Una desolante certezza, un grosso dubbio e un utile insegnamento.
Hyakuoku no hiru to sen'oku no yoru (Dieci miliardi di giorni e cento miliardi di notti) di Mitsuse Ryū nel 2006 è stato votato in Giappone come il miglior romanzo di fantascienza. Nientemeno.
Fantascienza? A due terzi del volume assistiamo, in una Tōkyō in rovina del quarantesimo sec
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Hyakuoku no hiru to sen'oku no yoru (Dieci miliardi di giorni e cento miliardi di notti) di Mitsuse Ryū nel 2006 è stato votato in Giappone come il miglior romanzo di fantascienza. Nientemeno.
Fantascienza? A due terzi del volume assistiamo, in una Tōkyō in rovina del quarantesimo secolo, a uno scontro ad armi laser tra Siddharta e Gesù di Nazareth (!) trasformati in cyborg. C'è anche Platone che guarda lo scontro, anche lui cyborg... Gesù è il cattivo, per la cronaca.
Chiuso il volume, ne ho ricavato una desolante certezza, un grosso dubbio e un utile insegnamento. La desolante certezza è che Dieci miliardi di giorni e cento miliardi di notti è una delle cose più brutte e inutili che abbia letto da molto molto tempo. Il grosso dubbio è sulla qualità della fantascienza giapponese in prosa, che non incontro per la prima volta con questo volume. Mitsuse Ryū l'ha pubblicato nel 1967. Come ingenuità dei contenuti e per la struttura terribilmente claudicante della trama sembra qualcosa che, all'estero, si poteva trovare nella fantascienza di trenta o quarant'anni prima. L'utile insegnamento... be', è di selezionare con più attenzione le letture in lingua, specie quando superano le quattrocento pagine.
Mitchell, senti... io tre stelle stavo quasi per dartele. Poi, guarda caso a metà libro, nel punto più importante, mi trovo il personaggio che si mette a spiegare la morale della favola. A spiegarla: bisogna essere buoni e non cattivi. Essere egoisti è brutto. E vabbe'. Non che sia 'sta gran
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Mitchell, senti... io tre stelle stavo quasi per dartele. Poi, guarda caso a metà libro, nel punto più importante, mi trovo il personaggio che si mette a spiegare la morale della favola. A spiegarla: bisogna essere buoni e non cattivi. Essere egoisti è brutto. E vabbe'. Non che sia 'sta gran novità, eh. Però, guarda, il punto è che se tu la storia la scrivi bene, il lettore al messaggio a cui tanto tieni ci arriva anche da solo. Basta quello che i personaggi fanno o non fanno. Non servono le didascalie. Poi, è vero, in questa tua storia di storie ci sono anche personaggi e situazioni che pongono la questione in maniera un po' diversa, un po' meno semplice, semplicista. Ok. Però, poi, arrivo alla fine del volume e ci ricaschi di nuovo. Eccheccavolo. Di nuovo mandi avanti il personaggio a far la moralina. Ovviamente il personaggio è buono e ingenuo, tanto per levare ogni dubbio. Mica possiamo rischiare che il lettore capisca male l'antifona, no? Ecco, a proposito di dubbî, chiarisco: il mio problema non sono per forza le storie morali in sé. Il problema sono le didascalie. Quando si fa narrativa... niente didascalie, grazie. Ne guadagna il libro, ne guadagna il lettore.
Wallace, è noto, soffriva di disturbo bipolare. Un po' anche la sua produzione, tra alti (altissimi) e sorprendenti bassi. Vabbe', in realtà è quello che succede con qualunque autore, bipolare o meno. Forse gli è che in Wallace i bassi si notano di più, viste le vette vertiginose di virtuosismo che
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Wallace, è noto, soffriva di disturbo bipolare. Un po' anche la sua produzione, tra alti (altissimi) e sorprendenti bassi. Vabbe', in realtà è quello che succede con qualunque autore, bipolare o meno. Forse gli è che in Wallace i bassi si notano di più, viste le vette vertiginose di virtuosismo che altrimenti toccava. Questo per dire che La ragazza con i capelli strani, il volume, raccoglie gemme splendenti, alcune un po' più opache, e poi qualche sasso. Il voto di tre stelle è la media tra alcuni quattro, e dei tre e dei due. In particolare, ho trovato brutti La mia apparizione e soprattutto Lyndon, forse la peggio cosa che finora ho letto di Wallace. Modesto La ragazza con i capelli strani, che alla raccolta dà titolo. Tutto il resto è da suggere con (gran) piacere.
