Aracoeli

Di

Editore: Einaudi (Supercoralli)

3.9
(435)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 328 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Francese , Spagnolo

Isbn-10: 8806054848 | Isbn-13: 9788806054847 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback , Altri

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Storia

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  • 5

    Leggere Elsa Morante è bello, non ci si annoia mai. E’ la più grande, è la più vera di tutte le scrittrici italiane. Nelle sue opere non si identifica mai con uno solo dei protagonisti ma con l’uno ...continua

    Leggere Elsa Morante è bello, non ci si annoia mai. E’ la più grande, è la più vera di tutte le scrittrici italiane. Nelle sue opere non si identifica mai con uno solo dei protagonisti ma con l’uno e l’altro. In Ara Coeli è Manuele e la madre. La madre premurosa ed ossessiva e, allo stesso tempo, il figlio che vuole, vorrebbe liberarsi da lei. L’amore e le attenzioni che ha ricevuto dalla madre sono state così forti da non riuscire a trovare nel mondo della vita da adulto un amore che potesse eguagliare quello materno, da qui la sua omosessualità. Un forte amore materno potrebbe portare, però, non esclusivamente alla omosessualità ma anche ad un atteggiamento opposto, a continui tradimenti nella disperata ricerca di trovare la persona che eguagli l’amore e l’affetto materno ma solo il suo essere omosessuale può meglio sottolineare l’esclusività del rapporto con la madre, il suo tenerselo tutto per sé, perché nella ricerca dell’amore siamo egoisti e il figlio diventa l’essere che potenzialmente potremmo plasmare secondo i nostri desideri. Ho ritrovato in lei l’immagine di Herzeloyde, la madre di Parzival che cresce il figlio lontano dal mondo per preservarlo da ogni pericolo. In Elsa Morante c’è una continua e costante, quasi imperturbabile, oserei dire, nostalgia per tutto ciò che non è stato, per tutto ciò che avrebbe voluto fosse diverso. Chissà forse il desiderio di avere un figlio a cui dare tutto l’amore del mondo o forse non averlo voluto perché l’amore soffocante e troppo premuroso lo avrebbe portato all’infelicità. La sua arte, i suoi libri sono il luogo delle esperienze mancate e forse, non so se consapevolmente o no, diventa il luogo per soccorrere a queste mancanze.

    ha scritto il 

  • 4

    ½ - Viaggio verso il centro di se stessi

    «Mi vedo qui, a correre in una pista tracciata in un deserto. Fra miraggi assurdi, segnali falsi e scenari vuoti; e ancora una volta mi ripeto che le chiamate di Aracoeli sono state, esse pure, un fal ...continua

    «Mi vedo qui, a correre in una pista tracciata in un deserto. Fra miraggi assurdi, segnali falsi e scenari vuoti; e ancora una volta mi ripeto che le chiamate di Aracoeli sono state, esse pure, un falso segnale; e il mio povero, ultimo romanzo andaluso una fabbrica d’ombre equivoche, per trastullo dei miei giorni vani. Dal mondo, in cui pretendo d’incontrare Aracoeli, a me sale la consueta, una risposta: “Che cosa cerchi, e chi?! Non c’è nessuno. E tanto vale che tu ti tolga gli occhiali. Da vedere non c’è niente”.»

    A parlare è Manuele, un quarantenne solitario, disilluso e che si sente costantemente fuori posto. Sfruttando il ponte di ognissanti, Manuele decide di recarsi a El Almandral, il piccolo villaggio andaluso - dalle parti di Almeria -, sconosciuto alle carte geografiche, nel quale nacque sua madre: Aracoeli.

