Buone intenzioni, premesse confuse, libro raffazzonato. Che il potere racconti storie è un'ovvietà, che noi si debba smettere di farlo è una scemenza. La recensione completa è qui: http://www.carmillaonline.com/archives/2008/10/002803.h…
Chiarimento: il libro di DeRogatis è una bomba, è bellissimo... ma in inglese. La monostellina è per l'orribile e demenziale traduzione italiese. "[...] quando una traduzione fa cilecca l'editore è più colpevole del traduttore. A quest'ultimo, il più delle volte, vengono imposte scadenze impos
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Chiarimento: il libro di DeRogatis è una bomba, è bellissimo... ma in inglese. La monostellina è per l'orribile e demenziale traduzione italiese. "[...] quando una traduzione fa cilecca l'editore è più colpevole del traduttore. A quest'ultimo, il più delle volte, vengono imposte scadenze impossibili da rispettare, o assegnati libri che non sono nelle sue corde. Inoltre, viene pagato con due prugne, un fico acerbo e un calcio nelle terga. Aggiungiamoci la fretta dell'editore di far uscire il libro, fretta che divora l'editing e la correzione delle bozze... Sia chiaro, insomma, che non voglio mettere in croce nessuno, quantunque... Quando mi è arrivata la copia di Firmato: Lester Bangs (speditami dall'editore per intercessione del suddetto Vignola) e ho cominciato a leggerla, mi sono accorto fin dalle prime pagine che la traduzione era sgangherata e piena di errori cla-mo-ro-si, incredibili. A costo di risultare pedante, devo fare degli esempi, fornire delle prove, altrimenti non si capiscono bene le ragioni del mio incazzo, e i motivi per cui questa edizione italiana è una "occasione mancata" [...] http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/nandropau…
Il giudizio non entusiastico non dipende dagli scritti di Deleuze, ma dal criterio troppo vago con cui Della Vigna e Taddio hanno deciso di raccoglierli e accostarli. Le collane di opuscoletti filosofici - penso a quelle di Cronopio, Nottetempo, Mimesis e altri editori - ci forniscono strumenti uti
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Il giudizio non entusiastico non dipende dagli scritti di Deleuze, ma dal criterio troppo vago con cui Della Vigna e Taddio hanno deciso di raccoglierli e accostarli. Le collane di opuscoletti filosofici - penso a quelle di Cronopio, Nottetempo, Mimesis e altri editori - ci forniscono strumenti utilissimi; sia che pubblichino testi scritti ad hoc, sia che ripropongano - scorporandoli da produzioni molto vaste - testi "d'occasione" di filosofi importanti (interventi a conferenze, articoli sull'attualità etc.), uno si ritrova a disposizione oggetti-libro agili e "da battaglia", che può regalare o consigliare come prime letture a chi non abbia familiarità con pensieri come quelli di Foucault, Deleuze, Agamben, Badiou, Derrida etc. I "Rasoi" dell'editore Cronopio hanno a monte scelte molto chiare e dirette, quindi si prestano bene a tale utilizzo "guerrigliero"/divulgativo/hit & run etc. Ho più volte consigliato La comune di Parigi di Alain Badiou come lettura introduttiva al pensiero di questo filosofo, e ovviamente Che cos'è un dispositivo? di Deleuze, per quanto di non facile lettura, è una perfetta introduzione alle riflessioni di Foucault su soggettività e libertà. Ahimè, finora non posso dire le stesse cose della collana Minima/Volti di Mimesis. Soffermiamoci su Immanenza, studiamo un momento l'oggetto, problema per problema.
