Centomila gavette di ghiaccio

Di

Editore: Mursia Scuola

4.3
(902)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 292 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo

Isbn-10: 8842581119 | Isbn-13: 9788842581116 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Copertina rigida , Paperback

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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  • 5

    L'incredibile tragedia della ritirata di Russia narrata in modo struggente, non servono molte parole; è un libro che colpisce dritto al cuore, perché è umano, nobile, universale: ecco perché politica ...continua

    L'incredibile tragedia della ritirata di Russia narrata in modo struggente, non servono molte parole; è un libro che colpisce dritto al cuore, perché è umano, nobile, universale: ecco perché politica e partigianeria non c'entrano un'acca. E sono solo patetici quelli che scrivono di retorica, stile antiquato e luoghi comuni di cui l'opera, a loro parere, abbonderebbe: tutte castronerie che non meritano nessun rispetto. Il libro è scritto da chi c'era, un militare italiano, non da Antonio Gramsci (così come 'L'Agnese va a morire', tanto per citare un altro gran libro, è scritto da una partigiana, non da Benito Mussolini; forse quando si legge un'opera bisognerebbe fare mente locale, o no?); ed è scritto con uno stile che mai, né nel lirismo, né nell'umorismo, né nelle pagine più cupe e tragiche né in quelle più dolci e piene di amore per la vita, tradisce l'autenticità e l'anima dell'Uomo: di tutti gli uomini. Per i mezzi uomini e le mezze donne c'è sempre la tv.

    ha scritto il 

  • 3

    Raccapricciante tragedia, tra le più crudeli della storia, il mio giudizio sul testo non vuole assolutamente commentare i fatti - non servono commenti né avrei il diritto di chiosare alcunché.
    Detto q ...continua

    Raccapricciante tragedia, tra le più crudeli della storia, il mio giudizio sul testo non vuole assolutamente commentare i fatti - non servono commenti né avrei il diritto di chiosare alcunché.
    Detto questo, credo che sia un libro mediocre, troppo retorico e pieno di arcaismi e militarismi che lo fanno assomigliare a un romanzo d'appendice risorgimentale, dove gli "eroi" lottano fino allo stremo contro le forze del "male" e, grazie alle capacità e alla tenacia dei "giusti", i migliori si salvano e per i morti s'aprono infine le porte dell'eternità.
    Fatemi capire: ma chi erano gli invasori? Non era la gloriosa Julia là per conquistare la terra d'altri?

    ha scritto il 

  • 2

    Giulio Bedeschi si imbarca...

    ...nell'impresa di raccontare la ritirata di Russia degli Alpini e lo fa scegliendo un tono epico da lapide commemorativa. Gli alpini hanno tutti ferree volontà e altissimo senso del dovere, gli attac ...continua

    ...nell'impresa di raccontare la ritirata di Russia degli Alpini e lo fa scegliendo un tono epico da lapide commemorativa. Gli alpini hanno tutti ferree volontà e altissimo senso del dovere, gli attacchi dei nemici sono sempre feroci e crudelissimi, la popolazione locale sempre materna e accogliente nei confronti degli italiani brava gente, il freddo attanaglia gli arti eccetera eccetera. Alla lunga risulta stucchevole e anche irritante, dal punto di vista stilistico meno iperboli e meno aggettivi qualificativi avrebbero giovato al racconto di una tragedia che, a mio modesto parere, proprio per la sua portata meriterebbe un tono più dimesso e rispettoso (ho bene in mente la lezione di Remarque e Rigoni Stern). L'altro elemento che mi ha sconcertato è l'assoluta mancanza di giudizio umano (se non politico e storico) nei confronti di un regime (quello fascista) che alleandosi con i nazisti portò il paese in una guerra assurda che ebbe il suo culmine nel disastro russo, quando migliaia di uomini dovettero intraprendere una ritirata massacrante in pieno inverno. La guerra è vissuta come qualcosa di ineluttabile, deve farsi, si fa, non ci si chiede perché o per cosa, l'importante è mantenere alto e intatto il proprio onore. In soli due momenti il romanzo abbandona la via dell'agiografia e presenta due sguardi nell'abisso: verso la fine del romanzo - quando il medico Serri assiste ad un tentativo di suicidio da parte di un uomo che invece sembra avere ben chiaro l'orrore della guerra in corso (siamo tutti morti, non vedi) - e alla conclusione, quando gli alpini superstiti superano in treno il confine italiano e gli viene ordinato di non affacciarsi ai finestrini, che infatti vengono chiusi, alle loro rimostranze il capotreno ribatte: "Ma vi vedete? Vi accorgete sì o no, Cristo, che fate schifo?".

