Cavalli selvaggi

Di

Editore: Einaudi (Tascabili letteratura, 366)

4.1
(1353)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 303 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Francese , Giapponese , Tedesco , Spagnolo , Olandese , Catalano , Polacco

Isbn-10: 8806139037 | Isbn-13: 9788806139032 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Igor Legati

Disponibile anche come: Copertina rigida , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Adolescenti , Viaggi

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Descrizione del libro
L'epoca moderna di McCarthy, intrisa di forza biblica, è ambientata nei deserti che si estendono dal Texas al Messico, regno di lupi, cavalli e grandi mandrie di bestiame. Ed è appunto un viaggio a cavallo nel deserto quello che intraprendono i due giovani protagonisti del romanzo, tra distese assolate, haciendas e sbandati pronti a tutto. Un viaggio iniziatico attraverso elementi primordiali, in cui l'innocenza diventa esperienza del mondo e del dolore. L'atmosfera magica e selvaggia della frontiera ritrova così, nella prosa di McCarthy, il fascino dei grandi miti americani.
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  • 3

    Sembra che quest'anno non riesca a leggere un romanzo che mi convinca del tutto. Dopo essere rimasta folgorata da La strada, non vedevo l'ora di leggere un altro McCarthy e la scelta è caduta su Cava ...continua

    Sembra che quest'anno non riesca a leggere un romanzo che mi convinca del tutto. Dopo essere rimasta folgorata da La strada, non vedevo l'ora di leggere un altro McCarthy e la scelta è caduta su Cavalli selvaggi, secondo molti uno dei suoi romanzi meno cupi e più accessibili.
    "Meno cupi", quando si parla di McCarthy assume è un'espressione che va un po' presa con le pinze perché nella realtà del romanziere statunitense crudeltà e violenza occupano sempre un ruolo di primo piano, inserendosi come attori principali nel quotidiano dei protagonisti con pragmatismo e una certa dose di rassegnazione.
    Cavalli Selvaggi non fa eccezione quando racconta il passaggio all'età adulta di due sedicenni texani, fuggiti in Messico all'inseguimento di un passato glorioso e idealizzato che forse non è mai esistito e destinati a scoprire che nel mondo degli adulti la giustizia e la moralità sono spesso reali quanto lo può essere un sogno.

    McCarthy concede però un'eccezione alla regola e mette sulla strada del suo protagonista ancora un esempio di onestà e altruismo che sembrano provenire da un'altra epoca, fuori posto come lo è John Grady Cole, sedicenne fin troppo maturo prigioniero di un presente con cui non riesce ad allinearsi; la sua fuga in Messico è sopratutto una fuga dal cambiamento e dalla modernità, la ricerca dell'essenza dell'esistenza che per il ragazzo si traduce nella forza primitiva e vitale dei cavalli, con i quali è in grado di sviluppare un'affinità istintiva e primordiale.

    Continua su:
    http://www.lastambergadeilettori.com/2016/09/cavalli-selvaggi-cormac-mccarthy.html

    ha scritto il 

  • 5

    Immenso!

    Due ragazzi, giovanissimi. Un viaggio a cavallo per arrivare in Messico. Un viaggio reale, ma anche un viaggio iniziatico. E lungo il percorso la scoperta di odio, violenza, ingiustizie, soprusi, scon ...continua

    Due ragazzi, giovanissimi. Un viaggio a cavallo per arrivare in Messico. Un viaggio reale, ma anche un viaggio iniziatico. E lungo il percorso la scoperta di odio, violenza, ingiustizie, soprusi, sconfitte, ma anche l’amore, la passione e poi, ancora, il male, la morte. A fare da sfondo alle vicende umane una natura splendida e selvaggia, madre e matrigna.

    ”Sdraiato sotto la coperta, John Grady contemplava il quarto di luna sulla cresta delle montagne. In quella falsa alba blu le Pleiadi sembravano elevarsi nell’oscurità sopra il mondo trascinando con sé tutte le stelle, mentre il gran diamante di Orione, Cepella e il marchio di Cassiopea sembravano una rete da pesca gettata nel buio fosforescente. Rimase là a lungo ad ascoltare il respiro degli altri e a contemplare la natura selvaggia fuori e dentro di sé.”.

    In McCarthy la descrizione di vite quotidiane diventa metaforica, si fa senso tragico, di destino, di totalità.

    ”John Grady attraversò la strada ed entrò nel cimitero passando davanti alle vecchie cappelle di pietra, alle piccole lapidi con brevi epitaffi, ai fiori di carta sbiaditi dal sole, a un vaso di porcellana, a una Vergine di celluloide sbrecciata, ai nomi più o meno noti. Villareal, Sosa, Reyes, Jesuita Holguín. Nació. Falleció. Un uccello di ceramica. Un vaso bianco sbrecciato. Sullo sfondo si vedevano i prati verdi e i cedri scossi dal vento. Armendares. Ornelos. Tiodiosa Tarìn, Salomer Jáquez. Epitacio Villareal Cuéllar.
    Si fermò col cappello in mano davanti alla terra smossa priva di lapide… le disse addio in spagnolo, poi si voltò, si rimise il cappello, alzò la faccia umida al vento e per un istante tese le mani come se volesse trovare un equilibrio o benedire la terra o forse rallentare il mondo che correva veloce senza curarsi di nulla: dei giovani o dei vecchi, dei ricchi o dei poveri, dei bianchi o dei neri, dei maschi o delle femmine. Delle loro battaglie, dei loro nomi. Dei vivi e dei morti.”

