Bartleby e compagnia

Di

Editore: Feltrinelli

3.9
(390)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 180 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Finlandese , Chi tradizionale , Francese

Isbn-10: 8807721066 | Isbn-13: 9788807721069 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: D. Manera

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Filosofia

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Descrizione del libro
Un impiegato metà Pessoa e metà Kafka scrive un diario fatto di note a piè di pagina a commento di un testo fantasma. Con piglio pacato e una raffinata stringatezza stilistica va a caccia di "bartleby", esseri che ospitano dentro di sé una profonda negazione del mondo e prendono il nome del famoso scrivano di Melville che preferiva non fare e non parlare. I bartleby finiscono per non scrivere nulla pur avendo tutto il talento necessario, oppure, se esordiscono, rinunciano presto alla scrittura. Un libro ironico ma anche incantato dal sortilegio della parola.
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  • 4

    Quelli del No

    Preferirei mantenere il silenzio, perché parlare significa scendere a patti con il controsenso dell'esistenza. Non sono ormai più di qui, vivo sul ciglio dell’orizzonte di un mondo irreale e lontaniss ...continua

    Preferirei mantenere il silenzio, perché parlare significa scendere a patti con il controsenso dell'esistenza. Non sono ormai più di qui, vivo sul ciglio dell’orizzonte di un mondo irreale e lontanissimo.

    "È stato tutto uno sbaglio: io credevo di voler essere un poeta, ma in realtà volevo essere una poesia." Enrique Vila-Matas

    ha scritto il 

  • 4

    "Tutti conosciamo i bartleby: sono quegli esseri che ospitano dentro di sé una profonda negazione del mondo"

    Un impiegato -proprio come Bartleby- decide di assentarsi dal lavoro fingendo una depressione. Solitario e gobbo si sente comunque felice perchè ha un compito da portare a termine e a cui si vuole ded ...continua

    Un impiegato -proprio come Bartleby- decide di assentarsi dal lavoro fingendo una depressione. Solitario e gobbo si sente comunque felice perchè ha un compito da portare a termine e a cui si vuole dedicare completamente:
    "Oggi più che mai, perché do inizio - in data 8 luglio 1999 - a questo diario che sarà al contempo un quaderno di note a piè di pagina a commento di un testo invisibile che spero possa dimostrare la mia bravura come cercatore di bartleby."
    Inizia così un viaggio nella letteratura del NO. Un viaggio che si rivelerà concentrico:
    " Quanto più camminano gli uomini, tanto più si allontanano dalla meta. Spendono le loro energie in vano.
    Pensano di procedere, ma non fanno altro che precipitare senza avanzare - verso il vuoto. Questo è tutto".
    Pare detto a proposito di quel che mi succede in questo diario, lungo il quale vado alla deriva, navigando per i mari del maledetto garbuglio della sindrome di Bartleby: tema labirintico privo di un centro, poiché esistono tanti modi di abbandonare la letteratura quanti sono gli scrittori, e non c'è un'unità d'insieme né è semplice individuare una frase in grado di suggerire il miraggio di essere giunto al fondo della verità nascosta dietro il male endemico, la pulsione negativa che paralizza le migliori menti"
    .
    Robert Walser, Rimbaud, Juan Ruffo, Pepin Bello, Gregorio Martinez Sierra, Bettencourt....
    In realtà, un elenco lunghissimo di autori del NO più o meno (nella maggioranza per me) noti corrispondo ad altrettante svariate motivazioni per cui si è deciso di non scrivere.
    Anche i personaggi di alcuni romanzi diventano emblematici come fautori della negazione partendo- ovviamente- da Melville e Howthorne e proseguendo con Musil e, soprattutto, Kafka.
    C'è anche un luogo interessante nella misura in cui è ospizio per le opere che hanno subito la negazione. Si tratta della Biblioteca di Brautigan nel Vermont: unica al mondo ad accogliere qualsiasi monoscrito sia stato rifiutato da una casa editrice e, dunque mai pubblicato.
    Un testo assolutamente affascinante per la tematica che affronta. La sua leggibilità è stata per me- ahimè- singhiozzante perchè se è vero che sono partita con l'intenzione di approfondire man mano la conoscenza con gli autori citati; mi sono dovuta ricredere sulla fattibilità di questo procedere. Gli autori e gli scritti di mia conoscenza sono risultati veramente esigui in confronto alla miriade di citazioni quindi ad un certo punto ho semplicemente letto rimandando ulteriori analisi (Oh, che vergognosa ignorante sono!!!) e d'altra parte come dice l'autore stesso:
    "Non può esistere un'essenza di queste note, così come non esiste un'essenza della letteratura, proprio perché l'essenza di qualunque testo consiste nel negarsi a ogni determinazione essenziale, a ogni definizione che lo stabilizzi o realizzi"

