Adiós a Berlín

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Publisher: Del Taller De Mario Muchnik

4.0
(406)

Language: Español | Number of Pages: 232 | Format: Paperback | In other languages: (other languages) Italian , English , German , Catalan

Isbn-10: 849530306X | Isbn-13: 9788495303066 | Publish date: 

Translator: Jaime Gil de Biedma

Also available as: Hardcover , Others

Category: Fiction & Literature , History

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Book Description

Adiós a Berlín combina la realidad con la ficción, y el Christopher Isherwood de la novela, aun siendo el narrador, no es necesariamente el autor. Personajes marginales, a menudo cómicos, viven vidas desordenadas, hasta torpes, como exiliados en Berlín, bajo la amenaza del horror que se avecina.

La novela perdura como un documento acerca de una ciudad harapienta y corrupta -como lo eran en los años treinta el estado y el pueblo alemanes-, y la claudicación ante el nazismo en ciernes y el egoísmo de un generalizado sálvese quien pueda. El consumado oficio de Isherwood convierte el documento en literatura.

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  • 0

    Incipit

    Dalla mia finestra vedo la strada fonda, solenne, massiccia.....

    http://www.incipitmania.com/incipit-in-lingua-originale/incipit-in-inglese/addio-a-berlino-christopher-isherwood/

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  • 5

    Angosciante fotografia della Germania al tempo della Repubblica di Weimar: Isherwood descrive la gioventù perduta tedesca, orfana della rassicurante figura del Kaiser ma già pronta ad essere figlia de ...continue

    Angosciante fotografia della Germania al tempo della Repubblica di Weimar: Isherwood descrive la gioventù perduta tedesca, orfana della rassicurante figura del Kaiser ma già pronta ad essere figlia del Fuhrer.
    Leggere questo libro è come osservare i quadri di Otto Dix o George Grosz: grotteschi, inquietanti, ambasciatori di un futuro che si propstetta ancora più funesto del presente che testimoniano.

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  • 4

    Auf Wiedersehen, Goodbye.

    Ora che ho appena finito di (ri)vedere Cabaret (ma chi lo sapeva, allora, che Cabaret era - quasi - Addio a Berlino e viceversa!) nella mia mente le parole di Isherwood si sovrappongono alle immagini ...continue

