[−]
  • Search

has ALL you need!

A community for book lovers to create their own bookshelves, share and explore books.

All for FREE! Join us NOW!

All books

  • Cover of La banalità del male

    La banalità del male

    6 people find this helpful

    Un libro non solo importante ("bello" è parola che non si può pronunciare, non quando l'argomento è la Shoah), ma anche, come dire, sorprendentemente facile. Facile (per me lo è stato, almeno) non perché lo sia mai l'argomento, o il linguaggio, o le implicazioni di natura filosofica che contrappunta ... (continue)

    Un libro non solo importante ("bello" è parola che non si può pronunciare, non quando l'argomento è la Shoah), ma anche, come dire, sorprendentemente facile. Facile (per me lo è stato, almeno) non perché lo sia mai l'argomento, o il linguaggio, o le implicazioni di natura filosofica che contrappuntano il dipanarsi della cronaca (riflessioni sul concetto di Legge, o di Giustizia, ed in generale sui problemi di natura etico-giuridica che hanno accompagnato prima il Processo di Norimberga, poi quello ad Eichmann) ma soprattutto perché rigoroso nel rimanere fedele al suo intento originario (dar conto del processo ad Eichmann, specialista nelle deportazioni degli ebrei durante la Shoah), consequenziale, sempre attento di fornire tutti gli strumenti per consentire a tutti di arrivare al cuore delle cose, e dei problemi, nuovi ed inauditi, che la Shoah ha posto (cosa è, tecnicamente, un genocidio? Si può giudicare un genocidio con le categorie classiche dell'omicidio?). Il libro è, tecnicamente, la raccolta (ragionata, ed elaborata) dei reportage che la Arendt, ebrea tedesca fuggita negli USA nel '37, scrisse per il New Yorker, da Gerusalemme, nel 1961, raccontando per i suoi lettori il processo ad Eichmann, rapito in Argentina l'anno prima da uomini del Mossad. Le questioni, anche di natura teorica (aveva giurisdizione una corte di Israele, paese che all'epoca dei fatti neppure esisteva?) che la Corte di Gerusalemme dovette affrontare furono molteplici,e la Arendt le affronta una per una, con metodo e pragmatismo da reporter, senza concessioni alla vendetta, avendo la freddezza di non aggiungere un solo aggettivo, né avere cedimento a qualunque irrazionalità (che al buco nero del Male non si può rispondere con l'emotività). Il risultato è una discesa nel cuore della (banalmente burocratica) macchina di sterminio, e sui meccanismi di propagazione dell'antisemitismo, più rapida ed efficace di qualsiasi tomo storico possiate procurarvi sul nazismo. Anche se le vostre conoscenze in materia sono limitate, e i vostri interessi storici abituati a concentrarsi all'essenziale, non vi pentirete di aver preso in mano questo libro e, da qualunque punto e per qualunque motivazione vi ci siate accostati, finirete per fare tutto il viaggio, dalla prima udienza alla condanna.

    Is this helpful?

    — Sep 30, 2009 | 1 feedback
  • Cover of La leggenda dei monti naviganti

    La leggenda dei monti naviganti

    5 people find this helpful

    Questo libro è, semplicemente, una meraviglia. In senso letterale: una coloratissima lanterna magica di storie, descrizioni, consigli di viaggio, suggestioni, colori e sapori, che lascia senza fiato, esattamente a metà fra rabbia e meraviglia, come dice l'autore stesso, "meraviglia per la fiabesca b ... (continue)