1. Deficit di curatela A parte una quarta di copertina laconica e vaga, non c'è una nota introduttiva o postilla dei curatori che spieghi un po' meglio, che contestualizzi: perché raggruppare proprio questi testi sotto il titolo Immanenza / Una vita... (che è il titolo del primo, celebre intervento)? Voglio dire: perché questi testi e non altri, che magari avrebbero stabilito tra loro collegamenti più illuminanti e pregnanti, avrebbero portato - per dirla con lo stesso Deleuze - a un "aumento di potenza"? Basta affermare, come nella quarta di copertina, che in questi testi si ritrovano "gli stessi rapporti tra l'uno e molteplice"? Questo vale per qualunque testo di Deleuze. E' un po' come mettere insieme i primi scritti di Marx che capitano a tiro (uno scritto a vent'anni, l'altro a cinquanta etc.), non spiegare come mai proprio quelli e giustificarsi dicendo che in essi si ritrovano gli stessi rapporti tra capitale e lavoro. Peggio ancora quando leggiamo: "Concatenamenti ed ecceità vengo [sic] a ritrovarsi, in ultima analisi [anche in Mille piani]". A parte che non serve alcuna "ultima analisi" per trovare... i concatenamenti in Mille piani (è sufficiente una prima lettura), "concatenamenti" ed "ecceità" si trovano ovunque, nell'opera di Deleuze (da solo o con Guattari).
2. Effetto "estrazione dei bussolotti numerati" Il primo testo della mini-raccolta è, diciamo così, la "title-track". Ok. Il secondo testo è un reperto (1946) riproposto non capisco bene perché (o meglio: perché qui?). Si tratta dell'antica introduzione di Deleuze agli studi sulla gerarchia e anarchia dei numeri del medico Johann Malfatti von Montereggio (1775-1869). Questa introduzione non ha i crismi dell'autosufficienza, contiene troppi riferimenti all'opera che sta presentando, ma i curatori dell'opuscolo non danno la minima informazione su Malfatti e le sue teorie, né spiegano cos'abbia a che fare di preciso questo scritto del Deleuze ventunenne con quello che lo precedeva e con il titolo della raccolta. Attenzione: è evidente che i collegamenti ci sono, perché il giovane Deleuze pre-annuncia i temi e i concetti dei suoi scritti a venire. Ma dicendo questo siamo ancora nel labile, nel generico. Mi sarei atteso qualcosa di più stringente. Il terzo testo è un'intervista di Catherine Clément a Deleuze in occasione dell'uscita di Mille piani, introdotta da un breve saggio introduttivo della filosofa e scrittrice. E' la parte più "divulgativa" dell'opuscolo, comprensibile e utile a chiunque abbia le minime cognizioni (anche solo orientative) su chi siano stati Deleuze & Guattari.
3. Insomma, a chi si rivolge questo opuscolo? Già, a chi si rivolge? A chi non ha bisogno di paratesti e contestualizzazioni, perché sa già chi era Malfatti e quali fossero le sue teorie sui numeri? Oppure al "profano" che potrà godersi senza troppi problemi il colloquio Clément-Deleuze? Nel primo caso: siamo sicuri che il lettore erudito avesse bisogno di un simile opuscolo? Nel secondo caso: l'effetto è di cripticità e confusione, e l'intro sulla mathesis (piazzata lì senza alcuna spiegazione) non può che pesare come un mattone sull'epa del poveraccio che si aspettava uno strumento più agile, più simile ai "Rasoi" Cronopio. Ed è un peccato perché, come sempre, Deleuze apre squarci che fanno cadere la luce da direzioni inattese. E se si pensa che la "title-track" della raccolta è l'ultima cosa pubblicata da Deleuze prima di suicidarsi... "Non bisogna limitare una vita al semplice momento in cui la vita individuale affronta l'universale morte. Una vita è ovunque in tutti i momenti attraversati da questo o quel soggetto vivente e misurati da tali oggetti vissuti: la vita immanente porta in sé gli eventi o le singolarità..."
