Auto da fé

Di

Editore: Adelphi (Biblioteca Adelphi ; 114)

4.1
(1427)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 548 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Polacco

Isbn-10: 8845904865 | Isbn-13: 9788845904868 | Data di pubblicazione:  | Edizione 6

Traduttore: Luciano Zagari , Bianca Zagari

Disponibile anche come: Copertina rigida , Copertina morbida e spillati , Tascabile economico

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Giochi

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Descrizione del libro
con l'aggiunta del saggio: Il mio primo libro Auto da fé.
Nuova ed. riv.
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  • 3

    …pazzi diventano coloro che pensano sempre e soltanto a se stessi. La demenza è una punizione per l’eccessivo egoismo.

    “Auto da fé” è il mio primo Canetti e l'unico romanzo che questi abbia scritto.
    “Die blendung”, il titolo originale in tedesco, ovvero "l'accecamento"; in italiano e nelle altre lingue è stato tradott ...continua

    “Auto da fé” è il mio primo Canetti e l'unico romanzo che questi abbia scritto.
    “Die blendung”, il titolo originale in tedesco, ovvero "l'accecamento"; in italiano e nelle altre lingue è stato tradotto come "Auto da fé": atto di fede. Il termine rievoca prepotentemente il suo significato originale, quello delle penitenze sulla pubblica piazza durante l'inquisizione spagnola. Titolo che, di per sé, mi ha da subito attratta molto.
    Auto da fé è una grande, intelligente, ironica ma soprattutto grottesca metafora sulla vita del professor Kien, grande sinologo e uomo profondamente dedito al sapere e alla conoscenza, la cui vita ruota unicamente attorno ai libri, al punto tale da aver interamente ricoperto le pareti del proprio appartamento (finestre comprese) con scaffali zeppi di volumi fino al soffitto.
    La vita di Kien viene sconvolta dall'arrivo di Therese, una cinquantenne gretta e ignorante che crede di dimostrarne trenta e riuscire a far cadere ai propri piedi ogni uomo unicamente per merito delle proprio belle sottane blu ben inamidate.
    Inizialmente governante e poi moglie, Therese si approprierà della vita di Kien relegandolo ai margini, dapprima della propria casa e successivamente del mondo, mettendolo a contatto con gli esseri più infimi e meschini che la società possa tristemente vantare...
    Auto da fé è una grande, superba, terribile storia di una vita incentrata in modo eccessivo verso un'unica direzione, senza sguardi al di fuori di sé.
    Forse è il titolo originale, “L'accecamento”, quello che ci dà la maggiore indicazione del significato del romanzo... la perdita della vista intesa nella sua più ampia accezione.
    Per Kien non vedere significherebbe non riuscire a leggere i suoi libri, quei libri che rappresentano il suo unico mondo, e perciò sarebbe una quasi morte.
    D'altra parte è anche vero che chi si rinchiude troppo nell'egoismo e non rivolge i propri sguardi e sentimenti al mondo, è un animo arido e spento, un animo accecato e perso solo in se stesso...

    Nonostante si parli di un grande romanzo non sono riuscita ad apprezzarlo al punto da considerarlo un capolavoro. Ci sono stati tratti della narrazione che mi hanno colpita tantissimo e altri che mi hanno lasciata un po' fredda.
    Probabilmente è un mio limite non essere riuscita ad apprezzare appieno questo Canetti che reputo, comunque, un grandissimo scrittore.

    ha scritto il 

  • 0

    Che non si dica che non ci ho provato! ... e riprovato... e tentato ancora...
    Ma la vita è così breve!
    Mi avvalgo del mio diritto di lettore di abbandonare i libri che non mi appassionano (grazie Penn ...continua

    Che non si dica che non ci ho provato! ... e riprovato... e tentato ancora...
    Ma la vita è così breve!
    Mi avvalgo del mio diritto di lettore di abbandonare i libri che non mi appassionano (grazie Pennac!) e mi avventuro in altre storie e pensieri.

    ha scritto il 

  • 3

    Il K di Kafka è un uomo normale in una società allucinante che tenterà inutilmente di capire mentre il Kien di Canetti è un individuo ossessivo compulsivo circondato da figure grette e psicopatiche i ...continua

    Il K di Kafka è un uomo normale in una società allucinante che tenterà inutilmente di capire mentre il Kien di Canetti è un individuo ossessivo compulsivo circondato da figure grette e psicopatiche in una società fondamentalmente normale che lui rifiuterà fino alla fine di accettare.
    Sono entrambe delle vittime ma il Kien di Canetti in quanto vittima soprattutto di se stesso mi ha coinvolto molto meno durante la lettura facendomi preferire le vecchie letture di Kafka, pur apprezzando la prosa di Canetti.

