Bartleby e compagnia

Di

Editore: Feltrinelli (I narratori)

3.8
(397)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 180 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Finlandese , Chi tradizionale , Francese

Isbn-10: 8807016125 | Isbn-13: 9788807016127 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Danilo Manera

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Filosofia

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Descrizione del libro
Un impiegato metà Pessoa e metà Kafka scrive un diario fatto di note a piè di pagina a commento di un testo fantasma. Con piglio pacato e una raffinata stringatezza stilistica va a caccia di "bartleby", esseri che ospitano dentro di sé una profonda negazione del mondo e prendono il nome del famoso scrivano di Melville che preferiva non fare e non parlare. I bartleby finiscono per non scrivere nulla pur avendo tutto il talento necessario, oppure, se esordiscono,rinunciano presto alla scrittura. Un libro ironico ma anche incantato dal sortilegio della parola.
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  • 4

    Ironico e divertente. Fa venire voglia di...

    Come già segnalato, il libro è un inno alla letteratura del No: ovvero a quei scrittori, reali ed immaginari, che hanno preferito non scrivere i loro capolavori. Dedicato anche al personaggio Bartleby ...continua

    Come già segnalato, il libro è un inno alla letteratura del No: ovvero a quei scrittori, reali ed immaginari, che hanno preferito non scrivere i loro capolavori. Dedicato anche al personaggio Bartleby che, qualsiasi proposta ricevesse, rispondeva con garbo: Preferisco di no, grazie.
    La lettura del libro mi offre nuovi spunti e viene voglia di suggerire altri temi di rinuncia
    In treno, sorridendo da solo, nuovi spunti per un'etica della rinuncia:
    1) Corso per genitori e maturandi per dissuaderli da iscriversi alla Facoltà di Psicologia (Costo euro 500. Poiché gli psicologi sono assillati da corsi di formazione di ogni genere, questo sarebbe innovativo. Con parte teorica, includente dati e slides sulla disoccupazione degli psicologi in Italia e parte esperienziale, con presenza di giovani psicologhe pentite della loro scelta. E' possibile formula: Soddisfatti o rimborsati (a sei mesi)
    2) Manuale: 101 motivi per non vedere i telegiornali (facile, si commenta da solo). Esiste anche la versione: perchè non leggere i giornali e diffidare dai giornalisti.
    3) Inventarsi una sorta di Trip Advisor, in cui sono recensiti solo i ristoranti in cui è meglio non andare.
    4) Corso di scrittura creativa per dissuadere dallo scrivere (copiato e citato nella precedente recensione, ma mi sembra geniale).
    5) Manifesto dell'astensionismo politico (in cui viene spiegato perché è meglio non votare nessuno)
    6) Come smettere di tifare per una qualsiasi squadra di calcio italiana (vista la imperante corruzione che regna nello sport)
    7) 101 posti di moda assolutamente da non vedere a Napoli, o anche Milano, Roma, New York., ecc. Elenco di luoghi osannati ma che si rivelano una delusione clamorosa e di cui si può fare tranquillamente a meno.
    (continua, forse....)

    ha scritto il 

  • 4

    https://antoniodileta.wordpress.com/2016/10/05/bartleby-e-compagnia-enrique-vila-matas/

    “Mi sono svegliato molto presto e, mentre preparavo la colazione, mi sono messo a pensare a tutta la gente che n ...continua

    https://antoniodileta.wordpress.com/2016/10/05/bartleby-e-compagnia-enrique-vila-matas/

