De glazen stolp

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4.2
(1679)

Language: Nederlands | Number of Pages: | Format: Others | In other languages: (other languages) English , Chi traditional , Spanish , German , Italian , Swedish , Finnish , Catalan , Polish , Farsi , Czech , French

Isbn-10: 902953351X | Isbn-13: 9789029533515 | Publish date: 

Category: Biography , Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature

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Book Description
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  • 4

    “Io sono, io sono, io sono”

    Una certa sensazione di inadeguatezza aleggia fin dalle prime pagine di questo romanzo in buona parte autobiografico, malgrado lo stile leggero e informale che lo caratterizza.
    Esther, promettente stu ...doorgaan

    Una certa sensazione di inadeguatezza aleggia fin dalle prime pagine di questo romanzo in buona parte autobiografico, malgrado lo stile leggero e informale che lo caratterizza.
    Esther, promettente studentessa della borghesia di Boston, vince insieme ad altre undici ragazze un concorso letterario indetto da una rivista di moda femminile.
    Il premio è uno stage di un mese presso la redazione di New York, con la possibiltà di godere gratuitamente di tutto ciò che la megalopoli offre.
    La Grande Mela è lì, invitante e caotica, e non riuscire a morderne almeno un pezzo guidando la propria esistenza nella giusta direzione significa essere dei perdenti:
    “Ma io non guidavo proprio un bel niente, nemmeno me stessa”.
    Nel libro emerge chiara la condizione ambigua della donna americana degli anni Cinquanta: se da un lato se ne incoraggia l'istruzione invitandola a coltivare le proprie passioni, dall'altro c'è sempre per lei la meta suprema da cui non può prescindere: sposarsi, accudire il marito, avere dei figli.
    La sensibilità e l'intelligenza di Esther la portano a respingere ciò che la morale comune le impone e a prendere le distanze dal ragazzo che dovrebbe sposare, cominciando a disprezzarlo dopo un episodio che le rivela la misura della sua ipocrisia.
    Il disagio lascia gradualmente il posto ad un vero e proprio malessere: è l'incertezza del futuro, il fatto di non sentirsi attraente, la sostanziale solitudine della ragazza:
    “Sentivo le lacrime urgere in me, e lì lì per traboccare come l'acqua in un bicchiere troppo pieno”.
    Emblematici il distacco e l'indifferenza con cui le cortesi persone dell'ambiente patinato che la circonda reagiscono al suo pianto, facendola sentire “fiacca e tradita”.
    I primi allarmanti segni di alienazione mentale si manifestano poco prima del suo ritorno a casa, sotto forma di strani comportamenti descritti con logica apparente:
    “...tenevo il viso immobile e quando dovevo parlare lo facevo attraverso i denti senza muovere il labbro. Veramente non vedevo perché la gente dovesse guardarmi così”.
    Esther non riesce più a dormire, mangiare, leggere, ha il terrore di perdere completamente la ragione, ma ciò che le fa soprattutto desiderare di morire è il fatto di non riuscire più a scrivere, lei che sogna di diventare una poetessa.
    Tutto le si confonde in testa e le diventa indifferente: “...sarei sempre rimasta là seduta sotto la medesima campana di vetro soffocando nella mia stessa aria viziata”.
    La falsità di una società bacchettona e tutte le ferite del passato sembrano attaccarla sotto forma di grigiume, angoscia soffocante, sedute di elettroshock, e il lettore si ritrova dall'altra parte della barricata: quella del malato mentale oggetto di sguardi diffidenti e risatine.
    Ma è il dolore di una mente brillante e alienata ciò che spicca su tutto, il bisogno di Esther di trovare un appiglio, qualcuno di cui fidarsi che le tenda una mano nel suo precipitare verso la follia.
    “Io sono, io sono, io sono”, è il canto disperato del suo cuore, che la richiama alla vita tutte le volte in cui corteggia la morte.
    Guarire significa avere la forza di rassegnarsi, tornare ad apprezzare le piccole gioie quotidiane, dimenticare l'attrazione che esercitano su di lei gli oggetti affilati.
    La sua prosa è schietta, la sua poesia disincantata:
    “Morire
    E’ un’arte, come ogni altra cosa.
    Io lo faccio in modo eccezionale.
    Io lo faccio che sembra come inferno.
    Io lo faccio che sembra reale.
    Ammettete che ho la vocazione”.

