Con gli occhi chiusi

Di

Editore: Rusconi Libri

3.3
(1212)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 175 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8870828867 | Isbn-13: 9788870828863 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Altri , Paperback , Copertina morbida e spillati , Tascabile economico , Copertina rinforzata scuole e biblioteche , Rilegato in pelle , eBook

Genere: Biografia , Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura

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  • 0

    Il grande escluso delle antologie di letteratura italiana

    Tozzi è sempre stato considerato come una pecora nera della nostra letteratura: escluso, criticato o addirittura ignorato. Rivalutato, invece negli ultimi anni, non ha niente da invidiare a Pirandello ...continua

    Tozzi è sempre stato considerato come una pecora nera della nostra letteratura: escluso, criticato o addirittura ignorato. Rivalutato, invece negli ultimi anni, non ha niente da invidiare a Pirandello, Kafka o i suoi contemporanei tanto studiati al liceo. "Con gli occhi chiusi" è un romanzo quasi completamente autobiografico che rispecchia appieno il rapporto padre-figlio del primo novecento, il complesso di Edipo e l'inettitudine del protagonista. Anzi, la sua è più di un'inettitudine: in Pietro c'è una dicotomia tra una fortissima sensorialità e un'interiorità che non porta queste sensazioni da nessuna parte. Il suo è proprio un non essere, una perdita di identità. Questa condizione conduce poi ad una mancata prossemica, non c'è mai la giusta distanza fra i vari personaggi.
    Il titolo, "Con gli occhi chiusi" è esemplificativo: la voglia di chiudere gli occhi davanti a ciò che ci è scomodo.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Spiazzante ed anomalo: un piccolo capolavoro nell’Italietta del primo novecento

    Da un punto di vista culturale e letterario, esattamente come da un punto di vista sociale ed economico, l’Italia del primo novecento, l’Italietta giolittiana che si avvia verso la prima guerra mondia ...continua

