Cattedrale

Di

Editore: BEAT (Biblioteca editori associati di tascabili, 2)

4.2
(2918)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 219 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Tedesco , Chi semplificata , Catalano , Chi tradizionale

Isbn-10: 8865590025 | Isbn-13: 9788865590027 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Riccardo Duranti

Disponibile anche come: Tascabile economico , Copertina rigida , Altri

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Fantascienza & Fantasy

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Descrizione del libro
Raymond Carver è unanimemente riconosciuto come un classico della letteratura americana del Novecento. Ciò che rende rivoluzionaria la sua scrittura è l'attenzione alla gente di tutti i giorni, non bella, non ricca, non eroica: vite quotidiane, fatte di dolore sottile e piccole illuminazioni, che i romanzi troppo spesso trascurano. Carver, viceversa, ha saputo descriverle con uno stile limpido e potente, capace di conquistare nel corso degli anni i lettori di tutto il mondo e di ispirare un'intera generazione di narratori. "Cattedrale" è considerato il suo capolavoro: dodici racconti di straordinaria intensità emotiva (lo stesso autore li definì i suoi "più pieni, più ricchi, più generosi") ambientati in sale d'aspetto e vagoni di treno, salotti modesti e corsie d'ospedale: luoghi apparentemente banali che diventano teatro di storie commoventi e indimenticabili. Tanto che da queste pagine il regista Robert Altman ha tratto alcuni episodi di "America Oggi"
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  • 4

    Da una singola azione (o inazione) un'intera esistenza

    Ogni racconto è un’istantanea. Un fermo immagine di un pezzetto di vita, del quotidiano. Non sono vere e proprie storie, ma attimi. Piccoli momenti. Frammenti. E noi sbirciamo come da dietro a un vetr ...continua

    Ogni racconto è un’istantanea. Un fermo immagine di un pezzetto di vita, del quotidiano. Non sono vere e proprie storie, ma attimi. Piccoli momenti. Frammenti. E noi sbirciamo come da dietro a un vetro. I racconti di Carver parlano di rapporti umani e di umanità, di relazioni, di vita. Con semplicità mostrano più di quello che accade, mostrano quello che c’è dietro, che sta in profondità. Da delle piccole azioni, da un singolo momento si percepisce una vita intera. E tutto appare così chiaro. Visibile. Reale. Leggendo questi racconti mi sono venute in mente due parole: ineluttabilità e desolazione. (per questo credo sia meglio attendere lo stato d’animo adatto prima di leggerli. Credo anche che se li avessi letti anni fa non li avrei apprezzati nello stesso modo, forse non li avrei compresi). Una cosa è certa, Carver raccontando situazioni apparentemente semplici e trascurabili, quotidiane e reali riesce a mettere a nudo i sentimenti e i rapporti umani, ma senza parlarne apertamente e senza sentimentalismi. Da una singola azione (o inazione) un'intera esistenza.

    ha scritto il 

  • 3

    Se riuscissi ad arrivare allo sgabello, altissimo, di questo bar aperto e illuminato nella notte deserta mi sentirei ancora di più dentro il quadro di Hopper. In questi racconti c’è lo stesso sconsola ...continua

    Se riuscissi ad arrivare allo sgabello, altissimo, di questo bar aperto e illuminato nella notte deserta mi sentirei ancora di più dentro il quadro di Hopper. In questi racconti c’è lo stesso sconsolato, depressivo, blue mood dei paesaggi esterni interni dell’america dei vinti. Per fortuna ogni tanto, come nei quadri, una lama di luce taglia a fette il senso di perdita e produce una specie di epifania consolatoria. E’ poco, quasi mai sufficiente a trascinare le vite dei personaggi fuori da quel minimalismo che li rimpicciolisce progressivamente e rende sempre più difficile la salita sullo sgabello, altissimo, del bar.

    ha scritto il 

  • 5

    Simboli inesauribili

    “E' solo che, sapete, quando si scrivono racconti, i nostri peggiori nemici siamo solo noi stessi, capite? O siamo lì che mettiamo cose di cui non c'è davvero bisogno, di cui il lettore può fare benis ...continua

    “E' solo che, sapete, quando si scrivono racconti, i nostri peggiori nemici siamo solo noi stessi, capite? O siamo lì che mettiamo cose di cui non c'è davvero bisogno, di cui il lettore può fare benissimo a meno – possiamo infatti presumere che il lettore riempia i nostri vuoti da solo – oppure nascondiamo quel che conta sul serio. Insomma, secondo me qui c'è già tutto”. Da Il mestiere di scrivere

