Dialoghi con Leucò

Di

Editore: giulio einaudi editore

4.3
(1105)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 209 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco , Inglese , Francese , Spagnolo

Isbn-10: A000095450 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Altri

Genere: Narrativa & Letteratura , Filosofia , Religione & Spiritualità

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Descrizione del libro
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  • 4

    Ma ricordati sempre che i mostri non muoiono. Quello che muore è la paura che t'incutono.

    Non sono davvero in grado di dire qualcosa di concreto su questa raccolta di dialoghi di Cesare Pavese. Mi ha tenuto compagnia per più di un mese, centellinavo le pagine, non volevo che finisse, ed è ...continua

    Non sono davvero in grado di dire qualcosa di concreto su questa raccolta di dialoghi di Cesare Pavese. Mi ha tenuto compagnia per più di un mese, centellinavo le pagine, non volevo che finisse, ed è la prima volta che mi capita con un libro. Poesia pura, quella poesia difficile, che non sai neanche bene se l'hai capita, ma che ti parla, in modo suadente, e che ti rimane dentro.
    4.5 stelline

    ha scritto il 

  • 3

    La riproposizione dei miti in chiave moderna caratterizza un po’ tutta l’opera letteraria di Pavese, e questi dialoghi rappresentano una sorpresa solo per chi non ha capito quale fosse l’interesse pri ...continua

    La riproposizione dei miti in chiave moderna caratterizza un po’ tutta l’opera letteraria di Pavese, e questi dialoghi rappresentano una sorpresa solo per chi non ha capito quale fosse l’interesse primario dello scrittore piemontese. L’interrogativo che permea tutta la sua produzione ha a che fare con il significato dell’esistenza umana, o piuttosto con i tentativi – più o meno riusciti – di dare un significato a tale esistenza. Riconosciuta, seppure implicitamente, come insensata l’esperienza religiosa giudaico-cristiana, Pavese si rivolge alla creazione mitologica per tentare di spiegare la transizione dallo stato di natura (privo di regole che non siano quelle della mera necessità di sopravvivere) a quello “convenzionale”, vale a dire basato su norme e codici etici appositamente costruiti e accettati dalle società umane. Da qui, i continui riferimenti in questi brevi ma densi dialoghi al Caos primigenio e alla successiva affermazione degli dei olimpici, proiezioni metafisiche dei desideri e delle angosce di noi mortali. Con uno stile narrativo che, sotto le mentite spoglie del dramma epico, diventa spesso ironico e dissacrante, Pavese dichiara la sua totale adesione ad un razionalismo privo di vanagloria, antiideologico e antiscientista, costantemente permeato da quella visione poetica che è l’essenza stessa dell’uomo.

    ha scritto il 

  • 4

    Come cose che eravamo

    Cesare Pavese lasciò dentro una copia di questo libro, sulla prima pagina, il suo messaggio di addio al mondo la sera del 27 agosto 1950, in una stanza di un albergo torinese. C'era scritta, insieme a ...continua