    “Mi sono svegliato molto presto e, mentre preparavo la colazione, mi sono messo a pensare a tutta la gente che non scrive e all’improvviso mi sono reso conto che in realtà oltre il 99% dell’umanità preferisce, nel più puro stile Bartleby, non farlo, non scrivere.
    Deve essere stata quella cifra devastante a innervosirmi. Ho cominciato a fare gesti come quelli che a volte faceva Kafka: darsi delle pacche, fregarsi le mani, stringersi nelle spalle, sdraiarsi sul pavimento, saltare, prepararsi a lanciare o a ricevere qualcosa...
    Pensando a Kafka, mi sono ricordato dell’Artista della Fame che compare in un suo racconto, un artista che si rifiuta di ingerire alimenti perché per lui digiunare era imprescindibile, non poteva evitarlo. Ho pensato al momento in cui il custode gli chiede perché non possa evitarlo, e l’Artista della Fame, sollevando la testa e parlando dritto nell’orecchio del custode affinché le sue parole non si perdano, dice che gli è sempre risultato inevitabile digiunare, perché non è mai riuscito a trovare un cibo che gli piacesse.
    E mi è tornato alla memoria un altro artista del No, uscito anche lui da un racconto di Kafka. Ho pensato all’Artista del Trapezio, che si rifiutava di toccare il suolo e passava giorno e notte sul trapezio senza scendere, viveva lassù in alto ventiquattr’ore su ventiquattro, proprio come Bartleby non se ne andava mai dall’ufficio, neppure la domenica.
    Quando ho smesso di pensare a questi chiari esempi di artisti del No, ho constatato che ero ancora alquanto nervoso e agitato. Mi sono detto che forse mi conveniva prendere un po’ d’aria fresca, non accontentarmi di salutare la portinaia, parlare del tempo con il giornalaio o rispondere con un laconico “no” al supermercato quando la cassiera mi chiede se ho la tessera fedeltà.”
    (Enrique Vila-Matas, “Bartleby e compagnia”, ed. Feltrinelli)

    I più assidui e soprattutto masochisti frequentatori di questo blog avranno magari notato, chissà come, quando e perché, che su questo blog è presente un incipit di uno pseudo-romanzo in costruzione, e mai costruito, che inizia con un “No!” secco e deciso; gli stessi masochisti avranno altresì osservato che vi sono due sezioni dedicate l’una a frammenti di romanzi mai giunti a organica conclusione e l’altra a racconti ingabbiati, che non si sono sviluppati o che forse erano destinati ad essere così. Infine, e questo è più probabile, qualcuno avrà letto la mia ammirazione per il romanzo di Melville, “Bartleby lo scrivano”, che con l’occasione consiglio nuovamente a chi non l’avesse letto.
    Tutta questa odiosa e prolissa introduzione mi serve per spiegare perché ho molto apprezzato il mio primo incontro con lo scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas, nonostante egli appartenga a una “macrocategoria” di scrittori che non fanno molta breccia nel mio cuore: i viventi. Ho conosciuto Vila-Matas grazie a questo blog, o meglio, è stato lui che si è presentato a me, ovviamente non in prima persona, ma utilizzando un terzo mediatore, il quale, giunto qui cercando Roberto Bolaño (superconsigliato), ha ritenuto opportuno, una sera dell’estate scorsa, consigliarmi Vila-Matas; al momento, se sta leggendo, vada a lui il mio caloroso ringraziamento, in attesa di altre letture che confermino l’ottima impressione avuta leggendo “Bartleby e compagnia”, un libro di difficile definizione (e infatti non lo definisco, che bisogno c’è di definire tutto?) che è un viaggio attorno alla “letteratura del No”.
    Il narratore/protagonista del romanzo è un impiegato che non ha particolare fortuna con le donne, gobbo, povero e solitario, che si mette in malattia per dedicarsi a un proposito, ovvero quello di scrivere un diario composto da note a piè di pagina, che fungano da commento a un testo fantasma. In realtà, il testo c’è, ma non è altro che una lunga ricognizione attorno a una serie di autori che, a suo avviso, sono esponenti fondamentali della “letteratura del No”, il cui significato andrebbe spiegato con più precisione, cosa che mi guardo bene dal fare non essere un critico o un esegeta di professione. In sintesi, posso dire che Vila-Matas, con penna agile, rievoca scrittori che a un certo punto hanno avuto il coraggio di dire e dirsi “no”, rinunciando alla scrittura come mezzo espressivo, oppure che hanno scritto sull’impossibilità della scrittura nell’esprimere qualcosa, o ancora che hanno rinunciato, rimanendo incastrati dall’eterna insoddisfazione.
    Ma chi sono gli scrittori di cui Vila-Matas ci parla? Qui sta il fascino che il libro ha esercitato su di me, perché molti di essi sono autori che ammiro, misti ad altri che non conoscevo e a diversi inventati di sana pianta (e qui bisogna che il lettore si doti d’arguzia o almeno di un motore di ricerca efficiente). Tra i nomi, comunque, oltre ovviamente a Melville e al suo scrivano, vi sono Kafka, Beckett, Salinger, Gadda, Hofmannsthal, Pessoa, Musil, Walser e altri, che, pur nelle enormi diversità reciproche, paiono a Vila-Matas riconducibili a una stella “malattia”, ossia la negazione interna del potere salvifico o catartico della letteratura. Il libro, comunque, non è un tedioso saggio letterario, bensì piuttosto un breviario colmo di aneddoti e citazioni, che personalmente mi ha riportato alla mente tante letture passate e me ne ha suggerite altre. Sulla “letteratura del No”, poi, ci sarebbe da discutere a lungo, ma, ripeto, non è compito mio e lo lascio volentieri ad altri, rimuginando malinconico sulla scarsa originalità di quel “No! nel mio tentativo d’incipit.
    P.s.: tra l’altro, ricordo anche (a me stesso, nel caso manifestassi velleità contrarie) l’esistenza del “Corso di Scrittura Rinunciataria”, che appunto spiegava a noi tutti perché rinunciare a scrivere. Ovviamente, si arenò anch’esso, il Corso, oltre che l’ideatore dello stesso.

