Critica della ragion pura

Di

Editore: UTET

4.2
(419)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 700 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi semplificata , Tedesco , Francese , Chi tradizionale , Spagnolo , Norvegese , Svedese

Isbn-10: 8802071748 | Isbn-13: 9788802071749 | Data di pubblicazione: 

Curatore: Pietro Chiodi

Disponibile anche come: Altri , Paperback , Copertina rigida , eBook

Genere: Non-narrativa , Filosofia , Manuale

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Descrizione del libro
"Non c'è dubbio che ogni nostra conoscenza incomincia con l'esperienza; da che mai infatti la nostra facoltà di conoscere sarebbe altrimenti messa in moto se non da parte di oggetti che colpiscono i nostri sensi, e che da un lato determinano da sé le rappresentazioni, mentre dall'altro mettono in moto l'attività del nostro intelletto a raffrontare queste rappresentazioni, a unirle o a separarle, ad elaborare in tal modo la materia prima delle impressioni sensibili, in vista di quella conoscenza degli oggetti che si chiama esperienza?" (Immanuel Kant)
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  • 0

    Ideale sotto l'ombrellone del sapere

    Non me lo sarei mai aspettato, davvero.
    Una lettura agile e scoppiettante, la cui scorrevolezza sorprende ancora oggi, grazie anche alla mirabile curatela gentiliana.

    Perfetto per una vacanza nella q ...continua

    Non me lo sarei mai aspettato, davvero.
    Una lettura agile e scoppiettante, la cui scorrevolezza sorprende ancora oggi, grazie anche alla mirabile curatela gentiliana.

    Perfetto per una vacanza nella quale si abbisogna di un completo relax abbinato a una molleggiata ginnastica filosofica.

    Divorato proprio questa estate nella ridente Gatteo a Mare, intervallato a pagine e pagine di Settimana Enigmistica svolte assieme alla mia signora: tra un bagno, un trentasette orizzontale e una piadina al prosciutto, squacquerone e imperativo categorico.

    ha scritto il 

  • 0

    Sembra un'idiozia - e probabilmente lo è - voler spendere delle parole su testi così immensi, per giudicare i quali occorre una quantità non indifferente di conoscenze e di letture alle proprie spalle ...continua

    Sembra un'idiozia - e probabilmente lo è - voler spendere delle parole su testi così immensi, per giudicare i quali occorre una quantità non indifferente di conoscenze e di letture alle proprie spalle. Dal canto mio, tutto ciò che posso fare è semplicemente hypotheses fingere e semplicemente constatare il mio aver apprezzato o non apprezzato tale o talaltra sezione, conscio di quanto Kant abbia lasciato in eredità alla filosofia e di quanto alcune parti di quest'opera siano di lettura decisamente non semplice.
    Ipotizzo, quindi, forse in maniera non del tutto fantasiosa, un Kant decisamente metafisico, a dispetto di come la vulgata neopositivista l'ha voluto dipingere: platea che forse ha ignorato o distrattamente letto la Dialettica e la Dottrina del Metodo, le sezioni in cui emerge in maggior misura la preoccupazione eminentemente metafisica di Kant (particolarmente vibranti B 878-9), sempre attento a tenere il posto ad altri saperi, dopo aver indicato chiaramente dove stia quello della scienza.
    Forse perché pur sempre lettore di Leibniz (o, più generalmente, filosofo moderno), Kant è estremamente scrupoloso per quanto riguarda le spartizioni e dunque non permette, come anche alcune letture molto rigide del Tractatus di Wittgenstein avrebbero voluto, che ci siano interferenze tra vari piani. Così, la stessa possibilità di una formulazione della Dialettica (e della Critica stessa) non può essere affidata alla scienza, subito messa a sedere e intimata di non interferire in faccende esterne al suo ambito di competenza. Per questo trovo che Kant sia, prima che un filosofo della scienza, il difensore della metafisica (che è poi per lui essenzialmente la filosofia), della morale - magari persino della mistica, se questa non venga intesa nei termini speculativi da Kant delineati; che l'opera di Kant in questa Critica consista nell'indicare i limiti della scienza più in quanto Schränke che non Grenzen: non tanto andare a vedere fin dove essa si possa estendere, quanto vedere dove essa non possa assolutamente metter piede.