    Ancora una volta, Elsa Morante torna sul rapporto madre/figlio, stavolta dando voce ai ricordi d’infanzia di un omosessuale giunto nel mezzo del cammin di propria vita senza esser mai inciampato in un altro amore che non fosse quello che la giovane madre gli riversò copiosamente addosso durante la fanciullezza. Il viaggio fisico alla ricerca delle radici materne, sarà per Manuele anche un viaggio interiore nel quale tentare di ricostruire quei pochi anni di amore incondizionato interrottisi improvvisamente e seguiti da tanti anni di frustante solitudine e impaccio. I ricordi reali del bambino si mescoleranno con i ragionamenti dell’adulto andando a ricomporre il puzzle di una storia piena di zone d’ombra, mezze verità, frasi troncate, sguardi sviati e incessanti tentativi di salvaguardare le apparenze.

    Elsa Morante è tornata per l’ennesima volta a conquistarmi con la sua scrittura elegante - classica direi -, con il suo acume, con la sua innegabile e rara capacità di penetrare nell’animo umano per di illuminarne ogni più recondito anfratto. Durante tutta la lettura del romanzo non ho fatto altro che domandarmi, alternativamente, quanto Manuele ci fosse in Elsa Morante e quanta Elsa Morante ci fosse in Aracoeli. Le risposte che mi sono dato sono che buona parte della malinconia, della solitudine, delle insicurezze, della scarsa stima di sé presenti in Manuele fossero pressoché le stesse sentite dall’autrice, e che quella sorta di allegra ignoranza mitigata dall’ingenua credulità, ma anche quella voglia di vivere, quell’energia insita in Aracoeli fossero tutte cose delle quali, in certo modo, Elsa Morante sentisse la mancanza. Quindi, c’era tanto Manuele in Elsa e tanta Elsa ci sarebbe voluta essere in Aracoeli, anche se, oramai, non ci sarebbe potuta più stare.

    Temo di aver scritto qualcosa di molto confuso, il fatto è che sono confuso. “Aracoeli” mi ha lasciato qualcosa di profondo, ma ancora non saprei dire cosa, forse un giorno lo capirò. Ciò che, invece, ho perfettamente chiaro, è Elsa Morante ha scritto un altro grande romanzo, che dovete leggere! Più in generale, dovete leggere Elsa Morante, ossia, il più grande scrittore italiano del ’900!

    ha scritto il 

  • 5

    Falotico & Forastico

    La scrittura di Elsa Morante è bellissima. Come per “L’isola di Arturo” aggiungere parole a quella con la quale decide di chiudere il romanzo mi sa di inutile spreco, oltre che di villania.

    Il perioda ...continua

    La scrittura di Elsa Morante è bellissima. Come per “L’isola di Arturo” aggiungere parole a quella con la quale decide di chiudere il romanzo mi sa di inutile spreco, oltre che di villania.

    Il periodare e l’aggettivazione della Morante fanno della lingua italiana un capolavoro continuamente inedito e anomalo, e se la sua costruzione dei personaggi maschili omosessuali può apparire debole da un punto di vista strettamente psicologico e realistico, risentendo di una ingenuità simbolica, sul piano artistico sono straordinari, e tanto deve bastare.

    Ne “L’isola di Arturo” l’omosessuale era il padre, oltre a essere la figura da demitizzare, demitizzata proprio in quanto omosessuale cioè virilità-tradita, con demitizzazione compiuta e emancipazione del protagonista. In “Aracoeli” da demitizzare c’è la madre, da parte del figlio Manuele omosessuale e omosessuale – pare – perché totalmente invischiato nella madre Aracoeli. La Morante utilizza l’accoppiata seno-femminile/pene-maschile per una ‘spiegazione’ dell’omosessualità del suo protagonista, con una soluzione che più freudiana della prima ora non si può, ma con una potenza di linguaggio che Freud non si sarebbe mai potuto sognare e interpretare da sé.

    Manco a dirlo: la smitizzazione della madre non avviene, il figlio resta figlio, ma il bello di questo romanzo della Morante, tutto incentrato sulla figura della madre, è la conciliazione esistenziale, invisibile e determinante, che avviene tra il figlio e il padre.