La citazione è d'obbligo: «Guardo le mie povere cose: / una foto di Angela Davis / muore lentamente sul muro / e a me di lei / non me n'è fregato niente mai». Francesco De Gregori, Informazioni di Vincent, 1974. Stesso anno in cui, negli USA, la Bantam Books pubblica Angela Davis: An Autob
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La citazione è d'obbligo: «Guardo le mie povere cose: / una foto di Angela Davis / muore lentamente sul muro / e a me di lei / non me n'è fregato niente mai». Francesco De Gregori, Informazioni di Vincent, 1974. Stesso anno in cui, negli USA, la Bantam Books pubblica Angela Davis: An Autobiography. Se si parla di accoglienza, De Gregori non stende certo il tappeto rosso all'edizione italiana (Garzanti, 1975). In realtà il cantautore non ce l'ha con Davis, ma ricorre alla sua icona - sovraesposta, inflazionata - per render conto di una distanza, un periodo di smarrimento e alienazione. [La recensione prosegue qui: http://www.carmillaonline.com/archives/2007/04/002199.h… ]
È un film underground di undici minuti, girato a Los Angeles. Frammento cupo di mito Sixties, chiuse la decade dell’utopia rivoltandola e mostrandone la fodera consunta. Se conosci un po’ di dietro-le-quinte, lo guardi con raccapriccio e pelle d’oca. A lungo è stato una rarità, una perla da cineteca
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È un film underground di undici minuti, girato a Los Angeles. Frammento cupo di mito Sixties, chiuse la decade dell’utopia rivoltandola e mostrandone la fodera consunta. Se conosci un po’ di dietro-le-quinte, lo guardi con raccapriccio e pelle d’oca. A lungo è stato una rarità, una perla da cineteca. Ora chiunque può vederlo su YouTube. Invocation Of My Demon Brother, 1969. Un film di Kenneth Anger, il più importante regista d’avanguardia di quegli anni, corteggiatore del sadismo, dell’occulto, degli idoli di morte. Il «fratello demone» del titolo è forse l’altra personalità dell’hippy, del ragazzo pace-e-amore. È colui che rimane quando il sogno libertario esaurisce il proprio impeto (SWAY). Anche in Italia la frattura comincia quell’anno, con Piazza Fontana. Da noi tutto è più politico; in California, invece, ogni cosa è cultura pop: la crisi del movement si manifesta negli eccidi compiuti dalla Family di Manson, comune freak trasmutata in setta assassina, primo nucleo di un partito armato nazi-esoterico, in vista di un’imminente guerra tra razze. La crisi si manifesta anche ad Altamont, nel deserto californiano, dove un mega-concerto gratuito dei Rolling Stones si conclude in tragedia: gli Hell’s Angels del servizio d’ordine, sbronzi di birra e d’arbitrio, pestano a morte uno spettatore, testimoni centinaia di migliaia di persone, oltre alla cinepresa dei fratelli Maysles. La sequenza è il culmine di Gimme Shelter, documentario sul tour americano della band. Oltreatlantico, in Inghilterra, uno degli eventi dell’anno è la morte (mai chiarita) di Brian Jones, chitarrista e fondatore degli Stones, da tempo relegato ai margini della vita del gruppo. Muore, è noto, nella piscina di casa sua, dove un tempo viveva A. A. Milne, l’autore di Winnie The Pooh. Tutte queste spinte e influenze (SWAYS) si incrociano in Invocation Of My Demon Brother. Vi appare un piccolo gotha di controcultura «malata», che si raduna in immagini dai forti contrasti, tra esplosioni scarlatte e pose violente. Vediamo il regista stesso, vestito da mago e con gli occhi strabuzzati, intento in un rituale frenetico; vediamo il giovane Bobby Beausoleil, che poco dopo si unirà alla setta di Manson e sarà tra i condannati per quella scia di delitti; vediamo Anton La Vey, fondatore della Church of Satan; di sfuggita, ecco Mick Jagger e Keith Richards (ripresi da Anger al concerto commemorativo per la morte di Jones). Jagger è anche autore della colonna sonora. Un’allegoria. Quarant’anni dopo, ci leggiamo un rovescio epocale. Sentiamo il pendolo a fine oscillazione (SWAY).
Da qui, appunto, prende le mosse Sway, secondo romanzo dell’americano Zachary Lazar. Con un fraseggio a tratti preciso e analitico, a tratti vago e visionario, Lazar racconta i percorsi che confluirono nel film, risalendo fino agli anni Trenta per narrare l’infanzia di Anger, e al contempo mostrandoci gli esordi degli Stones, la conquista del successo, il maturare del dissidio con Brian Jones. Intanto, l’errare di Beausoleil, anch’egli aspirante musicista, lo porta sempre più vicino all’irreparabile. Poi ci sono i comprimari, come Charles Manson in persona o le fidanzate degli Stones Marianne Faithfull e Anita Pallenberg. Vediamo queste vite come «vetrificate», sotto una patina riflettente, corazza fragile che in ogni momento potrebbe frantumarsi. E infatti si frantuma.