    Ti racconta cose possibili e reali, Raymond Carver. La sua voce è così intensa, autentica e specifica che le fa apparire come anomalie o epifanie o compimenti inevitabili. In questi racconti si possono ammirare l'eccellenza compositiva e la meraviglia stilistica dell'autore dell'Oregon, che dipinge un'anonima quotidianità di azioni e pensieri raccolta e rivelata nell'universalità e nella singolarità. Completezza di sguardo e profondità di dialogo perlustrano ambiguità e segreti dell'esperienza umana, ne suggeriscono forme inedite e sorprendenti, dietro a domande e risposte che sembrano scrutare sullo sfondo, da presenze silenziose. Carver scrive una mappa dell'essere umano per conoscere il dolore e cerca un modo di raccontare cosa farsene: perturbazioni emotive, verità parallele, catastrofi dimenticate, moralità nascoste, volontà sospese; desideri latenti, insicurezze ignote, contrasti intimi, smarrimenti essenziali. Dentro tracce, sintomi, ombre, echi e testimonianze della vita nella necessaria sopravvivenza, nell'imprendibile durata e nella progressiva marginalità, lo scrittore di Clatskanie colloca uno spazio esclusivo e implicito dove incontrare noi stessi e ritrovare l'unicità del carattere e la definizione di un senso condiviso, riconoscendo e scoprendo negli altri le molteplici parti interiori rimosse, negate e provvisoriamente perdute. Con Carver c'è un modo semplice e decisivo per uscire dal nulla e sentirsi finalmente vivi. Ovunque e in altro luogo.

    ha scritto il 

  • 4

    Cosa faremmo se una persona cieca ci chiedesse di descrivere una cattedrale? Saremmo davvero in grado di farlo al 100%? E se ci mettessimo a disegnarne una insieme, prima ad occhi chiusi e poi ad occh ...continua

    Cosa faremmo se una persona cieca ci chiedesse di descrivere una cattedrale? Saremmo davvero in grado di farlo al 100%? E se ci mettessimo a disegnarne una insieme, prima ad occhi chiusi e poi ad occhi aperti, saremmo poi in grado di riaprire gli occhi? Carver scrive un racconto breve ma intensissimo e davvero emozionante, facendoci capire che i nostri occhi a volte limitano e soffocano la nostra immaginazione.

    ha scritto il 

  • 5

    也許因為在真正閱讀之前就已經看過太多關於《大教堂》的解析評論,印象最深刻的,反而是不太出名的《我在這裡打電話》。嘎然而止的結局彷彿是一記尖銳的煞車聲,長長久久叫囂不已。
    展示平凡人生的無情荒謬,沒有因果關係、沒有深刻結局,也不提供救贖,瑞蒙·卡佛沒有修飾的筆觸就是生命中無以名狀欲哭無淚而且還上不了檯面的無奈最恰當的修飾。

    ha scritto il 

  • 3

    難以形容的不自在

    不知為什麼就是一邊看一邊有種不斷加劇的壓力倒過來,就像滿滿的抑壓感,感覺很不舒暢,書已看一半以上,但就是沒有再閱讀下去的欲望。

    ha scritto il 

  • 5

    "c'era questo cieco"

    l'ìncipit del racconto che da il titolo alla raccolta me lo sogno la notte, vorrà dire qualcosa come si dice dalle mie parti? Da leggere anche solo quello e andarsene con le lacrime agli occhi, cosa c ...continua

    l'ìncipit del racconto che da il titolo alla raccolta me lo sogno la notte, vorrà dire qualcosa come si dice dalle mie parti? Da leggere anche solo quello e andarsene con le lacrime agli occhi, cosa chiedere di più a un 20 minuti di lettura?

    ha scritto il 

  • 0

    Su "Cattedrale"

    C’è un racconto abbastanza celebre di Raymond Carver che dà il titolo a una sua raccolta anche questa abbastanza celebre, “Cattedrale”. in questo racconto, il narratore parla di un incontro a casa sua ...continua