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  • 3

    La Campana de cristal es la obra en prosa más famosa de la poetisa Sylvia Plath. Al ser una obra semiautobiográfica, tiene un inestimable valor para conocer un poco más el trastorno mental que atormen ...doorgaan

    La Campana de cristal es la obra en prosa más famosa de la poetisa Sylvia Plath. Al ser una obra semiautobiográfica, tiene un inestimable valor para conocer un poco más el trastorno mental que atormentó a la autora a lo largo de toda su vida. Pero desde el punto de vista literario, es una novela tremendamente sobrevalorada que me ha dejado más bien indiferente.

    Los primero que me llamó la atención es la forma en la que está escrita, en especial el tratamiento que recibe el personaje principal. Plath despersonaliza mucho a Emily debido a la enorme distancia que deja entre ella y el lector. Los sentimientos de la protagonista te llegan de forma muy atenuada, lo que hace realmente difícil empatizar con ella. Y eso es lo extraño ya que está narrado en primera persona.
    Además se nota mucho que su autora es poeta. A la elegancia y ritmo del texto se le suma que casi todas las emociones de Emily se desencadenan por una circunstancia externa, generalmente el clima, pero no solo eso. El silencio, el aspecto de una persona, la disposición de los muebles de una habitación, etc. es suficiente para que la protagonista alcance una emoción, normalmente depresiva. Y esto a lo largo de más de 350 páginas acaba por aburrir a cualquiera.

    La historia, si es que puede llamarse así, trata sobre un periodo de la vida de Emily Greenwood, estudiante universitaria aplicada, que tiene una crisis nerviosa a raíz de un viaje a Nueva York que le hace ingresar en un manicomio. Pero la trama no es contada de manera lineal, si no que da muchos saltos hacia recuerdos, escenas supérfluas y otras que no llegas a comprender del todo. No sigue una estructura fija y prueba de ello es que el final es igual que el principio y, por supuesto, te quedas igual. Solo sigues un rato la vida de Emily y después la abandonas a su suerte.
    El personaje principal resulta un poco superficial y vacío, producto de una construcción a medias que supongo solo entenderá Sylvia Plath. Creo que Emily tiene tantas características de la propia Plath, que a ésta se le olvidó contar algunas cosas para aclarar la situación.

    Resumiendo La Campana de Cristal es una bella obra en cuanto al como está hecha, pero su contenido es bastante insulso. Puede que se deba al hecho de que Sylvia Plath ha sabido escribir una obra personal, pero no intimista, de la que el lector se ve siempre excluido. Probablemente a esto se deba mi tedio y hastío mientras la leía. Aún así la manera en la que está hecha es suficientemente atractiva y extraña como para recomendar su lectura. Pero mentalizaros antes ya que la campana de cristal de la depresión siempre está al acecho cuando lees a Sylvia Plath.

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  • 3

    The Bell Jar (1963)

    Mi è piaciuta moltissimo la parte ambientata a New York, che finisce con l'emblematica scena dei vestiti lasciati volare via nel vento dal tetto dell'albergo. La seconda parte, quella della malattia m ...doorgaan

    Mi è piaciuta moltissimo la parte ambientata a New York, che finisce con l'emblematica scena dei vestiti lasciati volare via nel vento dal tetto dell'albergo. La seconda parte, quella della malattia mentale, è stata difficile da leggere, non mi ha coinvolta. Inutili le 6 poesie da Ariel inserite alla fine senza contestualizzazione

    "Avrei voluto dirle che se ci fosse stato soltanto qualcosa che andava male nel mio corpo, sarebbe stato meraviglioso, avrei voluto avere qualche brutta malattia piuttosto che quella confusione nella mente, ma mi sembrò tanto complicato e faticoso esprimere quell'idea che non dissi nulla." p.160

    "L'aria nella campana di vetro mi stava attorno come ovatta e mi impediva di muovermi." p.163

    "Come facevo a sapere se un giorno o l'altro - al college, in Europa o in qualche luogo, in qualsiasi luogo - la campana di vetro, con le sue distorsioni opprimenti, non sarebbe discesa di nuovo sopra di me?" p.211

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  • 4

    Desequilibrada novela semiautobiografica, con la que Sylvia Plath ahonda en los horrores y padecimientos que provocan los trastornos psíquicos o mentales.
    Abismos depresivos que generan confusión, y q ...doorgaan

    Desequilibrada novela semiautobiografica, con la que Sylvia Plath ahonda en los horrores y padecimientos que provocan los trastornos psíquicos o mentales.
    Abismos depresivos que generan confusión, y que acuchillan vivamente la fragilidad sensitiva de los estados emocionales.
    A través del uso de la primera persona, y de pinceladas tan límpidas como traslúcidas, la autora busca ansiosamente el final a esa sinuosa e inquietante pesadilla.
    Lamentablemente no hay que olvidar que esta genial poetisa acabó sucumbiendo nuevamente a la enfermedad: se quitó la vida de un plumazo, suicidándose mediante la inhalación de gas.