Lazar procede per ellissi, senza preoccuparsi di tappare i buchi. E proprio in questi buchi il lettore coglie lo spirito dell’epoca: quell’anno fu interamente costruito sui non-detti. Fingevano tutti di non capire, ma sapevano che lo sway era alla fine. Lo sapevano gli Stones, perché «la certezza che qualcosa andrà storto era il fulcro della loro musica». Lo sapeva Anger, perché fin dagli inizi «le immagini sembravano più vere dei momenti che immortalavano». Forse l’unico a non saperlo era il povero, ottuso Beausoleil.
Il capitolo 13 contiene un montaggio di scene di vita nella Family e momenti del concerto di Altamont. Il paesaggio è lo stesso, e anche le presenze: bikers, Hell’s Angels, motociclisti fascistoidi vestiti di pelle. Manson vedeva nei bikers un corpo paramilitare da addestrare per lo Helter Skelter, la rivoluzione che avrebbe sconvolto l’America. Bikers compaiono pure in Invocation..., e sempre bikers sono i personaggi di un altro film di Anger, Skorpio Rising. Il mix di pop, sadismo, e nazismo annunciava fenomeni a venire. Quella che manca, nel libro, è la domanda: «Perché?». Non la risposta, ché non è dovere di uno scrittore. Manca proprio la domanda, quella che all’epoca ebbe risposte frettolose e strumentali.
I delitti della Family furono il pretesto perfetto per chiudere i conti con l’intera controcultura. La scoperta di quei «demoni» permise all’establishment di criminalizzare un intero ciclo di fermenti culturali e sociali. Manson divenne matrice per ogni demone a venire, esempio utilizzabile in ogni momento, spauracchio agitato dai reazionari agli albori di una «controrivoluzione»" che sarebbe durata decenni. Questo nel libro non c’è, ed è solo un esempio. È come se Lazar si fosse bloccato sulla soglia del senso, ancora troppo dentro il postmoderno, sazio di algida distanza e poco interessato a incontrare il mondo. http://www.unita.it/news/cultura/81527/il_cuore_nero_de…
Storytelling
Buone intenzioni, premesse confuse, libro raffazzonato. Che il potere racconti storie è un'ovvietà, che noi si debba smettere di farlo è una scemenza.
La recensione completa è qui:
http://www.carmillaonline.com/archives/2008/10/002803.h…
Firmato: Lester Bangs
Chiarimento: il libro di DeRogatis è una bomba, è bellissimo... ma in inglese. La monostellina è per l'orribile e demenziale traduzione italiese.continue)
"[...] quando una traduzione fa cilecca l'editore è più colpevole del traduttore. A quest'ultimo, il più delle volte, vengono imposte scadenze impos ... (
Chiarimento: il libro di DeRogatis è una bomba, è bellissimo... ma in inglese. La monostellina è per l'orribile e demenziale traduzione italiese.
"[...] quando una traduzione fa cilecca l'editore è più colpevole del traduttore. A quest'ultimo, il più delle volte, vengono imposte scadenze impossibili da rispettare, o assegnati libri che non sono nelle sue corde. Inoltre, viene pagato con due prugne, un fico acerbo e un calcio nelle terga. Aggiungiamoci la fretta dell'editore di far uscire il libro, fretta che divora l'editing e la correzione delle bozze... Sia chiaro, insomma, che non voglio mettere in croce nessuno, quantunque...
Quando mi è arrivata la copia di Firmato: Lester Bangs (speditami dall'editore per intercessione del suddetto Vignola) e ho cominciato a leggerla, mi sono accorto fin dalle prime pagine che la traduzione era sgangherata e piena di errori cla-mo-ro-si, incredibili.
A costo di risultare pedante, devo fare degli esempi, fornire delle prove, altrimenti non si capiscono bene le ragioni del mio incazzo, e i motivi per cui questa edizione italiana è una "occasione mancata" [...]
http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/nandropau…
Immanenza
Il giudizio non entusiastico non dipende dagli scritti di Deleuze, ma dal criterio troppo vago con cui Della Vigna e Taddio hanno deciso di raccoglierli e accostarli.continue)
Le collane di opuscoletti filosofici - penso a quelle di Cronopio, Nottetempo, Mimesis e altri editori - ci forniscono strumenti uti ... (
Il giudizio non entusiastico non dipende dagli scritti di Deleuze, ma dal criterio troppo vago con cui Della Vigna e Taddio hanno deciso di raccoglierli e accostarli.