    ha scritto il 

  • 4

    Questo di Vila-Matas è un libro fatto di "note a piè di pagina che commentano un testo invisibile" sul tema delle "rinunce alla scrittura": un saggio appena mascherato sugli "scrittori del No", quelli ...continua

    Questo di Vila-Matas è un libro fatto di "note a piè di pagina che commentano un testo invisibile" sul tema delle "rinunce alla scrittura": un saggio appena mascherato sugli "scrittori del No", quelli che non scrivono - o non pubblicano, almeno - per lungo tempo, o per sempre, e sui loro libri fantasma. L'autore affronta casi di rinunciatari noti e meno noti, e lo fa temerariamente essendo il "tema labirintico privo di un centro, poiché esistono tanti modi di abbandonare la letteratura quanti sono gli scrittori": il risultato è molto apprezzabile e la lettura, pur se discontinua tra le diverse "note", interessante e piacevole. Con un coinvolgimento aggiuntivo, frutto di un'accettabile forzatura: tra i libri fantasma Vila-Matas cita quello più speciale e personale, "il grande libro ospitato dentro di noi, quello che eravamo realmente destinati a scrivere, il nostro libro, quello che ormai non potremo più scrivere né leggere. Ma quel libro esiste, che nessuno lo metta in dubbio: è come sospeso sulla storia dell'arte del No".

    ha scritto il 

  • 5

    LA SINDROME DI BARTLEBY

    Questo è un libro per me geniale e pericoloso allo stesso tempo.
    geniale:
    Vila-Matas parte dallo straordinario racconto di Melville, Bartleby lo scrivano, per parlarci della pulsione negativa, dell’ ...continua

    Questo è un libro per me geniale e pericoloso allo stesso tempo.
    geniale:
    Vila-Matas parte dallo straordinario racconto di Melville, Bartleby lo scrivano, per parlarci della pulsione negativa, dell’attrazione verso il nulla che fa sì che molti scrittori, “pur avendo una coscienza letteraria molto esigente, o forse proprio per questo” finiscano col non scrivere più. I Bartleby, insomma, sono quegli esseri che ospitano dentro di sé una profonda negazione del mondo.
    Il Bartleby di Melville, da cui parte Matas, decide improvvisamente – per motivi che al lettore non saranno mai dati conoscere – di rispondere a qualsiasi richiesta, dalla più semplice alla più normale in ambito lavorativo, “Preferirei non farlo” (I would prefer not to). Rimarrà in piedi per ore a guardare fuori dalla pallida finestra dietro un paravento, non uscirà mai, non berrà né tè né birra, dormirà di nascosto nello stesso ufficio. Bartleby, semplicemente, ha deciso di negarsi al mondo.

    Vila-Matas decide di seguire le tracce della letteratura del No, quella di Bartleby e compagnia, ed ecco che si addentra nel labirinto “inquietante e attraente” della “autentica creazione letteraria” esamina cioè la tendenza della letteratura contemporanea che, ritenendo impossibile la scrittura, s’interroga su che cosa sia e dove si trovi. “Solo dalla pulsione del No può sorgere la scrittura dell’avvenire.”. Ma come sarà tale letteratura? chiede a Vila-Martas un collega d’ufficio. Risposta. Non lo so. Se lo sapessi, la farei io stesso.