    Da un punto di vista culturale e letterario, esattamente come da un punto di vista sociale ed economico, l’Italia del primo novecento, l’Italietta giolittiana che si avvia verso la prima guerra mondiale e il fascismo è un paese sostanzialmente arretrato rispetto ai sommovimenti che scuotono il panorama culturale dell’Europa centro-settentrionale.
    Mentre nelle maggiori aree culturali europee si affacciano i grandi scrittori che rivoluzioneranno per sempre il modo di fare letteratura, sull’onda della fine del mito positivista, della presa di coscienza della crisi della società borghese e delle scoperte dovute alla psicanalisi, l’Italia esprime correnti letterarie che importano con un cronico ritardo fermenti altrove già assopiti e superati. E’ il caso del verismo di Verga, Capuana e De Roberto, che costituirà il punto di riferimento culturale in Italia anche all’inizio del nuovo secolo, derivato in buona parte dalla scapigliatura milanese, in cui si può ritrovare, a scoppio ritardato di quasi un ventennio, il percorso letterario che in Francia portò dal decadentismo tardoromantico al naturalismo. Significativo del clima culturale del nostro paese nel primo decennio del ‘900 è il fatto che – se ci si riflette bene – il suo lascito più originale è ancora legato a questi canoni, per di più declinati secondo modalità ormai stantie e retoriche: l’opera pucciniana e verista (con tutto il rispetto per le pagine di grande musica che contiene) non può infatti essere considerata che il tipico prodotto culturale di seconda mano, destinato ad una borghesia piccola, chiusa e di orizzonti ristretti, che per trasgredire si affidava all’estetismo dannunziano. Persino l’avanguardia italiana per antonomasia, il futurismo, è l’emblema – almeno nella sua componente letteraria - di una società intrisa di un iperpositivismo cialtrone che inevitabilmente fornirà il suo pieno appoggio al fascismo.
    Eppure anche in questa Italia complessivamente arretrata, esattamente come non mancano esempi di attività industriali d’avanguardia e territori socialmente avanzati, si ritrovano scrittori che possono a tutti gli effetti essere ascritti al novero dei grandi autori di stampo europeo, che hanno saputo cogliere lo spirito del tempo e tradurlo in letteratura.
    Il caso più noto è senza dubbio quello di Italo Svevo. Per questo autore è facile trovare la motivazione della sua anomalia rispetto al panorama letterario italiano del tempo: Svevo è di Trieste, città che di italiano aveva (ed in parte ancora ha) poco, crocevia di culture e facente anche fisicamente parte di una diversa entità politica sino al 1918. Trieste, sicuramente più vicina alla Vienna di Freud che a Roma, con la sua antica borghesia mercantile, ha consentito a Svevo di respirare per tutta la vita un’aria mitteleuropea in salsa italiana, come egli stesso ci ricorda nel suo pseudonimo.
    Diverso è il caso di quello che a mio (ma non solo mio) avviso è uno degli altri grandi autori italiani del periodo, la cui opera, ed in particolare il primo romanzo, Con gli occhi chiusi, si distacca nettamente dai canoni naturalistici imperanti per farci entrare nella letteratura del disagio e dell’inettitudine, della mancanza di qualità che è tipica del primo novecento europeo. Federigo Tozzi, l’autore di questo romanzo, non è di Trieste o di Milano: è di Siena, città che – nonostante la sua gloriosa storia passata – all’epoca può essere considerata emblematica della provincia italiana. A Siena visse ed ambientò le sue opere maggiori, trasferendosi quindi a Roma dove morirà, trentasettenne, nel 1920.
    Ebbe una vita, oltre che breve, tormentata e complessa, come è testimoniato anche dal suo passaggio dal socialismo giovanile a posizioni nazionaliste intrise di un cattolicesimo reazionario, e molte sue opere, tra cui Con gli occhi chiusi, riflettono con accenni autobiografici il suo tormento di vivere.
    Incidentalmente faccio notare che sia Svevo che Tozzi furono quasi totalmente ignorati dal pubblico e dalla critica italiana dell’epoca: Svevo fu scoperto in Francia ancora vivente, mentre la gloria di Tozzi è quasi totalmente postuma. E’ anche questo un sintomo del provincialismo che caratterizzava la cultura italiana dell’epoca, che raggiunge vette paradossali se si pensa che i pochi che si accorsero di Tozzi in vita lo classificarono frettolosamente come verista, quasi non potesse esistere in Italia altra letteratura. E’ pur vero che l’involuzione politica di Tozzi si accompagnò ad un avvicinamento progressivo al verismo con i successivi romanzi < i> Il podere e Tre croci, ma il fatto che Con gli occhi chiusi rappresenti un’opera dai caratteri persino strutturalmente totalmente diversi rispetto ad un approccio di tipo naturalistico balza agli occhi anche del lettore più sprovveduto.
    Rispetto a quanto detto per Svevo, è apparentemente più difficile, nel caso di Tozzi, immerso nel mondo rurale della provincia toscana, attribuire le tematiche delle sue opere al contesto: nulla sembra più distante dall’idea di disagio esistenziale dai paesaggi senesi, dal piccolo mondo antico che circonda Tozzi.
    Eppure Con gli occhi chiusi, scritto attorno al 1910, è uno dei romanzi più disperati dell’intera letteratura italiana, e la storia di non amore tra Pietro e Ghisola potrebbe benissimo essere ambientata nella periferia di una delle grandi città industriali del nord Europa.