    Ora che ho appena finito di (ri)vedere Cabaret (ma chi lo sapeva, allora, che Cabaret era - quasi - Addio a Berlino e viceversa!) nella mia mente le parole di Isherwood si sovrappongono alle immagini del film di Bob Fosse.
    La Berlino e il tono di Christopher Isherwood sono più pacati, il clima non è così rutilante e gaudente com'è nel film, né la mia immaginazione mi aveva portato a immaginare l'esuberante e disnibita Sally Bowles con gli occhi bistrati, le labbra laccate a forma di cuore e il seducente reggicalze nero sulle cosce bianco latte della divina Liza Minnelli.
    Ma Christopher Isherwood sì, forse lo immaginavo proprio con gli occhi acquosi e cangianti, spalancati per lo stupore, di Michael York, anche se tutto, nei capitoli (più simili a fotografie che racconti) che tendono a identificare l'autore con il suo personaggio, è filtrato più dallo sgomento che dalla meraviglia.
    Sgomento verso una città e una nazione che Isherwood saluta, ma che descrive a posteriori, quando ormai la follia nazista non è più una minaccia (Una promessa? Un'epifania?), ma una certezza che spinge l'Europa intera verso il baratro del secondo conflitto mondiale.
    È un addio alla Berlino dei primi anni Trenta, gli anni dell'angelo azzurro e di Marlene Dietrich, dunque, la Berlino dei grammofoni e delle stanze in affitto, dei kabarett e dei caffè, delle ragazze a caccia di successo, degli avventurieri e dei ricchi commercianti ebrei, delle Fräulein Schroeder e del suo mondo crepuscolare (l'incipit che descrive il salotto e i dettagli dell'arredo dell'appartamento è memorabile tanto quanto è impressionante la resa fotografica), dei Nowak e della loro miseria, dei Landauer e del loro tramonto (Natalia, la bellissima Marisa Berenson nel film, e il di lei zio Bernhard: impossibile dire se è più bella la figura della rigida e compassata di Natalia o quella del rassegnato e ambiguo, mai dichiarato apertamente omosessuale, Bernhard), quella delle lezioni di inglese per stranieri che mantengono Christopher e gli aprono le porte di tutte le Berlino possibili: ricca, misera, conservatrice, avanguardistica, ebrea, nazionalista, comunista, nazista.
    Quella della Gioventù hitleriana e del morbo che la anima, che irrompe e consuma come un virus una città che era simbolo della libertà, del peccaminoso e del godimento, che rinuncia alla sua libertà fino a diventare uno zoo che mette in mostra il lato peggiore dell'animale umano.
    Fino all'addio, malinconico e struggente, ma al tempo stesso compassato e rassegnato - «Domani parto per l'Inghilterra. Tornerò qui tra qualche settimana, ma solo per prendere le mie cose prima di lasciare Berlino per sempre.
    La povera Fräulein Schroeder è inconsolabile: «Non troverò mai un altro gentiluomo come lei, Herr Isservut, sempre così puntuale con la pigione... Non capisco proprio perché vuole andarsene da Berlino, così, tutt'a un tratto...».
    È inutile cercare di spiegarglielo o parlare di politica. Lei si sta già adattando, così come si adatterà a ogni nuovo regime. Stamane l'ho sentita persino nominare con tono riverente
    «der Führer», ciacolando con la moglie del portiere. Se qualcuno provasse a ricordarle che alle elezioni dello scorso novembre ha votato comunista, con tutta probabilità negherebbe con veemenza, e in perfetta buona fede. Si sta semplicemente acclimatando, in ossequio alla legge naturale, al modo di un animale che cambia il pelo ai primi freddi. Migliaia di persone come Fräulein Schroeder si stanno acclimatando. Dopotutto, chiunque sia al governo, sono condannate a vivere in questa città.» - ultima fotografia, in bianco e nero, di una città e di un tempo tramontato nell'ascesa di Hitler.
    E se a lettura ultimata c'è un motivo per cui, nonostante lo splendido sguardo fotografico di Isherwood che scatta un'istantanea dopo l'altra del periodo - «Io sono una macchina fotografica con l'obiettivo aperto» dichiara l'alter ego di Chris­topher Isherwood arrivando nell'autunno del 1930 a Berlino, dove resterà fino al 1933. -, nonostante la splendida scrittura limpida e raffinata, non mi fa considerare "Addio a Berlino" un capolavoro (cosa che invece mi viene di pensare del film e dell'interpretazione di Liza Minnelli), forse questo va ricercato in quell'eccessivo distacco, in quel compassato atteggiamento (molto inglese) che Isherwood stesso sceglie di tenere, in cui preferisce mantenere la distanza dagli eventi così come dalla celata sessualità del suo alter ego, e apparire più spettatore che attore: distanza che ha impedito, anche a me, di avvicinarmi tanto quanto avrei desiderato fare.

    http://youtu.be/5QS1l1mSDSo

    http://www.freedomsphoenix.com/Uploads/Graphics/171-0503090648-obama-weimar-Cabaret-2.jpg

    http://5kilokultury.pl/wp-content/uploads/2014/11/marlene-dietrich.jpg

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  • 4

    Berlino dolceamara (1930-1933)

    Uno sguardo pieno d'amore a Berlino un attimo prima che tutto finisca inghiottito dal fallimento della repubblica di Weimar e che Hitler diventi il padrone della città.
    Addio alla Berlino trasgressiva ...continue

    Uno sguardo pieno d'amore a Berlino un attimo prima che tutto finisca inghiottito dal fallimento della repubblica di Weimar e che Hitler diventi il padrone della città.
    Addio alla Berlino trasgressiva e stravagante, ai seminterrati animati dal brusio dei poeti, dei cantanti e dei giovani sognatori, alle vecchie pensioni borghesi nelle cui pareti ammuffite, nei consunti divani e nei logori tappeti risuonano gli echi di coloro che si sono avvicendati in cerca di un tetto e di un simulacro di famiglia. Addio alle ragazze mercenarie in cerca di soldi e amore, opportuniste ma autentiche e disinibite, ai fidanzati che fischiano alle finestre delle loro donne, all'amore libero e libertino, agli scaltri fannulloni che della loro avvenenza fanno mercato, agli innocui pensatori, alle solide fortune delle famiglie ebree, al fermento intellettuale vivace e senza censura.
    L'io narrante, un Isherwood alter ego di se stesso, più di uno spettatore e meno di un protagonista, registra appassionato e pietoso gli ultimi sussulti vitali di questa vecchia signora decadente ma ancora unica. Risuona già il rumore sordo della caduta rovinosa e si avverte il gusto amaro della perdita imminente ma non intaccano la serena fluidità del racconto in cui ogni piccolo dettaglio di cose e persone risplende di rispetto e devozione ed è rappresentato in altrettanti sipari vividi, dove la nostalgia del ricordo felice non è cieca di fronte alla dolorosa consapevolezza che la città amata e la sua gente già si stanno "adattando" ad una nuova atroce e folle realtà.