    Ed ecco che Vila-Matas, in quelle che lui chiama “Note a piè di pagina”, sprofonda nella vita e nelle motivazioni di scrittori più o meno famosi (ma anche di esimi che avrebbero potuto scrivere e hanno deciso di non farlo) che decidono di appartenere alla compagnia dei Bartleby.
    Tanti nomi, tante note-gioiello: da Robert Walser, che addirittura si mette a fare il copista come Bartleby, a Juan Rulfo, che dopo aver scritto “Pedro Paramo”, per trent’anni non scrive più nulla e che, quando gliene chiedono il motivo, risponde:”E’ che è morto lo zio Celerino, quello che mi raccontava le storie”. Da Felipe Alfau, una specie di Salinger catalano, che si nascose nell’ospizio di Queen e che ai giornalisti che alla fine degli anni ottanta cercavano d’intervistarlo, rispondeva schivo “Il signor Alfau si trova a Miami”, a Rimbaud che scrisse tutte le sue opere entro i diciannove anni e poi più niente sino alla fine dei suoi giorni; da Robert Musil che trasformò quasi in mito l’idea di un “autore improduttivo" ne L’uomo senza qualità, a Marcel Bénabou che in “Perché non ho scritto nessuno dei miei libri” dichiara Soprattutto non creda, lettore, che i libri che non ho scritto siano un emerito niente. Al contrario (che sia chiaro una volte per tutte) sono come sospesi sopra la letteratura universale.
    L’elenco sarebbe infinito. Ciò che ritiene Vila-Matas è che molti, come Hoderlin e Walser continuarono comunque a scrivere . “Scrivere” diceva Marguerite Duras, “è anche non parlare. E’ tacere. E’ urlare senza emettere suoni.”

    Ho deciso quindi semplicemente di riportare alcune citazioni, e lasciare a voi il piacere della lettura di questo libro, che spero vi dia tanto quanto ha dato a me.

    Jaime Gil de Biedama
    “Forse bisognerebbe dire qualcosa di più su questa faccenda del non scrivere. Molte persone me lo chiedono, io stesso me lo chiedo. E chiedermi perché non scrivo porta inevitabilmente a un interrogativo molto più sconvolgente: perché ho scritto? In fin dei conti quel che è normale è leggere. Le mie risposte preferite sono due. Una, che la mia poesia rappresentava – senza che io lo sapessi – un tentativo d’inventarmi un’identità; una volta inventata, e accettata, non mi capita più di mettermi completamente in gioco in ogni poesia, che è ciò che prima mi appassionava. L’altra, che è stato tutto uno sbaglio: io credevo di voler essere un poeta, ma in realtà volevo essere una poesia.”

    Keats, nella lettera a Richard Woodhouse del 27 ottobre 1818, parla della "capacità negativa" del buon poeta, che è chi sa prendere le distanze e rimanere neutrale rispetto a ciò che dice, come fanno i personaggi di Shakespeare, entrando in comunione diretta con le situazioni e le cose per trasformarle in poesia.
    In tale lettera nega che il poeta abbia una sostanza propria, un'identità, un "io" dal quale parlare con sincerità. Per Keats, un buon poeta è piuttosto un camaleonte, che trova piacere tanto nel creare un personaggio perverso quanto uno angelicale. Il poeta "è tutto e niente: non ha carattere, gode della luce e dell'ombra."
    "Un poeta è l'essere meno poetico che ci sia, perché non ha un'identità: sostituisce e riempie costantemente un qualche corpo".
    Pertanto, conclude Keats , "Se il poeta non ha entità in sé e io sono un poeta, cosa c'è di stupefacente nel fatto che io manifesti l'intenzione di smettere di scrivere?"