    ha scritto il 

  • 5

    http://antoniodileta.wordpress.com/2013/01/11/critica-della-ragione-pura-immanuel-kant/

    Lo studente pigro che, per puro caso, nel disperato tentativo di risparmiarsi qualche ora di studio, fosse capit ...continua

    http://antoniodileta.wordpress.com/2013/01/11/critica-della-ragione-pura-immanuel-kant/

    Lo studente pigro che, per puro caso, nel disperato tentativo di risparmiarsi qualche ora di studio, fosse capitato qui alla ricerca di nozioni utili sulla “Critica della ragione pura” di Kant, resti avvertito sin da subito che purtroppo per lui dovrà cercare altrove o fare da sé. In quest’articolo non troverà soddisfazione, perché anch’io avrei bisogno, benché stia leggendo l’intera “Critica”, anzi, mi correggo, proprio perché sto leggendo l’intera opera, di chiarimenti ulteriori, oltre a quelli che già mi ero premunito di scovare in un prezioso manuale di filosofia risalente ai tempi del liceo, conservato come reliquia accanto agli altri libri nella mia stanza.
    Qualche giorno fa, in un articolo, anticipavo la mia intenzione di dedicarmi alla lettura – studio di questa magistrale e monumentale opera, pur consapevole che non sarebbe stato facile. Avevo anche premesso che giungevo a Kant, oltre che sulla base degli studi fatti al Liceo, soprattutto dopo averlo “incontrato” presso tutti i filosofi a lui successivi, specie Nietzsche, il quale ne confutò l’impostazione di fondo e provò a “demolire” il sistema kantiano come gran parte della filosofia a lui (Nietzsche) antecedente. Devo dire che per mia attitudine, conformazione, educazione, non so come definirla, sono più propenso alla lettura di pensatori “per aforismi” come Nietzsche che non a filosofi “sistematici” come Kant, e peraltro anche sul contenuto concordo, circa vari profili che ora non è il caso di dettagliare, più con Nietzsche che con Kant. Ciò detto, è fuor di dubbio che la “Critica della ragione pura” sia una di quelle opere capitali, indispensabili per chi voglia approfondire determinate tematiche.
    Come avrete notato, mi sto tenendo molto sul vago, sia perché credo che in questo caso sia impossibile riassumere qui un libro del genere (il manuale cui ho fatto riferimento per “prepararmi” dedica oltre venti pagine alla stessa, ribadendo più volte che si tratta, per l’appunto, “solo” di un’introduzione non esaustiva), sia perché, e questo valga come giustificazione di fronte a un’ipotetica interrogazione da liceo, non ho ancora studiato abbastanza. Lo ammetto, nel momento in cui scrivo sono circa a pagina 500 sulle 800 del libro. È vero che ho sottolineato i passaggi per me salienti, che sono tornato indietro di varie pagine per rileggere qualcosa, quasi stessi preparando un esame, ma è anche vero che a un certo punto ho un po’ allentato la presa, per salvaguardare il mio cervello. Nel complesso, insomma, non ho impiegato tutto il tempo che sarebbe stato necessario a districarsi tra le pagine di Kant. Ho l’impressione, lo dico a mia parziale discolpa, che per uno studio serio della “Critica” mi ci vorrebbe il prossimo decennio, mi sembra ovvio dire che un testo come questo andrebbe riletto. Mi riservo di farlo quando se ne presenterà l’occasione, per esempio se rileggerò Nietzsche ora potrò andare a prendere il passo “kantiano” e operare gli opportuni confronti. Intanto, finirò questa lettura senza pretese e assorbendo quanto possibile nelle condizioni attuali.
