Ci siamo imbattuti in Novantatré un paio di anni fa, durante la fase di documentazione per il romanzo collettivo che stiamo scrivendo, ed è una delle letture che più ci ha dato suggestioni. Si tratta dell’ultimo romanzo di Hugo, progettato negli anni dell’esilio politico (1851-1870) ma scritt
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Ci siamo imbattuti in Novantatré un paio di anni fa, durante la fase di documentazione per il romanzo collettivo che stiamo scrivendo, ed è una delle letture che più ci ha dato suggestioni. Si tratta dell’ultimo romanzo di Hugo, progettato negli anni dell’esilio politico (1851-1870) ma scritto di getto dopo la repressione della Comune di Parigi (1871). La vicenda si svolge ottant’anni prima, nel vivo della prima guerra di Vandea (1793). Sotto i nostri occhi, l’armata rivoluzionaria avanza nel cupo viluppo di foreste secolari, costretta ad affrontare l’insurrezione di migliaia di contadini legittimisti, abili artigiani della guerriglia che per i volontari parigini sono veri e propri alieni... [ Continua qui: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=7609 ]
WM1 su "L'aspra stagione": recensione / intervista agli autori
L’aspra stagione – d’ora in avanti LAS – è un libro scritto a quattro mani da Tommaso De Lorenzis (nome ben noto alla comunità di Giap) e dal giornalista Mauro Favale. Né romanzo né saggio né biografia (autentico “oggetto narrativo non-identificato”), LAS racconta di Carlo Rivolta, giornalist
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L’aspra stagione – d’ora in avanti LAS – è un libro scritto a quattro mani da Tommaso De Lorenzis (nome ben noto alla comunità di Giap) e dal giornalista Mauro Favale. Né romanzo né saggio né biografia (autentico “oggetto narrativo non-identificato”), LAS racconta di Carlo Rivolta, giornalista d’inchiesta, cronista d’assalto, uomo di sinistra, compagno di strada dei movimenti degli anni Settanta. Rivolta morì nel 1982, poco più che trentenne, ghermito dal drago dell’eroina. Morì a Roma, città che aveva raccontato in tanti articoli apparsi su “Paese sera”, “Repubblica” e “Lotta continua”, sempre tenendo il culo in strada, per quasi dieci anni vissuti pericolosamente, incrociando i percorsi dei movimenti, narrando ascesa e implosione del lottarmatismo, mappando lo spaccio di eroina, descrivendo in anticipo mutazioni che molti “nomi che contano” avrebbero inquadrato soltanto anni dopo. Che LAS mi sia piaciuto è palese: in quarta di copertina firmo un breve testo di presentazione – come suol dirsi, un “blurb” – che a rileggerlo mi suona poeticante, effettistico… “wuminghistico”, ma almeno richiama l’attenzione in libreria. Ho buttato giù quelle righe dopo aver letto... [Continua qui: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=7512 ]
WM2 su "Mugello sottosopra" con intervista all'autrice + discussione
«Uno può vivere tutta una vita senza sentir parlare dei minatori, una maggioranza preferirebbe addirittura non sentirne parlare. La stessa cosa avviene con tutte le specie di lavori manuali, ci tengono in vita e noi ci dimentichiamo che esistono.» Sono passati quasi ottant’anni da quando George Orwe
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«Uno può vivere tutta una vita senza sentir parlare dei minatori, una maggioranza preferirebbe addirittura non sentirne parlare. La stessa cosa avviene con tutte le specie di lavori manuali, ci tengono in vita e noi ci dimentichiamo che esistono.» Sono passati quasi ottant’anni da quando George Orwell scrisse queste parole nel suo reportage sulla classe operaia dell’Inghilterra settentrionale, La strada di Wigan Pier. I tempi sono cambiati, gli operai sono cambiati, eppure i minatori conservano il primato dell’invisibilità. Condannati, con facile metafora, a rimanere sotterranei, oscuri, avvolti nelle tenebre. Tanto più oscuri e dimenticati, quanto più il loro lavoro ci è vicino: è più probabile incappare in un reportage fotografico sulle miniere a cielo aperto della Cina, che in un servizio su chi scava i tunnel dell’autostrada dietro casa nostra. Tutti ricordiamo i 33 minatori di San José – salvati dalla nostra voglia di reality – ma difficilmente pensiamo, guardando una galleria ferroviaria, che lì dentro morirà un lavoratore ogni quattro chilometri di avanzamento. [Continua qui: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=7240 ]
Sono passati anni dall'ultima volta che ho recensito un romanzo, e forse mi sono scordato come si fa. Non ho più i riflessi pronti, non so da dove cominciare. Una volta trovavo subito il punto giusto, avevo chiara la "mappa mentale" della mia esperienza di lettura e la dispiegavo, coi suoi spazi lis
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Sono passati anni dall'ultima volta che ho recensito un romanzo, e forse mi sono scordato come si fa. Non ho più i riflessi pronti, non so da dove cominciare. Una volta trovavo subito il punto giusto, avevo chiara la "mappa mentale" della mia esperienza di lettura e la dispiegavo, coi suoi spazi lisci e striati, a eventuale uso di altri esploratori. Non per aiutarli a orientarsi, ma per invitarli a perdersi.