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  • 5

    Attraverso una scrittura fluida ed elegantissima, “Addio a Berlino” riesce con poche, sapienti, abilissime pennellate di uomini, donne e ambienti a catapultarci e a immergerci completamente nella Berl ...continue

    Attraverso una scrittura fluida ed elegantissima, “Addio a Berlino” riesce con poche, sapienti, abilissime pennellate di uomini, donne e ambienti a catapultarci e a immergerci completamente nella Berlino dei primissimi anni ’30, metropoli cosmopolita, libertina e libertaria, in procinto di essere spazzata via dall’avvento imminente della feroce dittatura nazista, per essere trasformata nella capitale del Terzo Reich.

    La nostalgia per quello che è stato e non sarà più, la consapevolezza che un intero universo fatto di persone, di locali, di culture e, essenzialmente, di diversità sarà semplicemente cancellato dalla follia sanguinaria del nazismo e, infine, un senso di disastro imminente pervadono fortissimi il libro e ne costituiscono contemporaneamente la grandezza, insieme ad una miriade di personaggi, luoghi ed atmosfere così splendidamente descritti che, odori, facce, sensazioni, dolori possono essere quasi fisicamente percepiti dal lettore.

    Un grandissimo memoir, quindi, che trasforma “quella” Berlino in un luogo mitico e quasi mitologico, alla stregua della Roma imperiale, di Babele, delle polis greche o della Parigi del Terrore, icona e simbolo di un epoca sparita, non solo per effetto del fisiologico trascorrere del tempo, ma a causa dell’umana natura e dell’incedere, implacabile, della Storia.

    Un addio, quindi, non a un luogo, ma ad un mondo, autentico “melting pot”, a cui è stata metaforicamente spenta la fiamma per trasformarlo, con ogni mezzo, in un monolite ideologico e culturale, culla del male assoluto. E mentre ciò accade, il lettore è lì, testimone attonito e impotente di una trasformazione epocale attraverso gli occhi di Isherwood.

    Un libro imprescindibile.

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  • 3

    Pag 30: "...sì, divertente, ma un libro che non lascerà nessun segno..." (all'amico che me l'ha regalato)
    Pag 70: "...ma lo sai che sta iniziando a piacermi?" (idem)
    Ultima pagina: ...che bello lo sgu ...continue

    Pag 30: "...sì, divertente, ma un libro che non lascerà nessun segno..." (all'amico che me l'ha regalato)
    Pag 70: "...ma lo sai che sta iniziando a piacermi?" (idem)
    Ultima pagina: ...che bello lo sguardo di Isherwood, autore che non conoscevo... Quanto acume nella sua ironia. Quanto stupore nel vedere un "diario", un'opera non precisamente, non realisticamente, non puntigliosamente narrativa, che eppure funziona. Che brava la traduttrice! …e infine, come si insinua il Nazismo (pag 30: “Ma poi cambia, vedrai”)! Se avete letto “Come si diventa nazisti” vi ritroverete qualcosa di quel saggio. I simpatizzanti e i militanti della NSDAP non sono soldati con gli stivali lucidi e un brilluccichio diabolico negli occhi, biondi e ottusi, biondi e pensierosi; non sono soldati, agenti, guardie in generale. Sono proletari, coppie di innamorati, normali giovani ubriachi; ragazzetti educati (come quelli che volantinano oggi…), passanti neutrali, il figlio più bravo in una famiglia disastrata. Una sorpresa, una gran bella sorpresa. (Per voi, lettori. Lo dirò anche a lui, ovviamente)

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  • 3

    Berlino bella

    Oltre a un quadro davvero suggestivo dello splendore di Berlino prima della guerra, non sono riuscita a cogliere altro. Forse era sufficiente gustarsi il quadro e non aspettarsi altro.

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  • 4

    Una scrittura scorrevolissima per un argomento drammatico e cruciale della nostra storia, purtroppo sempre attuale. Può un tale argomento essere trattato con tanta leggerezza? Isherwood dimostra in qu ...continue

    Una scrittura scorrevolissima per un argomento drammatico e cruciale della nostra storia, purtroppo sempre attuale. Può un tale argomento essere trattato con tanta leggerezza? Isherwood dimostra in questo caso che leggerezza non sempre coincide con superficialità. Consigliatissimo

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  • 4

    Il tramonto della Repubblica di Weimar

    Ho molto amato il film Cabaret e finalmente Adelphi ha ripubblicato il bel romanzo a episodi pubblicato nel 1939, in forma di diario, al quale Bob Fosse si è ispirato.
    Ciò che più mi è piaciuto del li ...continue