    Cesare Pavese lasciò dentro una copia di questo libro, sulla prima pagina, il suo messaggio di addio al mondo la sera del 27 agosto 1950, in una stanza di un albergo torinese. C'era scritta, insieme ad altre, questa frase: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». Di dolore e di angosciosa disperazione sono intrise le pagine di questo testo, lucidamente congegnato tra incanto e ragione, sul tema di un mito necessario e impossibile, contraddittoria immagine assoluta di quel nucleo primitivo di violenza, sesso e sangue, sul quale si fonda l'esperienza umana, tra potenza e legge, caos e cosmo, arbitrio e nòmos, carne e spirito. Sulle tracce del Ramo d'oro di Frazer e delle suggestioni antropologiche di Kerenyi, Pavese compone nello spirito del modello leopardiano una raccolta di favole, di racconti fantastici che esprimono motivi umani (come li definì un entusiasta Italo Calvino), nei quali il lettore è messo a colloquio scenico con attori e attrici che rappresentano l'umanità alle soglie della coscienza, sempre alle prese con il dubbio e le domande su destino, libertà e morte, in un vagabondaggio mnemonico che ci mostra un volto arcaico e pagano, compassionevole e timoroso, ma anche magnetico e essenziale. E' certo che con questo libro Pavese lotta ancora per trovare il suo posto nel mondo e uscire dalla separatezza; forse, poeta dello stupore, si smarrisce nel non trovarlo, o volgendosi indietro come Orfeo si condanna, in quanto ogni breve narrazione è anche distruzione inconsolabile, nostalgico ritorno a luoghi che devono essere abbandonati, definitiva e irreversibile perdita di quanto recuperato, convertito e salvato. Perché nell'uomo e nel senso delle sue storie si scopre e si rivela tumultuoso e indomabile un demone, un daìmon che tutto disfa e annulla, vanifica e disperde. Così nelle trame spietate e infelici della sorte riservata ai mortali, non resta che vivere la vita e ricordarsi in un segno che è stata, dare nome di ricordo al destino, gettare una parola nera sulla terra, osservare il ripetersi di un atto magico e partecipare al canto collettivo. Molto di inespresso e provvisorio in queste parole, un qualcosa di ineluttabile che è fallimento, discesa, conflitto, proiezione. Pavese interiorizza lo scontro tra umano e divino e ne porta le ferite sul corpo, con prospettive e allusioni all'oscurità del subcosciente, sempre preda di una sofferenza psichica che si frammenta lacerante nella rinuncia al razionale, dove il sé incontra il possibile in una donna che sfugge, inafferrabile, fonte di angoscia e motivo di alienazione, specchio di un'impotenza originaria: onda, foglia, vento, falò, vigna, mare. Non sono sufficienti dunque l'epos e l'elegia, né il transfert delle passioni e dei desideri, il logos che libera dalla maledizione, ogni cosa si declina in negativo, in un'ottica che assegna alla dimensione umana uno spazio primitivo e religioso, nel quale l'utopia della parola mortale, che vede oltre il sangue, è oltrepassata e sconfitta senza appello né preghiera dalla tragica e rischiosa immutabilità del divenire e dalla tensione irrevocabile della ingannevole natura.

    ha scritto il 

  • 5

    I Dialoghi con Leucò furono l'opera più cara a Pavese. È alle loro pagine che lo scrittore affidò le sue ultime parole, quando - quel maledetto 27 agosto del 1950 - decise di porre fine prematuramente ...continua

    I Dialoghi con Leucò furono l'opera più cara a Pavese. È alle loro pagine che lo scrittore affidò le sue ultime parole, quando - quel maledetto 27 agosto del 1950 - decise di porre fine prematuramente alla propria esistenza:
    Perdono tutti e a tutti chiedo perdono.
    Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.

    Ventisette dialoghi, composti tra il '45 e il '47, in cui Pavese riflette e invita a riflettere sul significato dell'esistenza umana. A far da cornice, il mito classico. Perché "ci vogliono miti, universali fantastici, per esprimere a fondo e indimenticabilmente quest'esperienza che è il mio posto nel mondo", scriveva Pavese. A suo avviso, il mito è incarnazione di quella conoscenza istintuale e più profonda della realtà, che si realizza già durante l'infanzia. Purtroppo, però, l'uomo adulto non ne conserva memoria. Ruolo della poesia e del poeta, allora, è rievocare quella conoscenza primitiva, chiarificarla alla luce della ragione e restituirla intellegibile agli uomini. E i Dialoghi con Leucò sono permeati, dal primo all'ultimo, di questa forza rivelatrice della poesia.
    Si tratta di brevi conversazioni a due. Ad interagire sono dei ed eroi della Grecia classica, che si confrontano sui drammi esistenziali e perenni dell'uomo: l'amore, l'incomunicabilità, la solitudine, il sesso, il destino, la morte... Le loro sono parole dal sapore antico, che però san farsi strada sapientemente nelle nostre vite. Qualche lettore si identificherà con la Nube che resta inascoltata, a qualcun altro l'indovino Tiresia aprirà gli occhi con le sue rivelazioni. C'è chi nella complicità tra Achille e Patroclo riscoprirà il valore dell'amicizia e chi, invece, troverà conforto alle proprie pene d'amore nel tormento della poetessa Saffo. Con Orfeo, qualcuno si volterà a guardare Euridice scomparire per sempre. Con Endimione, qualcun altro attenderà la notte per dormire il suo sonno eterno in compagnia della Luna. Ci sono spunti di riflessione molteplici e variegati, nei Dialoghi con Leucò. Ma il filo conduttore è uno: l'attaccamento profondo e disperato alla vita, una vita dolorosa e imperscrutabile ma al tempo stesso incredibilmente bella, così bella da far invidia agli dei eterni e immutabili, bella proprio perché effimera, perché in grado di trasformare ogni giorno in una coraggiosa scoperta, ogni domani in speranza e opportunità.
    Circe: L'uomo mortale, Leucò, non ha che questo d'immortale.
    Il ricordo che porta e il ricordo che lascia.