    Questo libro è, semplicemente, una meraviglia. In senso letterale: una coloratissima lanterna magica di storie, descrizioni, consigli di viaggio, suggestioni, colori e sapori, che lascia senza fiato, esattamente a metà fra rabbia e meraviglia, come dice l'autore stesso, "meraviglia per la fiabesca bellezza del paesaggio umano e naturale, rabbia per il potere che lo ignora". Tecnicamente, trattasi di due diversi "libri", intervallati da una ricca raccolta fotografica: la prima parte, summa del viaggio attraverso le Alpi, da est a ovest (dalle dinariche alle marittime) che Rumiz fece per La Repubblica nel 2003, la seconda, la discesa degli Appennini su una Topolino, dalla Garfagnana a Capo Sud, tre anni più tardi. Amerete le montagne che sentirete più vostre, e vi emozionerete quando il viaggio toccherà i luoghi a voi più familiari; ma tutto il racconto, tutto, vi farà ri-amare l'Italia (le Italie), le sue genti, le sue storie. Nei Monti Naviganti, troverete storie di santi e fattucchiere, di albanesi emigrati nel 1200 o ieri, di lavori estinti, e di altri che resistono o risorgono, caparbiamente. Troverete dialetti tanto diversi da non lasciar nemmeno presumere una stirpe comune, troverete cime ed acque, acque perse per sempre sotto i tunnel dell'Alta Velocità, o ritrovate. Trovate storie di cercatori d'oro, di minuscole repubbliche appenniniche dimenticate dalla storia, di lupi ed orsi vagabondi, e mille e mille altre. Ne troverete ad ogni pagina, ad ogni riga, ad ogni curva, delle centomila che Rumiz si è fatto. E ad ogni curva, ad ogni storia, verrebbe voglia di tirare il freno e dirgli "no, rallenta, su questa almeno dilungati, racconta bene, è troppo bella". E si rimane sempre con l'amaro in bocca e la sensazione di non averne saputo abbastanza, con il desiderio di partire, di andare a vedere di persona, di andare personalmente ad esplorare quella curva, quella microstoria dietro la quale ce n'è probabilmente un'altra, e un'altra ancora, prima che tutto finisca, che l'omologazione del presente renda impossibile riannodare i fili, ricostruire a ritroso il senso dei nomi, delle tradizioni, dei luoghi. Questo libro andrebbe letto nelle scuole, non fosse che così facendo nessuno lo leggerebbe più, e allora meglio, andrebbe spacciato fuori dalle scuole, per contrabbandare quella roba che è quasi fuorilegge: l'atto del viaggiare lenti, la curiosità fine a se stessa, la vista profonda. Questo libro, che parla di Ghironda ed Occitania, di imperi mitteleuropei morenti e nomadi walser, di Arabi e Bisanzio, rende, soprattutto, fieri ed orgogliosi di essere italiani, di appartenere, ognuno con la sua storia, a questa Storia; ed è questa la principale meraviglia.

    Is this helpful?

    — Sep 10, 2009 | Add your feedback
  • Cover of Considera l'aragosta

    Considera l'aragosta

    15 people find this helpful

    David Foster Wallace è puro genio e talento, di quelli che lasciano al tempo stesso stupefatti e annichiliti ("non riuscirò mai non solo a scrivere, ma neppure a pensare tre righe di David Foster Wallace"), e nel dir questo, pur con la volontà di onorarlo, gli si fa torto, relegando il suo lavoro a ... (continue)