    Ho molto amato il film Cabaret e finalmente Adelphi ha ripubblicato il bel romanzo a episodi pubblicato nel 1939, in forma di diario, al quale Bob Fosse si è ispirato.
    Ciò che più mi è piaciuto del libro di Isherwood è la descrizione dei vari ambienti sociali della Berlino dell'epoca: le descrizioni degli interni delle abitazioni, in particolare, sono un capolavoro di acume e di ironia. Nella prime pagine c'imbattiamo nella superba descrizione delle suppellettili che decorano l'appartamento di Fräulein Schroeder, la signorina attempata che subaffitta alcune stanze della sua casa per tirare avanti a fine mese. E' un vero pezzo di bravura, la fotografia di un salotto Biedermeier della media borghesia già in declino, destinata a essere spazzata via a breve insieme a tutto il resto. La riporto per intero: par di leggere la versione teutonica delle "piccole cose di pessimo gusto" evocate da Guido Gozzano, con ben altri sinistri presagi...

    "Il lavabo è un santuario gotico. Ed è gotico anche l'armadio, con i vetri lavorati di una cattedrale: Bismarck fronteggia il re di Prussia sulle ante colorate. La mia sedia migliore potrebbe passare per il soglio di un arcivescovo. In un angolo, tre alabarde medioevali false (di una compagnia teatrale itinerante?) si incrociano formando un attaccapanni a stelo. Ogni tanto Fräulein Schroeder svita le lame delle alabarde e le lucida. Sono pesanti e affilate quanto basta per uccidere.
    Tutto nella stanza è così: inutilmente solido, insolitamente pesante, pericolosamente tagliente. Qui, alla scrivania, mi trovo faccia a faccia con una falange di oggetti metallici: un paio di candelabri a forma di serpenti intrecciati, un posacenere da cui spunta la testa di un coccodrillo, un tagliacarte copiato da uno stiletto fiorentino, un delfino in ottone che sulla punta della coda regge un piccolo orologio rotto. Qual è il destino di simili cose? Sembrano indistruttibili. Probabilmente resteranno integre per migliaia di anni: la gente le ammirerà nei musei. O forse verranno semplicemente fuse per fare munizioni in tempo di guerra. Ogni mattina, Fräulein Schroeder le sistema con grande precisione in posizioni immutabili: e lì stanno, com un'inflessibile esposizione delle sue opinioni circa il Capitale e la Società, la Religione e il Sesso".

    Non è un caso che questo originale diario, dopo alcuni episodi che ci regalano paradigmatici ritratti di amici e conoscenti di varia estrazione sociale incontrati durante gli anni di soggiorno a Berlino e un ultimo capitolo, fratto e nervoso, dove il testimone Isherwood annota il rapido precipitare degli eventi, si chiuda tornando alla nostra matura signorina, esempio della totale cecità con la quale la società tedesca si lasciò trascinare nell'abisso:

    "Domani parto per l'Inghilterra. Tornerò qui tra qualche settimana, ma solo per prendere le mie cose prima di lasciare Berlino per sempre.
    La povera Fräulein Schroeder è inconsolabile: 'Non troverò mai un altro gentiluomo come lei, Herr Isservut. sempre così puntuale con la pigione... Non capisco proprio perché vuole andarsene da Berlino, così, tutt'a un tratto... '
    E' inutile cercare di spiegarglielo o parlare di politica. Lei si sta già adattando, così come si adatterà a ogni nuovo regime. Stamane l'ho sentita persino nominare con tono riverente 'der Führer', ciacolando con la moglie del portiere. Se qualcuno provasse a ricordarle che alle elezioni dello scorso novembre ha votato comunista, con tutta probabilità negherebbe con veemenza, e in perfetta buona fede. Si sta semplicemente acclimatando, in ossequio alla legge naturale, al modo di un animale che cambia il pelo ai primi freddi. Migliaia di persone come Fräulein Schroeder si stanno acclimatando. Dopotutto, chiunque sia al governo, sono condannate a vivere in questa città".

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  • 4

    Soltanto dopo aver letto l'ultima parola del libro ci si rende conto della grande opera compiuta dall'autore. Come quando di fronte ad un quadro fai due passi indietro e ti accorgi della bellezza del ...continue

    Soltanto dopo aver letto l'ultima parola del libro ci si rende conto della grande opera compiuta dall'autore. Come quando di fronte ad un quadro fai due passi indietro e ti accorgi della bellezza del dipinto.

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