    ha scritto il 

  • 4

    Recensisco? Preferirei di no. Al limite scrivo una nota a piè di pagina.

    Racconti? Saggio? Romanzo? Testo visionario? Certamente un gran viaggio nel labirinto della negazione. Con tanto vero e altrett ...continua

    Recensisco? Preferirei di no. Al limite scrivo una nota a piè di pagina.

    Racconti? Saggio? Romanzo? Testo visionario? Certamente un gran viaggio nel labirinto della negazione. Con tanto vero e altrettanto verosimile.
    Mi sono commossa con la nota su Juan Ramon Jimenez e ho riso con la vicenda su Saramago.
    Ho esagerato. Perdonami Enrique, ma volevo dirlo.

    Scrivete? Perché?
    Non volete scrivere e vi chiedono perché? Rispondete che è morto lo zio Celerino.
    Fatevi una passeggiata nel labirinto del NO.

    ha scritto il 

  • 5

    No es la primera lectura en la que me embarco de Vilas-Matas. Un poco a lo loco, lo reconozco, empecé por su Dietario Voluble. Voces expertas me dijeron que había errado. No era una lectura para neófi ...continua

    No es la primera lectura en la que me embarco de Vilas-Matas. Un poco a lo loco, lo reconozco, empecé por su Dietario Voluble. Voces expertas me dijeron que había errado. No era una lectura para neófitos en el autor. Probé con Doctor Pasavento. Menos biográfico, pero una sensación parecida. Ideas brillantes pero un producto final que no terminaba de convencerme.

    “Prueba con Bartleby y compañía”. Así hice. Pero antes tenía que hacer los deberes. Leí Bartleby, el escritor de Melville.

    Las primeras páginas de Bartleby y compañía me produjeron cierta desubicación. No se trataba de una novela. Lo que tenía entre las manos era un ensayo sobre la propia literatura, una joya sobre el silencio de autores literarios y los libros que nunca se escribieron.

    Ahora sí, Vilas-Matas me conquistó para su ejército de lectores.

    ha scritto il 

  • 4

    Quelli del No

    Preferirei mantenere il silenzio, perché parlare significa scendere a patti con il controsenso dell'esistenza. Non sono ormai più di qui, vivo sul ciglio dell’orizzonte di un mondo irreale e lontaniss ...continua

    Preferirei mantenere il silenzio, perché parlare significa scendere a patti con il controsenso dell'esistenza. Non sono ormai più di qui, vivo sul ciglio dell’orizzonte di un mondo irreale e lontanissimo.