    ha scritto il 

  • 5

    Comincerò dalla fine, dall’improvvisa comprensione di quel sentimento che serpeggia per tutto il romanzo, e che pure non avevo colto, affascinata com’ero dall’ironia, dalla durezza, dal rifiuto, e da ...continua

    Comincerò dalla fine, dall’improvvisa comprensione di quel sentimento che serpeggia per tutto il romanzo, e che pure non avevo colto, affascinata com’ero dall’ironia, dalla durezza, dal rifiuto, e da tanto altro. Un sentimento così forte da riuscire a rendersi invisibile, come quando in una cartina geografica si cerca un nome e non lo si trova, perché è scritto in lettere cubitali e noi ci aspettiamo qualcosa di minuscolo: sto parlando della misoginia. Forse, più che al sinologo Kien, il professore che ama solo i libri tanto da riuscire a contenere la sua smisurata biblioteca “sulla” testa, questo sentimento è da attribuirsi all’autore, visto che in tutta l’opera serpeggia beffardo il seguente assioma: in quanto esseri stupidi, vanesi, logorroici e molto altro ancora, le donne meritano solo botte. E se non le meni, ti menano loro, come esperimenta con successo il terribile, meraviglioso personaggio di Thérese, che scambia il marito, il povero Kien, per un punching-ball, e non è soddisfatta finché non lo appiattisce a mo’ di sogliola.

    C’è tanta violenza nascosta, in questo romanzo: nascosta perché viene narrata con ironia, ma terribile, alla riflessione. Tutti desiderano menare tutti (e menano) per futili motivi (le donne le prendono gratis, come insegna il famoso detto cinese), hanno il prurito alle mani e desiderano solo dargli libero sfogo, sino allo sfinimento. Eppure si sorride. Perché Canetti è un mostro di bravura nel riuscire a dare alle cose più orribili effetti comici. “Lo spioncino è mio.” Ruggì Pfaff. I pugni tornarono a gonfiarsi. “A cuccia!” li investì furibondo. Essi rientrarono brontolando nelle tasche, dove rimasero pronti a intervenire. Erano offesi.

    Ma sto parlando d’altro. Torniamo alla misoginia di Kien. Nelle ultime meravigliose trenta pagine, questa esplode in un lungo excursus di citazioni letterarie che lascia senza fiato. Leggendo, scopro che anche Confucio disprezza le donne: sgrida con parole dure il proprio figlio che piange la madre morta. Non si vergogna il figlio di provare dolore? Ma quando si arriva a Buddha, trasecolo. Dice l’illuminato al suo discepolo Ananda: “Colleriche, Ananda, sono le donne; gelose, Ananda, sono le donne; invidiose, Ananda, sono le donne; stupide, Ananda, sono le donne. Questo, Ananda, è il motivo per cui le donne non hanno seggi nelle pubbliche assemblee, non si occupano di affari e non si procurano il proprio sostentamento esercitando un mestiere.” (qui, se non ricordo male, ricorda molto i filosofi greci).

    Sapevo già che gli “illuminati” illuministi, tali Voltaire e Rousseau, mettevano in guardia contro la civetteria delle donne e l’inaffidabilità delle loro chiacchiere, considerate come forma di potere e di raggiro, ma Tu quoque, Buddha!...
    Le citazioni di Kien poseguono: dalle antiche sentenze indiane "Duro come un albero Curvo come un fiume Cattivo come una femmina Come femmina stupido".. alle epopee nordiche: Crimilde mozza la testa a Gunther e Hagen non per amore di Sigfrido, ma per il tesoro dei Nibelunghi; all’Odissea, dove i più importanti personaggi femminili, Penelope inclusa, vengono bollati come esseri che non meritano né considerazione né rispetto. Gli stessi dei greci sono più umani delle loro divine compagne. La lista prosegue, pagine impagabili di erudite e divertenti citazioni, sino all’apoteosi finale.
    E quando Georg, il fratelli di Kien, cerca di ribattergli, Kien non trova migliore argomento per offenderlo che dirgli: “Pover’uomo! Mi fai pena. A rigor di termini, tu sei una donna. “

    Il romanzo ovviamente non è solo questo. E’ un grande romanzo. Ma adesso ho bisogno di tirare il fiato: vado a sottoporre il mio commento a qualche illuminato rappresentante di sesso rigorosamente maschile (si sa mai che la mia femminilità mi abbia fatto scrivere delle scemenze) e mi do una seconda chance per la prossima puntata.