Oggi sono arrugginito ed è un periodo faticoso, è già tanto che sia riuscito a leggerlo, questo romanzo d'esordio di Paola Soriga. Ho approfittato di un ritorno a casa in treno, e anche il libro mi è parso una sorta di ritorno a casa, però poi è squillata la campanella di Foucault: «Diffidare di tutto quel che si presenta come un "ritorno a" qualcosa». Ma non è il romanzo a presentarsi come un ritorno, sono io ad averlo percepito così, e allora per scrivere qualcosa di sensato, di non ingannevole, dovrei togliermi dalle palle, allontanarmi dalla mia sensazione e dal vissuto che l'ha determinata (il mio venire da una famiglia di antifascisti, partigiani, deportati e l'aver scritto e narrato di Resistenza).
C'è di più: non ho letto nessuna recensione né alcuna intervista all'autrice, se recensisco questo libro corro il rischio di scrivere cose già scritte, di non aggiungere nulla (ammesso e non concesso che un mio giudizio debba per forza "aggiungere" qualcosa, e che sia sbagliato limitarsi a ribadire). Per evitare questo, o almeno dare l'impressione di evitarlo, la strada più facile sarebbe cercare bei giri di frasi, immagini inconsuete, pestare sulla pedaliera degli effetti, e probabilmente mi ritroverei in una situazione anche peggiore, con addobbi e festoni a mascherare la miseria di un semplice "mi è piaciuto".
Insomma, io Dove finisce Roma, al momento, non so bene da che parte prenderlo, non per colpa del libro ma per mia inadeguatezza, e così mi limiterò a consigliarlo e a fornire una descrizione insipida, riflesso della mia inettitudine.
La Resistenza nella Roma bombardata. Le scelte irrevocabili, il salto dal paraocchi alla guerriglia, la vita quotidiana sconquassata, le incomprensioni e i rancori, il non-poter-dire, i GAP che sbucano qui e là, il problema delle spie, il m'ama-non-m'-ama riconnotato e complicato dalla clandestinità...
...E la Sardegna, perché tutto questo è raccontato seguendo il filo dei pensieri di un'adolescente immigrata dalla Sardegna poco prima della guerra. I ricordi della Sardegna rurale, della vita in famiglia, del contrastato primo amore annodano più volte il filo dei pensieri di Ida. La mia conoscenza di cose sarde è troppo limitata, non so dire se quelle parti del romanzo siano rappresentate con equilibrio o cadano nel già-troppo-rappresentato. Diverse volte mi sono imbattuto in polemiche tra sardi intorno al modo in cui un romanzo rappresentava quella realtà. Qui non ho avuto l'impressione dell'oleografia, tutt'altro, però lascio volentieri la questione a chi avrà voglia di accapigliarcisi.
Mi è sembrato di cogliere tracce rielaborate della lettura di molti "classici". Ho visto passare Bassani, Fenoglio, Renata Viganò... La scelta dei nomi fa da "spia": Agnese, Micol...