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  • 4

    Triste

    Un libro emotivamente difficile che mi ha lasciato molta tristezza
    Parte leggero e frizzante e mi ha ricordato un po' Il meglio della vita, poi ovviamente diventa qualcos'altro e l'umore della protago ...doorgaan

    Un libro emotivamente difficile che mi ha lasciato molta tristezza
    Parte leggero e frizzante e mi ha ricordato un po' Il meglio della vita, poi ovviamente diventa qualcos'altro e l'umore della protagonista, la sua malattia, la sua vita con la malattia mi ha reso difficile scindere il libro dalla vita dell'autrice e quindi mi e' anche difficile dara un giudizio al libro, che e; molto bello ma come ho detto gia' molto triste

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  • 2

    TRE AGGETTIVI per descriverlo: cupo, ambiguo, triste.

    DUE FRASI per commentarlo:
    un romanzo fortemente autobiografico piuttosto cupo e demotivante in cui la scrittrice narra l’evolversi distruttivo de ...doorgaan

    TRE AGGETTIVI per descriverlo: cupo, ambiguo, triste.

    DUE FRASI per commentarlo:
    un romanzo fortemente autobiografico piuttosto cupo e demotivante in cui la scrittrice narra l’evolversi distruttivo del bipolarismo mentale che affligge la giovane protagonista Esther (siamo nell’America degli anni ’60), fino al tentato suicidio e l’internamento in una casa di cura per malati mentali.
    La descrizione di alcuni episodi agghiaccianti sorprende per la lucidità e la naturalezza con cui i dettagli vengono narrati, tuttavia il romanzo mi è parso nel suo insieme molto lugubre e deprimente.

    UNA CITAZIONE per ricordarlo: "So che avrei dovuto essere grata nei confronti di Mrs. Guinea, il problema è che non riuscivo a sentire niente. Se mi avesse dato un biglietto per l’Europa o mi avesse regalato una crociera intorno al mondo, non avrebbe fatto alcuna differenza per me, perché dovunque io mi trovi – seduta sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi o Bangkok -, sarei sotto la stessa campana di vetro, a soffocare nella mia stessa aria acida."

    CONSIGLIATO A: chi ama romanzi sul male di vivere e le realtà “schiacciate”.

    gezegd op 

  • 2

    Nella postfazione di Claudio Gorlier si riporta un aneddoto secondo cui la stessa Plath parlava di questo libro "con un certo imbarazzo, come di un lavoro da principiante che aveva dovuto scrivere per ...doorgaan

    Nella postfazione di Claudio Gorlier si riporta un aneddoto secondo cui la stessa Plath parlava di questo libro "con un certo imbarazzo, come di un lavoro da principiante che aveva dovuto scrivere per liberarsi del passato". Mi tocca darle ragione.
    Lo stile troppo colloquiale non aiuta a dare dignità a una storia semplice e una protagonista abbastanza immatura. Una trentina di pagine molto intense emotivamente, a partire da pagina 145, risollevano un po' il romanzo.

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  • 5

    Non si può fare una recensione su un libro del genere.
    Non è una questione di quanto sia stata brava a inventarsi i personaggi o a trovare la trama giusta...questa è lei.
    Un'opera d'arte è bella quand ...doorgaan

    Non si può fare una recensione su un libro del genere.
    Non è una questione di quanto sia stata brava a inventarsi i personaggi o a trovare la trama giusta...questa è lei.
    Un'opera d'arte è bella quando riflette il suo autore; in questo libro troviamo tutte le turbe mentali di Sylvia. Se siete delle persone positive o volete leggere qualcosa che vi tiri su il morale girate al largo.