    David Foster Wallace è puro genio e talento, di quelli che lasciano al tempo stesso stupefatti e annichiliti ("non riuscirò mai non solo a scrivere, ma neppure a pensare tre righe di David Foster Wallace"), e nel dir questo, pur con la volontà di onorarlo, gli si fa torto, relegando il suo lavoro a una dimensione di leggerezza, facilità e accessibilità che non appartiene affatto alla sua scrittura (precisa, ricca, accurata, ed al contempo eccezionalmente creativa, leggera come solo ciò a cui si è lavorato un tempo ridicolmente lungo può esserlo) ed al suo pensiero, dietro il quale si intravvede una mole di lavoro, di fatica e di riflessione sbalorditive. Considera l'aragosta, unitariamente considerata, è un'opera sempliccemente incommentabile, o meglio ognuno dei diversi saggi di cui è composto (nessun filo conduttore, nessuno) meriterebbero un libro di analisi intensa ed accurata almeno quanto quella che lui infonde ad ogni argomento che affronta, cosa per cui temo di essere impreparato (questo stesso commentino del menga ha atteso settimane). A me, letteralmente, l'incontro con la scrittura di DFW ha cambiato la vita (rock 'n roll saved my life, ma anche la letteratura, quando ha in sè la Grazia, può farlo) nel senso che mi ha dispiegato davanti un mondo di possibilità che intuivo confusamente ma non credevo possibili: non solo di scrittura, ma anche di analisi, e persino di pensiero libero, intenso, empatico col mondo, innamorato della vita, con uno stile formalmente ineccepibile e al contempo tremendamente moderno. Davvero, lo farei se potessi, ma mi mancano gli strumenti per commentare il lavoro di DFW (dire "wow" non è un commento; è un'ammissione di impotenza). Dico solo che mentre leggevo, avevo l'oscura e continua sensazione di essere davanti non solo a qualcosa di bello o interessante o divertente, ma di IMPORTANTE, per la mia vita. Perchè abbia avuto questo lungo brivido leggendo un saggio sulla festa delle aragoste del Maine e sulla loro percezione del dolore quando vengono infilate vive nell'acqua bollente, non lo sapevo allora, e tuttora non lo saprei definire correttamente. Ma so che, qualunque cosa scriverò o leggerò in futuro, non potrò evitare di rapportarmi con quella intensità, con la incredibile (e paralizzante) consapevolezza che TUTTO ciò che ci circonda è incredibilmente bello, e interessante e a modo suo commovente, meritevole di essere raccontato, vestito delle parole migliori che si sarà in grado di trovare.

    Is this helpful?

    — Jul 17, 2009 | 3 feedbacks
  • Cover of Una cosa divertente che non farò mai più

    Una cosa divertente che non farò mai più

    18 people find this helpful

    A SUPPOSEDLY fun thing I'll never do again

    Io di David Foster Wallace, prima di questo qui, non avevo letto niente.
    Ed anche adesso che questo l'ho letto, continuo a non aver letto niente, perchè scopro trattarsi semplicemente di uno dei vari saggi (arbitrariamente estratto e pubblicato singolarmente, con prassi deterrima e che fa inca ... (continue)

    Io di David Foster Wallace, prima di questo qui, non avevo letto niente.
    Ed anche adesso che questo l'ho letto, continuo a non aver letto niente, perchè scopro trattarsi semplicemente di uno dei vari saggi (arbitrariamente estratto e pubblicato singolarmente, con prassi deterrima e che fa incazzare come poche, il guaio è che l'ho scoperto dopo) di quelli contenuti in "Tennis, TV, Trigonometria, Tornado, ed altre cose divertenti che non farò mai più" (in verità il titolo recita " and other SUPPOSEDLY fun things"). E nemmeno lo so, perchè non avevo ancora letto niente, con tutte le fregnacce che mi cucco: forse perchè avevo provato ad affrontare i racconti (pesissimi, complicatissimi) di Oblio, e mi ero subito arenato (momento sbagliato della vita).
    O forse perchè, avendo leggiucchiato qualche riga sua qua e là sui giornali, intuivo la monumentalità dell'opera e la profondità del pensiero (e la disperazione che lo pervade), e l'intuizione che, dopo, leggere i contemporanei non sarebbe stato più lo stesso (fa ridere, se vuoi, ma è vero: a un certo punto arriva uno che segna un nuovo punto di riferimento, e niente è più come prima; leggere Easton Ellis dopo avere letto Wallace induce a paragoni difficili, non lusinghieri per la tua caapcità di giudizio se fino al secondo prima ti proclamavi Ellisofilo, e addirittura disarmanti se il tuo tic è scrivere). Ecco, se facciamo il giochetto di descrivere Wallace con un aggettivo, mi viene appunto: monumentale. Andrebbero bene barocco, complesso, postmoderno, stratiforme, e cento altri diversi. "Monumentale" però rende l'idea, anche trattandosi di monumento bislacco, che si innalza storto e anarchicamente libero da schemi formali apparenti, tutto ripiegato su dettagli insignificanti, attento a una cura del particolare (del cesello, che scende dalla costruzione della frase alle note a piè di pagina, e alle note delle note, senza che una sola parola risulti superflua), e che sembra faccia perdere continuamente il fuoco della narrazione, che infatti si perde in mille rivoli, fa scarti temporali, apre parentesi che non chiude mai, o le chiude senza che tu te ne accorga. Ma sempre di monumento si tratta: a memoria, non ricordo, fra gli scrittori del dopoguerra, un'altro che utilizzi la lingua (intesa sia come padronanza del vocabolario che come capacità sintattica) in modo tanto virtuosistica senza risultare gratuito o compiaciuto, ma anzi utilizzando l'intera gamma delle sue potenzialità per descrivere, descrivere, descrivere, ed arrivare quanto più possibile vicino al cuore delle cose, lasciando nell'aria quell'odore di ozono che lasciano le intelligenze superiori, quando scoppiettano a pieni giri. So che non si capisce una ceppa, di quel che sto dicendo, ed infatti questo non è nemmeno un commento: al massimo un appunto su cose che mi piacerebbe mettere a fuoco. Ma ci tornerò su.