Dove finisce Roma è un'opera prima densa di fabula e stile, con l'elemento di trama asciugato al minimo indispensabile, ruvida ed elegante, "popolare e fine" (dixit quel tale). [Ecco che mi sono giocato le antinomie. Che banalità. Niente, proprio non ci riesco a scrivere qualcosa di bello, di intrigante. Lasciate perdere me, leggete il libro.]
Una sera a Bologna e tre tabù: la vecchiaia, il morire, le classi sociali
Sabato 11 dicembre 2010 abbiamo presentato al Modo Infoshop di Bologna, insieme all’autrice e alla semiologa Giovanna Cosenza, il libro di Loredana Lipperini Non è un paese per vecchie (Feltrinelli, 2010). La discussione, durata un paio d’ore, ha collegato fra loro tre tabù, tre interdizioni,
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Sabato 11 dicembre 2010 abbiamo presentato al Modo Infoshop di Bologna, insieme all’autrice e alla semiologa Giovanna Cosenza, il libro di Loredana Lipperini Non è un paese per vecchie (Feltrinelli, 2010). La discussione, durata un paio d’ore, ha collegato fra loro tre tabù, tre interdizioni, tre rimozioni che oggi orientano il discorso pubblico. Tre cose di cui si deve parlare il meno possibile: la vecchiaia, il morire e la divisione della società in classi. Per questa “griglia” sono passati molti argomenti: l’omologazione dei corpi e delle facce, l’obbligo sociale a fingersi giovani e a essere stronzi, la demitizzazione dei “fantastici anni ’60″, la raffigurazione (o l’assenza) delle donne anziane nella letteratura, la necessità di ritrovare rituali del morire e del lutto etc. Numerosi i riferimenti, diretti e indiretti, alle lotte in corso, a cominciare – com’è ovvio – da quella degli studenti. Ecco l’audio della serata, diviso in cinque capitoli, ciascuno con il suo abstract. http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=2324
Novantatré
Ci siamo imbattuti in Novantatré un paio di anni fa, durante la fase di documentazione per il romanzo collettivo che stiamo scrivendo, ed è una delle letture che più ci ha dato suggestioni. Si tratta dell’ultimo romanzo di Hugo, progettato negli anni dell’esilio politico (1851-1870) ma scritt ... (continue)
Ci siamo imbattuti in Novantatré un paio di anni fa, durante la fase di documentazione per il romanzo collettivo che stiamo scrivendo, ed è una delle letture che più ci ha dato suggestioni. Si tratta dell’ultimo romanzo di Hugo, progettato negli anni dell’esilio politico (1851-1870) ma scritto di getto dopo la repressione della Comune di Parigi (1871).
La vicenda si svolge ottant’anni prima, nel vivo della prima guerra di Vandea (1793). Sotto i nostri occhi, l’armata rivoluzionaria avanza nel cupo viluppo di foreste secolari, costretta ad affrontare l’insurrezione di migliaia di contadini legittimisti, abili artigiani della guerriglia che per i volontari parigini sono veri e propri alieni...
[ Continua qui:
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L'aspra stagione
L’aspra stagione – d’ora in avanti LAS – è un libro scritto a quattro mani da Tommaso De Lorenzis (nome ben noto alla comunità di Giap) e dal giornalista Mauro Favale.continue)
Né romanzo né saggio né biografia (autentico “oggetto narrativo non-identificato”), LAS racconta di Carlo Rivolta, giornalist ... (
L’aspra stagione – d’ora in avanti LAS – è un libro scritto a quattro mani da Tommaso De Lorenzis (nome ben noto alla comunità di Giap) e dal giornalista Mauro Favale.
Né romanzo né saggio né biografia (autentico “oggetto narrativo non-identificato”), LAS racconta di Carlo Rivolta, giornalista d’inchiesta, cronista d’assalto, uomo di sinistra, compagno di strada dei movimenti degli anni Settanta.