    "È stato tutto uno sbaglio: io credevo di voler essere un poeta, ma in realtà volevo essere una poesia." Enrique Vila-Matas

    ha scritto il 

  • 4

    "Tutti conosciamo i bartleby: sono quegli esseri che ospitano dentro di sé una profonda negazione del mondo"

    Un impiegato -proprio come Bartleby- decide di assentarsi dal lavoro fingendo una depressione. Solitario e gobbo si sente comunque felice perchè ha un compito da portare a termine e a cui si vuole ded ...continua

    Un impiegato -proprio come Bartleby- decide di assentarsi dal lavoro fingendo una depressione. Solitario e gobbo si sente comunque felice perchè ha un compito da portare a termine e a cui si vuole dedicare completamente:
    "Oggi più che mai, perché do inizio - in data 8 luglio 1999 - a questo diario che sarà al contempo un quaderno di note a piè di pagina a commento di un testo invisibile che spero possa dimostrare la mia bravura come cercatore di bartleby."
    Inizia così un viaggio nella letteratura del NO. Un viaggio che si rivelerà concentrico:
    " Quanto più camminano gli uomini, tanto più si allontanano dalla meta. Spendono le loro energie in vano.
    Pensano di procedere, ma non fanno altro che precipitare senza avanzare - verso il vuoto. Questo è tutto".
    Pare detto a proposito di quel che mi succede in questo diario, lungo il quale vado alla deriva, navigando per i mari del maledetto garbuglio della sindrome di Bartleby: tema labirintico privo di un centro, poiché esistono tanti modi di abbandonare la letteratura quanti sono gli scrittori, e non c'è un'unità d'insieme né è semplice individuare una frase in grado di suggerire il miraggio di essere giunto al fondo della verità nascosta dietro il male endemico, la pulsione negativa che paralizza le migliori menti"
    .
    Robert Walser, Rimbaud, Juan Ruffo, Pepin Bello, Gregorio Martinez Sierra, Bettencourt....
    In realtà, un elenco lunghissimo di autori del NO più o meno (nella maggioranza per me) noti corrispondo ad altrettante svariate motivazioni per cui si è deciso di non scrivere.
    Anche i personaggi di alcuni romanzi diventano emblematici come fautori della negazione partendo- ovviamente- da Melville e Howthorne e proseguendo con Musil e, soprattutto, Kafka.
    C'è anche un luogo interessante nella misura in cui è ospizio per le opere che hanno subito la negazione. Si tratta della Biblioteca di Brautigan nel Vermont: unica al mondo ad accogliere qualsiasi monoscrito sia stato rifiutato da una casa editrice e, dunque mai pubblicato.
    Un testo assolutamente affascinante per la tematica che affronta. La sua leggibilità è stata per me- ahimè- singhiozzante perchè se è vero che sono partita con l'intenzione di approfondire man mano la conoscenza con gli autori citati; mi sono dovuta ricredere sulla fattibilità di questo procedere. Gli autori e gli scritti di mia conoscenza sono risultati veramente esigui in confronto alla miriade di citazioni quindi ad un certo punto ho semplicemente letto rimandando ulteriori analisi (Oh, che vergognosa ignorante sono!!!) e d'altra parte come dice l'autore stesso:
    "Non può esistere un'essenza di queste note, così come non esiste un'essenza della letteratura, proprio perché l'essenza di qualunque testo consiste nel negarsi a ogni determinazione essenziale, a ogni definizione che lo stabilizzi o realizzi"

    ha scritto il 

  • 4

    Questo di Vila-Matas è un libro fatto di "note a piè di pagina che commentano un testo invisibile" sul tema delle "rinunce alla scrittura": un saggio appena mascherato sugli "scrittori del No", quelli ...continua