    "Così mi scorre tranquilla la domenica" scrive Kafka, "così scorre la domenica piovosa. Sto seduto in camera da letto e dispongo di silenzio. ma al posto di decidermi a scrivere, attività nella quale l'altro ieri, ad esempio, avrei voluto immergermi con tutto me stesso, ora sono rimasto a lungo a fissare le mie dita. Credo di essere stato totalmente influenzato da Goethe questa settimana, credo di aver appena esaurito il vigore di tale influsso e pertanto di essere diventato inutile."

    Per il poeta Edmundo Bettencourt, nato a Madeira, che compose poesie meravigliose seguite dal silenzio, il giornale “Repùblica” scrisse alla sua morte. “Edmundo de Bettencourt è deceduto ieri a bassa voce. Da trentatré anni, il poeta aveva scelto di vivere senza nessun canto, come se avesse adattato alla propria vita una sordina.

    E qui mi fermo. ma tanto c’è da scoprire, tanto spero di avervi invogliati alla lettura.
    Dimenticavo
    pericoloso:
    beh, provate a pensare di essere uno scrittore, e a quello che può capitarvi dopo aver letto questo libro. La sindrome di Bartleby è altamente contagiosa.

    ha scritto il 

  • 2

    La sindrome della pagina bianca ovvero il blocco dello scrittore. Gli esempi sono infiniti e Vila-Matas si muove con disinvoltura all’interno delle letterature del mondo occidentale. Peccato che ques ...continua

    La sindrome della pagina bianca ovvero il blocco dello scrittore. Gli esempi sono infiniti e Vila-Matas si muove con disinvoltura all’interno delle letterature del mondo occidentale. Peccato che queste variazioni sul tema finiscano con l’essere una gran noia. La cultura indubbia dell’autore mi ha impressionato fino a un certo punto; mi ha più impressionato, e non in positivo, la fissazione monocorde su un argomento che a lungo andare mi è parso abbastanza scontato.

    ha scritto il 

  • 5

    Di libri così fasulli ne sono stati scritti a decine. Fondati su una intuizione e sul gioco della letteratura che parla della letteratura, dei libri che parlano di libri. A rendere questo un piccolo g ...continua

    Di libri così fasulli ne sono stati scritti a decine. Fondati su una intuizione e sul gioco della letteratura che parla della letteratura, dei libri che parlano di libri. A rendere questo un piccolo gioiello non è (solo) il fatto di essere un libro scritto sui libri che non sono stati scritti (dunque una riflessione tutta giocata sul sottile file che separa l'assurdo dal ridicolo sul tema: scrivo, ma chi me lo fa fare), ma il fatto di farlo riuscendo comunque a raccontare storie, tante storie.
    Tutte vere? Alcune certamente si. Tutte false? Alcune certamente no.
    Tutte verosimili.
    Che poi: scrivere è raccontare storie verosimili (e quindi chi se ne frega se vero o false, no?). Oppure?

    Insomma, un po' vi ammalia, un po' vi prende garbatamente per il culo.

    Delizioso.

    ha scritto il 

  • 4

    tutti gli uomini sono mortali, socrate è un uomo, socrate è mortale

    gli amici di bolaño sono miei amici.
    qui siamo oltre il sillogismo aristotelico, qui siamo all'assioma.

    ha scritto il 

  • 4

    Il fondo delle navi

    "Scrivere è anche non parlare. E' tacere. E' urlare senza emettere suoni".
    Marguerite Duras

    La cosa più ragionevole dopo aver letto Bartleby e Compagnia di Enrique Vila Matas sarebbe il silenzio, una ...continua

    "Scrivere è anche non parlare. E' tacere. E' urlare senza emettere suoni".
    Marguerite Duras

