Il modo in cui Sylvia Plath, attraverso la protagonista Esther, descrive tutto, tutto, quello che le accade, tutto quello che la porterà a confrontarsi con se stessa e le proprie insicurezze è assolutamente straniante. Vive i fenomeni e li narra come se fosse un'osservatrice privilegiata di s
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Il modo in cui Sylvia Plath, attraverso la protagonista Esther, descrive tutto, tutto, quello che le accade, tutto quello che la porterà a confrontarsi con se stessa e le proprie insicurezze è assolutamente straniante. Vive i fenomeni e li narra come se fosse un'osservatrice privilegiata di se stessa, come se tali fatti, che corrispondono a frammenti sparsi di ciò che era ed è la sua vita, fossero un fenomeno esterno a lei, un qualcosa che avviene e mi manifesta a prescindere da lei. Un libro che consiglio a tutti, un'esperienza da vivere.
Sì sì, è tremendamente riduttivo rinchiudere questo libro sotto l'etichetta di romanzo fantascientifico: è solo la base di partenza.
Mai come prima, mi sento di usare termini inflazionati quali "genialità" e "lucida follia"... ma è proprio quest'ultimo aspetto che più mi ha colpito. Il vi
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Sì sì, è tremendamente riduttivo rinchiudere questo libro sotto l'etichetta di romanzo fantascientifico: è solo la base di partenza.
Mai come prima, mi sento di usare termini inflazionati quali "genialità" e "lucida follia"... ma è proprio quest'ultimo aspetto che più mi ha colpito. Il viaggio che ci presenta Bradbury è visionario, folle, utopistico ed anche un tantino nostalgico... ma è assolutamente lineare e coerente. Già, perchè cosa c'è di più credibile che vedere le pianure rossastre di Marte trasformarsi in pallidi rigurgiti della civiltà americana degli anni 50? E quindi ecco giungere i sognatori, prima di tutti, a fare da apripista ai futuri coloni più comodisti, ecco sorgere casette di legno in stile coloniale (con tanto di giardinetto e cane scodinzolante), ecco le strade larghe coronate ai lati da botteghe, cinema e ristoranti, ecco giungere i preti alla ricerca del peccato marziano, ecco giungere i peccatori terrestri alla ricerca della redenzione o della voluttà definitiva, che poi è la stessa cosa. In poche parole Marte visto come un surrogato della Terra, un ricettacolo del meglio e del peggio dell'ormai logoro pianeta.
Senza un vero motivo.
L'uomo del futuro ancorato al passato, che descrive Bradbury è tutto in queste contraddizioni.
Sembra totalmente assoggettato al desiderio di andare oltre. Freneticamente e ossessivamente. Dimenticare il caos "terrestre" con l'illusione della tranquillità "marziana". L'uomo non è riuscito a far giungere la propria società alla stabilità (e come potrebbe, d'altra parte) e percorre la via più semplice, affrettando unilateralmente il progresso tenta di rifuggire i suoi problemi, di allontanarsi da se stesso.
Bradbury porta tutto ciò alle estreme conseguenze con la ricerca e la scoperta del nuovo assoluto: un nuovo pianeta, una nuova vita, una nuova occasione.
La profondità del libro a tratti è sconvolgente, ed abilmente mascherata con giochi e trovate sci-fi di altri tempi. È una lettura davvero sorprendente, sia per chi si aspetta un leggero libro di storielle fantascientifiche, sia per chi ricerca qualcosa di più.
E sono libri come questi che mi fanno odiare il sistema di valutazione di aNobii... consideriamolo un 3 stelle e mezzo.
Recensione (?!) con dedica e ringraziamento a colei la quale mi ha fatto scoprire questo incredibile libro (:
"This unusual book may shock you, will make you laugh, and may break your heart — but you will never forget it".
Questo avviso, appariva nella copertina della prima edizione dele libro (il cui titolo originale è The Catcher in the Rye), un chiaro invito ad accettare il
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"This unusual book may shock you, will make you laugh, and may break your heart — but you will never forget it".
Questo avviso, appariva nella copertina della prima edizione dele libro (il cui titolo originale è The Catcher in the Rye), un chiaro invito ad accettare il libro per quello che è, un invito a sforzare di capire la mente del giovane protagonista, il vecchio Holden.
Il che è un passaggio naturale, di più, immediato; l'incipit del libro ci scaraventa subito nel mondo del giovane Caulfield, senza preamboli, senza introduzioni, ma non senza avvertenze:
"Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com'è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne."
