«Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno» ovvero, guardando Kafka

Di

Editore: Einaudi

3.6
(165)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 52 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806206249 | Isbn-13: 9788806206246 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Norman Gobetti

Disponibile anche come: eBook

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
È l'estate del 1923 quando in due stanze in un sobborgo di Berlino una nuova coppia dà inizio al suo futuro comune. Lei si chiama Dora Dymant, lui Franz Kafka, e quello è l'ultimo anno della sua vita.
Prima di allora ci sono state altre due brave ragazze ebree nella vita di Kafka, Felice e Julie, poi la passionale, anticonformista Milena. Ma lui è già «sposato con l'angoscia a Praga» e un altro matrimonio non ci sta. È solo con la giovane Dora che Kafka, avvicinandosi alla fine, riesce a svincolarsi dalla città nativa e a pensarsi, seppur per poco, libero di amare.
E se fosse sopravvissuto alla tubercolosi che lo condusse a morte precoce? Se addirittura fosse scampato all'olocausto che si prese tutte le sue sorelle, rifugiandosi all'estero, magari in America, magari in un'accogliente comunità ebraica? Cosa sarebbe accaduto se il cantore di ogni forma di assoggettamento, vincolo, coercizione fosse riuscito a sfuggire? Quali inediti appagamenti il Nuovo Mondo delle mille possibilità avrebbe potuto riservargli?
Philip Roth immagina per noi lo scenario e, incrociando quell'orizzonte letterario e umano al proprio, dà vita a una piccola gemma di lucidità critica e insieme di spassoso estro narrativo.
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  • 4

    «Sto guardando, mentre scrivo di Kafka, la sua fotografia a quarant'anni (la mia età): è il 1924, con ogni probabilità l'anno più dolce e pieno di speranza della sua vita adulta, e l'anno della sua mo ...continua

    «Sto guardando, mentre scrivo di Kafka, la sua fotografia a quarant'anni (la mia età): è il 1924, con ogni probabilità l'anno più dolce e pieno di speranza della sua vita adulta, e l'anno della sua morte. Il viso è affilato e scheletrico, la faccia di uno che vive a credito: zigomi pronunciati resi ancora più evidenti dall'assenza di basette; orecchie con la forma e l'inclinazione delle ali di un angelo; un'espressione intensa e creaturale di sbigottita compostezza – enormi paure, un enorme controllo; unico tratto sensuale, una cuffia nera di capelli levantini tirata sul cranio; c'è una familiare svasatura ebraica nel ponte del naso, un naso lungo e leggermente appesantito in punta – il naso di metà dei ragazzi ebrei che erano miei amici alle superiori. Crani cesellati come questo furono spalati a migliaia dai forni; se fosse sopravvissuto, il suo sarebbe stato fra quelli, insieme ai crani delle tre sorelle minori.
    Ovviamente pensare a Franz Kafka ad Auschwitz non è più orribile che pensare a chiunque altro ad Auschwitz: è solo orribile a proprio modo. Ma lui morì troppo presto per l'olocausto. Se fosse sopravvissuto, forse l'avrebbe scampato fuggendo insieme al suo caro amico Max Brod, che trovò rifugio in Palestina e restò cittadino di Israele fino alla morte nel 1968. Ma Kafka che sfugge a qualcosa? Suona inverosimile per uno così affascinato dalle trappole e dalle esistenze culminanti in morti angosciose».
    È l'incipit, il bellissimo incipit di “«Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno» ovvero, guardando Kafka”, un lungo racconto datato 1973 di Philip Roth. Un incipit, ma ancor di più il “tema” di una sonatina con due movimenti: la trappola e la prima fuga, la trappola e la seconda fuga. La “trappola” è l'immensa ombra paterna, che si proietta su ogni cosa del suo mondo, inibendogli di essere marito o amante, bloccandogli la vita e popolando i suoi scritti di incubi a occhi aperti, nutriti da un senso di colpa lancinante, da fantasie masochistiche e dalla sistematica svalutazione di sé.
    La prima fuga è quella vera, quella estrema. Nell'ultimo anno della sua vita Kafka, che ha sempre vissuto a Praga e ha sempre lavorato all'ufficio legale di una compagnia di assicurazioni, che non ha mai abbandonato la casa paterna, lascia il lavoro e la città. Ottiene di andare in pensione per ragioni di salute, si stabilisce a Berlino. Nell'ultimo anno della sua vita Kafka, che è stato fidanzato per due volte con Felice e Julie, brave ragazze ebree, ed è fuggito all'idea di sposarle perché è «sposato con l'angoscia a Praga» (metterà fine anche alla relazione con Milena Jesenskà, che non chiede il matrimonio ma possiede più vita e passione e intensità di quanto Kafka possa accettarne), si innamora di una diciannovenne, Dora Dymant, figlia di un ebreo ortodosso, e la chiede in moglie al padre di lei, ricevendone un rifiuto. Sarà un anno comunque sereno, vissuto assieme alla giovane Dora, fino alla morte per tubercolosi ai polmoni e alla laringe.
    La prima parte del racconto, il primo movimento, è la storia di quest'anno berlinese, e assieme un'acuta e tenera rivisitazione dell'uomo e dello scrittore Kafka, vibrante di empatia. Forse proprio questa empatia suggerisce a Roth il secondo movimento: fare vivere Kafka e trasformarlo in un profugo, un professore di ebraico a Newark, nel New Jersey.
    Questo secondo Kafka è uno scapolo timido e mite, che vive in una camera ammobiliata e che gli alunni prendono a baia. Il protagonista – l'inconfondibile io adolescente di Philip Roth in zona “Portnoy” – lo invita a cena e lo presenta ai genitori. Che decidono di accasarlo con la zia zitella. Andrà a finire disastrosamente, ma Kafka almeno vivrà fino a settant'anni.
    C'è un legame tra il secondo movimento giocato sui toni della commedia scatenata (sembra di essere entrati in “Radio days” di Woody Allen) e il primo dove l'angoscia cede a una dolcezza, a una pienezza di vita che annuncia la morte? Sì, ed è duplice: l'intima, sostanziale comunione fra i sommersi e i salvati, tra chi è stato cancellato in Europa (non sarà sfuggita la designazione iniziale di Kafka come vittima perfetta della Shoah) e chi vive e strepita in America; e il suggerimento, subliminale ma neanche tanto, che all'origine dell'angoscia cosmica di Kafka ci fosse nient'altro che una normale famiglia ebraica, affettuosa e impicciona e invadente e chiassosa, dove niente di te è segreto e tutto è esposto.
    In quegli anni Philip Roth è affascinato da Kafka: un racconto del 1972, “Il seno”, è una variazione grottesca della “Metamorfosi”, con il protagonista trasformato in un'enorme mammella. Qualche anno dopo lo scrittore farà rivivere – e traghetterà in America, come ha fatto per Kafka – un altro simbolo struggente dell'ebraismo europeo: l'adolescente Anna Frank, che in “Lo scrittore fantasma” (1979) diventerà Amy Bellette, giovane donna capace di turbare lo scrittore Emanuel Isidore Lonoff (alcuni commentatori ci hanno voluto riconoscere Bernard Malamud) e di fare vacillare il suo matrimonio.
    Traduzione di Norman Gobetti.