    Comunque, consigliatissimo.

    ha scritto il 

  • 5

    Con i libri andiamoci piano, se vogliamo salvarli/ci

    Therese è “ gelosa, invidiosa, stupida”, come disse delle donne Buddha al suo discepolo preferito.
    È “un’erba cattiva, una creatura imperfetta” : lo disse Tommaso d’Aquino.
    È gretta, avida, brutta, ...continua

    Therese è “ gelosa, invidiosa, stupida”, come disse delle donne Buddha al suo discepolo preferito.
    È “un’erba cattiva, una creatura imperfetta” : lo disse Tommaso d’Aquino.
    È gretta, avida, brutta, vecchia e ridicola. Ha cinquantotto anni ma crede di sembrare una trentenne. È inverosimilmente grassa, le sue gonne blu a pieghe, fuori moda, sono perfettamente inamidate. Preferisce al marito Peter Kien -sinologo di fama mondiale ma di cui dubita assai della virilità- il lanzichenecco portiere (prototipo del poliziotto in pensione arruolato nelle S.S. come già avveniva durante la stesura del libro, 1933). Proprio come Venere che preferiva, al marito, il turgore dei muscoli di Ares, notoriamente un testa di ca… .
    Tutte queste “doti” le scoprirò solo nella magnifica terza parte.
    Nella prima, il Kien pensiero sulle donne mi è sconosciuto. Sono presa da empatia per questo “don Chisciotte ” stilizzato al massimo, circondato da ventiduemila volumi rari, che parla con loro, che chiede loro consiglio, che parla a voce bassa con i suoi libri come se fossero la sua amante. È Canetti, deduco, e di riflesso è “me”, l’anobina che vive di libri e per i libri (ne ha, però, un decimo del Peter e per niente pregiati); l’anobina circondata da anobini unici che mirano alla rarità; che vive isolata ma dentro una setta che la rafforza nell’unicità.
    Sono al punto in cui il don Chisciotte si è appena pregiato di innalzare a sé la buzzurra governante concedendole la sua mano, cadendo nell’errore di crederla amante dei libri. Poveretto, la crede l’anima gemella: l’uomo magnanimo, l’ animo pregiato sta cadendo nella rete! E, all’acme dell’immedesimazione, mi sconcerta la soddisfazione che provo vedendolo “fracchiato ‘ra bella”* da quella laida donnetta ( io, quando leggo vedo!).
    Una liberazione, che attribuisco al mio animo cafone su cui nulla ha potuto la sbandierata erudizione! Mi vergogno del mio femminismo estremo. Basta che portino una gonna, anche se blu, e mi schiero dalla parte delle femmine! Perdindirindina!
    E invece … quando giungo all’epilogo mi accorgo di avere visto giusto! la fracchiata se la meritava tutta.
    Sì, è vero, Peter Kien è anche Canetti. Ma Canetti è soprattutto un uomo pieno di autoironia e sa dei rischi che il lettore compulsivo corre: quello dell’anaffettività e della pazzia che porterà Kien a un’auto- autodafé dei suoi magnifici libri. “Chi brucia dei libri, brucia degli uomini”; Canetti dà a questa affermazione un “rovesciamento” grottesco . Per Peter Kien i libri sono effettivamente degli uomini. Ma Canetti ci avverte,in modo molto erudito, contro i pericoli dell' erudizione, che impone rispetto ma non genuflessione. Gli uomini e le donne, in carne e ossa sono l’asse portante della vita di ciascuno, con cui dobbiamo interagire e confrontarci per vivere senza annullarci nella massa, pulsione primigenia: né, tantomeno, sfuggirli ritirandoci in una torre di finto avorio, né farne oggetti di studio come fa Greg, il fratello psichiatra di Kien(una bella stoccata contro il freudismo allora tanto in voga). Tutti temi che poi il “mio” Canetti svilupperà in Massa e Potere.
    Ne consiglio vivamente la lettura. Vi può salvare dai “deserti artici” del post modernismo: la narrativa “tradizionale” di Canetti è modernissima.
    Oltre i già citati Therese, Greg, Peter e il lanzichenecco, vi troverete tutti i nani che avete incontrato nella letteratura tedesca del dopoguerra, di cui, Fischerle, il suo nano gobbo scacchista sopraffino, è il prototipo. Vi troverete le atmosfere grottesche di Cormac McCarthy e di Berthold Brecht, e i saloon di Quentin Tarantino. E soprattutto vi divertirete un mondo perché riderete assai.