    ha scritto il 

  • 3

    Centomila gavette di ghiaccio è un'opera che nasce dall'urgenza di raccontare qualcosa di inconcepibile. Assieme alla volontà di raccontare le atroci sventure vissute assieme ai compagni alpini dell'A ...continua

    Centomila gavette di ghiaccio è un'opera che nasce dall'urgenza di raccontare qualcosa di inconcepibile. Assieme alla volontà di raccontare le atroci sventure vissute assieme ai compagni alpini dell'ARMIR negli anni 1942-1943, Bedeschi afferma anche una fortissima dignità umana, un valore che nemmeno mesi e mesi di lotta contro la fame, i cannoni e il gelo hanno potuto annientare. Centomila gavette di ghiaccio è, infatti, una lapide di carta per tutti coloro che sono morti nella Campagna di Russia o che sono tornati svuotati della loro vitalità e riempiti di ricordi dolorosi.
    http://athenaenoctua2013.blogspot.it/2015/12/centomila-gavette-di-ghiaccio-bedeschi.html

    ha scritto il 

  • 5

    Diecimila tornarono, centomila no

    Il sottotenente Italo Serri è il medico di un reparto di fanteria sul fronte greco albanese durante la Seconda Guerra Mondiale. E’ un racconto crudo, con immagini che restano impresse nella memoria: i ...continua

    Il sottotenente Italo Serri è il medico di un reparto di fanteria sul fronte greco albanese durante la Seconda Guerra Mondiale. E’ un racconto crudo, con immagini che restano impresse nella memoria: il cadavere del soldato greco nella Vojussa, l’amputazione dei feriti con un coltello da caccia. Poi, l’inizio di una tragedia più grande: aggregato a una batteria di artiglieri, Serri è inviato con gli alpini sul Don, in Ucraina. Il 16 dicembre 1942 la sua Julia riceve l’ordine di lasciare i rifugi con pochi viveri, vestiario, armi, x intervenire dove il fronte ha ceduto, e in queste condizioni inizia la ritirata. Comincia così l’epica marcia nella neve e nel freddo atroce della steppa nel gennaio ’43 x uscire dalla sacca, da cui diecimila torneranno e centomila no, la metà dei caduti italiani in tutta la guerra. Ci sono episodi di generosità e di crudeltà: l’alpino che regala l’ultimo boccone all’amico sfinito, e il soldato che incendia l’isba in cui hanno trovato rifugio i compagni, perché muoiano con lui. Il libro è un romanzo autobiografico: lo stesso Bedeschi era, infatti, un ufficiale medico della Julia durante la ritirata di Russia, e solo i nomi sono stati modificati x tutelare la privacy dei protagonisti. Dispiace la polemica con Rigoni Stern, che accusò Bedeschi di avere inventato una propaganda eroica: gli eventi sono descritti in modo così duro, diretto, crudo, che non possono essere frutto di fantasia. Il linguaggio è piuttosto retorico e apologetico, ma il libro rimane, dopo oltre settant’anni, un capolavoro della letteratura di guerra. Coinvolge e rende partecipe il lettore della vita semplice degli alpini, le sofferenze, la morte, il freddo, la fame, il sacrificio, il cameratismo. E’ questo il primo volume della mia libreria, dono natalizio di un amico di famiglia, alpino durante il secondo conflitto mondiale: con la copertina strappata e le pagine ingiallite, mi ha accompagnato dall’infanzia all’età adulta, perché un libro è x sempre.

    ha scritto il 

  • 5

    La storia di un gruppo di alpini della Julia dalla campagna d'Albania al disastro in Russia. Inaspettatamente crudo, nonostante la scrittura quasi lirica, è toccante e crudele. E amaro come il finale. ...continua

    La storia di un gruppo di alpini della Julia dalla campagna d'Albania al disastro in Russia. Inaspettatamente crudo, nonostante la scrittura quasi lirica, è toccante e crudele. E amaro come il finale.

    ha scritto il 

  • 4

    LA MOLLA

    Lo stile narrativo è buono Lo scrittore cerca di creare in maniera quanto piu' realistica immagini nella mente del lettore che possano fargli capire l'orrore il dolore le speranze le delusioni insomm ...continua

