Bel Canto

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Publisher: Blackstone Audiobooks

3.8
(162)

Language: English | Number of Pages: | Format: Audio CD | In other languages: (other languages) Chi traditional , French , German , Italian , Spanish , Polish , Czech , Swedish , Portuguese , Norwegian

Isbn-10: 0786197315 | Isbn-13: 9780786197316 | Publish date:  | Edition Unabridged

Also available as: Paperback , Hardcover , Audio Cassette , eBook , Others

Category: Fiction & Literature , Music , Romance

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Book Description
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  • 5

    Un fatto vero, romanzato, con un retroscena che vede coinvolto Luis Sepulveda. "Sono le 15.30 del 22 aprile 1997 quando squilla il cellulare dello scrittore cileno Luis Sepúlveda. A chiamarlo è Ernest ...continue

    Un fatto vero, romanzato, con un retroscena che vede coinvolto Luis Sepulveda. "Sono le 15.30 del 22 aprile 1997 quando squilla il cellulare dello scrittore cileno Luis Sepúlveda. A chiamarlo è Ernesto Cerpa Cartolini, il comandante Evaristo, leader dei quattordici guerriglieri del Movimiento Revolucionario Tupac Amaru (Mrta), che dal 17 dicembre 1996 avevano occupato l’ambasciata giapponese di Lima con centinaia di diplomatici come ostaggi. La voce di Evaristo era agitata: “L’assalto all’ambasciata è cominciato. Ci uccideranno tutti, fratello. Moriamo per il Perù e per l’America Latina”.