un costante senso di fastidio, come un dolore fisico sordo, un sottofondo cupo che non cessa la sua opera erosiva sensazione vaga e pervasiva, pervadente di malessere e stupidità, e irritazione e inutilità qualcosa di sgradevole ovunque, nelle cose, negli oggetti, nei corpi, nei pensieri, anche quan
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un costante senso di fastidio, come un dolore fisico sordo, un sottofondo cupo che non cessa la sua opera erosiva sensazione vaga e pervasiva, pervadente di malessere e stupidità, e irritazione e inutilità qualcosa di sgradevole ovunque, nelle cose, negli oggetti, nei corpi, nei pensieri, anche quando levigati alla perfezione, forse soprattutto quando tali uno sguardo insistito di marca pornografica, non nel senso sessuale, c'è anche sesso, sì, certo, ma pornografico di una scrittura che esibisce con compiaciuta oscenità l'intimo d'ogni cosa, gli oggetti, i corpi, i pensieri, livellandoli spietatamente e non so se voglio davvero condividere con DeLillo questo tipo di sguardo anzi, no, non credo proprio, non mi piace
La società è cattiva. La televisione è brutta. E la cosa peggiore della televisione sono ovviamente i reality show. Sono cose da decerebrati. Sono privi di spessore intellettuale. Sono volgari. Nascono combinando l'esibizione spudorata dell'intimità dei partecipanti col malcelato sadismo del
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La società è cattiva. La televisione è brutta. E la cosa peggiore della televisione sono ovviamente i reality show. Sono cose da decerebrati. Sono privi di spessore intellettuale. Sono volgari. Nascono combinando l'esibizione spudorata dell'intimità dei partecipanti col malcelato sadismo del pubblico.
Un televisore acceso spegne il cervello. I reality show abbrutiscono il pubblico. Abituano a non pensare. Risvegliano i peggiori istinti. Più che indegni sono davvero pericolosi (come la musica rock, come i cartoni giapponesi).
Per fortuna che ci sono gli intellettuali. Gli intellettuali sono alieni da tanta barbarie. Al massimo la studiano con alterigia, la esaminano criticamente, la analizzano per giudicarla. Gli intellettuali non guardano la televisione, scrivono libri. Saggi e romanzi. Scrivono per lanciare grida d'allarme sull'imbarbarimento che, loro, riescono a cogliere (sennò non sarebbero intellettuali). E il pubblico legge, e così si informa dei diletti delle masse. Diletti sordidi, riprovevoli. Pericolosi. E il lettore si indigna, freme, si scuote tutto, si chiede dove andremo a finire, auspica o esige che si faccia qualcosa.
Il meccanismo su cui si reggono i reality show è elementare. Mostrano individui disposti alle più ridicole umiliazioni pur di mostrarsi al pubblico e agguantare quarti d'ora di celebrità. Il pubblico, di fronte alla volgarità e alla stupidità dei partecipanti, si sente riscattato. Si sente un po' superiore. Si consola delle miserie della propria vita. È il pubblico che va a guardare le scimmie allo zoo perché necessita conferma della propria umanità. Per fortuna noi non siamo come loro.
Inutile forse dire che questo meccanismo si riproduce identico anche nel pubblico di lettori e intellettuali rispetto al pubblico degli spettatori televisivi. Ma quanto è stupida la gente imbambolata davanti al televisore. Si fanno abbindolare da programmi appositamente confezionati. Branchi di scimmie urlanti. Per fortuna noi non siamo come loro.
Ma forse è inutile aggiungere che questa critica è perfettamente applicabile anche a questo stesso commento che hai appena terminato tu di leggere e io di scrivere. Per fortuna noi non siamo come loro. O no?
百億の昼と千億の夜
Hyakuoku no hiru to sen'oku no yoru (Dieci miliardi di giorni e cento miliardi di notti) di Mitsuse Ryū nel 2006 è stato votato in Giappone come il miglior romanzo di fantascienza. Nientemeno.