    C’è un racconto abbastanza celebre di Raymond Carver che dà il titolo a una sua raccolta anche questa abbastanza celebre, “Cattedrale”. in questo racconto, il narratore parla di un incontro a casa sua con un vecchio amico di sua moglie. Questo amico è cieco dalla nascita e dopo alcuni convenevoli, presentazioni e quant’altro, il narratore inizia a studiarlo come se fosse non un semplice cieco, ma un problema scientifico, un bel grattacapo. “Era un tizio che non conoscevo affatto, e il fatto che fosse cieco mi dava un po’ fastidio” dice.
    La moglie del narratore aveva anni prima composto una poesia sull’esperienza avuta con il cieco, quando lui le aveva chiesto se poteva toccargli il viso. Ma l’io narrante dice che lui le poesie non le capisce proprio. Carver ci dà insomma qualche indizio sul suo ostinato riduzionismo. Non ammette che ci sia esperienza che possa essere intuita o percepita ed egli mal si fida della capacità immaginativa, nonostante la usi in modo inconsapevole per tutto il racconto. La possibilità di una esperienza altra, di una immedesimazione nei vissuti dell’altro viene negata, respinta. Ma questo cieco è lì, a casa sua, in qualche modo è ineliminabile e deve, per quanto possibile, essere risolto. L’esperienza si sa ci fornisce quanto necessario alla nostra immaginazione la quale è da quella limitata. Possiamo immaginare, si chiedeva in un saggio degli anni ‘70 Thomas Nagal, un filosofo analista americano, cosa si prova a essere dei pipistrelli? Lui concludeva che non possiamo perché questa esperienza ci è negata dai limiti stessi della nostra natura. Ma il nostro narratore non si chiede questo, nega solo l’assunto che ci possa essere una esperienza differente delle cose, e che comunque questa possa essere significativa. Non è un caso se vive con estremo disagio il fatto che quest’uomo fondamentalmente alieno al suo modo di percepire il mondo abbia avuto una compagna, abbia avuto rapporti sessuali, sia stato amico e confidente di sua moglie, si sia addirittura espresso, pur non avendolo mai “visto”, sul suo conto.
    In questo caso, sembra che il buio del protagonista provenga dalla vertigine che potrebbe provare nello sperimentare una semplice diversità dei sensi. Ma questo non ci deve meravigliare. Sappiamo di quanto una deprivazione sensoriale possa portare a dei cambiamenti globali del nostro modo di fruire la realtà. Già John Milton, del resto, quando divenne cieco scrisse, oltre a dei meravigliosi sonetti come “On his blindness” e al capolavoro “Il paradiso perduto”, diverse lettere ai suoi amici dove, facendoli riflettere sulla cecità, cercava di convincerli di come una semplice modificazione percettiva (on/off) possa influenzare la sfera cosciente, proiettando l’individuo dall’esterno all’interno. Questo cambio proiettivo modificava in primis la percezione dello scorrere del tempo. Il tempo è un fiume che scorre, ma io sono il fiume; è una tigre che mi divora, ma io sono la tigre, sembra dire il poeta cieco.
    Tutto questo sembra impaurire il protagonista del racconto di Carver: una tigre che ti sbrana non è il miglior modo di finire la giornata. Così, per darsi coraggio, come chiunque in una condizione di forte pericolo, il narratore inizia a bere copiosamente e a un certo punto della serata, si rolla una canna e inizia a fumare con il cieco. I due rimangono soli e quando la situazione è al limite dello stress per il narratore, d’istinto, senza pensare a una possibile gaffe, accende il televisore. Dopo un po’ si fermano su un canale in cui danno un documentario sulle cattedrali. Il protagonista inizia a raccontare cosa si vede, ma sente quanto sia limitante trasferire il linguaggio dell’architettura nella logica delle parole, e questo è ancora di più sottolineato dai movimenti della telecamera che si ferma a filmare particolari della cattedrale del tutto visivi. Nonostante i tentativi, il narratore alla fine si arrende e dice che lui non ce la fa a spiegare cosa è una cattedrale. “Il fatto è che le cattedrali non significano niente di speciale per me. sono solo cose da vedere in tv la sera tardi. Tutto lì” dice. E’ come se il nostro narratore non le avesse mai viste in realtà.
    A questo punto il cieco ha un’idea: provare a disegnarle. Glielo chiede e con la sua mano cerca di seguire i movimenti che il narratore fa con la penna. E man mano che il narratore disegna, il suo entusiasmo cresce e cresce così tanto che il cieco intuisce che è quello il momento giusto per chiedergli di fare quella cosa che lui ha in mente. E’ il momento in cui i pensatori parlano di quel salto nel vuoto che è il passaggio dal dire al mostrare; il momento in cui Kosslyn passa dalla modalità di rappresentazione descrittiva a quella raffigurativa, il momento in cui crollano per sempre le strutture logiche, come in uno schiocco di dita, e si aprono le porte dell’immagine pura. Il cieco dice: chiudi gli occhi.
    Il narratore chiude gli occhi ma continua a disegnare, come se continuasse a vedere le sue mani percorrere gli archi, il frontone, le guglie di quei maestosi edifici. Gli psicologi sanno che questa esperienza si chiama immaginazione “enattiva”. Come se tra il sentire e il vedere non ci fosse più un confine e noi avessimo bisogno di un altro termine che possa fare da ponte tra questi due campi percettivi.
    Sto vedendo una cattedrale e guidando successivamente la mano o è la mia mano che guida e crea la mia visione della cattedrale?

    L'esperienza di chi ci racconta questa storia a questo punto è totale.
    Ci sono fatti per cui non avremo mai concetti necessari per comprenderli e c’è una velo di sottile malinconia per quelle porte che non attraverseremo, se a guidarci non ci saranno mani come quella del cieco che hanno potenziato le nostre capacità di sondare la vita; ci sarà sempre un velo di malinconia per quelle cattedrali su cui si poseranno uccelli, fantastici uccelli di specie altrettanto favolose, che nessuno però vedrà.

    ha scritto il 

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