    Is this helpful?

    — Dec 14, 2008 | 3 feedbacks
  • Cover of Armi, acciaio e malattie

    Armi, acciaio e malattie

    47 people find this helpful

    Abborigeno, ma io e te...

    Prima di tutto: attenzione che trattasi di saggione, 400 pagine scritte arial 4 con note in arial 2 che ne valgono 600 di un libro normale e 12.690 di un libro di Baricco.
    Edotti di questo dato numerico, trattasi di supersaggione semidivulgativo ma non troppo di bio-etno-antropologia, che ha l ... (continue)

    Prima di tutto: attenzione che trattasi di saggione, 400 pagine scritte arial 4 con note in arial 2 che ne valgono 600 di un libro normale e 12.690 di un libro di Baricco.
    Edotti di questo dato numerico, trattasi di supersaggione semidivulgativo ma non troppo di bio-etno-antropologia, che ha la pretesa manco male di spiegare la storia dell'umanità degli ultimi 13.000 anni, attraverso l'analisi archeologica pura ma anche attraverso speculazioni climatiche, geografiche, naturalistiche.
    In altre parole, come gli ostacoli naturali, e la conformazione dei continenti, i climi e la diffusione delle specie animali hanno influenzato in maniera assolutamente determinante la nascita e l'evoluzione delle diverse civiltà, ed il predominio delle une sulle altre, anche alle volte sorprendente (come hanno fatto 1600 puzzoni di Spagnoli pre-Zapatero a far fuori l'Impero Azteco? Lo sapevate? Sapevatelo).
    Detta un pò semplice, la tesi dell'autore (che ha vissuto tipo 30 anni in Papuasia, nutrendosi di ramarri e formichieri, una roba così) tutti nasciamo uguali, e tutti gli Homo Sapiens sono effettivamente nati uguali, ma se io nasco in un deserto pietroso e assolato popolato solo da ipterodonti carnivori e palme nane velenose e tu invece hai le patate e i corbezzoli dolci che ti crescono spontanei in tinello, è facile che io finirò a fare l'abboriggeno e tu finirai a comprare set di pentole su Postal Market (che poi non c'è più, Postal Market, mannaggia).
    L'ho fatta un pò semplice, vè?. Vabbè, tanto pure se mi dilungavo senza averlo letto non capivate niente uguale, zucche come siete.
    Il libro è interessantissimo, dettagliatissimo, americanamente serrato nel far sempre seguire la causa all'effetto e nel non dar mai nulla per scontato circa le nostre conoscenze (è in questo che consiste la divulgazione, altrimenti il libro è tosto).
    Parla molto di abborigeni. E che dio mi perdoni, non ho potuto fare a meno di pensare all'abborigeno di Guz, per tutto il tempo.

    www.youtube.com/watchv=IrNBVa2M02E&NR=1

    Is this helpful?