Fantascienza?continue)
A due terzi del volume assistiamo, in una Tōkyō in rovina del quarantesimo sec ... (
Hyakuoku no hiru to sen'oku no yoru (Dieci miliardi di giorni e cento miliardi di notti) di Mitsuse Ryū nel 2006 è stato votato in Giappone come il miglior romanzo di fantascienza. Nientemeno.
Fantascienza?
A due terzi del volume assistiamo, in una Tōkyō in rovina del quarantesimo secolo, a uno scontro ad armi laser tra Siddharta e Gesù di Nazareth (!) trasformati in cyborg. C'è anche Platone che guarda lo scontro, anche lui cyborg... Gesù è il cattivo, per la cronaca.
Chiuso il volume, ne ho ricavato una desolante certezza, un grosso dubbio e un utile insegnamento.
La desolante certezza è che Dieci miliardi di giorni e cento miliardi di notti è una delle cose più brutte e inutili che abbia letto da molto molto tempo.
Il grosso dubbio è sulla qualità della fantascienza giapponese in prosa, che non incontro per la prima volta con questo volume.
Mitsuse Ryū l'ha pubblicato nel 1967. Come ingenuità dei contenuti e per la struttura terribilmente claudicante della trama sembra qualcosa che, all'estero, si poteva trovare nella fantascienza di trenta o quarant'anni prima.
L'utile insegnamento... be', è di selezionare con più attenzione le letture in lingua, specie quando superano le quattrocento pagine.
L'atlante delle nuvole
Mitchell, senti... io tre stelle stavo quasi per dartele.continue)
Poi, guarda caso a metà libro, nel punto più importante, mi trovo il personaggio che si mette a spiegare la morale della favola.
A spiegarla: bisogna essere buoni e non cattivi. Essere egoisti è brutto.
E vabbe'. Non che sia 'sta gran ... (
Mitchell, senti... io tre stelle stavo quasi per dartele.
Poi, guarda caso a metà libro, nel punto più importante, mi trovo il personaggio che si mette a spiegare la morale della favola.
A spiegarla: bisogna essere buoni e non cattivi. Essere egoisti è brutto.
E vabbe'. Non che sia 'sta gran novità, eh.
Però, guarda, il punto è che se tu la storia la scrivi bene, il lettore al messaggio a cui tanto tieni ci arriva anche da solo.
Basta quello che i personaggi fanno o non fanno. Non servono le didascalie.
Poi, è vero, in questa tua storia di storie ci sono anche personaggi e situazioni che pongono la questione in maniera un po' diversa, un po' meno semplice, semplicista.
Ok.
Però, poi, arrivo alla fine del volume e ci ricaschi di nuovo. Eccheccavolo. Di nuovo mandi avanti il personaggio a far la moralina.
Ovviamente il personaggio è buono e ingenuo, tanto per levare ogni dubbio. Mica possiamo rischiare che il lettore capisca male l'antifona, no?
Ecco, a proposito di dubbî, chiarisco: il mio problema non sono per forza le storie morali in sé.
Il problema sono le didascalie.
Quando si fa narrativa... niente didascalie, grazie.
Ne guadagna il libro, ne guadagna il lettore.
La ragazza con i capelli strani
Wallace, è noto, soffriva di disturbo bipolare. Un po' anche la sua produzione, tra alti (altissimi) e sorprendenti bassi.continue)
Vabbe', in realtà è quello che succede con qualunque autore, bipolare o meno. Forse gli è che in Wallace i bassi si notano di più, viste le vette vertiginose di virtuosismo che ... (
Wallace, è noto, soffriva di disturbo bipolare. Un po' anche la sua produzione, tra alti (altissimi) e sorprendenti bassi.
Vabbe', in realtà è quello che succede con qualunque autore, bipolare o meno. Forse gli è che in Wallace i bassi si notano di più, viste le vette vertiginose di virtuosismo che altrimenti toccava.
Questo per dire che La ragazza con i capelli strani, il volume, raccoglie gemme splendenti, alcune un po' più opache, e poi qualche sasso.