    La cosa più ragionevole dopo aver letto Bartleby e Compagnia di Enrique Vila Matas sarebbe il silenzio, una rinuncia a scrivere che ne accolga la vocazione al negativo e ne accetti l'inafferrabile invito a ascoltare tacitamente un universo letterario indescrivibile e inesauribile. Scritte come note a un testo fantasma, le storie di questo ricercato viandante del possibile letterario sono aneddoti fatali e umoristici, invenzioni e illuminazioni multiformi, un'enciclopedia di biografie liminari, un labirinto di scelte illogiche e irrazionali dei più oscuri e segreti scrittori della contemporaneità. Autori che hanno ospitato dentro di sé una profonda negazione del mondo, vivendo alle prese con un male profondo e un destino feroce e inclemente, quello di sentire se stessi legittimati e realizzati solo dentro i confini di un mondo irreale, quello del racconto e della scrittura, e insieme di comprenderne interiormente la radicale e irriducibile impossibilità. In qualche modo, l'inclinazione a essere essenzialmente sensibili all'idea della necessità e della fatalità, che nella letteratura trova una tragica e dolorosa collocazione. Lo scrittore catalano ci presenta una successione di avventure dell'immaginazione, con Rulfo, Walser, Kafka, Beckett, Pessoa, gli scrittori del no e del rifiuto, Gadda e Borges, Rimbaud e Keats, ma anche Gracq e Pepìn Bello, i poeti del silenzio, della letteratura come dannazione e maledizione, della vita biologica e concreta come esilio esistenziale. Con queste figure antinomiche che come fantasmi o reperti ci tengono sotto scacco, queste voci perdute e eroiche che aspiravano all'eternità, Vila Matas ci testimonia un'eredità preziosa, lascito di una partita giocata dalla letteratura tra sfida e resa a quel labirinto che è la realtà: le loro parole di fronte all'assenza, al fallimento, all'illusione e alla follia; parole e intuizioni che hanno saputo trasformare la catastrofe in una danza, con un'anima coraggiosa e una coscienza idealista, che pensano e descrivono il mistero della letteratura, in opposizione al cinismo, all'egoismo e all'indifferenza che contraddistinguono il mondo. Una verità così oscura, che non sappiamo se sono gli scrittori ad abbandonare le parole o le parole stesse ad abbandonare loro.

    "Uno scrittore che non scrive è un mostro che incita alla follia".
    Franz Kafka

    ha scritto il 

  • 4

    Zio Celerino è vivo! AHAHAHAHAH!!!

    Parafrasando una famosa frase pronunciata da Sergio Leone relativamente alle espressioni facciali del suo attore feticcio Clint Eastwood, si potrebbe dire che “Esistono due tipi di scrittori: quelli c ...continua

    Parafrasando una famosa frase pronunciata da Sergio Leone relativamente alle espressioni facciali del suo attore feticcio Clint Eastwood, si potrebbe dire che “Esistono due tipi di scrittori: quelli che scrivono e quelli che non scrivono”.

    Quelli che scrivono li conosciamo tutti - anche se taluni preferiremmo non conoscerli! -, mentre fra quelli che non scrivono ve ne sono alcuni molto famosi, altri conosciuti solo di nome ed altri ancora del tutto persi nelle nebbie del tempo. Vila-Matas - chiaramente affetto da sindrome da scrittura maniaco compulsiva - per mezzo di un narratore Bartlebyano, ci offre una carrellata di tutti (o quasi) quegli scrittori che per una ragione o per l’altra, dopo avere avuto un qualcerto successo, hanno deciso improvvisamente di abbandonare le lettere. «Non ho mai avuto fortuna con le donne - dice il narratore presentandoci l’opera che si appresta a redigere -, sopporto con rassegnazione una penosa gobba, non mi resta un solo parente stretto vivo, sono un povero solitario che lavora in un ufficio spaventoso. Per il resto, sono felice. Oggi più che mai, perché do inizio – in data 8 luglio 1999 – a questo diario che sarà al contempo un quaderno di note a piè di pagina a commento di un testo invisibile che spero possa dimostrare la mia bravura come cercatore di Bartleby.»