    — Jun 26, 2008 | 8 feedbacks
  • Cover of Il rappresentante

    Il rappresentante

    12 people find this helpful

    Che poi a inserire i romanzi appena letti, sull'emozione del momento, va a finire che son tutti bellissimi, ma che posso farci, mica scrivo su anobii perchè i romanzi mi fanno schifo. Questa è la storia di redenzione, e di elaborazione del lutto, di un padre e marito, pessimo e alcoolista, cui porta ... (continue)

    Che poi a inserire i romanzi appena letti, sull'emozione del momento, va a finire che son tutti bellissimi, ma che posso farci, mica scrivo su anobii perchè i romanzi mi fanno schifo. Questa è la storia di redenzione, e di elaborazione del lutto, di un padre e marito, pessimo e alcoolista, cui portano via tutto, e del suo incontro con l'assassino della figlia. E' una storia di sentimenti forti e dolorosissimi, mai pienamente conciliati, che ricorda "Un borghese piccolo piccolo", che era un film italiano con Sordi, dei primi '70, altrettanto tremendo e struggente.

    Is this helpful?

    — May 20, 2008 | 1 feedback
  • Cover of Il teatro di Sabbath

    Il teatro di Sabbath

    22 people find this helpful

    Philip Roth (morto Saul Bellow) e' il piu' grande scrittore vivente, e chi dice no e' fascista (come si diceva al liceo alla fine delle assemblee). Questo libro e' semplicemente incommentabile: parla della vita e della morte, della intrinseca dignita' del sopravvivere comunque (anche male, anche con ... (continue)

    Philip Roth (morto Saul Bellow) e' il piu' grande scrittore vivente, e chi dice no e' fascista (come si diceva al liceo alla fine delle assemblee). Questo libro e' semplicemente incommentabile: parla della vita e della morte, della intrinseca dignita' del sopravvivere comunque (anche male, anche contro tutto e tutti) dell'amore e della sua finta liberta' (in realta' sempre gioco di potere a due, e in definitiva di sopraffazione), dell'inutilita' della ricerca della felicita'. Un libro talmente terribile, con al centro un personaggio cosi solo e ridicolo e disperato (ma non vinto), che in realta il consiglio vero sarebbe quello di lasciarlo perdere, a Roth: la vita e' troppo breve per caricarsi (gratis, poi) ulteriore evitabile dolore.

    Is this helpful?

    — May 15, 2008 | 2 feedbacks
  • Cover of La giornata di uno scrutatore

    La giornata di uno scrutatore

    14 people find this helpful

    L'avevo preso in questi giorni post-elettorali, pensando di trovarci chissà quali affinità col presente. E invece è la storia di un comunista organico, materialista non troppo convinto, che alle elezioni amministrative del 1961, va a fare lo scrutatore al Cottolengo di Torino, un seggio dove i defo ... (continue)

    L'avevo preso in questi giorni post-elettorali, pensando di trovarci chissà quali affinità col presente. E invece è la storia di un comunista organico, materialista non troppo convinto, che alle elezioni amministrative del 1961, va a fare lo scrutatore al Cottolengo di Torino, un seggio dove i deformi e i dementi venivano portati a forza al voto da suorine di buona volontà, nella difesa contro la marea rossa montante. E lo scrutatore scruta, nel doppio senso del termine, nel fondo delle anime di questa città perduta e dimenticata, riflettendo sul senso stesso del voto, e sul suo uolo, che quel voto avrebbe dovuto cercare di fare annullare, annullando così l'esistenza stessa, pubblica, di quelle persone. E' un libro brevissimo e bellissimo, che non dissemina se non dubbi: sulla politica, la democrazia, persino sulla portata salvifica dell'amore, nel suo senso più pieno, come alternativa e rifugio alle prime due.
    E' uno di quei libri che se non li si legge, vuol dire che li si è persi.

    Is this helpful?

    — May 5, 2008 | Add your feedback
  • Cover of Comma 22

    Comma 22

    12 people find this helpful

    Articolo 12, Comma 1
    L'unico motivo valido per chiedere il congedo dal fronte è la pazzia.

    Articolo 12, Comma 22
    Chiunque chieda il congedo dal fronte non è pazzo.

    Il caposaldo di ogni satira antimilitarista, antipatriottica, antiretorica, anti dio-patria-e-famiglia. Frenetico, ... (continue)

    Articolo 12, Comma 1
    L'unico motivo valido per chiedere il congedo dal fronte è la pazzia.