Il giovane Holden è un anomalo libro intimista. Come in ogni confessione, riusciamo a comprendere la mente dell'individuo più che attraverso quel poco che racconta di sé, proprio tramite il modo stesso in cui ci viene presentato.
L'argot del vecchio Holden è questo: grossolano, provocatore, disincantato ma non ottuso. Sovente subiamo i suoi giudizi altalenanti; in piena crisi adolescenziale, egli trova un qualcosa di sbagliato in ogni posto, in ogni atteggiamento ed in ogni persona. Ma proprio in questo ultimo ambito egli è cosciente e lucido, ogni persona viene rapidamente riabilitata, giustificata; nella sua insicurezza sa bene di non avere i mezzi per giudicare intimamente una persona e quindi semplicemente ritratta ogni cosa con un "ma in fondo è una brava persona".
In pieno contrasto con la sua spavalderia, egli vive questo suo breve scorcio di adolescenza, una perenne giustificazione di sè stesso e degli altri, in modo distorto. In questo senso, non è un romanzo di maturazione, ma di illusione (come si evince dalla decisione finale del giovane protagonista).
In ultima analisi è impossibile parlare de Il giovane Holden senza considerare i problemi dell'adattamento italiano... a partire dall'intraducibile titolo originale The Catcher in the Rye (grossomodo "l'acchiappatore nella segale") fino alla discussa traduzione. Da segnalare, ad esempio, come il solo intercalare "and all" viene tradotto in mille modi diversi ("e tutto quanto", "e via discorrendo", "e compagnia bella", "eccetera eccetera" e tutto il resto)... e poi tutte le iperbole... le maledizioni usate come immediato intercalare di ogni divagazione interpersonale... e tutta quella miriade di espressioni gergali reinventate nel passaggio in italiano ("senza scherzo", "ragazzi!", ecc...), che hanno il difficile compito di ricreare il personalissimo lessico del protagonista, culminato con l'uso e abuso dell'epiteto "vecchio" per ogni amico, parente o conoscente; un lessico del quale è difficile liberarsi una volta affascinati e divertiti dalla lettura di questo "insolito libro".
Come il ritratto di un dolore / un viso senza cuore
Il ritratto di Dorian Gray è il manuale per il perfetto uomo del secolo diciannovesimo.
Pura espressione del proprio tempo.
Manierismo linguistico ed intellettuale; desiderio di spiccare tra la socità, di illuminare la volgarità del popolo rozzo, alimentando la fiamma dell'autocompiacime
... (continue)
Il ritratto di Dorian Gray è il manuale per il perfetto uomo del secolo diciannovesimo.
Pura espressione del proprio tempo.
Manierismo linguistico ed intellettuale; desiderio di spiccare tra la socità, di illuminare la volgarità del popolo rozzo, alimentando la fiamma dell'autocompiacimento con quelle stesse virtù autoindotte dalla gente "volgare" o dai Signori ugualmente corrotti.
Il valore principe diventa la bellezza, tutto deve essere assoggettato ad essa, ragione inclusa (la bellezza vera finisce dove comincia l'espressione dell'intelligenza.).
Il (perenne) giovane, Dorian Gray, assurge ad ambasciatore del proprio tempo; ne segue fedelmente tutti i precetti fino alle estreme conseguenze.
Il romanzo, insomma, deve essere letto con disincanto. Non bisogna credere ai giochi intellettuali ed ai continui paradossi di Lord Henry (d'altra parte, egli è il primo a non credere a se stesso), bensì accettarli per quello che sono: pura espressione di estetismo, gusto nel confondere l'interlocutore di turno e, perchè no, anche il lettore... Non bisogna stupirsi delle reazioni sconsiderate di Dorian Gray, della cieca fedeltà di Basil o del fato che scherza con diabolica ironia con i protagonisti: è tutto in funzione di un ideale, di come sia facile a raggiungersi e di come sia altrettanto facilmente corruttibile.
Il voto sembra troppo basso, dunque. In realtà è una conseguenza di un tale lavoro di assoggettazione al piacere, totalmente, fino a restarne storditi, sopraffatti ed un tantino annoiati: non è un brutto libro, ma ha il difetto di guardarsi troppo allo specchio.