    Sepúlveda raccontò quasi in presa diretta, in un pezzo magistrale scritto per il quotidiano il manifesto del 24 aprile 1997, l’attacco delle teste di cuoio peruviane per liberare gli ostaggi. Lo scrittore aveva offerto la sua disponibilità a far parte di uno scudo umano d’interposizione tra i tupacamaristas e i militari di Alberto Fujimori, l’allora presidente peruviano che aveva deciso di farla finita una volta per tutte con i movimenti guerriglieri presenti nel paese. Cartolini e il suo commando, composto da un nucleo guerrigliero di cui facevano parte anche alcune ragazze e adolescenti, intendevano chiedere la liberazione degli oltre quattrocento detenuti dell’Mrta, sepolti nelle carcere peruviane e costretti al regimen cerrado, che prevede(va) la reclusione in celle di due metri e mezzo per due metri e mezzo, meno di un’ora d’aria al giorno e l’isolamento totale. Tutti erano accusati di apologia di terrorismo. Gli emmeretistas erano disposti al martirio pur di liberare i loro compagni: di fronte all’offerta di mediazione di Fidel Castro, che aveva promesso loro l’asilo politico, risposero che non avevano occupato l’ambasciata giapponese per guadagnarsi una vacanza a Cuba. In Perù le carceri per i detenuti politici erano, e sono, un inferno. In un’intervista rilasciata a Liberazione il 15 gennaio 2004, Lucero Cumpa Miranda, comandanta del fronte nord-orientale dell’Mrta più volte arrestata, denunciava le drammatiche condizioni detenzione: “Nella mia cella c’erano un letto, un buco nel pavimento, un rubinetto e un tubo di plastica che usciva dal muro. Era la doccia. Mi concedevano 15 minuti d’aria al giorno. Una luce artificiale regolata dall’esterno permette alla sicurezza di osservare chi sta dentro in ogni momento della giornata”. Questa era la base navale del Callao, ma le condizioni di vita sono simili in tutti i penitenziari, da quello di Challapalca (a 5400 metri sul livello del mare) a quello di Yanamayo (3800 metri), e non mutarono nemmeno con l’arrivo alla presidenza di Toledo, l’indio che governava agli ordini del Fondo Monetario Internazionale. I quattrocento emmeretistas in carcere erano stati condannati da tribunali senza volto: l’identità del volto dei giudici rimaneva segreta, celata da uno specchio. Nonostante i militari peruviani si siano sempre contraddistinti per le loro violazioni dei diritti umani, non a caso la maggior parte di loro è stata formata nella Escuela de las Américas, i guerriglieri furono molto gentili con gli ostaggi: l’Mrta era stato costretto a compiere quella operazione affinché non cadesse l’oblio sui loro compagni, ma la loro intenzione non era quella di comportarsi come i loro oppressori. Di fronte alla persecuzione dello stato peruviano e all’aggressione del capitale internazionale, i guerriglieri non potevano far altro che utilizzare la forza. Quando le teste di cuoio dettero inizio all’assalto, gli ostaggi erano consci che stavano per essere liberati: le forze armate avevano costruito un tunnel di 200 metri sotto l’ambasciata giapponese, che avrebbero fatto esplodere al momento dell’irruzione. L’ambasciatore della Bolivia dichiarò che avevano ricevuto “microfoni grandi come la testa di un fiammifero”, pur non rivelandone la provenienza: per questo sapevano che a breve sarebbero stati liberati. Al momento dell’assalto gli emmeretistas stavano giocando la loro consueta partita di calcetto: erano gli unici a non attendersi l’attacco e tutti e 14 furono uccisi a sangue freddo dai militari, quando in realtà non ce n’era alcun bisogno. Probabilmente Ernesto Cerpa Cartolini sperava in una soluzione politica dell’impasse, non di carattere militare. Fujimori si fece ritrarre all’interno dell’ambasciata giapponese mentre camminava, sprezzante, accanto ai corpi dei guerriglieri uccisi. Per el chino, questo il soprannome dell’allora presidente peruviano, l’operazione si era conclusa nel migliore dei modi: la sua popolarità, in caduta libera, risalì, mentre buona parte dei presidenti latinoamericani si complimentarono con lui. Purtroppo, il sacrificio dei quattordici guerriglieri dell’Mrta non servì alla causa dei loro compagni. Poco più di un anno dopo, il 17 maggio 1998, un articolo del settimanale Avvenimenti invitava ad aderire ad una petizione di solidarietà a favore dei detenuti e raccontava le disumane condizioni di vita all’interno delle carceri. Addirittura, i direttori dei penitenziari si rifiutavano di pubblicare gli appelli dei parenti dei carcerati per paura che su di loro pendesse l’accusa di apologia di terrorismo. Non solo: proprio a seguito dei fatti dell’ambasciata giapponese la durezza delle condizioni di vita dei prigionieri divenne ancora maggiore. Significativa, a questo proposito, fu la storia di Teofilo Apari Cuba, padre di un giovane incarcerato per terrorismo soltanto perché era impegnato nei movimenti giovanili che ruotavano attorno alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università San Marcos di Lima e alla baraccopoli Villa El Salvador della capitale. Trascorsero anni prima che il padre fosse scagionato dall’accusa di appartenere ad un gruppo di appoggio dell’Mrta, da cui era scaturita un’iniziale condanna a venti anni con l’accusa di tradimento della patria.

    Il dramma dei guerriglieri peruviani fu descritto, con amara ironia, da Vauro, che nella sua quotidiana vignetta per il manifesto scrisse: “Cartolini dal Perù”. Nel riquadro della cartolina immaginaria, con un teschio al posto di un francobollo, un guerrigliero emmeretista sanguinante con sopra la frase Saludos desde Lima."

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  • 3

    3.5/5

    Il romanzo si basa su fatti realmente accaduti: era il 1996 quando in Perù un gruppo i quattordici terroristi fece irruzione nella casa del vicepresidente tenendo come ostaggi gli ospiti del ri ...continue