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  • 4

    Viva le donne - 21 feb 16

    Ci sono coincidenze prevedibili ed altre meno. Avendo una sostanziosa dose di libri (di tutti i generi, sia “classici” che moderni), è abbastanza prevedibile che mi capiti di leggerne su giornali e ri ...doorgaan

    Ci sono coincidenze prevedibili ed altre meno. Avendo una sostanziosa dose di libri (di tutti i generi, sia “classici” che moderni), è abbastanza prevedibile che mi capiti di leggerne su giornali e riviste. L’imprevedibile è leggerne su “Repubblica” in un articolo gustoso di Elena Stancanelli “durante” la mia lettura del libro. Un libro che comincia bianco e grigio e finisce grigio, grigio, quasi buio. Una semi-autobiografia, come scrisse qualcuno meglio conoscitore di me delle lettere inglesi. In cui Sylvia ripercorre e trasmuta il periodo della sua vita dai 19 ai 20 e qualcosa anni. E che comincia quasi come il contemporaneo “Il gruppo” di Mary McCarthy (ed anche qui ci sarebbe da farne alcuni paralleli, e neanche proprio banali). Atmosfera appunto di gruppo, di una serie di post-licenziate da vari college, che si ritrovano a fruire di una borsa di studio a New York nell’ambiente delle riviste di moda. Qui, nei primi nove capitoli (come ci illustra la stringata ma puntuale post-fazione di Claudio Gorlier) c’è la prima fase del romanzo. Quella in cui l’autrice, narrando delle sue presenti difficoltà nel vivere l’ambiente glamour, ci fa andare su e giù nel corso del suo tempo. Dove vediamo i segnali delle sue difficoltà di adattarsi a quel tipo di vita, sottomessa, che si voleva facessero le donne nei primi anni ’50 (e non solo allora, diremmo adesso). Il difficile rapporto con la madre. L’attrazione-odio verso il coetaneo Buddy. La frequentazione con Joan. La scrittrice riesce a farci capire (pur non entrando mai in dettagli esterni, ma sempre in soggettiva; e rimango nella parentesi, che avendo dei disturbi non è facile parlarne come se fossero “fuori da te”; ad esempio quando una persona capisce ed ammette di essere depressa, è il momento che sta guarendo dalla depressione) la sua complessità, che altri diagnosticheranno come “disturbo bipolare”. Gli atteggiamenti maniacali (bellissima la descrizione del pranzo alla moda, e l’indigestione di caviale). L’incapacità di portare a termine i compiti assunti, se non nel breve periodo (scrive piccole recensioni, poi si rifugia nel sogno di poter frequentare un corso di scrittura creativa, solo perché lo desidera, non perché ne abbia le qualità). Con una scivolata da una parte nell’autostima (come poco fa scritto) dall’altra in comportamenti sessuali anomali. Laddove, diciottenne, non accetta di essere vergine mentre Buddy ha avuto un’estate di sesso. Tanto che a poco a poco, lo lascia. E non riesce ad entrare in sintonia con l’ambiente al femminile che frequenta. Né con la “cattiva” Doreen, né con la “buona” Betsy. Tanto che finisce la borsa, e deve tornare dalla madre, senza avere prospettive davanti. Qui inizia la fase dura, la fase in cui, per quattro o cinque capitoli, vediamo come cerchi di suicidarsi, non trovando prospettive alla sua vita. Entrando con tutte le scarpe nella fase depressiva. E vediamo come questi tentativi (alcuni seri, altri al limite del sorriso, benché tragico, come quando pensa di tagliarsi le vene e comincia a provare la lametta sul polpaccio, per poi spaventarsi e fermarsi), siano sempre al limite tra la pratica seria, e l’urlo nella notte: “Sto male, venite ad aiutarmi!”. Tanto che l’ultimo tentativo, lo fa nascondendosi nel lavatoio di casa, sperando (come avverrà) di essere salvata. Così è, e da lì comincia la terza parte, quella degli ospedali psichiatrici. Esperienza che, come sappiamo, anche Sylvia aveva percorso, proprio per un tentativo abortito di suicidio. E che descrive quindi dal di dentro della realtà dei malati mentali. Come tutti i depressi, pur concentrata su di sé, riesce a dipingere con cruda realtà il mondo degli alienati di allora. Con quelle sedute di elettroshock che abbiamo da poco ritrovato nell’altro bel libro di Kesey sul Cuculo. Ospedali dove Sylvia denuncia i cattivi medici (e ce n’erano tanti, e forse ce ne sono ancora). Ma sottolinea anche i buoni e capaci. Ci mostra un momento altro di vita, laddove anche la sua rivale nell’amore di Buddy viene ricoverata. La protagonista fa capire anzi che ci potrebbe essere dell’amor saffico in Joan. Tanto che quando lei finalmente perde la verginità (per pareggiare i conti con Buddy), Joan si uccide. Morte che invece sembra spingere la protagonista ad uscire finalmente dal cerchio in cui si stava rinchiudendo. E come Sylvia, alla fine di quei tre anni tragici, pare ne esca. Qui il romanzo finisce. Ma noi non possiamo non proseguirlo in parallelo proprio con la vita della scrittrice. Con la possibilità di identificare Buddy con il marito di Sylvia, il poeta Ted Hughes. Che proprio poco prima che venga iniziato il romanzo, lascia la poetessa, invaghendosi della comune amica Assia (che Sylvia vorrebbe vedere in Joan). Ed è durante il tormentato periodo delle pratiche di divorzio che viene scritto il romanzo. Che viene pubblicato a gennaio del 1963. Un mese dopo, Sylvia Plath, aprendo il gas del forno, si toglie la vita. E visto che abbiamo parlato di coincidenze all’inizio, mi cade sott’occhio un’ultima casualità. Nel libro Joan-Assia si uccide quando scopre che Esther-Sylvia ha perso la verginità. Nella vita, dopo alcuni anni di tormentati rapporti, Assia si suiciderà anche lei, nell’anniversario del giorno in cui Ted e Sylvia fecero per la prima volta l’amore. Seppur coperto dai grigi di cui si diceva, è un vero buon romanzo, che illustra, con vivida mano, la difficoltà di essere donna e di seguire i propri valori in un mondo dominato dagli uomini, come era (molto) l’America degli anni ’50. Com’è, ancora, purtroppo, buona parte del mondo attuale. Forse in modo diverso. Ma pur sempre ancora così.
    “Se nevrotica vuol dire volere nel medesimo istante due cose che si escludono a vicenda, bene, allora io sono infernalmente nevrotica. Continuerò a volare eternamente avanti e indietro tra l'una e l'altra per il resto dei miei giorni." (82)
    “Nota mia: peccato che a pagina 53, traducano Walter the Penniless, uno dei due personaggi che guidò la crociata dei poveri in Terra Santa insieme a Pietro l’Eremita, con un ‘normale’ Gualtiero Senzaveri, invece del più corretto Gualtieri Senza Averi”

