Eichmann in Jerusalem

Ein Bericht von der Banalität des Bösen.

By ,

Verleger: Piper

4.3
(1903)

Language: Deutsch | Number of Seiten: 357 | Format: Paperback | In einer anderen Sprache: (Andere Sprachen) English , Chi simplified , Italian , Portuguese , Spanish , Hungarian , Czech , Polish , Croatian

Isbn-10: 3492203086 | Isbn-13: 9783492203081 | Publish date: 

Auch verfügbar als: Others

Category: History , Philosophy , Political

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Buchbeschreibung
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  • 4

    Il caso Eichman tra storia e dibattito filosofico

    La ricostruzione del processo è condotta sui documenti originali. Sulla vasta bibliografia già disponibile all 'inizio degli anni '60 è invece fondata l'ampia parte dedicata a che cosa fu o come fu re ...weiter

    La ricostruzione del processo è condotta sui documenti originali. Sulla vasta bibliografia già disponibile all 'inizio degli anni '60 è invece fondata l'ampia parte dedicata a che cosa fu o come fu reso possibile quello che allora chiamavamo olocausto e poi shoah, ovvero il genocidio de popolo ebreo in Europa.
    Sono le pagine dove brilla il talento giornalistico, l'analisi politica e il rigore storiografico di Arendt.
    Che non fa sconti a nessuno, nemmeno alla sua parte.
    Ciò nondimeno Arendt difende il processo che a 50 anni e più di distanza appare giuridicamente indifendibile.
    In fondo questa sarà poi la storia di Israele: nessuno o quasi, almeno in Occidente - ha mai negato il suo diritto di difendersi e contrattaccare, spesso vendicandosi contro i nemici e addirittura sparando nel mucchio, altra cosa è voler aver sempre ragione, evocando a sproposito il concetto di giustizia.
    Il processo Eichmann fu una grande operazione mediatica, ma ebbe molto poco a che fare con la giustizia.

    gesagt am 

  • 2

    Adolf Eichmann, cittadino tedesco residente in Argentina, venne sequestrato da un commando di spie israeliane (peraltro piuttosto maldestre) e portato a Gerusalemme dove fu giustiziato al termine di u ...weiter

    Adolf Eichmann, cittadino tedesco residente in Argentina, venne sequestrato da un commando di spie israeliane (peraltro piuttosto maldestre) e portato a Gerusalemme dove fu giustiziato al termine di un processo sulle cui basi giuridiche ci sarebbe molto da dire. Senza entrare nei dettagli, l'impressione è che tale processo fu celebrato non contro la persona (il tenente colonnello delle SS) bensì contro l'ideologia antisemita. Dunque che l'imputato fosse colpevole o innocente non importava niente a nessuno.

    gesagt am 

  • 4

    Un titolo entrato nell’immaginario collettivo per un saggio ancor oggi di fondamentale importanza: se prendere in mano il libro incute un certo timore reverenziale, il doverne parlare è un compito dif ...weiter

    Un titolo entrato nell’immaginario collettivo per un saggio ancor oggi di fondamentale importanza: se prendere in mano il libro incute un certo timore reverenziale, il doverne parlare è un compito difficoltoso visto che proprio nella banalità, seppur di ben diverso tipo, si rischia di scivolare. Non è però l’unico disagio che si prova e neppure il più grave: come accade sempre leggendo opere di analogo argomento, si viene pervasi da una sensazione disturbante che qui è accentuata dall’implacabile procedere dell’analisi con cui la studiosa tedesca naturalizzata statunitense sviscera la tragedia dell’Olocausto. Arendt va a Gerusalemme come inviata del New Yorker per seguire il processo ad Adolf Eichmann, funzionario di medio calibro delle SS incaricato della soluzione (finale e non) della questione ebraica, prelevato dagli israeliani in Argentina per venire processato dinanzi a un tribunale. Dallo studio dell’imputato attraverso le sue azioni durante la persecuzione e i suoi pensieri o parole nel periodo di prigionia, l’autrice prende lo spunto per un approfondimento che va ben al dilà della lineare corrispondenza giornalistica diventando l’esposizione delle logiche di come un crimine mostruoso possa scaturire da una routinaria attività burocratica. Alla base di una simile distorsione sta l’evaporare della coscienza individuale nella convinzione che, se si è una rotella di maggiore o minore dimensione, altro non si può fare che girare nel verso richiesto dal meccanismo: è questa acquiescenza priva di reazione che segna senza speranza la colpevolezza di Eichmann e di tutti coloro che si comportarono come lui perché in certe situazioni, obbedire agli ordini è un’aggravante. A questo scopo, sono fondamentali gli esempi di come la solo all’apparenza inscalfibile ferocia nazista si andasse attenuando alla ricerca di accomodamenti non appena qualcuno si mettesse più o meno timidamente di traverso, fino al caso eclatante della Bulgaria da dove non fu deportato nessuno: considerazione per la quale risulta necessario il racconto della caccia all’ebreo nei vari Paesi europei che si estende nei capitoli centrali causando a tratti un affaticamento nella lettura. Così, benché non vengano nascoste le lacune nell’organizzazione delle udienze – dal rapimento in Sudamerica a uno svolgimento assai poco equo – la pena capitale rimane l’inevitabile sbocco anche per stroncare sul nascere qualsiasi tentativo di giustificazionismo: se Eichmann è lontano dal rappresentare l’incarnazione classica del male, lo rappresenta tuttavia in maniera tanto più inquietante. Nel considerare l’esito del dibattimento, va inoltre tenuta presente l’epoca in cui si tenne (e in cui il volume fu pubblicato), un momento nel quale l’Olocausto non giocava ancora il ruolo attuale nel sistema di valori occidentale e la Germania non aveva fatto i conti con il recente, tragico passato (basti pensare che Willy Brandt era solo il sindaco di Berlino Ovest): la forza delle argomentazioni dell’autrice – che comunque si guarda bene dal concedere sconti a chiunque, ebrei inclusi – hanno anzi aiutato questa maturazione grazie altresì a una prosa non semplice, ma che sa essere coinvolgente in special modo quando cerca di gettare luce sulla personalità del criminale nazista.