    Pietro, il protagonista del romanzo dietro il quale non è difficile rinvenire l’autore, è un ragazzo senese, figlio di un contadino che si è arricchito gestendo una trattoria. Fuori città ha acquistato un podere – Poggio a’ meli – che coltiva tramite braccianti (gli assalariati) che tratta con la stessa spietata durezza con cui tratta i dipendenti della trattoria. La sua debole moglie morirà presto, mentre Pietro cambia svogliatamente varie scuole. Adolescente, a Poggio a’ meli incontra Ghisola, una ragazzina nipote di due braccianti. Tra i due nasce una simpatia fatta anche di piccoli dispetti e violenze, che in Pietro si trasforma negli anni in un amore introverso, che non riesce o non vuole esprimersi. Ghisola asseconda questo sentimento con la prospettiva di fare un buon matrimonio e scalare qualche gradino sociale, ma Pietro – che quando è solo sogna il suo amore per lei – non riesce a rapportarsi con la ragazza, -che nel frattempo ha avuto le prime esperienze con altri contadini - e rifiuta le sue profferte sessuali. Più tardi egli la cerca a Firenze, dove studia con scarso successo e dove Ghisola, per uscire dalla povertà è divenuta prima la mantenuta di un anziano signore quindi prostituta in una casa chiusa. Ella riesce a nascondere la realtà della sua condizione a Pietro, cercando disperatamente di darglisi perché possa considerarsi il padre del bambino che attende. Nel bellissimo, fulminate finale, Pietro arguisce la gravidanza di Ghisola e la lascia.
    Con gli occhi chiusi è un romanzo che spiazza per tutta una serie di motivi.
    Il primo e più evidente è quello, già citato, del contrasto tra l’ambientazione in alcune delle più belle contrade italiane e il disperato disagio sociale ed esistenziale che la storia ci propone. Le descrizioni del paesaggio senese e quella – celebre – della città (definita a ragione cubista nella bella introduzione di Marcello Ciccuto a questa edizione della BUR) ci restituiscono la magia, la calma immutabile di ambienti che ancora oggi possiamo ammirare quasi intatti. Questi paesaggi idilliaci sono però gli sfondi di una storia che secca la gola per la sua asciutta drammaticità. La campagna senese diviene quindi l’evidenziatore a contrasto di una crisi esistenziale che ha precise ragioni: la tremenda gerarchia valoriale di chi - il padre di Pietro – ha come unico obiettivo di vita far soldi, in base ai soldi giudica tutto e tutti e si comporta da vero padrone. Tozzi non esprime mai giudizi diretti, ma praticamente ogni gesto del padre di Pietro, sia verso il figlio sia verso gli altri personaggi del romanzo, è guidato esclusivamente da motivazioni economiche. Esemplare e terribile è l’episodio della morte del fedele cane Toppa, con il padre che interviene solo per raccomandare che ne venga recuperato il collare. Il rifiuto di Pietro della logica padronale, schiettamente borghese del padre, che si esprime confusamente in molti modi durante la narrazione, è il vero fulcro del romanzo, e di questo rifiuto fa parte anche il non amore per Ghisola, che Pietro vive, come il suo socialismo, come i vari abbandoni scolastici, essenzialmente come un atto di ribellione rispetto a ciò che il padre vuole fare di lui, vale a dire l’erede capace di continuare la sua opera di arricchimento. Rispetto a questa prospettiva, Pietro non può che avanzare nella vita con gli occhi chiusi.
    Un altro fattore spiazzante del romanzo è lo stile di scrittura di Tozzi, fatto di un contrasto tra il frequente uso di toscanismi e termini desueti ed una struttura della frase inusitata. Il periodo tozziano, in genere già breve, è infatti sovente spezzato in brevissimi sottoperiodi separati da un punto e virgola, anche laddove sarebbe più ortodosso l’impiego della virgola. Non so da cosa derivi questo procedere a singhiozzo, ma è certo che – dopo un primo momento di sconcerto ortografico - questo tratto strutturale diviene uno degli elementi di fascino e (quasi paradossalmente) di modernità del romanzo.
    Infine, non si può non notare come Tozzi costruisca quasi una gerarchia rovesciata della narrazione, nel senso che mentre gli eventi centrali della storia sono in genere solo accennati, una cura quasi maniacale viene dedicata a descrivere particolari secondari, quali ad esempio il cavallo della carrozza su cui a un certo punto sale Ghisola, l’ordine secondo cui la famiglia e i dipendenti si siedono a tavola nella trattoria, la piccola storia del cliente povero della trattoria conclusa con un lapidario (e meraviglioso) “Morì presto; e nessuno se ne accorse. In un mondo sottosopra, pare dirci Tozzi, in cui il disvalore è divenuto valore, anche la gerarchia delle cose deve essere cambiata, e la magrezza di un cavallo merita più attenzione della morte della madre di Pietro.
    Sono questi elementi spiazzanti che fanno di Con gli occhi Chiusi un romanzo anomalo nel panorama italiano dell’epoca, che avvalendosi di un tono apparentemente dimesso dispiega argomenti e una struttura linguistica e narrativa che oserei chiamare sperimentali, di uno sperimentalismo più vicino alle grandi correnti culturali europee dell’epoca rispetto alle tronfie apologie delle macchine e del progresso di chi si sentiva avanguardia, senza accorgersi di essere nelle retrovie.