Il voto di tre stelle è la media tra alcuni quattro, e dei tre e dei due.
In particolare, ho trovato brutti La mia apparizione e soprattutto Lyndon, forse la peggio cosa che finora ho letto di Wallace.
Modesto La ragazza con i capelli strani, che alla raccolta dà titolo.
Tutto il resto è da suggere con (gran) piacere.
Cosmopolis
un costante senso di fastidio, come un dolore fisico sordo, un sottofondo cupo che non cessa la sua opera erosivacontinue)
sensazione vaga e pervasiva, pervadente di malessere e stupidità, e irritazione e inutilità
qualcosa di sgradevole ovunque, nelle cose, negli oggetti, nei corpi, nei pensieri, anche quan ... (
un costante senso di fastidio, come un dolore fisico sordo, un sottofondo cupo che non cessa la sua opera erosiva
sensazione vaga e pervasiva, pervadente di malessere e stupidità, e irritazione e inutilità
qualcosa di sgradevole ovunque, nelle cose, negli oggetti, nei corpi, nei pensieri, anche quando levigati alla perfezione, forse soprattutto quando tali
uno sguardo insistito di marca pornografica, non nel senso sessuale, c'è anche sesso, sì, certo, ma pornografico di una scrittura che esibisce con compiaciuta oscenità l'intimo d'ogni cosa, gli oggetti, i corpi, i pensieri, livellandoli spietatamente
e non so se voglio davvero condividere con DeLillo questo tipo di sguardo
anzi, no, non credo proprio, non mi piace
Acido solforico
La società è cattiva.continue)
La televisione è brutta.
E la cosa peggiore della televisione sono ovviamente i reality show.
Sono cose da decerebrati. Sono privi di spessore intellettuale.
Sono volgari.
Nascono combinando l'esibizione spudorata dell'intimità dei partecipanti col malcelato sadismo del ... (
La società è cattiva.
La televisione è brutta.
E la cosa peggiore della televisione sono ovviamente i reality show.
Sono cose da decerebrati. Sono privi di spessore intellettuale.
Sono volgari.
Nascono combinando l'esibizione spudorata dell'intimità dei partecipanti col malcelato sadismo del pubblico.
Un televisore acceso spegne il cervello.
I reality show abbrutiscono il pubblico.
Abituano a non pensare.
Risvegliano i peggiori istinti.
Più che indegni sono davvero pericolosi (come la musica rock, come i cartoni giapponesi).
Per fortuna che ci sono gli intellettuali.
Gli intellettuali sono alieni da tanta barbarie.
Al massimo la studiano con alterigia, la esaminano criticamente, la analizzano per giudicarla.
Gli intellettuali non guardano la televisione, scrivono libri.
Saggi e romanzi.
Scrivono per lanciare grida d'allarme sull'imbarbarimento che, loro, riescono a cogliere (sennò non sarebbero intellettuali).
E il pubblico legge, e così si informa dei diletti delle masse.
Diletti sordidi, riprovevoli. Pericolosi.
E il lettore si indigna, freme, si scuote tutto, si chiede dove andremo a finire, auspica o esige che si faccia qualcosa.
Il meccanismo su cui si reggono i reality show è elementare.
Mostrano individui disposti alle più ridicole umiliazioni pur di mostrarsi al pubblico e agguantare quarti d'ora di celebrità.
Il pubblico, di fronte alla volgarità e alla stupidità dei partecipanti, si sente riscattato.
Si sente un po' superiore.
Si consola delle miserie della propria vita.
È il pubblico che va a guardare le scimmie allo zoo perché necessita conferma della propria umanità.
Per fortuna noi non siamo come loro.
Inutile forse dire che questo meccanismo si riproduce identico anche nel pubblico di lettori e intellettuali rispetto al pubblico degli spettatori televisivi.
Ma quanto è stupida la gente imbambolata davanti al televisore.
Si fanno abbindolare da programmi appositamente confezionati.
Branchi di scimmie urlanti.
Per fortuna noi non siamo come loro.
Ma forse è inutile aggiungere che questa critica è perfettamente applicabile anche a questo stesso commento che hai appena terminato tu di leggere e io di scrivere.
Per fortuna noi non siamo come loro. O no?