Amatissima

Di

Editore: Frassinelli (Tascabili, 3)

4.2
(1005)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 408 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco , Inglese , Spagnolo , Chi tradizionale , Francese , Olandese , Svedese , Portoghese

Isbn-10: 8876843957 | Isbn-13: 9788876843952 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Giuseppe Natale ; Curatore: Franca Cavagnoli ; Postfazione: Alessandro Portelli

Disponibile anche come: Copertina rigida , eBook

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Storia

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  • 2

    Una storia che non passa liscia.

    [“I ragazzi impiccati ai più bei platani del mondo.”]

    Discolpo Giuseppe Natale: non può essere sempre colpa del traduttore, anche se viene citato in piccolo e in corsivo e in alto sul retro della prim ...continua

    [“I ragazzi impiccati ai più bei platani del mondo.”]

    Discolpo Giuseppe Natale: non può essere sempre colpa del traduttore, anche se viene citato in piccolo e in corsivo e in alto sul retro della prima pagina come a dichiarare quanto sia stato indegno del suo compito, se un romanzo che avrei voluto farmi piacere non mi è piaciuto.

    Io ho in corso questa mia impresa ridicola di leggere almeno un romanzo di ogni nobelitato, e il romanzo “Amatissima” della Morrison me lo ripromettevo da parecchio, avendo tutte le caratteristiche per cui uno scrittore mi può piacere: la Morrison è una restitutrice di voce, è afroamericana, è donna, non piace a Harold Bloom. Dati i pre-requisiti, “Amatissima” mi sarebbe piaciuto tantissimo, seppoi non lo avessi letto.

    Lo spunto: la storia vera. Metti Dostoesvkij: legge un articoletto di giornale e ne ricava “Delitto e castigo”, un mondo da un frammento. La Morrison legge un articoletto di giornale e ne ricava “Amatissima”, una raccolta di frammenti che non riesce a raccontare il mondo più di quanto l’abbia fatto l’articoletto stesso.

    Una schiava fuggiasca che uccide sua figlia al momento della ricattura, le proibisce di diventare schiava a sua volta, e viene ricondotta alla campo: un fatto così nudo e osceno racconta da sé il mondo della schiavitù e dei suoi effetti totalizzanti sulla persona umana, non occorre nient’altro, ovvero: ottende uno scrittore per ottenere altro da una scena così esaurientemente drammatica e emblematica.

    Se Dostoevskij estende la narrazione, la dilata, la esplode, la: rivela al di là di sé stessa, la Morrison la rende morbosa, la ridescrive, la ripete, la allegorizza, la arrovella, la magicizza, insomma la spreca, la concettualizza, la sfinisce.

    Le scelte formali della Morrison vanno a detrimento della storia, la posizione teorica (il ricordo crea e il ricordo distrugge) appesantisce il risultato estetico e il fatto di per sé tragico e epico della schiavitù e di essere donna e nera e schiava diventa cervellotico, insopportabile non in quanto verità detta chiara e tonda ma in quanto processo narrativo inutilmente ellittico, accessoriato, appesantito di una scrittura rigida, ricercata ma che non trova niente se non la messa in scena della sua impalcata ricercatezza.

    La costruzione della pagina è lenta, pretenziosa, completamente mentale, persino – ma come, una scrittrice premio Nobel nera che dà voce a chi non ha avuto voce eccetera eccetera? – noiosa, e io che farei saltare sulle mine chi è così maleducato e senza scrupoli da saltare anche solo una pagina di giornale, ne ho saltate eccome di pagine, e con quale amarezza ho sentito di non starmi perdendo niente, anzi, di star guadagnando tempo, risparmiandogli i contorsionismi a cui lo sottopone la Morrison, che secondo me in lingua rende mooolto dippiù, e sarà stata sicuramente colpa della traduzione, eccerto, e quando una postfazione sembra migliore dell’opera che postfa c’è veramente da stare attenti a non far sapere a Harold Bloom che a momenti sulla Morrison se ne condivide il parere.

    ha scritto il 

  • 4

    Un pugno nello stomaco, diretto e implacabile... lascia un ricordo e delle sensazioni forti. La storia è bella e molto triste, i personaggi ancorati a una realtà ingiusta e a tratti insopportabile. L' ...continua

    Un pugno nello stomaco, diretto e implacabile... lascia un ricordo e delle sensazioni forti. La storia è bella e molto triste, i personaggi ancorati a una realtà ingiusta e a tratti insopportabile. L'ho amato.

    ha scritto il 

  • 4

    Amatissima

    Brutto il titolo italiano. Beloved assomiglia di più a un nome. Non sto a discutere sulla trama: semplice e per dichiarazione dell'autrice, tratta da un fatto di cronaca. Ma come l'ha dipanata avanti ...continua

    Brutto il titolo italiano. Beloved assomiglia di più a un nome. Non sto a discutere sulla trama: semplice e per dichiarazione dell'autrice, tratta da un fatto di cronaca. Ma come l'ha dipanata avanti e indietro nello svolgimento del romanzo è una cosa sublime. Ha trasformato una storia in un canto muto come l'urlo di Munch, l'ha rigirata ossessivamente come un coro gospel e ha portato il lettore a mangiare ogni pagina pur sapendo già da subito come finiva. Bravissima Toni.