La campana di vetro
Il modo in cui Sylvia Plath, attraverso la protagonista Esther, descrive tutto, tutto, quello che le accade, tutto quello che la porterà a confrontarsi con se stessa e le proprie insicurezze è assolutamente straniante.continue)
Vive i fenomeni e li narra come se fosse un'osservatrice privilegiata di s ... (
Il modo in cui Sylvia Plath, attraverso la protagonista Esther, descrive tutto, tutto, quello che le accade, tutto quello che la porterà a confrontarsi con se stessa e le proprie insicurezze è assolutamente straniante.
Vive i fenomeni e li narra come se fosse un'osservatrice privilegiata di se stessa, come se tali fatti, che corrispondono a frammenti sparsi di ciò che era ed è la sua vita, fossero un fenomeno esterno a lei, un qualcosa che avviene e mi manifesta a prescindere da lei.
Un libro che consiglio a tutti, un'esperienza da vivere.
Cronache marziane
Sì sì, è tremendamente riduttivo rinchiudere questo libro sotto l'etichetta di romanzo fantascientifico: è solo la base di partenza.
Mai come prima, mi sento di usare termini inflazionati quali "genialità" e "lucida follia"... ma è proprio quest'ultimo aspetto che più mi ha colpito.continue)
Il vi ... (
Sì sì, è tremendamente riduttivo rinchiudere questo libro sotto l'etichetta di romanzo fantascientifico: è solo la base di partenza.
Mai come prima, mi sento di usare termini inflazionati quali "genialità" e "lucida follia"... ma è proprio quest'ultimo aspetto che più mi ha colpito.
Il viaggio che ci presenta Bradbury è visionario, folle, utopistico ed anche un tantino nostalgico... ma è assolutamente lineare e coerente.
Già, perchè cosa c'è di più credibile che vedere le pianure rossastre di Marte trasformarsi in pallidi rigurgiti della civiltà americana degli anni 50?
E quindi ecco giungere i sognatori, prima di tutti, a fare da apripista ai futuri coloni più comodisti, ecco sorgere casette di legno in stile coloniale (con tanto di giardinetto e cane scodinzolante), ecco le strade larghe coronate ai lati da botteghe, cinema e ristoranti, ecco giungere i preti alla ricerca del peccato marziano, ecco giungere i peccatori terrestri alla ricerca della redenzione o della voluttà definitiva, che poi è la stessa cosa.
In poche parole Marte visto come un surrogato della Terra, un ricettacolo del meglio e del peggio dell'ormai logoro pianeta.
Senza un vero motivo.
L'uomo del futuro ancorato al passato, che descrive Bradbury è tutto in queste contraddizioni.
Sembra totalmente assoggettato al desiderio di andare oltre. Freneticamente e ossessivamente. Dimenticare il caos "terrestre" con l'illusione della tranquillità "marziana".
L'uomo non è riuscito a far giungere la propria società alla stabilità (e come potrebbe, d'altra parte) e percorre la via più semplice, affrettando unilateralmente il progresso tenta di rifuggire i suoi problemi, di allontanarsi da se stesso.
Bradbury porta tutto ciò alle estreme conseguenze con la ricerca e la scoperta del nuovo assoluto: un nuovo pianeta, una nuova vita, una nuova occasione.
La profondità del libro a tratti è sconvolgente, ed abilmente mascherata con giochi e trovate sci-fi di altri tempi.
È una lettura davvero sorprendente, sia per chi si aspetta un leggero libro di storielle fantascientifiche, sia per chi ricerca qualcosa di più.
E sono libri come questi che mi fanno odiare il sistema di valutazione di aNobii... consideriamolo un 3 stelle e mezzo.
Recensione (?!) con dedica e ringraziamento a colei la quale mi ha fatto scoprire questo incredibile libro (:
Il giovane Holden
"This unusual book may shock you, will make you laugh, and may break your heart — but you will never forget it".
Questo avviso, appariva nella copertina della prima edizione dele libro (il cui titolo originale è The Catcher in the Rye), un chiaro invito ad accettare il ... (continue)
"This unusual book may shock you, will make you laugh, and may break your heart — but you will never forget it".
Questo avviso, appariva nella copertina della prima edizione dele libro (il cui titolo originale è The Catcher in the Rye), un chiaro invito ad accettare il libro per quello che è, un invito a sforzare di capire la mente del giovane protagonista, il vecchio Holden.
Il che è un passaggio naturale, di più, immediato; l'incipit del libro ci scaraventa subito nel mondo del giovane Caulfield, senza preamboli, senza introduzioni, ma non senza avvertenze:
"Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com'è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne."