    gesagt am 

  • 0

    Un crimine non è commesso soltanto contro la vittima, ma anche e soprattutto contro la comunità di cui viene violata la legge

    Non posso dire che sia stata una lettura piacevole, soprattutto quando è diventata una questione di diritto internazionale. Molte delle pagine scritte dalla Arendt riguardano il vuoto normativo davant ...weiter

    Non posso dire che sia stata una lettura piacevole, soprattutto quando è diventata una questione di diritto internazionale. Molte delle pagine scritte dalla Arendt riguardano il vuoto normativo davanti al genocidio: come si poteva processare un crimine di tale portata? Quale sarebbe dovuta essere la pena per i colpevoli? Sul banco degli imputati è seduto Adolf Eichmann, un uomo che si era occupato quasi esclusivamente degli ebrei, il cui compito era distruggerli, quella la funzione che svolgeva nell'organigramma del regime.
    Il processo al criminale (per la prima volta) si svolge nel neonato stato di Israele. Vi è una particolarità maggiore però, l’imputato è stato rapito dai servizi segreti in Argentina, dove si era rifugiato sotto falso nome. Le implicazioni giuridiche sono tante e tali che finiscano per offuscare il truce operato di Eichmann, arroccato in questa posizione difensiva:
    «Il suddito di un governo buono è fortunato, il suddito di un governo cattivo è sfortunato: io non ho avuto fortuna.»
    Eichmann ha eseguito degli ordini, afferma di aver fatto ciò che gli veniva comandato. Nel dibattimento la pubblica accusa vuol dimostrare che non era un semplice esecutore di ordini, ma un coordinatore, un iper-produttivo organizzatore di morte. Prima che il libro si addentri nelle pastoie del diritto, con le distinzioni fra crimini contro l’umanità e contro un singolo popolo, discuta l’opportunità di giudicare l’operato di un uomo, su cui ricadevano le colpe di tutto il sistema che rappresentava, ci sono numerosi spunti sui quali riflettere

    Ma il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n'erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. Dal punto di vista delle nostre istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici, questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, poiché implica - come già fu detto e ripetuto a Norimberga dagli imputati e dai loro patroni - che questo nuovo tipo di criminale, realmente "hostis generis humani", commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male. A Gerusalemme lo si vide più chiaramente che a Norimberga, perché là i grandi criminali di guerra avevano sì sostenuto di avere obbedito a «ordini superiori,» ma al tempo stesso si erano anche vantati di avere ogni tanto disobbedito, e perciò era stato più facile non credere alle loro proteste d'innocenza.

    Cominciarono con lo spiegare che nei campi esistevano due categorie di ebrei, i cosiddetti «ebrei da trasporto» ("Transportjuden"), che costituivano il grosso della popolazione e che non avevano mai commesso un reato, neppure agli occhi dei nazisti, gli «ebrei in stato di arresto» ("Schutzhaftjuden"), che erano mandati in campi di concentramento tedeschi per qualche trasgressione e che - secondo la vecchia usanza delle dittature di impiegare il terrore soprattutto contro i «buoni» - stavano molto meglio degli altri, anche quando poi vennero mandati in oriente in modo che i campi all'interno del Reich rimanessero "judenrein". (Come disse quell'ottima testimone che fu la signora Raja Kagan, il «grande paradosso di Auschwitz era che i criminali «erano trattati meglio degli altri»: non erano soggetti alla selezione e di regola sopravvivevano.)