    ha scritto il 

  • 3

    Una lettura sicuramente non semplice, specialmente per la qui presente, che non ha letto molta letteratura italiana. E' stato interessante dare uno sguardo al mondo dell'Italia d'inizio novecento. ...continua

    Una lettura sicuramente non semplice, specialmente per la qui presente, che non ha letto molta letteratura italiana. E' stato interessante dare uno sguardo al mondo dell'Italia d'inizio novecento.

    ha scritto il 

  • 2

    Prendi una vita tra Siena e Firenze agli inizi del '900. Una trattoria e un podere. Una vita agiata, immersa in tanta ignoranza e altrettanta brutalità.
    Uomini e donne che vivono con lo stesso spirito ...continua

    Prendi una vita tra Siena e Firenze agli inizi del '900. Una trattoria e un podere. Una vita agiata, immersa in tanta ignoranza e altrettanta brutalità.
    Uomini e donne che vivono con lo stesso spirito delle bestie che accudiscono. Prendi un protagonista, che poi è Tozzi stesso, sempre spostato rispetto alla realtà, sognatore deluso che avanza nella vita "con gli occhi chiusi", che cerca il senso delle cose senza fare i conti con la realtà.
    Prendi una bella contadina, rendila "facile" per quei tempi, e fanne una storia d'amore.
    Romanzo autobiografico difficile, faticoso oggi, perché datato come storia e come "morale".
    Tuttavia tocca delle vette linguistiche impressionanti. Alcuni passaggi sono goduriosissimi da un punto di vista stilistico: un lirismo veramente raro.
    Lo consiglio solo nel caso si abbia voglia di una bella lingua toscana e di un recupero di radici ormai lontane dalla nostra sensibilità.

    ha scritto il 

  • 1

    ma che noia

    Mi impongo di finire tutti i libri che comincio, poi mi chiedo perché, dato che ho una lista infinita di libri da leggere e ho continuato questa storia noiosa e scritta in modo pesante.

    ha scritto il 

  • 3

    Romanzo quasi autobiografico

    La storia è quella di un'iniziazione alla vita di un giovane, soffocato dal conflitto con il padre, ma sostenuto dall'illusione, poi perduta di un saldo legame amoroso. La prima parte rappresenta le i ...continua

    La storia è quella di un'iniziazione alla vita di un giovane, soffocato dal conflitto con il padre, ma sostenuto dall'illusione, poi perduta di un saldo legame amoroso. La prima parte rappresenta le inquietudini e i turbamenti del ragazzo, le sfumate ambivalenze della sua sensibilità all'inizio di una torbida convalescenza, oscillanti fra il sadismo, l'angoscia e il primo risveglio del sesso. E parallelamente appare l'immagine di Ghisola. Con le sue schermaglie amorose e il suo senso concreto della vita, la ragazza versa dolcemente un veleno nell'animo di Pietro, fino a travolgerlo, senza una decisa volontà di fargli del male: tanto è vero che, alla fine dell'avventura, lei affonda nella melma della prostituzione. E si avverte qua e là, nel racconto, quasi il puntiglio di dover superare, da parte del narratore-protagonista, quella "brama insensata". Sono personaggi, specie quello di Ghisola, da cui non saranno troppo lontane alcune "donne" di Bilenchi e di Cassola, nonché di Moravia; suggerite, si può dire da quella libertà e intraprendenza con cui essa nacque viva nella fantasia di Tozzi. In questo romanzo fa da corollario al pessimismo radicale, una concezione negativa dell’amore e dell’affettività, dominata dall’inganno e dal dolore; una visione cui sottende, magari anche inconsapevolmente, un'inconfessata misoginia, dove è la donna che tenta l’uomo, fino a portarlo alla rovina.