    A complicare ulteriormente il tutto, durante la lettura mi sono venute in mente delle considerazioni sull’amore (sì, avete letto bene). Il miserabile tentativo di condurre un'analisi delle mie passate, presenti (e perché no, anche future) passioni e pulsioni di varia natura, e più in dettaglio dei miei (presunti) amori e disamori, effettuato alla luce della "Critica della ragione pura" di Kant, ha condotto, all'incirca all'altezza del paragrafo denominato "Analogie dell'esperienza", a una parziale e spero non definitiva sentenza che non vi riporto per non gravare ulteriormente sul vostro spirito già prostrato da questo articolo inconcludente. Vi consiglio, però, qualora vi addentriate in questo libro, ma aggiungerei in qualunque altro testo, sia esso filosofico o piuttosto un foglietto d’istruzioni medicinali, di attenervi al pezzo e non svolazzare troppo, come invece è accaduto a me, che mi sono messo a riflettere su quanto sopra alla luce, per esempio, della dottrina di Kant sulla sensibilità quale facoltà recettiva (ricevere i dati) e attiva (organizzare il materiale delle sensazioni) e su spazio e tempo che ne costituiscono le forme a priori attraverso cui gli oggetti ci sono dati, oppure, che ne so, sull’intelletto come “facoltà attraverso cui pensiamo i dati sensibili tramite le categorie o concetti puri”, sulla distinzione tra “fenomeno” e “cosa in sé” (e qui vi lascio immaginare circa l’innamoramento quante se ne possono pensare a partire dal discorso sulle apparenze), sulle idee di “anima”, “mondo”, “Dio”, le antinomie della ragione e via seguitando lungo sentieri impervi.
    A prescindere da queste divagazioni di stampo personale, mi sembra di poter concludere quest’articolo riportando un brano di Kant sottolineando soprattutto come dall’intera opera traspaiano con evidenza la costante ricerca delle condizioni di possibilità che rendono possibile la nostra conoscenza, la consapevolezza dei limiti della mente umana, l’illusorietà del volerli varcare addentrandosi in regioni a noi precluse, senza che questo tuttavia comporti uno scadimento nello scetticismo assoluto. La ragione posta dinanzi al tribunale della ragione stessa, al fine di stabilirne limiti e capacità. Per quanto riguarda poi i dettagli (800 pagine), rimando lo studente o l’appassionato allo studio diretto, sperando di non aver rovinato nessuno con queste indegne parole. Aggiungo, infine, che avrei potuto anche aspettare qualche altro giorno per scrivere quest’articolo, una volta terminata la lettura, ma ho preferito farlo adesso perché ne avevo voglia (non è detto che l’avrò in seguito) e perché dubito che dopo la lettura delle altre 300 pagine riuscirei a dire qualcosa di più.
    Ho scelto di pubblicare un frammento tra i più comprensibili, uno dei pochi con linguaggio (quasi) poetico, nel quale ci sono abbozzi di tematiche ricorrenti in tutta l’opera.
    “Ormai, non soltanto abbiamo percorso il dominio dell’intelletto puro, esaminandone accuratamente ogni parte, ma l’abbiamo altresì misurato, e abbiamo assegnato ad ogni cosa che vi si ritrova il suo posto. Questo dominio, tuttavia, è un’isola, e risulta rinchiuso nella natura stessa entro confini immutabili. È la terra della verità (nome allettante), circondata da un oceano vasto e tempestoso, che è la vera e propria sede dell’illusione, dove molti banchi di nebbia e numerosi ghiacci, che presto saranno liquefatti, suggeriscono falsamente nuove terre, e incessantemente ingannando, con vane speranze, il navigatore errabondo e avido di scoprire, lo invischiano in avventure, che egli non potrà mai troncare, ma neppure potrà mai condurre a termine. Tuttavia, prima di arrischiarci in questo mare, per esplorarlo in lungo e in largo, e per accertare se da qualche parte vi sia da sperare in alcunché, sarà utile anzitutto gettare ancora uno sguardo sulla carta di questa terra, che vogliamo appunto abbandonare. È allora opportuno domandare a noi stessi, in primo luogo, se a rigore non ci si possa accontentare di ciò che questa terra contiene, o anche, se non sia giocoforza accontentarci di questo, nel caso in cui da nessuna parte vi sia altrove un terreno, su cui poter edificare; in secondo luogo, a quale titolo noi possediamo proprio questa terra, e possiamo considerarci garantiti contro ogni pretesa ostile”.