    Articolo 12, Comma 22
    Chiunque chieda il congedo dal fronte non è pazzo.

    Il caposaldo di ogni satira antimilitarista, antipatriottica, antiretorica, anti dio-patria-e-famiglia. Frenetico, folle e disperatamente attaccato alla vita, questo romanzo è ancora oggi una boccata d'aria fresca, ed una gioia aprirlo.

    Is this helpful?

    — Mar 7, 2008 | 2 feedbacks
  • Cover of Il libro de Kipli

    Il libro de Kipli

    4 people find this helpful

    LA NUOVA DESTRA

    Non ce l'abbiamo con i neri e gli africani
    solo non vogliamo che ci rubino il lavoro.
    Non ce l'abbiamo con gli omosessuali
    solo non vogliamo che ci contaminino col loro morbo.
    Questa è una destra nuova che vuole battersi per il
    rispetto della civiltà e ... (continue)

    LA NUOVA DESTRA

    Non ce l'abbiamo con i neri e gli africani
    solo non vogliamo che ci rubino il lavoro.
    Non ce l'abbiamo con gli omosessuali
    solo non vogliamo che ci contaminino col loro morbo.
    Questa è una destra nuova che vuole battersi per il
    rispetto della civiltà e della democrazia.
    Non ce l'abbiamo con gli zingari,
    solo non vogliamo che mettano in pericolo
    la nostra comunità.
    Non ce l'abbiamo cogli extracomunitari,
    solo non vogliamo che occupino le nostre case.
    Questa è una destra nuova che vuole mettersi
    dalla parte del cittadino e del lavoratore.
    La pelle, la lingua, la razza non c'entra.
    E se non capite questo siete degli ebrei!

    Is this helpful?

    — Mar 6, 2008 | 1 feedback
  • Cover of Che tempo fa

    Che tempo fa

    6 people find this helpful

    Ottimismo


    "Quando la voce della radiosveglia è quella del ministro Calderoli, uno che neanche Nostradamus poté immaginare nelle sue più lugubri quartine. O quando la prima immagine del telegiornale è quella degli avvocati del premier che a dozzine, come le uova, presidiano la fortezza dei Porci comodi. ... (continue)


    "Quando la voce della radiosveglia è quella del ministro Calderoli, uno che neanche Nostradamus poté immaginare nelle sue più lugubri quartine. O quando la prima immagine del telegiornale è quella degli avvocati del premier che a dozzine, come le uova, presidiano la fortezza dei Porci comodi. O quando la prima impressione del mondo è che i mostri ne abbiano preso possesso, sotto forma di ganze con la bocca rifatta che invadono il video, o dei brutti di fondovalle che incredibilmente fanno il ministro. È allora che, da subito, si vorrebbe disconnettere la propria esistenza da quella degli altri. Girarsi dall'altra parte e rimettersi a dormire, come se quelle voci fossero state solo un brutto e mediocre sogno. E chiedersi come mai non si è ancora provveduto a farsi svegliare, al mattino, solo dallo schiamazzo degli uccellini, al riparo dalla cronaca e (magari!) dalla Storia. Poi, si sa, non è così che si decide di fare. Basta pochissimo – un pensiero decente, una faccia dignitosa, una parola allegra – a rassicurarci, o comunque a rabbonirci. Nel mare di pessime cose che ci ondeggia attorno, e minaccia di sopraffarci, anche un turacciolo apparso all'improvviso ci sembra l'isola sulla quale mettersi in salvo. Ci ho pensato parecchio, e ho concluso che quello che ci frega non è il pessimismo, non la depressione, non il malumore. Quello che ci frega, e ci fa alzare al mattino, e non ci fa disertare, è l'ottimismo. Se il nostro sguardo sul mondo fosse un poco più lucido avremmo già dato, da tempo, le dimissioni"

    Is this helpful?

    — Mar 19, 2008 | 1 feedback

< 1 of 38 >

RSS feeds: subscribe to Yossarian 1's shelf

Inline Translation Mode

Left click to navigate, right click to translate.

inline translation guide

or close

Inline translation is not ready for this page yet.

Inline translation mode.

Share this page with your friends.