    ha scritto il 

  • 0

    oltre il tema dell'incapacità o del rifiuto di porre una condizione al proprio io negativo intinto nella zuppa della retorica del vivere sociale, l'autobiografismo di tozzi rende almeno la parvenza di ...continua

    oltre il tema dell'incapacità o del rifiuto di porre una condizione al proprio io negativo intinto nella zuppa della retorica del vivere sociale, l'autobiografismo di tozzi rende almeno la parvenza di un limite oltre il quale la vita ha una essenza pura quanto irresponsabile: purtroppo adoperare il proprio istinto come percorso accidentato e rovinoso è una strada che trascina tutto alluvionata dal senso di colpa altrui. questa partecipazione dello scrittore all'identificazione tragica dei suoi personaggi (come del resto in "tre croci") è condivisione del suo essere che supera quel limite che è il racconto fatto di ricercatezza stilistica: nelle parole non si trova definizione, classificazione, ma quasi una collocazione splendidamente desertica su rotte difficilmente battute o, meglio, evitate; una solitudine interiore senza soluzione sociologica o ideologica, forse pietistica e comprensiva, ma non per questo meno lucida e realistica.

    ha scritto il 

  • 3

    Portare a termine questo romanzo non è stata una delle imprese più semplici. Tozzi ti sbatte in faccia un mondo cupo, triste, dominato dall'ignoranza e da una violenza onnipresente (nonostante questa ...continua

    Portare a termine questo romanzo non è stata una delle imprese più semplici. Tozzi ti sbatte in faccia un mondo cupo, triste, dominato dall'ignoranza e da una violenza onnipresente (nonostante questa non sia sempre esplicita). Sicuramente un romanzo importante perché introduce la figura dell'inetto, fetticcio ossessivo di gran parte del 900 letterario. Tuttavia non è una lettura adatta a chi si fa ingannare dalla sua brevità.

    ha scritto il 

  • 4

    Storia di un amore umiliante e visionario

    Lo scenario aspro e poetico delle colline toscane è il luogo dove s’incontrano i personaggi di questa storia. Le contrade di Poggio a Meli, di Radda, e le campagne intorno a Siena, punteggiate dai col ...continua

    Lo scenario aspro e poetico delle colline toscane è il luogo dove s’incontrano i personaggi di questa storia. Le contrade di Poggio a Meli, di Radda, e le campagne intorno a Siena, punteggiate dai colori del grano e degli ulivi, somigliano alle opere d'arte di un giovane pittore verista. Ed è proprio il quadro di un macchiaiolo fiorentino che pare di vedere tra le pagine del romanzo. Come un dipinto di Telemaco Signorini, accentuato da contrasti e chiaroscuri, questa vicenda drammatica e bellissima è animata da cose e persone scarne, essenziali, di una semplicità che si riduce all’osso. “Con gli occhi chiusi” racconta il tormento di un amore umiliante, un oscuro groviglio di timidezze e violenze tra Pietro, figlio di un oste e padre-padrone autoritario, e Ghìsola, giovane contadina dai sentimenti ambigui. È la storia di una porta che si apre al tempo degli inganni, al peso di un affetto perseverante seppur non corrisposto. Pietro, chiara figura autobiografica dell’autore, emblema del disagio esistenziale, rappresenta l’uomo incapace di agire e di lottare perché chiuso in una dimensione visionaria che lo rende impotente e inadatto all’amore. Prigioniero della sua vita interiore, che gli si sovrappone sempre, è costretto appunto a vivere “con gli occhi chiusi” nel torpore emotivo, un sonno che sarà scosso soltanto dalla rivelazione del tradimento e da una totale disillusione. Una storia dove tutto il flusso di passione si arresta di colpo come lava vulcanica che si raggela e poi si pietrifica. Nel romanzo, che possiede molte corrispondenze con la vita dello scrittore, dall’ambiente della trattoria paterna alla figura dolce e sottomessa della madre, vengono affrontati temi che saranno ricorrenti nella produzione letteraria di Federigo Tozzi. Il pessimismo profondo, l’impossibilità di uscire dalla gabbia del proprio io, l’illusorio e apparente sollievo dal malessere nervoso. A rendere particolare la scrittura è soprattutto il linguaggio duro e realistico della prosa, lo stile asciutto e arido dei dialoghi, la punteggiatura insolita e la presenza del dialetto toscano che si inserisce nei discorsi diretti. Ricco di finezza introspettiva e di capacità analitica nel descrivere i sentimenti contorti di Pietro, un protagonista irrisolto e fragile.

    ha scritto il 

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