Il giovane Holden è un anomalo libro intimista. Come in ogni confessione, riusciamo a comprendere la mente dell'individuo più che attraverso quel poco che racconta di sé, proprio tramite il modo stesso in cui ci viene presentato.
L'argot del vecchio Holden è questo: grossolano, provocatore, disincantato ma non ottuso.
Sovente subiamo i suoi giudizi altalenanti; in piena crisi adolescenziale, egli trova un qualcosa di sbagliato in ogni posto, in ogni atteggiamento ed in ogni persona.
Ma proprio in questo ultimo ambito egli è cosciente e lucido, ogni persona viene rapidamente riabilitata, giustificata; nella sua insicurezza sa bene di non avere i mezzi per giudicare intimamente una persona e quindi semplicemente ritratta ogni cosa con un "ma in fondo è una brava persona".
In pieno contrasto con la sua spavalderia, egli vive questo suo breve scorcio di adolescenza, una perenne giustificazione di sè stesso e degli altri, in modo distorto.
In questo senso, non è un romanzo di maturazione, ma di illusione (come si evince dalla decisione finale del giovane protagonista).
In ultima analisi è impossibile parlare de Il giovane Holden senza considerare i problemi dell'adattamento italiano... a partire dall'intraducibile titolo originale The Catcher in the Rye (grossomodo "l'acchiappatore nella segale") fino alla discussa traduzione.
Da segnalare, ad esempio, come il solo intercalare "and all" viene tradotto in mille modi diversi ("e tutto quanto", "e via discorrendo", "e compagnia bella", "eccetera eccetera" e tutto il resto)... e poi tutte le iperbole... le maledizioni usate come immediato intercalare di ogni divagazione interpersonale... e tutta quella miriade di espressioni gergali reinventate nel passaggio in italiano ("senza scherzo", "ragazzi!", ecc...), che hanno il difficile compito di ricreare il personalissimo lessico del protagonista, culminato con l'uso e abuso dell'epiteto "vecchio" per ogni amico, parente o conoscente; un lessico del quale è difficile liberarsi una volta affascinati e divertiti dalla lettura di questo "insolito libro".
Commento sintetico: non è un libro schifo.
Storia dell'occhio
Ok... non mangerò più uova...
Il ritratto di Dorian Gray
Il ritratto di Dorian Gray è il manuale per il perfetto uomo del secolo diciannovesimo.
Pura espressione del proprio tempo.
Manierismo linguistico ed intellettuale; desiderio di spiccare tra la socità, di illuminare la volgarità del popolo rozzo, alimentando la fiamma dell'autocompiacime ... (continue)
Il ritratto di Dorian Gray è il manuale per il perfetto uomo del secolo diciannovesimo.
Pura espressione del proprio tempo.
Manierismo linguistico ed intellettuale; desiderio di spiccare tra la socità, di illuminare la volgarità del popolo rozzo, alimentando la fiamma dell'autocompiacimento con quelle stesse virtù autoindotte dalla gente "volgare" o dai Signori ugualmente corrotti.
Il valore principe diventa la bellezza, tutto deve essere assoggettato ad essa, ragione inclusa (la bellezza vera finisce dove comincia l'espressione dell'intelligenza.).
Il (perenne) giovane, Dorian Gray, assurge ad ambasciatore del proprio tempo; ne segue fedelmente tutti i precetti fino alle estreme conseguenze.
Il romanzo, insomma, deve essere letto con disincanto. Non bisogna credere ai giochi intellettuali ed ai continui paradossi di Lord Henry (d'altra parte, egli è il primo a non credere a se stesso), bensì accettarli per quello che sono: pura espressione di estetismo, gusto nel confondere l'interlocutore di turno e, perchè no, anche il lettore...
Non bisogna stupirsi delle reazioni sconsiderate di Dorian Gray, della cieca fedeltà di Basil o del fato che scherza con diabolica ironia con i protagonisti: è tutto in funzione di un ideale, di come sia facile a raggiungersi e di come sia altrettanto facilmente corruttibile.
Il voto sembra troppo basso, dunque.
In realtà è una conseguenza di un tale lavoro di assoggettazione al piacere, totalmente, fino a restarne storditi, sopraffatti ed un tantino annoiati: non è un brutto libro, ma ha il difetto di guardarsi troppo allo specchio.