Le collane di opuscoletti filosofici - penso a quelle di Cronopio, Nottetempo, Mimesis e altri editori - ci forniscono strumenti utilissimi; sia che pubblichino testi scritti ad hoc, sia che ripropongano - scorporandoli da produzioni molto vaste - testi "d'occasione" di filosofi importanti (interventi a conferenze, articoli sull'attualità etc.), uno si ritrova a disposizione oggetti-libro agili e "da battaglia", che può regalare o consigliare come prime letture a chi non abbia familiarità con pensieri come quelli di Foucault, Deleuze, Agamben, Badiou, Derrida etc.
I "Rasoi" dell'editore Cronopio hanno a monte scelte molto chiare e dirette, quindi si prestano bene a tale utilizzo "guerrigliero"/divulgativo/hit & run etc. Ho più volte consigliato La comune di Parigi di Alain Badiou come lettura introduttiva al pensiero di questo filosofo, e ovviamente Che cos'è un dispositivo? di Deleuze, per quanto di non facile lettura, è una perfetta introduzione alle riflessioni di Foucault su soggettività e libertà.
Ahimè, finora non posso dire le stesse cose della collana Minima/Volti di Mimesis. Soffermiamoci su Immanenza, studiamo un momento l'oggetto, problema per problema.
1. Deficit di curatela
A parte una quarta di copertina laconica e vaga, non c'è una nota introduttiva o postilla dei curatori che spieghi un po' meglio, che contestualizzi: perché raggruppare proprio questi testi sotto il titolo Immanenza / Una vita... (che è il titolo del primo, celebre intervento)?
Voglio dire: perché questi testi e non altri, che magari avrebbero stabilito tra loro collegamenti più illuminanti e pregnanti, avrebbero portato - per dirla con lo stesso Deleuze - a un "aumento di potenza"?
Basta affermare, come nella quarta di copertina, che in questi testi si ritrovano "gli stessi rapporti tra l'uno e molteplice"? Questo vale per qualunque testo di Deleuze. E' un po' come mettere insieme i primi scritti di Marx che capitano a tiro (uno scritto a vent'anni, l'altro a cinquanta etc.), non spiegare come mai proprio quelli e giustificarsi dicendo che in essi si ritrovano gli stessi rapporti tra capitale e lavoro.
Peggio ancora quando leggiamo: "Concatenamenti ed ecceità vengo [sic] a ritrovarsi, in ultima analisi [anche in Mille piani]". A parte che non serve alcuna "ultima analisi" per trovare... i concatenamenti in Mille piani (è sufficiente una prima lettura), "concatenamenti" ed "ecceità" si trovano ovunque, nell'opera di Deleuze (da solo o con Guattari).
2. Effetto "estrazione dei bussolotti numerati"
Il primo testo della mini-raccolta è, diciamo così, la "title-track". Ok.
Il secondo testo è un reperto (1946) riproposto non capisco bene perché (o meglio: perché qui?). Si tratta dell'antica introduzione di Deleuze agli studi sulla gerarchia e anarchia dei numeri del medico Johann Malfatti von Montereggio (1775-1869). Questa introduzione non ha i crismi dell'autosufficienza, contiene troppi riferimenti all'opera che sta presentando, ma i curatori dell'opuscolo non danno la minima informazione su Malfatti e le sue teorie, né spiegano cos'abbia a che fare di preciso questo scritto del Deleuze ventunenne con quello che lo precedeva e con il titolo della raccolta.
Attenzione: è evidente che i collegamenti ci sono, perché il giovane Deleuze pre-annuncia i temi e i concetti dei suoi scritti a venire. Ma dicendo questo siamo ancora nel labile, nel generico. Mi sarei atteso qualcosa di più stringente.
Il terzo testo è un'intervista di Catherine Clément a Deleuze in occasione dell'uscita di Mille piani, introdotta da un breve saggio introduttivo della filosofa e scrittrice. E' la parte più "divulgativa" dell'opuscolo, comprensibile e utile a chiunque abbia le minime cognizioni (anche solo orientative) su chi siano stati Deleuze & Guattari.