    3.5/5

    Il romanzo si basa su fatti realmente accaduti: era il 1996 quando in Perù un gruppo i quattordici terroristi fece irruzione nella casa del vicepresidente tenendo come ostaggi gli ospiti del ricevimento che era in corso. Questo fino a quando il governo non avesse soddisfatto le loro richieste, specie in merito al rilascio di alcuni prigionieri nelle carceri.
    Non vi troverete un approfondimento essenzialmente storico dell'accaduto, perché anche questo libro si concentra più su come l'autrice immagina che possano convivere e vivere in una situazione del genere gli ostaggi, creando perfino dei legami per la vita.
    La prospettiva offerta è essenzialmente ottimistica e forse un po' fictionalizzata: al contrario di qualsiasi degenerazione distopica in cui tutti si scannano con tutti, i personaggi del romanzo pur essendo in un numero non indifferente - solo gli uomini, senza contare le rispettive mogli, sono una cinquantina - non attraversano alcuno screzio e tutto prosegue in una generale cordialità. Certamente si esaltano la solidarietà in condizioni in cui il pericolo di morire da un momento all'altro mette in discussione ogni cosa: come si è vissuta la propria vita, come si può ancora vivere e specialmente in un momento così difficile e a cosa appigliarsi.
    Al Bel Canto, dato che una dei protagonisti della vicenda è Roxanne Cross, cantante lirica americana che doveva cantare in occasione del festeggiato del ricevimento, il presidente Hosokawa, amante dell'opera da tempi immemori. Roxanne insieme ad alcuni personaggi che contornano la sua figura è essenzialmente l'anima artistica ed è sicuramente la chiave di sopravvivenza di tutti, fin dalla prima nota accennata.
    L'idea che tutti abbiano un'anima pronta a nobilitarsi è forse un po' inadeguata: su un campione di circa cinquanta persone, a meno che sia un caso proprio eccezionale, è impossibile credere che nessuno possa pensare "oddio, ha ripreso a cantare" e mandare a quel paese la cantante invece che illuminarsi d'immenso con stupefacente regolarità. Ma d'altronde, sembra che l'autrice abbia volutamente o meno creato un campione veramente singolare, dal momento che davvero nessuna scena rappresenta una meschinità della routine della convivenza forzata.
    Inutile negare che il romanzo gridi all'amore: infatti i principali sviluppi della vicenda ruotano attorno ai legami essenzialmente amorosi che rendono la convivenza possibile senza che si sfoci nella disperazione e che riscattano persino un episodio che altrimenti sarebbe stato vissuto essenzialmente come negativo. Sia chiaro: ciò non è trattato in maniera affatto frivola (nemmeno banale dal punto di vista dei personaggi e della trama), anzi, profonda e associata soprattuto alla scoperta del verbo "vivere" e se stessi di conseguenza.
    Quindi, come ci si aspetta che sia, il romanzo è anche sinonimo di un percorso di conoscenza e di scoperta di sé impossibile nella vita affacendata della frenesia al di fuori di un ambiente così isolato.
    Non manca una certa dose di lirismo che per alcuni potrà essere percepito come melodrammatico, e in alcuni punti in effetti raggiunge quel tipo di pathos dove chiaramente si ricerca l'effetto un po' magnificante.
    Personalmente mi sono sentita coinvolta nella vicenda e quindi non si può negare che, nonostante una scena in particolare gridi a questo effetto, abbia funzionato effettivamente. Quei vecchi provvedimenti che sono sempre efficaci valgono in molte occasioni e in molti campi. Oltre a ciò in generale le storie personali dei protagonisti nei vari momenti non hanno smesso mai di interessarmi e, una volta toccato il coinvolgimento, questo è rimasto fino alla fine. La storia è costellata di continue attese perché un certo sviluppo accada per davvero o perché un altro riveli il perché di un determinato comportamento.
    Da questo punto di vista la mossa scelta per l'epilogo si avvicina però non all'inadeguato, ma fuori luogo: ne comprendo i risvolti psicologici, ma non sono afftto d'accordo sulla via intrapresa, altre vie sarebbero state molto più costruttive. <spoiler>Non è detto che non si possa legare con persone estranee alla vicenda invece di ricercare un superamento nel voler conservare il ricordo di tutto ciò che è stato e soprattutto della perdita. Tutto ciò ha un che di "conservatore" dal punto di vista privato, se può esistere un accostamento del genere. Mi è sembrato inoltre che si volesse accontentare un improbabile happy ending "inter nos", dal punto di vista dei personaggi.</spoiler>
    Una storia che ho percepito essenzialmente come emotiva soprattutto, negli intenti verso il lettore e per tutto ciò che sviluppa negli stessi personaggi.