    Ora, questo è il libro. Vi si trovano dentro autori mai sentiti nominare ma anche i vari Salinger, di cui sappiamo tutto (o niente); Rimbaud, che dopo aver vergato i versi che lo resero immortale finì a trafficare schiavi in Africa; Melville, che dopo il fallimento di “Moby Dick” (fallimento di Moby Dick? Cazzo, da non crederci!) lavorò come impiegato della dogana per il resto dei suoi giorni; Henry Roth, che scrisse un libro che andò malissimo, decise di lasciar perdere e trent’anni dopo, a seguito di una ristampa del suo “Chiamalo sonno”, trovò la fama quand’era ormai vecchio; Maupassant, che all’apice del successo si sgozzò con un tagliacarte perché si credeva immortale; e Rulfo, che scrisse due libri - che gli furono sufficienti per diventare il più grande scrittore messicano di sempre -, prima di decidere che di papel y bolígrafo non ne voleva più sapere, e a chi gli domandava come mai non scrivesse più, rispondeva soavemente: «È che è morto zio Celerino, quello che mi raccontava le storie.»

    “Bartleby e compagnia” è una raccolta di note sparse sulle motivazioni, più o meno bislacche, che indussero tanti autori a smettere di scrivere, è un libro di cui si può fare tranquillamente a meno ma anche un simpatico compagno di letture con il quale vagare per tre o quattro giorni nelle bizzarre, nebulose, dimenticate vite degli scrittori del No. Vi si trovano curiosità, autori e libri da appuntarsi (come se non avessi già una chilometrica lista dei desideri alla quale star dietro!) e, grazie alla verve di Vila-Matas, il modo di farsi qualche colta risata.

    PS per aspiranti scrittori del Sì costretti dal colossale gggombloddo ordito dalle case editrici, dai critici, dai professssorooooni, dalle teste d’uovo e da quelle di cazzo a riciclarsi come prematuri nonché incazzatissimi scrittori del No: «La Biblioteca Brautigan riunisce esclusivamente manoscritti che, rifiutati dalle case editrici a cui sono stati presentati, non sono mai stati pubblicati. La biblioteca raccoglie solo libri abortiti. Chi avesse manoscritti di questo tipo e volesse inviarli alla Biblioteca Brautigan non deve fare altro che spedirli alla località di Burlington, nel Vermont, Usa. So da fonte certa - anche se lì sono interessati a stivare solo fonti incerte - che nessun manoscritto viene respinto; al contrario, se ne prendono cura e li espongono con grande piacere e il massimo rispetto.»

    PS per tutti: che recensione del cazzo che avete appena letto!

    PPS per tutti: No, non ci penso proprio a diventare un recensore del No. Purtroppo per voi non sono agrafo! [*]

    [*] Agrafia: disturbo della scrittura. [**]

    [**] Ok, qualcuno potrebbe opinare… Non me ne importa un fico secco. Non ti curar di loro ma guarda e passa disse qualcuno di cui mi sfugge il nome (No, non era il Nazareno…). E lo sapete perché non me ne importa nada de nada? Perché la penso esattamente come Gracq! Cosa? non sapete chi è Gracq? [scusate, vado a scompisciarmi (…) Ok, mi sono scompisciato … Però, che ignorantoni che siete!] «Lo scrittore non deve aspettarsi niente dagli altri. Credetemi. Scrive per se stesso!» ebbe a dire il grande autore francese (Ah, ecco chi era! Gnurantun!). Sostituite recensore e recensisce al posto di scrittore e scrive et voilà, les jeux son faits!

    PS di verifica: Se sei arrivatO fin qui, scrivi nel commento: “Grazie infinite per questa memorabile recensione inutile”. Se sei arrivatA fin qui, scrivi: “È stato bellissimo!”

    ha scritto il 

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