    Siccome sono già stato fin troppo villano, rimandi alla più forastica che falotica biografia di Elsa Morante, e nello specifico sulla relazione tra i suoi genitori tra di loro e con lei, non ne faccio, mi limito a questa allusione, ché un accenno più pettegolo e cruento e indecente di così non lo so pensare.

    La vicenda, ricordata da un viaggio pasquale in Andalusia, da una Spagna non ancora pronta a congedarsi dal suo Caudillo (come Manuele non lo è, e non lo sarà mai?, dal tirannico fantasma di sua madre), racconta le trasformazioni dall’Italia fascista all’Italia sessattontina e lo sgretolamento del conformismo borghese, sostituito da una nuova forma di conformismo, e anche da un nuovo modello di borghesia, una visione pasoliniana ecco, espressa dalla Morante in maniera meno acuminata e più incantevolmente spietata di Pasolini:

    “Avanzano a squadre, inalberando i loro cartelli perentorii, e fra i lunghi riccioli sporchi i loro volti imperbi, senz’ombra di memoria e d’intelletto, s’infocano della loro disobbendienza straordinaria come a una sbornia domenicale.”

    Il romanzo è bellissimo perché qualsiasi cosa io ne dica non può equivalere al come è detto, al come è scritto, nel romanzo, e per me basterebbe l’episodio dell’ascensore matto per sentenziare in maniera asciutta l’indelebile necessità dell’opera letteraria di Elsa Morante – per quel che mi riguarda, molto più di quella di chiunque altro della sua generazione e non soltanto della sua.

    ha scritto il 

  • 4

    Manuele Penati, quarantatreenne, rievoca la sua infanzia, negli anni '30, e specialmente il rapporto di amore e odio con la madre, la spagnola Aracoeli. Ora Manuele è un uomo solo, dai pensieri contor ...continua

    Manuele Penati, quarantatreenne, rievoca la sua infanzia, negli anni '30, e specialmente il rapporto di amore e odio con la madre, la spagnola Aracoeli. Ora Manuele è un uomo solo, dai pensieri contorti, con una pessima immagine di sé: quella d'un "traballante cartoccetto di errori e di vergogne (tutti di genere femminella)". Il suo viaggio in Spagna, nei luoghi dell'infanzia materna, potrà forse essergli utile per ritrovare lei, l'Aracoeli originaria, e anche se stesso.
    L'ultimo romanzo di Elsa Morante, grandioso, è godibile con qualche fatica: un viaggio anch'esso, con certi passi da valicare, fino alla meta appagante.

    ha scritto il 

  • 4

    Splendido delirio

    Il romanzo, scritto in prima persona, è carico di desolazione con l'ossessione della Morante di condividere un vissuto tragicamente segnato dalla guerra e dalla paura. La scrittura sovrabbondante e di ...continua

    Il romanzo, scritto in prima persona, è carico di desolazione con l'ossessione della Morante di condividere un vissuto tragicamente segnato dalla guerra e dalla paura. La scrittura sovrabbondante e diversa, smisurata e impertinente, segna il definitivo abbandono di ogni illusione positiva sul mondo. L'A., costruisce una storia intrigante e coinvolgente, delle vere pagine di letteratura sul rapporto edipico tra madre e figlio, la ricerca delle origini sono viste con gli occhi di un bambino in un viaggio alla ricerca di un gesto d'amore. E' un romanzo pieno di passioni e di ricerca, dunque, di fatti strani accompagnati dal gelo della morte, tra realtà e sogno, e le vicende scabrose e ambigue ivi contenute non sono viste con curiosità molesta, ma attraverso le innocenti fantasie di un ragazzino, mentre la narrazione s'incastra ammirevolmente con la turbolenza dei sentimenti del protagonista.