    (Immanuel Kant, “Critica della ragione pura”, Parte I, Analitica trascendentale, Libro II, cap. terzo, edizione Adelphi)

    ha scritto il 

  • 5

    Inutile dirlo, è un testo lungo e duro, scritto malaccio, portatore di un sistema immenso.
    Kant abbozza un tentativo di riportare l'uomo all'esperienza, pone un limite alla ragione e fonda le categori ...continua

    Inutile dirlo, è un testo lungo e duro, scritto malaccio, portatore di un sistema immenso.
    Kant abbozza un tentativo di riportare l'uomo all'esperienza, pone un limite alla ragione e fonda le categorie del nostro intelletto - non senza riprendere Aristotele. Posto l'uomo, si occupa poi di demolire con ragionamenti sottili tutte le concezioni filosofiche che avevano portato a interminabili dibattiti.
    Una volta che si riesce a destreggiarsi nelle righe, si nota una intrinseca coerenza di fondo e un acume intellettuale davvero notevoli.

    ha scritto il 

  • 3

    pesante

    Il più grande pensatore del suo tempo ma di certo non il miglior scrittore. D'altra parte è lui stesso, nelle prime pagine, ad ammettere di non essere dotato del dono della chiarezza e della sintesi. ...continua

    Il più grande pensatore del suo tempo ma di certo non il miglior scrittore. D'altra parte è lui stesso, nelle prime pagine, ad ammettere di non essere dotato del dono della chiarezza e della sintesi. Davvero un testo complesso e inutilmente lungo. Ritengo sia molto importante studiarlo, meno leggerlo.

    ha scritto il 

  • 4

    Che fatica! Uno dei testi filosofici più mal scritti che mi sia mai capitato di leggere.
    Kant scrive male, in maniera arzigogolata, usando termini specifici in un sacco di accezioni diverse e dando po ...continua

    Che fatica! Uno dei testi filosofici più mal scritti che mi sia mai capitato di leggere.
    Kant scrive male, in maniera arzigogolata, usando termini specifici in un sacco di accezioni diverse e dando poche indicazioni sul come interpretarli, lasciando sottintesi i soggetti delle proprie frasi e non fornendo quasi mai esempi esplicativi.
    La parte sull'io penso riassume in sé tutti questi difetti e infatti è uno degli scogli più impegnativi di tutto il libro.
    Eppure...

    ha scritto il 

  • 5

    Questa non è una recensione

    Questa non è una recensione: semplicemente, un libro come questo, scritto da uno dei padri della filosofia occidentale (e tradotto da Giovanni Gentile, perdipiù), non può essere recensito dal primo ch ...continua

    Questa non è una recensione: semplicemente, un libro come questo, scritto da uno dei padri della filosofia occidentale (e tradotto da Giovanni Gentile, perdipiù), non può essere recensito dal primo che passa, cioè da me. Mi limito a darne alcune impressioni di lettura.
    La prima impressione, credo proprio che non stupirà nessuno, è che si tratta di un libro straordinariamente difficile. Non pensate di venirne a capo con la semplice erudizione: è una di quelle opere che sono difficili in sè, non perchè presuppongono e quindi richiedono una conoscenza di altre cose. A parte alcuni velocissimi accenni a Hume e a Leibniz, nessuna delle 500 pagine del libro si riferisce a teorie di altri filosofi - anche se una discreta conoscenza della logica aristotelica vi potrà venir buona nella sezione dedicata all' "analitica trascendentale".
    La seconda impressione, collegata alla prima, è che buona parte della difficoltà del libro è data dall'utilizzo in un senso preciso ma assolutamente proprio di Kant di alcuni termini tra i quali: "fenomeno", "intelletto", "concetto", "trascendentale",
    "molteplice", "a priori". Un suggerimento: cercate di chiarirne il significato nel senso di Kant (con Internet o altro) PRIMA di iniziare a leggere, altrimenti ben presto vi arenerete.
    Detto questo, ci ho messo quasi due mesi a leggerlo, e in più di un momento mi sono trovato in difficoltà. L'unica cosa che posso dire ora è che ne è valsa la pena, e rimpiango di non averlo fatto 25 anni fa.

    ha scritto il 

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