    Per me un romanzo immenso.

    ha scritto il 

  • 4

    Li ho letti uno dietro l'altro, Cavalli selvaggi e Meridiano di Sangue. E insieme li commento perché sono omogenei per tema, ambientazione e architettura. Sono tutti e due romanzi magnifici. In certi ...continua

    Li ho letti uno dietro l'altro, Cavalli selvaggi e Meridiano di Sangue. E insieme li commento perché sono omogenei per tema, ambientazione e architettura. Sono tutti e due romanzi magnifici. In certi passaggi la prosa ha la potenza di una sentenza o di una profezia. In altri, è epica e lirica.

    In tutti e due i romanzi il tema è in fondo un mistero che occupa quasi tutti i libri di CMC e che resta inspiegato e insondabile. Il mondo, la realtà, i suoi personaggi, tutto nei suo romanzi contiene qualcosa di nascosto e di terribile, di cupo. E’ di sicuro uno dei più grandi scrittori che si sono dedicati al "problema del Male". Come quelli che chiama suoi "maestri": Faulkner, Dostoevskij, Melville. E dà più domande che risposte. Il Male è una cosa che ci è connaturato, ci pervade? Ne siamo fatti? Oppure ci occupa e quindi possiamo liberarcene? È intrinseco al nostro essere uomini o è una cosa che non ci appartiene, ma a cui possiamo appartenere? E quindi possiamo decidere di smettere di appartenergli? Dobbiamo precipitare nel nostro inferno quotidiano con lui addosso e dentro, per forza, per la nostra debolezza davanti alla sua forza, oppure esiste una via di uscita?

    In ogni caso, nelle sue pagine quello si incontra: il Male, l’orrore. E devi reggere l’impatto perché CMC del potere di concepire il Male, non ti risparmia niente. Forse l'unica cosa che paradossalmente lo rende tollerabile è la straordinaria pulizia della narrazione. Lo stile nitidissimo, con quei dialoghi prosciugati, trasmette questa sensazione di assenza di effetti speciali. E riesce a innestarci dentro passaggi di pura poesia e di pura bellezza: quando descrive certi paesaggi per esempio. Però se ti porta con la storia in una carneficina, lui una carneficina ti racconta. Per quella che è. Senza trucchi e senza alterare nulla. In quelle pagine lì non ti lascia neppure l’ immaginazione di salvezza o di fuga; men che meno di consolazione. Non c'è neppure il succo buono di una lezione morale da imparare; di un’esperienza da spremere e mettere a frutto. L'unico millimetrico spazio di respiro che ti lascia per arrivare al rigo successivo è la speranza vaga, minima, improbabile, cieca, di venirne fuori. Il come non lo vedi, finché non lo trovi scritto. E quando accade, che se ne viene fuori, è senza grida, senza urla, senza sorpresa, senza emozione, di solito anche senza la redenzione della scoperta di un senso. A meno che per senso non si intenda la conferma dell’esistenza di quel pozzo di mistero cupo, oscuro, orrendo. Ancora una volta accade perché così è andata. Così doveva accadere.
    Perché dalle cose e dalla vita se ne esce sempre, in qualche modo.

    Ogni tanto nelle sue storie si affaccia un raggio di luce che ne illumina un pezzetto: un atto di pietà, un amore, magari anche solo un momento di pace. Anche quelle sono pagine bellissime. Ma non bisogna fare l'errore di adagiarvisi sopra. Bisogna lasciarle andare, prendendo quel che di buono danno ai suoi personaggi e di riflesso al lettore: un minimo di calore, un sorriso, un piccolo spazio davanti, su cui immaginare, forse, di poter fare qualche passo in una qualche direzione, una fiducia cieca, anche quella. Poi si risprofonda subito nel buio.

    Se dovessi individuare una cosa che più di tutto rende testimonianza del fatto che siamo davanti ad uno scrittore straordinario è il suo modo di rendere il West. Un West selvaggio, barbaro, con al centro il deserto e la povertà assoluta; una terra "desolata", con il Male in ogni pietra. E c'è l'uomo solo, con il cuore che sembra somigliare pure quello alla pietra. Li definisce così in Meridiano di sangue i luoghi della sua ricerca: “territori così selvaggi e barbari in cui verificare se la materia della creazione può conformarsi al volere dell'uomo o se il cuore stesso non è altro che un diverso tipo di creta”. E il senso ultimo di questi due libri forse sta tutto in queste righe.

    ha scritto il 

  • 3

    Dialoghi asciutti e descrizioni fantastiche di panorami infiniti in una sorta di western esistenziale che, dopo la brutta esperienza con "Suttree", mi ha fatto ricredere su McCarthy.

    ha scritto il 

  • 4

    Un Nobel no?!?

    Me lo sento. O lui o Murakami.

    Niente da fare. Anche stavolta niente.
    Ma aveva ragione Gesualdo Bufalino quando diceva:
    "I vincitori non sanno quello che si perdono."

    ha scritto il 

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