    ha scritto il 

  • 4

    I lati oscuri della donna e della maternità (da una storia vera)

    Un libro "scuro come la notte". Personaggi femminili impossibili da dimenticare, vicenda difficile da digerire ma trattata senza nessun eccesso di pietismo. E, cosa più importante, presa da un fatto v ...continua

    Un libro "scuro come la notte". Personaggi femminili impossibili da dimenticare, vicenda difficile da digerire ma trattata senza nessun eccesso di pietismo. E, cosa più importante, presa da un fatto vero di cronaca.
    "Amatissima" è diventato uno dei miei libri preferiti.

    ha scritto il 

  • 4

    Dimmi solo questo. Un negro quanto deve sopportare?

    Essere donna, nera e schiava cosa c'è di peggio?
    essere donna, nera, schiava e MADRE.
    Madre di figli che sono considerati merce di valore, che ti vengono strappati dopo 10-15 giorni di latte, che ti c ...continua

    Essere donna, nera e schiava cosa c'è di peggio?
    essere donna, nera, schiava e MADRE.
    Madre di figli che sono considerati merce di valore, che ti vengono strappati dopo 10-15 giorni di latte, che ti chiamano Signora, che non hanno fratelli, sorelle, nonni, che sono venduti come carne da macello in giro per gli Stati Uniti.
    Figli/figlie: vessati, picchiati, usati, imprigionati in gabbie per topi, legati, costretti al morso di ferro, frustati ma non al punto di morirne, privati di identità, torturati, mutilati, violentati, sì alla fine ti andava bene quando ti ammazzavano.

    Non è un libro facile, è un libro pieno d'orrore per l'uomo bianco è un libro dove l'amore materno è l'emblema di questo nostro mondo.
    Cosa è disposta a fare una madre che ama per dei figli? Tutto, compreso non farle vivere la sua stessa vita.
    Sethe dalle pagine del libro urla vendetta, vendetta per tutte quelle donne nere a cui hanno strappato i figli, hanno rubato il latte, hanno fatto fiorire un albero sulla schiena.

    Amata è il senso di colpa, è l'odio, è il rancore, l'amarezza, tutto quello che poteva essere e non è stato, tutto quello che ritorna in cerca di riscatto.

    Denver è il futuro che sarà, il risultato della paura, della colpa, della solitudine, del peccato dell'uomo bianco, ma forse lei ha una possibilità...

    E' un libro duro, complicato da una parte di realismo magico che a primo acchito lascia perplessi, ma poi ti rendi conto che forse serve a smorzare la durezza della storia, ti dà quasi l'illusione di poter pensare, beh se c'è una parte 'onirica' così spiccata intorno a Sethe, forse anche la schiavitù alla fin fine è solo un incubo, e invece no, uomo bianco non cullarti in nella dimensione 'magica' sei colpevole di tutte le malvagità commesse.

    L'amore o c'è o non c'è. L'amore piccolo non è amore per niente.

    8/10

    ha scritto il 

  • 3

    Sarebbe potuto esistere a Richmond, o ad Atlanta, Charleston, Savannah, o New Orleans, uno come Marco Tullio Tirone, schiavo ma uomo di lettere, segretario e amico del proprio padrone, tal Marco Tulli ...continua

    Sarebbe potuto esistere a Richmond, o ad Atlanta, Charleston, Savannah, o New Orleans, uno come Marco Tullio Tirone, schiavo ma uomo di lettere, segretario e amico del proprio padrone, tal Marco Tullio Cicerone, e poi, dopo la sua morte, curatore ed editore delle sue opere e delle sue lettere? Sarebbe stato accetto un nero uomo di lettere, ex schiavo e per giunta editore? Avrebbe potuto vivere in qualsiasi centro abitato degli Stati del Sud senza essere cacciato, fare quello che fece lui senza essere linciato? C’è stato mai uno così? Boh!?! Forse perché lo schiavismo classico non era su base razziale, ma sociale, politica, e quindi la situazione meno costringente, meno disumana, da cui si poteva anche recedere ed essere “reinseriti” nella società? Sì, anche la suocera di Sethe, la nostra protagonista, la vecchia Baby Suggs era stata riscattata e aveva comprato la propria libertà, ma se ne era andata al Nord, oltre l’Ohio…e non era di certo una letterata. Ma basta così! Non c’è una schiavitù più o meno cattiva, uno schiavista buono e uno cattivo, c’è solo una schiavitù più o meno tollerabile e la schiavitù razziale ne è forse la forma più disumana, perché è in questione il colore della tua pelle che viene ordinata in scala gerarchica secondo le sue gradazioni.
    Ho fatto una grande difficoltà a seguire il racconto della Morrison, che è volutamente confuso per dare al lettore la sensazione di confusione e spaesamento che provava chi era rapito dalla sua terra e inserito in un universo di dolore le cui coordinate di senso era sconosciute e tutte da imparare. C’è riuscita!

    ha scritto il 

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