    Questo di Vila-Matas è un libro fatto di "note a piè di pagina che commentano un testo invisibile" sul tema delle "rinunce alla scrittura": un saggio appena mascherato sugli "scrittori del No", quelli che non scrivono - o non pubblicano, almeno - per lungo tempo, o per sempre, e sui loro libri fantasma. L'autore affronta casi di rinunciatari noti e meno noti, e lo fa temerariamente essendo il "tema labirintico privo di un centro, poiché esistono tanti modi di abbandonare la letteratura quanti sono gli scrittori": il risultato è molto apprezzabile e la lettura, pur se discontinua tra le diverse "note", interessante e piacevole. Con un coinvolgimento aggiuntivo, frutto di un'accettabile forzatura: tra i libri fantasma Vila-Matas cita quello più speciale e personale, "il grande libro ospitato dentro di noi, quello che eravamo realmente destinati a scrivere, il nostro libro, quello che ormai non potremo più scrivere né leggere. Ma quel libro esiste, che nessuno lo metta in dubbio: è come sospeso sulla storia dell'arte del No".

    ha scritto il 

  • 5

    LA SINDROME DI BARTLEBY

    Questo è un libro per me geniale e pericoloso allo stesso tempo.
    geniale:
    Vila-Matas parte dallo straordinario racconto di Melville, Bartleby lo scrivano, per parlarci della pulsione negativa, dell’ ...continua

    Questo è un libro per me geniale e pericoloso allo stesso tempo.
    geniale:
    Vila-Matas parte dallo straordinario racconto di Melville, Bartleby lo scrivano, per parlarci della pulsione negativa, dell’attrazione verso il nulla che fa sì che molti scrittori, “pur avendo una coscienza letteraria molto esigente, o forse proprio per questo” finiscano col non scrivere più. I Bartleby, insomma, sono quegli esseri che ospitano dentro di sé una profonda negazione del mondo.
    Il Bartleby di Melville, da cui parte Matas, decide improvvisamente – per motivi che al lettore non saranno mai dati conoscere – di rispondere a qualsiasi richiesta, dalla più semplice alla più normale in ambito lavorativo, “Preferirei non farlo” (I would prefer not to). Rimarrà in piedi per ore a guardare fuori dalla pallida finestra dietro un paravento, non uscirà mai, non berrà né tè né birra, dormirà di nascosto nello stesso ufficio. Bartleby, semplicemente, ha deciso di negarsi al mondo.

    Vila-Matas decide di seguire le tracce della letteratura del No, quella di Bartleby e compagnia, ed ecco che si addentra nel labirinto “inquietante e attraente” della “autentica creazione letteraria” esamina cioè la tendenza della letteratura contemporanea che, ritenendo impossibile la scrittura, s’interroga su che cosa sia e dove si trovi. “Solo dalla pulsione del No può sorgere la scrittura dell’avvenire.”. Ma come sarà tale letteratura? chiede a Vila-Martas un collega d’ufficio. Risposta. Non lo so. Se lo sapessi, la farei io stesso.

    Ed ecco che Vila-Matas, in quelle che lui chiama “Note a piè di pagina”, sprofonda nella vita e nelle motivazioni di scrittori più o meno famosi (ma anche di esimi che avrebbero potuto scrivere e hanno deciso di non farlo) che decidono di appartenere alla compagnia dei Bartleby.
    Tanti nomi, tante note-gioiello: da Robert Walser, che addirittura si mette a fare il copista come Bartleby, a Juan Rulfo, che dopo aver scritto “Pedro Paramo”, per trent’anni non scrive più nulla e che, quando gliene chiedono il motivo, risponde:”E’ che è morto lo zio Celerino, quello che mi raccontava le storie”. Da Felipe Alfau, una specie di Salinger catalano, che si nascose nell’ospizio di Queen e che ai giornalisti che alla fine degli anni ottanta cercavano d’intervistarlo, rispondeva schivo “Il signor Alfau si trova a Miami”, a Rimbaud che scrisse tutte le sue opere entro i diciannove anni e poi più niente sino alla fine dei suoi giorni; da Robert Musil che trasformò quasi in mito l’idea di un “autore improduttivo" ne L’uomo senza qualità, a Marcel Bénabou che in “Perché non ho scritto nessuno dei miei libri” dichiara Soprattutto non creda, lettore, che i libri che non ho scritto siano un emerito niente. Al contrario (che sia chiaro una volte per tutte) sono come sospesi sopra la letteratura universale.
    L’elenco sarebbe infinito. Ciò che ritiene Vila-Matas è che molti, come Hoderlin e Walser continuarono comunque a scrivere . “Scrivere” diceva Marguerite Duras, “è anche non parlare. E’ tacere. E’ urlare senza emettere suoni.”