    Lo stile narrativo è buono Lo scrittore cerca di creare in maniera quanto piu' realistica immagini nella mente del lettore che possano fargli capire l'orrore il dolore le speranze le delusioni insomma una varietà di sentimenti che potrebbero o meglio che possono aver provato i milioni di fanti mandati allo sbaraglio nelle terre della sconosciuta Russia
    Ho provato a immedesimarmi ,io che ho freddo a 20 gradi all'ombra che porto con me la briosche dentro la borsa che un attacco di fame improvvisa che mi doccio almeno una volta al giorno che mi cambio d'abito almeno una volta al giorno ...
    Ma quale molla mi spingerebbe a sopportare il gelo che ti ferma il cuore e la mente?
    Non posso paragonarmi agli uomini che hanno vissuto quella storia e di cui sono figlia Non riesco a capire il loro senso di Patria fino alla morte il senso del dovere che li permeava
    Mi chiedo quale sarebbe la mia molla..

    ha scritto il 

  • 5

    “Speriamo che il nostro esempio serva almeno a chi verrà.”

    Documento terribile e allucinante di quella che è stata la reale portata della spedizione italiana in terra di Russia durante la seconda guerra mondiale. Una testimonianza preziosa questa di Giulio Be ...continua

    Documento terribile e allucinante di quella che è stata la reale portata della spedizione italiana in terra di Russia durante la seconda guerra mondiale. Una testimonianza preziosa questa di Giulio Bedeschi (1915-1990) che, in virtù della propria esperienza diretta in qualità di ufficiale medico, ci conduce al seguito degli uomini della batteria ventisei della Divisione alpina Julia.
    Un testo che, a nostro avviso, dovrebbe anzitutto trovare posto a scuola tra i manuali di storia, in verità mai troppo propensi a soffermarsi abbastanza a lungo su certi capitoli vergognosi della storia patria più recente, e anche tra le letture dei meno giovani perché abbiamo tutti il dovere di non dimenticare ciò che è stato ed evitare così che si possa ripetere in un futuro prossimo o lontano.
    Sono pagine strazianti, colme di dolore profondo, che con un ritmo incalzante non risparmiano niente al lettore fin dalle prime battute: l’orrore dei combattimenti, il vivere e il patire dei soldati, la loro lenta agonia… Non vengono meno neanche tanti interrogativi, soprattutto uno che ancora oggi, a distanza di oltre settant’anni da quegli avvenimenti, è impossibile non porsi: perché tutto questo? Quale il senso di quell’immane follia?
    Emblematici a tal proposito sia l’introduzione dell’autore stesso, che richiama un passo non fuori luogo di Tucidide (“Il male non è soltanto di chi lo fa: è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce”), sia l’episodio del mancato suicidio tentato nella totale indifferenza durante la marcia di ritirata, episodio nel quale l’ufficiale protagonista del gesto pronuncia queste parole: “E la colpa? […] la colpa va divisa. Un po’ mia, un po’ tua, un po’ di tutta la gente del mondo: ciascuno ha fatto o non ha fatto qualcosa, a tempo debito, per arrivare alla guerra. Noi saldiamo il conto ora, amen. E gli altri? Speriamo che il nostro esempio serva almeno a chi verrà.”