    ha scritto il 

  • 4

    https://antoniodileta.wordpress.com/2015/10/19/ho-sempre-voluto-che-ammiraste-il-mio-digiuno-ovvero-guardando-kafka-philip-roth/

    “Poi, al principio dell’estate del 1923, mentre è ospite della sorella ...continua

    https://antoniodileta.wordpress.com/2015/10/19/ho-sempre-voluto-che-ammiraste-il-mio-digiuno-ovvero-guardando-kafka-philip-roth/

    “Poi, al principio dell’estate del 1923, mentre è ospite della sorella in vacanza con i figli sul mar Baltico, trova la giovane Dora Dymant, e nel giro di un mese Franz Kafka se n’è andato a vivere con lei in due stanze di un sobborgo di Berlino, finalmente lontano dalle di Praga e di casa sua. Come può essere accaduto? Come può, lui, nella sua malattia, essere riuscito in modo così rapido e definitivo ad attuare quel commiato che gli è stato impossibile quando era in salute? L’appassionato epistolografo capace di cavillare interminabilmente su quale treno prendere per incontrarsi con Milena a Vienna (semmai davvero decidesse di incontrarla per il fine settimana); il corteggiatore borghese in colletto alto che, durante la prolungata agonia del fidanzamento con Fräulein Bauer, compila in segreto un memorandum in cui contrappone gli argomenti e il matrimonio; il poeta dell’inafferrabile e dell’irrisolto, le cui atroci visioni di sconfitta hanno al proprio cuore la fede nell’irremovibile barriera che separa la volontà dalla sua realizzazione; il Kafka la cui narrativa invalida qualsivoglia facile, commovente, umanisticheggiante sogno a occhi aperti di salvezza e giustizia e soddisfacimento, immaginando complessi che deridono qualunque soluzione o via d’uscita... questo Kafka sfugge. Da un giorno all’altro! K. penetra oltre le mura del castello, Joseph K. si sottrae alle accuse: . Sì, l’eventualità di cui nel duomo Joseph K. ha appena un barlume, ma che non riesce a mettere in pratica - - Kafka la vede realizzata nell’ultimo anno della sua vita.
    È stata Dora Dymant o è stata la morte a indicare la nuova via? Forse l’una senza l’altra non avrebbe potuto essere.”
    (Philip Roth, “Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno”, ovvero guardando Kafka, ed. Einaudi)