    Ho deciso quindi semplicemente di riportare alcune citazioni, e lasciare a voi il piacere della lettura di questo libro, che spero vi dia tanto quanto ha dato a me.

    Jaime Gil de Biedama
    “Forse bisognerebbe dire qualcosa di più su questa faccenda del non scrivere. Molte persone me lo chiedono, io stesso me lo chiedo. E chiedermi perché non scrivo porta inevitabilmente a un interrogativo molto più sconvolgente: perché ho scritto? In fin dei conti quel che è normale è leggere. Le mie risposte preferite sono due. Una, che la mia poesia rappresentava – senza che io lo sapessi – un tentativo d’inventarmi un’identità; una volta inventata, e accettata, non mi capita più di mettermi completamente in gioco in ogni poesia, che è ciò che prima mi appassionava. L’altra, che è stato tutto uno sbaglio: io credevo di voler essere un poeta, ma in realtà volevo essere una poesia.”

    Keats, nella lettera a Richard Woodhouse del 27 ottobre 1818, parla della "capacità negativa" del buon poeta, che è chi sa prendere le distanze e rimanere neutrale rispetto a ciò che dice, come fanno i personaggi di Shakespeare, entrando in comunione diretta con le situazioni e le cose per trasformarle in poesia.
    In tale lettera nega che il poeta abbia una sostanza propria, un'identità, un "io" dal quale parlare con sincerità. Per Keats, un buon poeta è piuttosto un camaleonte, che trova piacere tanto nel creare un personaggio perverso quanto uno angelicale. Il poeta "è tutto e niente: non ha carattere, gode della luce e dell'ombra."
    "Un poeta è l'essere meno poetico che ci sia, perché non ha un'identità: sostituisce e riempie costantemente un qualche corpo".
    Pertanto, conclude Keats , "Se il poeta non ha entità in sé e io sono un poeta, cosa c'è di stupefacente nel fatto che io manifesti l'intenzione di smettere di scrivere?"

    "Così mi scorre tranquilla la domenica" scrive Kafka, "così scorre la domenica piovosa. Sto seduto in camera da letto e dispongo di silenzio. ma al posto di decidermi a scrivere, attività nella quale l'altro ieri, ad esempio, avrei voluto immergermi con tutto me stesso, ora sono rimasto a lungo a fissare le mie dita. Credo di essere stato totalmente influenzato da Goethe questa settimana, credo di aver appena esaurito il vigore di tale influsso e pertanto di essere diventato inutile."

    Per il poeta Edmundo Bettencourt, nato a Madeira, che compose poesie meravigliose seguite dal silenzio, il giornale “Repùblica” scrisse alla sua morte. “Edmundo de Bettencourt è deceduto ieri a bassa voce. Da trentatré anni, il poeta aveva scelto di vivere senza nessun canto, come se avesse adattato alla propria vita una sordina.

    E qui mi fermo. ma tanto c’è da scoprire, tanto spero di avervi invogliati alla lettura.
    Dimenticavo
    pericoloso:
    beh, provate a pensare di essere uno scrittore, e a quello che può capitarvi dopo aver letto questo libro. La sindrome di Bartleby è altamente contagiosa.

    ha scritto il 

  • 2

    La sindrome della pagina bianca ovvero il blocco dello scrittore. Gli esempi sono infiniti e Vila-Matas si muove con disinvoltura all’interno delle letterature del mondo occidentale. Peccato che ques ...continua

    La sindrome della pagina bianca ovvero il blocco dello scrittore. Gli esempi sono infiniti e Vila-Matas si muove con disinvoltura all’interno delle letterature del mondo occidentale. Peccato che queste variazioni sul tema finiscano con l’essere una gran noia. La cultura indubbia dell’autore mi ha impressionato fino a un certo punto; mi ha più impressionato, e non in positivo, la fissazione monocorde su un argomento che a lungo andare mi è parso abbastanza scontato.

    ha scritto il 

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