    Già, la colpa… Fermo restando che essa va appunto divisa, le quote di alcuni restano comunque maggiori di quelle di altri e non certo ridimensionabili. La Storia parla chiaro, inutile aggiungere altro facendo i soliti nomi già noti; puntualizziamo soltanto che nessuno pagò abbastanza poiché una capsula di cianuro o una o più pallottole in corpo furono ben poca cosa rispetto a quanto patirono quegli uomini in marcia nel deserto ghiacciato della steppa che “non era altro che neve”, alla completa mercé, oltre che delle superiori armi nemiche, di fame, condizioni climatiche estreme (una media di quaranta gradi sotto lo zero) e della loro stessa follia più tremenda. Un tragico destino condiviso passo passo con i muli che trainavano, finché a loro volta non stramazzavano al suolo, slitte cariche di feriti o congelati e vecchi obici da 75/13 reduci addirittura dal conflitto di quasi trent’anni prima, ormai miserabili brandelli – sia gli uomini che i pezzi d’artiglieria – dell’esercito di un Paese che aveva creduto e chinato la testa all’infame menzogna della guerra.
    “[…]molti erano caduti o s'erano attardati, ma chi ancora reggeva allo sforzo ne portava i segni evidenti: torme ubriache e non più soldati parevano i marciatori, fantocci macabri che perpetuavano una loro follia trascinando con sé quelle slitte gocciolanti marciume e orine di feriti; gli stessi muli, ridotti a scheletri rivestiti di un mantello di ghiaccio, contribuivano a completare con la loro presenza il terrificante quadro di una raminga, disperata pazzia.”
    Quello che non ci aspettavamo da questa lettura era di scoprire inaspettatamente che la vera disfatta del nostro esercito, alpini compresi, fu solo la ritirata dal fronte russo! Effettuata senza nessun tipo di copertura o appoggio logistico delle forze facenti parte dell’Asse, da parte di chi avrebbe dovuto provvedere, la ritirata sarebbe comunque dovuta avvenire; ma fu anticipata a causa principalmente della debolezza delle truppe tedesche che non seppero tenere la linea del fronte sul Don, cosa che invece riuscì egregiamente ai nostri alpini che, seppur dislocati su parecchie decine di chilometri, riuscirono a reggere l’urto dei russi molto più numerosi e soprattutto meglio armati.
    Di grande emozione sono le pagine in cui Bedeschi, sempre in virtù della sua partecipazione diretta agli eventi, racconta dei combattimenti ravvicinati con i russi e della grande tenacia e senso del dovere delle penne nere, in special modo della divisione Julia cui lui stesso apparteneva; tenacia che consentì di organizzare il ripiegamento dal fronte da parte delle altre divisioni, essendo riusciti i russi a passarne le linee solo dopo l’abbandono da parte degli alpini. Per questo motivo, lo stesso comando russo in un bollettino, dichiarando vinta la guerra, precisò come soltanto il corpo d’armata alpino italiano doveva considerarsi imbattuto sul suolo russo.
    Certo, talvolta si sente durante il racconto un po’ di retorica e di enfasi patriottica, dedicata soprattutto al leggendario corpo in questione, che costò anche qualche nota polemica all’autore. La guerra è sempre e comunque da condannare senza appello! Ma se qualche volta, nel farlo, ci si ricorda anche di chi ha combattuto ed è morto eroicamente, magari obbedendo a ordini anche sbagliati e facendo soltanto il proprio dovere fino in fondo, noi in questo non ci vediamo nulla di male! In fondo per condannare la guerra non dovrebbe servire qualcuno che ce lo ricordi ogni due o tre pagine, basterebbe leggere attentamente…