    * bastonato alla grande, in lingua terrona

    ha scritto il 

  • 1

    penoso. penosa l'umanità descritta, penosa tanto quanto, se non di più, la scrittura
    "non che dai romanzi la mente tragga nutrimento. il piacere che forse essi offrono lo si paga a carissimo prezzo: e ...continua

    penoso. penosa l'umanità descritta, penosa tanto quanto, se non di più, la scrittura
    "non che dai romanzi la mente tragga nutrimento. il piacere che forse essi offrono lo si paga a carissimo prezzo: essi finiscono per guastare anche il carettere più solido." ecco appunto 500 pagine per adolescenti brufolosi.

    ha scritto il 

  • 4

    Coi sensi muti

    “Il principio dominante nel cosmo è la cecità. Proprio essa rende possibile la presenza, l’una accanto all’altra, di tante cose che non potrebbero coesistere se si potessero vedere reciprocamente.”

    Le ...continua

    “Il principio dominante nel cosmo è la cecità. Proprio essa rende possibile la presenza, l’una accanto all’altra, di tante cose che non potrebbero coesistere se si potessero vedere reciprocamente.”

    Leggo che il titolo tedesco di questo libro, Die Blendung, significa “accecamento”, “abbacinamento”. E la cosa che ho trovato più potente e che mi ha colpito di più – sia in sé sia nel modo in cui è resa attraverso la scrittura - è proprio la cecità di ogni personaggio del romanzo, che vive in un assoluto solipsismo.
    Un accecamento presente in ogni pagina, che si traduce in una totale perdita di presa sulla realtà, nell’incapacità di capirla e sentirla, nel dare un’interpretazione sempre sbagliata di ciò che accade davanti ai propri occhi.

    Così facendo, le finzioni con cui ciascuno vive diventano più reali della realtà. Memorabili sono i confronti tra quello che accade nelle pagine e il modo in cui viene visto e sentito da tutti i personaggi, il contrasto tra ciò che racconta il narratore onnisciente e la lettura personale di ognuno di loro.
    Il dialogo diventa impossibile, vi è l’assoluta incapacità di ascoltarsi, ognuno è perso nelle proprie convinzioni, ognuno crea mondi e relazioni diverse, secondo i quali agisce.
    Questo ribaltamento crea anche i momenti comici del libro, ma la risata dura poco, lascia il posto a un acuto disagio, a un’ansia strisciante, spesso a un vero e proprio sgomento.

    I personaggi sono tutti più o meno spaventosi, coprono una gamma che va dal meschino al mostruoso. Il peggiore è Benedikt Pfaff, misero portiere che con la sua brutale normalità è l’immagine di come dietro questa possa nascondersi il più indicibile orrore. Quando rievoca le relazioni con moglie e figlia ormai morte, raccontate così banalmente, la crudeltà diventa insopportabile.
    Ma nessuno si salva. Ogni personaggio è insensibile, “creature fisse stranamente semoventi: niente li investe, niente li fa traboccare, passano per il mondo come fortezze congelate”.
    Anche Kien, l’intellettuale, amante dei libri, che vede amore dove non c’è, che è pronto a salvare un libro dal triste destino del Monte di pietà offrendo soldi a chi se ne vuole disfare, non è un personaggio positivo, è anzi il più arido, il meno umano e umanista, intriso di sapienza che invece di arricchirlo lo inaridisce, lo rende misogino, misantropo e paranoico. Forse il peggior fallimento umano tra tutti.

    Il romanzo è scritto benissimo, è una ricchezza di figure retoriche, di registri, di ogni prodezza ed equilibrismo della lingua, capace di essere insieme complessa e fluida.
    Eccezionale è la lunga enumerazione dei miti greci femminili da parte di Kien, come giustificazione della propria misoginia. Altrettanto eccezionale è l’interpretazione che di ogni figura fa Greg Kien per comprendere il conscio e l’inconscio del fratello, quasi a voler dire che ogni storia, ogni pulsione umana nasce da lì, da quei miti antichi che all’inizio del mondo dissero già tutto quello che c’era da dire.

    La crudeltà che pervade questo libro rende la lettura spesso dolorosa, perché rivela impietosamente tutte le paure umane, i poveri e miseri tentativi dell’uomo di sfuggire a pensieri terribili, essenzialmente all’idea della morte, attraverso rituali banali e paranoici.

    Eppure c’è anche un occhio che guarda dall’alto e compiange, che prova affetto e pena per questa povera umanità senza scampo.

    Ne La lingua salvata Canetti scrisse “Ben poco del male che si può dire dell'uomo e dell'umanità̀ io non l'ho detto. E tuttavia l'orgoglio che provo per essa è ancora così grande che solo una cosa io odio veramente: il suo nemico, la morte.”
    Ecco, questa frase secondo me è una chiave importante, che dice molto dello spirito che pervade Auto da fé.

    ha scritto il 

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