Rivolta morì nel 1982, poco più che trentenne, ghermito dal drago dell’eroina. Morì a Roma, città che aveva raccontato in tanti articoli apparsi su “Paese sera”, “Repubblica” e “Lotta continua”, sempre tenendo il culo in strada, per quasi dieci anni vissuti pericolosamente, incrociando i percorsi dei movimenti, narrando ascesa e implosione del lottarmatismo, mappando lo spaccio di eroina, descrivendo in anticipo mutazioni che molti “nomi che contano” avrebbero inquadrato soltanto anni dopo.
Che LAS mi sia piaciuto è palese: in quarta di copertina firmo un breve testo di presentazione – come suol dirsi, un “blurb” – che a rileggerlo mi suona poeticante, effettistico… “wuminghistico”, ma almeno richiama l’attenzione in libreria. Ho buttato giù quelle righe dopo aver letto...
[Continua qui: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=7512 ]
Mugello sottosopra. Tute arancioni nei cantieri delle grandi opere
«Uno può vivere tutta una vita senza sentir parlare dei minatori, una maggioranza preferirebbe addirittura non sentirne parlare. La stessa cosa avviene con tutte le specie di lavori manuali, ci tengono in vita e noi ci dimentichiamo che esistono.»continue)
Sono passati quasi ottant’anni da quando George Orwe ... (
«Uno può vivere tutta una vita senza sentir parlare dei minatori, una maggioranza preferirebbe addirittura non sentirne parlare. La stessa cosa avviene con tutte le specie di lavori manuali, ci tengono in vita e noi ci dimentichiamo che esistono.»
Sono passati quasi ottant’anni da quando George Orwell scrisse queste parole nel suo reportage sulla classe operaia dell’Inghilterra settentrionale, La strada di Wigan Pier. I tempi sono cambiati, gli operai sono cambiati, eppure i minatori conservano il primato dell’invisibilità. Condannati, con facile metafora, a rimanere sotterranei, oscuri, avvolti nelle tenebre.
Tanto più oscuri e dimenticati, quanto più il loro lavoro ci è vicino: è più probabile incappare in un reportage fotografico sulle miniere a cielo aperto della Cina, che in un servizio su chi scava i tunnel dell’autostrada dietro casa nostra. Tutti ricordiamo i 33 minatori di San José – salvati dalla nostra voglia di reality – ma difficilmente pensiamo, guardando una galleria ferroviaria, che lì dentro morirà un lavoratore ogni quattro chilometri di avanzamento.
[Continua qui:
http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=7240 ]
Dove finisce Roma
Sono passati anni dall'ultima volta che ho recensito un romanzo, e forse mi sono scordato come si fa. Non ho più i riflessi pronti, non so da dove cominciare. Una volta trovavo subito il punto giusto, avevo chiara la "mappa mentale" della mia esperienza di lettura e la dispiegavo, coi suoi spazi lis ... (continue)
Sono passati anni dall'ultima volta che ho recensito un romanzo, e forse mi sono scordato come si fa. Non ho più i riflessi pronti, non so da dove cominciare. Una volta trovavo subito il punto giusto, avevo chiara la "mappa mentale" della mia esperienza di lettura e la dispiegavo, coi suoi spazi lisci e striati, a eventuale uso di altri esploratori. Non per aiutarli a orientarsi, ma per invitarli a perdersi.
Oggi sono arrugginito ed è un periodo faticoso, è già tanto che sia riuscito a leggerlo, questo romanzo d'esordio di Paola Soriga. Ho approfittato di un ritorno a casa in treno, e anche il libro mi è parso una sorta di ritorno a casa, però poi è squillata la campanella di Foucault: «Diffidare di tutto quel che si presenta come un "ritorno a" qualcosa».
Ma non è il romanzo a presentarsi come un ritorno, sono io ad averlo percepito così, e allora per scrivere qualcosa di sensato, di non ingannevole, dovrei togliermi dalle palle, allontanarmi dalla mia sensazione e dal vissuto che l'ha determinata (il mio venire da una famiglia di antifascisti, partigiani, deportati e l'aver scritto e narrato di Resistenza).