    Infine, ci piace segnalare un lungo brano tratto dal libro, forse uno dei più significativi, che parla di uno degli accessori più importanti degli alpini. Per ricordare i vari Pilon, Scudrèra, Sorgato che sopravvissero e ritornarono e tutti i nostri soldati che riposano per sempre all’ombra dei girasoli d’Ucraina.

    https://www.youtube.com/watch?v=3hJtwflQAuk

    (A.A. & L.V.)

    ha scritto il 

  • 5

    “Speriamo che il nostro esempio serva almeno a chi verrà.”

    Documento terribile e allucinante di quella che è stata la reale portata della spedizione italiana in terra di Russia durante la seconda guerra mondiale. Una testimonianza preziosa questa di Giulio Be ...continua

    Documento terribile e allucinante di quella che è stata la reale portata della spedizione italiana in terra di Russia durante la seconda guerra mondiale. Una testimonianza preziosa questa di Giulio Bedeschi (1915-1990) che, in virtù della propria esperienza diretta in qualità di ufficiale medico, ci conduce al seguito degli uomini della batteria ventisei della Divisione alpina Julia.
    Un testo che, a nostro avviso, dovrebbe anzitutto trovare posto a scuola tra i manuali di storia, in verità mai troppo propensi a soffermarsi abbastanza a lungo su certi capitoli vergognosi della storia patria più recente, e anche tra le letture dei meno giovani perché abbiamo tutti il dovere di non dimenticare ciò che è stato ed evitare così che si possa ripetere in un futuro prossimo o lontano.
    Sono pagine strazianti, colme di dolore profondo, che con un ritmo incalzante non risparmiano niente al lettore fin dalle prime battute: l’orrore dei combattimenti, il vivere e il patire dei soldati, la loro lenta agonia… Non vengono meno neanche tanti interrogativi, soprattutto uno che ancora oggi, a distanza di oltre settant’anni da quegli avvenimenti, è impossibile non porsi: perché tutto questo? Quale il senso di quell’immane follia?
    Emblematici a tal proposito sia l’introduzione dell’autore stesso, che richiama un passo non fuori luogo di Tucidide (“Il male non è soltanto di chi lo fa: è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce”), sia l’episodio del mancato suicidio tentato nella totale indifferenza durante la marcia di ritirata, episodio nel quale l’ufficiale protagonista del gesto pronuncia queste parole: “E la colpa? […] la colpa va divisa. Un po’ mia, un po’ tua, un po’ di tutta la gente del mondo: ciascuno ha fatto o non ha fatto qualcosa, a tempo debito, per arrivare alla guerra. Noi saldiamo il conto ora, amen. E gli altri? Speriamo che il nostro esempio serva almeno a chi verrà.”
    Già, la colpa… Fermo restando che essa va appunto divisa, le quote di alcuni restano comunque maggiori di quelle di altri e non certo ridimensionabili. La Storia parla chiaro, inutile aggiungere altro facendo i soliti nomi già noti; puntualizziamo soltanto che nessuno pagò abbastanza poiché una capsula di cianuro o una o più pallottole in corpo furono ben poca cosa rispetto a quanto patirono quegli uomini in marcia nel deserto ghiacciato della steppa che “non era altro che neve”, alla completa mercé, oltre che delle superiori armi nemiche, di fame, condizioni climatiche estreme (una media di quaranta gradi sotto lo zero) e della loro stessa follia più tremenda. Un tragico destino condiviso passo passo con i muli che trainavano, finché a loro volta non stramazzavano al suolo, slitte cariche di feriti o congelati e vecchi obici da 75/13 reduci addirittura dal conflitto di quasi trent’anni prima, ormai miserabili brandelli – sia gli uomini che i pezzi d’artiglieria – dell’esercito di un Paese che aveva creduto e chinato la testa all’infame menzogna della guerra.
    “[…]molti erano caduti o s'erano attardati, ma chi ancora reggeva allo sforzo ne portava i segni evidenti: torme ubriache e non più soldati parevano i marciatori, fantocci macabri che perpetuavano una loro follia trascinando con sé quelle slitte gocciolanti marciume e orine di feriti; gli stessi muli, ridotti a scheletri rivestiti di un mantello di ghiaccio, contribuivano a completare con la loro presenza il terrificante quadro di una raminga, disperata pazzia.”
    Quello che non ci aspettavamo da questa lettura era di scoprire inaspettatamente che la vera disfatta del nostro esercito, alpini compresi, fu solo la ritirata dal fronte russo! Effettuata senza nessun tipo di copertura o appoggio logistico delle forze facenti parte dell’Asse, da parte di chi avrebbe dovuto provvedere, la ritirata sarebbe comunque dovuta avvenire; ma fu anticipata a causa principalmente della debolezza delle truppe tedesche che non seppero tenere la linea del fronte sul Don, cosa che invece riuscì egregiamente ai nostri alpini che, seppur dislocati su parecchie decine di chilometri, riuscirono a reggere l’urto dei russi molto più numerosi e soprattutto meglio armati.
    Di grande emozione sono le pagine in cui Bedeschi, sempre in virtù della sua partecipazione diretta agli eventi, racconta dei combattimenti ravvicinati con i russi e della grande tenacia e senso del dovere delle penne nere, in special modo della divisione Julia cui lui stesso apparteneva; tenacia che consentì di organizzare il ripiegamento dal fronte da parte delle altre divisioni, essendo riusciti i russi a passarne le linee solo dopo l’abbandono da parte degli alpini. Per questo motivo, lo stesso comando russo in un bollettino, dichiarando vinta la guerra, precisò come soltanto il corpo d’armata alpino italiano doveva considerarsi imbattuto sul suolo russo.
    Certo, talvolta si sente durante il racconto un po’ di retorica e di enfasi patriottica, dedicata soprattutto al leggendario corpo in questione, che costò anche qualche nota polemica all’autore. La guerra è sempre e comunque da condannare senza appello! Ma se qualche volta, nel farlo, ci si ricorda anche di chi ha combattuto ed è morto eroicamente, magari obbedendo a ordini anche sbagliati e facendo soltanto il proprio dovere fino in fondo, noi in questo non ci vediamo nulla di male! In fondo per condannare la guerra non dovrebbe servire qualcuno che ce lo ricordi ogni due o tre pagine, basterebbe leggere attentamente…

    Infine, ci piace segnalare un lungo brano tratto dal libro, forse uno dei più significativi, che parla di uno degli accessori più importanti degli alpini. Per ricordare i vari Pilon, Scudrèra, Sorgato che sopravvissero e ritornarono e tutti i nostri soldati che riposano per sempre all’ombra dei girasoli d’Ucraina.

    http://www.youtube.com/watch?v=3hJtwflQAuk

    (L.V. & A.A.)

    ha scritto il 

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