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  • 5

    Cronaca di un lungo sequestro in cui ostaggi e sequestratori si fondono e creano nuove e intense relazioni.
    Bellissimo perchè evidenzia l'ambiguità e le mille sfaccettature dell'animo umano, che da di ...continue

    Cronaca di un lungo sequestro in cui ostaggi e sequestratori si fondono e creano nuove e intense relazioni.
    Bellissimo perchè evidenzia l'ambiguità e le mille sfaccettature dell'animo umano, che da diverse prospettive acquista nuove e diverse sfumature.

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  • 4

    Inaspettatamente bello, a dispetto della copertina: una storia avvincente, con molti personaggi, ai quali ci si avvicina piano piano, e che diventano così familiari che alla fine si partecipa alla lor ...continue

    Inaspettatamente bello, a dispetto della copertina: una storia avvincente, con molti personaggi, ai quali ci si avvicina piano piano, e che diventano così familiari che alla fine si partecipa alla loro storia con grande partecipazione.

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  • 4

    Per puro caso ho letto questo libro a poca distanza di tempo da "Il bacio della donna ragno", con cui ha moltissimo in comune. La situazione di reclusione, ma soprattutto il potere redentivo dell'arte ...continue

    Per puro caso ho letto questo libro a poca distanza di tempo da "Il bacio della donna ragno", con cui ha moltissimo in comune. La situazione di reclusione, ma soprattutto il potere redentivo dell'arte e della bellezza assoluta, che genera quella comunione spirituale tra gli uomini che si può a ben diritto definire fratellanza. Ci sono altre affinità tra i due romanzi - che non preciso per non rovinare il piacere della lettura a chi avesse letto uno solo dei due - e naturalmente ci sono anche molte differenze.
    Ann Patchett (come del resto Puig) ci regala qui una storia avvincente e piena di passione, sia pure con qualche piccola caduta nel sentimentale e nello sdolcinato che mi trattiene dal mettere il massimo dei voti. In ogni caso una lettura bella e intensa, che propone una riflessione - mai pedante o didascalica, ma sempre perfettamente inserita nel contesto della vicenda - su molti temi fondamentali dell'esistenza. Il continuo cambio del punto di vista da uno all'altro dei protagonisti principali avviene in modo fluido e naturale, e lungi dall'infastidire rende la lettura ancora più interessante.
    Così come fluida ed elegante è la scrittura, armoniosa e senza stecche come un'aria cantata da Roxane Coss. Immagino che la Patchett scriva molto bene, sicuramente Luciana Pugliese traduce benissimo.

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  • 3

    整個故事非常的簡單..一群慈悲的恐怖份子劫持了一群人而這個事件拖了非常的久...整本書就是在講他們每天的日常生活以及在這之間所發展的一些愛戀情愁...說實在的...前2-300頁..非常的無聊..差點就放棄這本書了..但最後的結局倒是令人感到意外與淡淡的情愁..有時間的可以看看..記得一定要撐到最後一頁喔~

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  • 4

    Nel corso di un ricevimento in casa del vicepresidente di uno stato sud-americano (verosimilmente il Perù) fa irruzione un gruppo di guerriglieri che, chiedendo la liberazione di alcuni detenuti e tra ...continue

    Nel corso di un ricevimento in casa del vicepresidente di uno stato sud-americano (verosimilmente il Perù) fa irruzione un gruppo di guerriglieri che, chiedendo la liberazione di alcuni detenuti e trattamenti egualitari per il popolo, sequestra l'intera comitiva. Durante le settimane successive si instaureranno tra sequestrati e sequestratori rapporti umani imprevisti.
    La Patchett descrive con molta delicatezza questa ambientazione complessa dal punto di vista umano. Molto brava!

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  • 3

    發展及結局都太令人意外了....對於所謂的"綁匪"與"人質"之間,在書裡有太多出乎我們所認知的發展,甚至重新思考,所謂的"好"與"壞"到底是什麼?(但是結局看不懂 囧")

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