C'è di più: non ho letto nessuna recensione né alcuna intervista all'autrice, se recensisco questo libro corro il rischio di scrivere cose già scritte, di non aggiungere nulla (ammesso e non concesso che un mio giudizio debba per forza "aggiungere" qualcosa, e che sia sbagliato limitarsi a ribadire).
Per evitare questo, o almeno dare l'impressione di evitarlo, la strada più facile sarebbe cercare bei giri di frasi, immagini inconsuete, pestare sulla pedaliera degli effetti, e probabilmente mi ritroverei in una situazione anche peggiore, con addobbi e festoni a mascherare la miseria di un semplice "mi è piaciuto".
Insomma, io Dove finisce Roma, al momento, non so bene da che parte prenderlo, non per colpa del libro ma per mia inadeguatezza, e così mi limiterò a consigliarlo e a fornire una descrizione insipida, riflesso della mia inettitudine.
La Resistenza nella Roma bombardata. Le scelte irrevocabili, il salto dal paraocchi alla guerriglia, la vita quotidiana sconquassata, le incomprensioni e i rancori, il non-poter-dire, i GAP che sbucano qui e là, il problema delle spie, il m'ama-non-m'-ama riconnotato e complicato dalla clandestinità...
...E la Sardegna, perché tutto questo è raccontato seguendo il filo dei pensieri di un'adolescente immigrata dalla Sardegna poco prima della guerra. I ricordi della Sardegna rurale, della vita in famiglia, del contrastato primo amore annodano più volte il filo dei pensieri di Ida. La mia conoscenza di cose sarde è troppo limitata, non so dire se quelle parti del romanzo siano rappresentate con equilibrio o cadano nel già-troppo-rappresentato. Diverse volte mi sono imbattuto in polemiche tra sardi intorno al modo in cui un romanzo rappresentava quella realtà. Qui non ho avuto l'impressione dell'oleografia, tutt'altro, però lascio volentieri la questione a chi avrà voglia di accapigliarcisi.
Mi è sembrato di cogliere tracce rielaborate della lettura di molti "classici". Ho visto passare Bassani, Fenoglio, Renata Viganò... La scelta dei nomi fa da "spia": Agnese, Micol...
Dove finisce Roma è un'opera prima densa di fabula e stile, con l'elemento di trama asciugato al minimo indispensabile, ruvida ed elegante, "popolare e fine" (dixit quel tale).
[Ecco che mi sono giocato le antinomie. Che banalità. Niente, proprio non ci riesco a scrivere qualcosa di bello, di intrigante. Lasciate perdere me, leggete il libro.]
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Una sera a Bologna e tre tabù: la vecchiaia, il morire, le classi socialiSabato 11 dicembre 2010 abbiamo presentato al Modo Infoshop di Bologna, insieme all’autrice e alla semiologa Giovanna Cosenza, il libro di Loredana Lipperini Non è un paese per vecchie (Feltrinelli, 2010).continue)
La discussione, durata un paio d’ore, ha collegato fra loro tre tabù, tre interdizioni, ... (
Sabato 11 dicembre 2010 abbiamo presentato al Modo Infoshop di Bologna, insieme all’autrice e alla semiologa Giovanna Cosenza, il libro di Loredana Lipperini Non è un paese per vecchie (Feltrinelli, 2010).
La discussione, durata un paio d’ore, ha collegato fra loro tre tabù, tre interdizioni, tre rimozioni che oggi orientano il discorso pubblico. Tre cose di cui si deve parlare il meno possibile: la vecchiaia, il morire e la divisione della società in classi. Per questa “griglia” sono passati molti argomenti: l’omologazione dei corpi e delle facce, l’obbligo sociale a fingersi giovani e a essere stronzi, la demitizzazione dei “fantastici anni ’60″, la raffigurazione (o l’assenza) delle donne anziane nella letteratura, la necessità di ritrovare rituali del morire e del lutto etc. Numerosi i riferimenti, diretti e indiretti, alle lotte in corso, a cominciare – com’è ovvio – da quella degli studenti.
Ecco l’audio della serata, diviso in cinque capitoli, ciascuno con il suo abstract.
http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=2324