3. Insomma, a chi si rivolge questo opuscolo?
Già, a chi si rivolge?
A chi non ha bisogno di paratesti e contestualizzazioni, perché sa già chi era Malfatti e quali fossero le sue teorie sui numeri? Oppure al "profano" che potrà godersi senza troppi problemi il colloquio Clément-Deleuze?
Nel primo caso: siamo sicuri che il lettore erudito avesse bisogno di un simile opuscolo?
Nel secondo caso: l'effetto è di cripticità e confusione, e l'intro sulla mathesis (piazzata lì senza alcuna spiegazione) non può che pesare come un mattone sull'epa del poveraccio che si aspettava uno strumento più agile, più simile ai "Rasoi" Cronopio.
Ed è un peccato perché, come sempre, Deleuze apre squarci che fanno cadere la luce da direzioni inattese. E se si pensa che la "title-track" della raccolta è l'ultima cosa pubblicata da Deleuze prima di suicidarsi...
"Non bisogna limitare una vita al semplice momento in cui la vita individuale affronta l'universale morte. Una vita è ovunque in tutti i momenti attraversati da questo o quel soggetto vivente e misurati da tali oggetti vissuti: la vita immanente porta in sé gli eventi o le singolarità..."
Autobiografia di una rivoluzionaria
La citazione è d'obbligo: «Guardo le mie povere cose: / una foto di Angela Davis / muore lentamente sul muro / e a me di lei / non me n'è fregato niente mai».continue)
Francesco De Gregori, Informazioni di Vincent, 1974. Stesso anno in cui, negli USA, la Bantam Books pubblica Angela Davis: An Autob ... (
La citazione è d'obbligo: «Guardo le mie povere cose: / una foto di Angela Davis / muore lentamente sul muro / e a me di lei / non me n'è fregato niente mai».
Francesco De Gregori, Informazioni di Vincent, 1974. Stesso anno in cui, negli USA, la Bantam Books pubblica Angela Davis: An Autobiography.
Se si parla di accoglienza, De Gregori non stende certo il tappeto rosso all'edizione italiana (Garzanti, 1975). In realtà il cantautore non ce l'ha con Davis, ma ricorre alla sua icona - sovraesposta, inflazionata - per render conto di una distanza, un periodo di smarrimento e alienazione.
[La recensione prosegue qui: http://www.carmillaonline.com/archives/2007/04/002199.h… ]
Sway
È un film underground di undici minuti, girato a Los Angeles. Frammento cupo di mito Sixties, chiuse la decade dell’utopia rivoltandola e mostrandone la fodera consunta. Se conosci un po’ di dietro-le-quinte, lo guardi con raccapriccio e pelle d’oca. A lungo è stato una rarità, una perla da cineteca ... (continue)
È un film underground di undici minuti, girato a Los Angeles. Frammento cupo di mito Sixties, chiuse la decade dell’utopia rivoltandola e mostrandone la fodera consunta. Se conosci un po’ di dietro-le-quinte, lo guardi con raccapriccio e pelle d’oca. A lungo è stato una rarità, una perla da cineteca. Ora chiunque può vederlo su YouTube. Invocation Of My Demon Brother, 1969. Un film di Kenneth Anger, il più importante regista d’avanguardia di quegli anni, corteggiatore del sadismo, dell’occulto, degli idoli di morte.
Il «fratello demone» del titolo è forse l’altra personalità dell’hippy, del ragazzo pace-e-amore. È colui che rimane quando il sogno libertario esaurisce il proprio impeto (SWAY). Anche in Italia la frattura comincia quell’anno, con Piazza Fontana. Da noi tutto è più politico; in California, invece, ogni cosa è cultura pop: la crisi del movement si manifesta negli eccidi compiuti dalla Family di Manson, comune freak trasmutata in setta assassina, primo nucleo di un partito armato nazi-esoterico, in vista di un’imminente guerra tra razze. La crisi si manifesta anche ad Altamont, nel deserto californiano, dove un mega-concerto gratuito dei Rolling Stones si conclude in tragedia: gli Hell’s Angels del servizio d’ordine, sbronzi di birra e d’arbitrio, pestano a morte uno spettatore, testimoni centinaia di migliaia di persone, oltre alla cinepresa dei fratelli Maysles.