    Questo scritto di poco più di 40 pagine, il cui titolo prende spunto da una frase contenuta nel racconto “Il digiunatore” di Kafka, è un omaggio che Philip Roth fa allo scrittore praghese Franz Kafka, incrociando le vicissitudini familiari/sentimentali di questo con le proprie. Nella seconda parte, infatti, immagino uno scenario con Kafka sopravvissuto alla malattia e allo sterminio nazista, divenuto professore e alle prese con un invito a cena durante il quale fargli conoscere una zia del bambino-allievo Roth.
    Nella prima parte, più interessante ai miei occhi, Roth, sia pure in pochissime pagine, riassume l’angoscia che caratterizzò le relazioni di Kafka con Felice e con Milena, evidenziando come, invece, l’incontro con la giovane Dora Dymant avesse rappresentato, proprio nel corso dell’ultimo anno di vita di Kafka, l’occasione per fuggire da Praga, dalla gabbia familiare e da sé stesso. Un Kafka, insomma, che proprio in vista della morta, sembra (sembra) quasi assaporare, cosa per lui prima impossibile, il piacere e la libertà di amare.

    ha scritto il 

  • 4

    Philip Roth non delude mai !

    Un racconto che costituisce un mini saggio dedicato all'ultimo anno di vita del grande scrittore ceco nella seconda parte del quale P. Roth ipotizza per lui , e lo fa da par suo , un destino diverso ...continua

    Un racconto che costituisce un mini saggio dedicato all'ultimo anno di vita del grande scrittore ceco nella seconda parte del quale P. Roth ipotizza per lui , e lo fa da par suo , un destino diverso da quello che purtroppo la sorte gli ha invece riservato.
    Un libriccino di una quarantina di pagine che si legge in poche ore per il quale non si può che condannare la condotta “predatoria” portata a termine dall'editore nel vendere un estratto , preso e tradotto da “Reading myself and others”, come opera a sé stante a ben 8,00 (dicasi otto) euro .
    Una vera rapina ma per Philip si fa questo ed altro !

    ha scritto il 

  • 3

    Troppo breve per dargli 4 stelle, ma comunque interessante. La prima parte dice poco più di quel che già si sa, ma calcando sulle differenze del rapporto con Dora rispetto ai precedenti; ciò porta ad ...continua

    Troppo breve per dargli 4 stelle, ma comunque interessante. La prima parte dice poco più di quel che già si sa, ma calcando sulle differenze del rapporto con Dora rispetto ai precedenti; ciò porta ad inventarsi una immaginaria vita di Kafka sino alla vecchiaia e il raccontino è simpatico.

    ha scritto il 

  • 3

    E se invece... ??

    Philip che parla di Kafka è qualcosa da non perdere.. A 40 anni decide di scrivere del suo idolo letterario, forse perché fu questa l'età in cui lo scrittore ceco morì di tubercolosi.
    In questi due sc ...continua

    Philip che parla di Kafka è qualcosa da non perdere.. A 40 anni decide di scrivere del suo idolo letterario, forse perché fu questa l'età in cui lo scrittore ceco morì di tubercolosi.
    In questi due scritti ci parla di un Kafka realmente esistito nel suo ultimo anno di vita e di un ipotetico Kafka che, riuscito a fuggire dai legami affettivi che lo legavano a Praga, andò a cercare fortuna negli Stati Uniti ed ebbe una storia proprio con la zia del piccolo Philip.
    La scrittura di Roth è sempre elevata, ma anche spassosa, il suo umorismo ebraico è particolare e mi piace tantissimo, come nessun altro!! Unico difetto: troppo corto!

    “Sto guardando, mentre scrivo di Kafka, la sua fotografia a quarant'anni (la mia età): è il 1924, con ogni probabilità l'anno più dolce e pieno di speranza della sua vita adulta, e l'anno della sua morte. C'è una familiare svasatura ebraica nel ponte del naso, un naso lungo e leggermente appuntito in punta – il naso di metà dei ragazzi ebrei che erano miei amici alle superiori. Crani cesellati come questo furono spalati a migliaia dai forni; se fosse sopravvissuto, il suo sarebbe stato fra quelli.”

    ha scritto il 

  • 5

    Iniziare l'anno con il mio Filippo preferito è sempre un piacere. Adoro l'ego di quest'uomo che riesce a fare di Kafka un suo quasi parente ;)
    Un divertissement piacevolissimo.

    ha scritto il