    ha scritto il 

  • 0

    Aracoeli ,come mio primo approccio all'opera della Morante,si è rivelato bello e sofferto. Sofferto perché da un lato il protagonista vive un'esistenza di dolore,rimpianto e malinconia,ricercando in o ...continua

    Aracoeli ,come mio primo approccio all'opera della Morante,si è rivelato bello e sofferto. Sofferto perché da un lato il protagonista vive un'esistenza di dolore,rimpianto e malinconia,ricercando in ogni istante un assaggio d'amore che però non arriva. Sofferto d'altra parte perché in certi tratti la lettura arranca e sembra di disperare insieme a Manuele,di respirare la sua stessa aria di angoscia e di necessità inappagata. Ma la necessità del lettore a mio parere verrà soddisfatta perché ogni parola esprime alla perfezione il senso finale del libro: ossia,che la fatalità del destino può ricadere anche sulle persone che più amiamo e che una simbiosi d'amore completa non sarà mai possibile perché i nostri desideri il più delle volte verrano fraintesi o non compresi da chi ci sta intorno. Amare e non essere amati,soffrire e non essere capiti,bramare qualcosa e allo stesso tempo vedersela strappare crudelmente da sotto gli occhi dalla vita. Questo è stato per me Aracoeli.

    ha scritto il 

  • 4

    La prosa della Morante impeccabile. Le sue storie si avvicinano sempre a temi universali come amore, morte, rapporti madre-figlio, religiosità, utopie di vita. Una vita mai ideale ma spesso idealizzat ...continua

    La prosa della Morante impeccabile. Le sue storie si avvicinano sempre a temi universali come amore, morte, rapporti madre-figlio, religiosità, utopie di vita. Una vita mai ideale ma spesso idealizzata, in cui i personaggi devono continuamente sbattere, farsi trascinare, scontrarsi fino a comprendere la loro posizione nel mondo ma mai i motivi dell'esistenza, le ragioni di tutto il dolore presente nella vita.
    Ultima opera della scrittrice (la più "misteriosa" e sofferta, secondo i critici), Aracoeli non delude, romanzo corposo, narrazione fiumana, a cui mancano le divisioni in capitoli e i particolarismi tipografici a cui la Morante ci aveva abituato con i romanzi precedenti.
    Protagonista è Manuele, uomo ormai maturo che percorre un viaggio verso i luoghi d'origine della madre, l'Aracoeli del titolo, ripercorrendo a ritroso il rapporto con questa. La sua vita appare profondamente influenzata dalla donna, alla quale è legato da un rapporto morboso e dipendente. Nonostante la madre sia morta da tempo, il narratore non riesce ad emanciparsi da lei, al punto da eleggerla a meta del suo viaggio-scoperta dei luoghi di cui ha memoria solo attraverso le storie raccontategli da lei.
    La narrazione però non è lineare, tutt'altro. Ci si muove in molteplici direzioni temporali, dai fatti che si svolgono al presente a quelli del giorno prima, a ciò accaduto un anno fa fino all'infanzia, per tornare ancora al presente. Ed è proprio quest'esperienza di tempo discontinuo che rende la lettura imperdibile, imprevedibile, con continui rimandi interni a situazioni e luoghi, con personaggi ridisegnati dal muoversi nel tempo ed esperienze (s)formative del protagonista, sempre osservatore, a volte ingenuo, del mondo attraverso i suoi occhiali (che lo aiutano a vedere ma che al contempo lo rendono oggetto di scherno fin da piccolo, anche in famiglia).
    La lingua usata, drammatica, a tratti ironica, piena di arcaismi e particolarità lessicali rende la lettura una continua scoperta, immersione nella conoscenza della lingua.
    Un romanzo-monumento di un'intera esperienza letteraria, da leggere con calma, concentrandosi pagina per pagina, fino ad un epilogo che spazza via ogni certezza che il lettore crede di avere.