La sequenza è il culmine di Gimme Shelter, documentario sul tour americano della band.
Oltreatlantico, in Inghilterra, uno degli eventi dell’anno è la morte (mai chiarita) di Brian Jones, chitarrista e fondatore degli Stones, da tempo relegato ai margini della vita del gruppo. Muore, è noto, nella piscina di casa sua, dove un tempo viveva A. A. Milne, l’autore di Winnie The Pooh.
Tutte queste spinte e influenze (SWAYS) si incrociano in Invocation Of My Demon Brother. Vi appare un piccolo gotha di controcultura «malata», che si raduna in immagini dai forti contrasti, tra esplosioni scarlatte e pose violente. Vediamo il regista stesso, vestito da mago e con gli occhi strabuzzati, intento in un rituale frenetico; vediamo il giovane Bobby Beausoleil, che poco dopo si unirà alla setta di Manson e sarà tra i condannati per quella scia di delitti; vediamo Anton La Vey, fondatore della Church of Satan; di sfuggita, ecco Mick Jagger e Keith Richards (ripresi da Anger al concerto commemorativo per la morte di Jones). Jagger è anche autore della colonna sonora.
Un’allegoria. Quarant’anni dopo, ci leggiamo un rovescio epocale. Sentiamo il pendolo a fine oscillazione (SWAY).
Da qui, appunto, prende le mosse Sway, secondo romanzo dell’americano Zachary Lazar. Con un fraseggio a tratti preciso e analitico, a tratti vago e visionario, Lazar racconta i percorsi che confluirono nel film, risalendo fino agli anni Trenta per narrare l’infanzia di Anger, e al contempo mostrandoci gli esordi degli Stones, la conquista del successo, il maturare del dissidio con Brian Jones. Intanto, l’errare di Beausoleil, anch’egli aspirante musicista, lo porta sempre più vicino all’irreparabile. Poi ci sono i comprimari, come Charles Manson in persona o le fidanzate degli Stones Marianne Faithfull e Anita Pallenberg. Vediamo queste vite come «vetrificate», sotto una patina riflettente, corazza fragile che in ogni momento potrebbe frantumarsi. E infatti si frantuma.
Lazar procede per ellissi, senza preoccuparsi di tappare i buchi. E proprio in questi buchi il lettore coglie lo spirito dell’epoca: quell’anno fu interamente costruito sui non-detti. Fingevano tutti di non capire, ma sapevano che lo sway era alla fine. Lo sapevano gli Stones, perché «la certezza che qualcosa andrà storto era il fulcro della loro musica». Lo sapeva Anger, perché fin dagli inizi «le immagini sembravano più vere dei momenti che immortalavano». Forse l’unico a non saperlo era il povero, ottuso Beausoleil.
Il capitolo 13 contiene un montaggio di scene di vita nella Family e momenti del concerto di Altamont. Il paesaggio è lo stesso, e anche le presenze: bikers, Hell’s Angels, motociclisti fascistoidi vestiti di pelle. Manson vedeva nei bikers un corpo paramilitare da addestrare per lo Helter Skelter, la rivoluzione che avrebbe sconvolto l’America. Bikers compaiono pure in Invocation..., e sempre bikers sono i personaggi di un altro film di Anger, Skorpio Rising. Il mix di pop, sadismo, e nazismo annunciava fenomeni a venire.
Quella che manca, nel libro, è la domanda: «Perché?». Non la risposta, ché non è dovere di uno scrittore. Manca proprio la domanda, quella che all’epoca ebbe risposte frettolose e strumentali.
I delitti della Family furono il pretesto perfetto per chiudere i conti con l’intera controcultura. La scoperta di quei «demoni» permise all’establishment di criminalizzare un intero ciclo di fermenti culturali e sociali. Manson divenne matrice per ogni demone a venire, esempio utilizzabile in ogni momento, spauracchio agitato dai reazionari agli albori di una «controrivoluzione»" che sarebbe durata decenni.
Questo nel libro non c’è, ed è solo un esempio. È come se Lazar si fosse bloccato sulla soglia del senso, ancora troppo dentro il postmoderno, sazio di algida distanza e poco interessato a incontrare il mondo.
http://www.unita.it/news/cultura/81527/il_cuore_nero_de…