    Ma chi è Leucò? Il titolo è un omaggio a Bianca Garufi, la donna per cui Pavese nutrì un'intensa passione negli anni in cui scrisse i dialoghi. Leucò, infatti, è la traduzione greca di "bianca". Ma è anche il diminutivo di Leucotea, la divinità marina che guidò Odisseo nella tempesta e che qui sembra voler fare da guida al lettore, in un viaggio attorno all'uomo e attraverso gli intricati enigmi della sua psiche.
    Affronta tematiche di grande rilievo, Pavese. E lo fa con animata passione, in uno stile elegante e sobrio ma dotato di straordinaria potenza semantica, a tratti quasi imperfetto come imperfetta è quell'esistenza umana che si propone di raccontare. Ne risultano ventisette lezioni di saggezza, a tutt'oggi attualissime, dal tono delicato e leggero, come pura poesia.
    Pavese definì i suoi Dialoghi con Leucò "un libro che nessuno legge e, naturalmente, è l'unico che valga qualcosa" (Lettere II).
    Io l'ho letto. E lo ritengo un libro necessario.

    ha scritto il 

  • 5

    Quel che è stato, sarà

    "Sorridere è vivere come un'onda o una foglia, accettando la sorte. È morire in una forma e rinascere a un'altra. È accettare, accettare se stesse e il destino"

    ha scritto il 

  • 5

    "Le parole sono sangue"

    Tutti abbiamo un Libro che ci ha reso chi siamo. Il Mio Libro è Dialoghi con Leucò. Un Libro che mi ha battezzato, che mi ha contenuto, che mi ha schiaffeggiato e mi ha accarezzato. Un libro che mi ha ...continua

    Tutti abbiamo un Libro che ci ha reso chi siamo. Il Mio Libro è Dialoghi con Leucò. Un Libro che mi ha battezzato, che mi ha contenuto, che mi ha schiaffeggiato e mi ha accarezzato. Un libro che mi ha distrutto e mi ha salvato, un libro che sa essere contemporaneamente "fiore e belva".
    Labile è il confine tra il mondo degli dei e quello degli uomini; da una parte uomini che non comprendono il sorriso degli dei, dall'altra dei sono invidiosi dei mortali che non conoscono il destino e vivono la vita come una meravigliosa scoperta.
    Un libro infinito e dalla profondità inesauribile, pieno di citazioni e rimandi che pochi conoscono.
    Il nome Leucò per esempio è il soprannome della ninfa marina Leucotea, ma è anche un riferimento a Bianca Garufi, la donna di cui Pavese era allora innamorato (leucos in greco vuol dire bianco).

    ha scritto il 

  • 1

    Il famoso "male di vivere" non va solo descritto, ma anche accettato e affrontato con tenacia e allegria. Ottimo lo stile e riuscito l'omaggio alla tradizione greca, ma per un manzoniano come me resta ...continua

    Il famoso "male di vivere" non va solo descritto, ma anche accettato e affrontato con tenacia e allegria. Ottimo lo stile e riuscito l'omaggio alla tradizione greca, ma per un manzoniano come me resta un tentativo letterario di un'inutilità sconcertante.

    ha scritto il 

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