    ha scritto il 

  • 5

    Anche questo romanzo come l’amore molesto e i lunedì blu tratta del rapporto madre-figlio, rapporto edipico che si fa con la malattia materna ambivalente e insicuro e che è caratterizzato dalla paura ...continua

    Anche questo romanzo come l’amore molesto e i lunedì blu tratta del rapporto madre-figlio, rapporto edipico che si fa con la malattia materna ambivalente e insicuro e che è caratterizzato dalla paura dell’abbandono, una realtà di fatto più che una paura. Il romanzo ripercorre la storia della cacciata dal paradiso materno del piccolo Manuelino, amatissimo dalla prima Aracoeli, la madre-bambina (anche il nome ricorda il paradiso)poi sempre più ai margini fino al periodo dell’aggravarsi della malattia materna in cui il povero bambino diventa invisibile al padre e alla madre. Dimenticato dai genitori è tirato su dai terribili nonni ( le statue parlanti, i due convitati di pietra) che non hanno per lui nessun affetto ma molte aspettative (l'educazione, la mascolinità).
    L’approccio con la Morante è stato per me abbastanza difficoltoso. La lettura a un primo impatto sembra incepparsi per le parole obsolete, la lungaggine, lo stile ricercato che si pongono come degli ostacoli. Ci vuole pazienza: ci vuole tempo per entrare nella storia e nel mondo di Elsa, poi la scrittura diventa luminosa e in certe pagine ha dei lampi di assoluto genio, usa delle immagini bellissime. Entrandoci un po' più in sintonia si intuisce che quello che sembrava un gusto retro (in fondo scrive ai tempi di Moravia non di Manzoni) cela invece l'ambizione di inventare per il proprio mondo una propria lingua che usa le parole in modo leggermente diverso dal solito e che suggerisce immagini. La storia potrebbe essere morbosa, scabrosa, torbida in mano a qualcun altro, per esempio al suo ex marito: una madre per un tumore al cervello manifesta una ossessione per il sesso che aumenta di gravità fino a stravolgerne il carattere, a farle dimenticare l’amato marito e l’amatissimo figlio. La cosa bella è che la vicenda scabrosa non è mai guardata con curiosità molesta o compiacimento o con il gusto del torbido ma attraverso gli occhi innocenti e fantasiosi del bambino. Il racconto è magico, tra realtà e sogno, tra fiaba e ricordo. Il miscuglio è bellissimo, e ci sono delle immagini indimenticabili: il mare, Aracoeli, le due statue parlanti, il toro nero, la donna cammello. E’ comunque una storia piena di affetto oltre che di dolore: del figlio per la madre ma anche per il padre, di Aracoeli per marito e figlio, per non parlare del padre che ha per la moglie un amore assoluto e incondizionato, forse eccessivo, nel senso che la madre oscura Manuelino che finisce dimenticato dai nonni e comunque subisce il trauma del plurimo abbandono e la cacciata definitiva dal paradiso. I sentimenti ci sono e sono forti ma non arrivano, si perdono per cui ognuno è allo sbando per conto suo ma con la sensazione di non avere perso proprio tutto. Ognuno si rifiuta di adottare la condanna rigida del mondo benpensante nonostante la realtà della debolezza e del tradimento. C’è la consapevolezza che dietro ogni tradimento non c’è un calo d’amore ma la malattia del corpo e dell’anima contro cui è impossibile lottare. La storia è comunque triste perchè ogni personaggio viene abbandonato a se stesso.

    “Io se fisso il cielo stellato fino in fondo, lo vedo tutto una fornace nera, che schizza braci e faville; e dove tutte le energie da noi spese nella veglia e nel sonno continuano a bruciare, senza mai consumarsi. Là, dentro quella fornace planetaria, si sconta la nostra vita. E’ qua, dalle nostre vite, che l’intero Là succhia tutta l’energia per i suoi moti. E allora, io vorrei che venisse il Sabato della paga finale, dove l’intero firmamento si spegne.”

    ha scritto il 

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