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  • 4

    Le discese ardite e le risalite

    Lo stile fluido impreziosito di raffinata frivolezza e da un registro brillante non sviliscono la complessità di temi e delicati equilibri emotivi del romanzo.
    Esther Greenwood ha diciannove anni e du ...doorgaan

    Lo stile fluido impreziosito di raffinata frivolezza e da un registro brillante non sviliscono la complessità di temi e delicati equilibri emotivi del romanzo.
    Esther Greenwood ha diciannove anni e durante un soggiorno da stagista a New York comincia a vedere una se stessa "altra" rispetto alla brava ragazza di buona famiglia il cui destino è già tracciato da immutate convenzioni sociali. La vita gli appare ricca di opportunità da cogliere, moglie e madre, scrittrice di successo o manager editoriale, viaggiatrice avventurosa o sportiva olimpionica, amante esperta o timida vergine....perché scegliere? Improvvisamente vorrebbe assaporare tutto, non essere costretta a scegliere un unico e solo ruolo da interpretare ed esservi cristallizzata per sempre. Questa impasse, le continue pressioni del mondo esterno, il ritorno nello scomodo guscio materno, i tentativi ossessivi di trasgressione prendono la forma di una campana di vetro, una realtà alienata che inizia a soffocarla e a precipitarla in una spirale autodistruttiva. Esther abbraccia l'oscurità del suo personale abisso finchè ormai allo stremo delle forze intraprende il duro cammino verso la normalità ma non prima di aver concesso a se stessa di gridare "io sono, io sono, io sono". Nella discesa agli inferi e nel successivo cammino di riabilitazione affiorano le distorsioni di una società competitiva e spersonalizzata in cui la trasgressione ai codici di comportamento è considerata malattia e istituzionalizzata nella follia.
    Nonostante la tonalità del romanzo non indulga mai al sentimentalismo e all'autocommiserazione ma piuttosto prediliga l'autoironia, tocca profondamente le corde del disagio esistenziale, quel percepirsi continuamente fuori posto indotto dal rigore dei ruoli e dall'incapacità di adattarsi per un animo dotato di una sensibilità estrema, di una capacità visionaria, di desideri e passioni irrisolti e affiorati in superficie dal severo strato degli schemi sociali. Considerando la forte componente autobiografica e l'epilogo della storia personale di Sylvia Plath viene da chiedersi se la campana di vetro costituisca una sorta di testamento spirituale o piuttosto un tentativo di esorcizzare i fantasmi di una vita, in entrambi i casi è triste che la luce di speranza in fondo al tunnel di Esther non abbia potuto illuminare anche la sua creatrice.

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