qualche parola. Maigret ci racconta quello che scopre e capisce di lui in modo commovente, così come è inevitabilmente commovente la semplice nozione della morte solitaria, in una città estranea, con la sola compagnia di una misera valigia.
"L'impiccato di Saint-Pholien" è uno dei primi romanzi nei quali compare Maigret, e anche se le consuetudini e i comprimari del personaggio (la moglie, Lucas, le telefonate al commissariato dal bar di turno) ci sono già, forse nello svolgimento degli eventi si nota ancora una non totale dimestichezza. L'atmosfera d'altronde, esulando totalmente non solo dalla "Parigi bene" ma anche in generale dal contesto prettamente francese per coinvolgere il Belgio e la Germania, è anch'essa un po' a sé stante. Rimane il personaggio di "Louis Jeunet" e il "completo B" della sua valigia, e poi tutti i comprimari, vivissimi e tra i più disperati usciti dalla penna di Simenon; i dettagli macabri, quasi gotici, e la grande suggestione degli eventi del passato che riaffiorano.