    Uno dei metodi più raffinati dei regimi totalitari del nostro secolo consiste appunto nell'impedire agli oppositori di morire per le loro idee di una morte grande, drammatica, da martiri. Molti di noi avrebbero accettato una morte del genere. Ma la dittatura fa scomparire i suoi avversari di nascosto, nell'anonimo.

    Sto pensando al Cile e all’Argentina, ma mi rimane da dare ragguaglio sulle polemiche scatenate dal libro ancora prima di essere pubblicato. Si trovano in appendice, Hannah Arendt mostra estrema lucidità nel trattarle. A proposito del titolo che ha scelto scrive queste parole

    (Adolf Eichmann) Non ero uno stupido; era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza d'idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo. E se questo è «banale» e anche grottesco, se con tutta la nostra buona volontà non riusciamo a scoprire in lui una profondità diabolica o demoniaca, ciò non vuol dire che la sua situazione e il suo atteggiamento fossero comuni. Non è certo molto comune che un uomo di fronte alla morte, anzi ai piedi della forca, non sappia pensare ad altro che alle cose che nel corso della sua vita ha sentito dire ai funerali altrui, e che certe «frasi esaltanti» gli facciano dimenticare completamente la realtà della propria morte. Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza d'idee possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell'uomo. Questa fu la lezione di Gerusalemme. Ma era una lezione, non una spiegazione del fenomeno, né una teoria.

    gesagt am 

  • 5

    Soltanto qualche riflessione, dato che mai mi permetterei di recensire un'opera di questo livello.
    - Intanto mi piace annotare la grande lucidità di un'autrice che mai si lascia andare all'emotività, ...weiter

    Soltanto qualche riflessione, dato che mai mi permetterei di recensire un'opera di questo livello.
    - Intanto mi piace annotare la grande lucidità di un'autrice che mai si lascia andare all'emotività, se non in qualche raro momento (e ne avrebbe avuto ben donde), che si dimostra analitica e puntuale nell'esposizione dei fatti, capillare nella ricognizione storica estesa a 360°, coraggiosa nella denuncia dei fatti e noncurante dell'impopolarità che certe sue affermazioni le avrebbero procurato. Lucida si dimostra sempre, anche quando avrebbe potuto esser distratta dalle voci dei morti e dalle urla degli internati e questo ha fatto sì che il processo ad Eichmann, con tutto ciò che a questo era storicamente, umanamente e politicamente legato, fosse consegnato a noi in questo documento unico ed imprescindibile.
    - Durante la lettura, non mi ha mai abbandonato una insopprimibile sensazione di disagio e di incredulità. Eichmann, l'uomo delle espulsioni forzate, lo strumento del Reich per il concentramento prima e per lo sterminio poi, si è mosso per anni come se stesse commerciando in ortofrutta: sposta, organizza, vende, scambia, concentra, dismette, trasporta esseri umani con la freddezza di un mercante di cose, senza essere mai sfiorato dal dubbio di non avere nessun diritto di farlo. Certo, la questione etica non è mai stato un problema né per lui né per quelli come lui, altrimenti la Storia avrebbe avuto tutt'altro corso, ma l'idea che ci possa essere stato qualcuno che ha contribuito a stabilire le sorti di un popolo, solo per non aver pensato e per aver aderito al Male con incuria e superficialità, obbedendo agli ordini ( ma non fu poi così) banalmente, direbbe la Arendt, mi sconvolge e non mi dá pace.
    - Eichmann non è stato un demonio solo perché non ha ucciso fisicamente? "La responsabilità giuridica e morale di chi consegna la vittima al carnefice può essere anche maggiore della responsabilità di chi fa morire la vittima" questo disse la sentenza.
    E, banalmente, non avrebbe potuto esprimersi meglio

    gesagt am 

  • 5

    Recensione lunghissima, calvinista non calviniana

    È stranoto che “La banalità del male” tratti del processo del gerarca Eichmann, istruito a Gerusalemme nel ’61 il 15 Aprile, un anno dopo la sua cattura, da parte dei servizi segreti israeliani in A ...weiter

    È stranoto che “La banalità del male” tratti del processo del gerarca Eichmann, istruito a Gerusalemme nel ’61 il 15 Aprile, un anno dopo la sua cattura, da parte dei servizi segreti israeliani in Argentina. Ma non si tratta di un giorno in pretura. La Arendt ci porta sì dentro l’aula di quel tribunale, così simile ad un teatro sul cui palcoscenico si rappresenta un dramma dai ruoli ben definiti, ma il suo intento è rispondere alla domanda ”come hanno potuto fare, come è potuto succedere”.
    Al centro della vicenda, ovviamente, l’ex tenente colonnello delle SS, Otto Adolf Eichmann, responsabile della sezione IV-B-4 dell’Ufficio Centrale della Sicurezza del Reich (RSHA), mal supportato dal suo difensore già avvocato dei gerarchi al processo Norimberga. Dall’altra la pubblica accusa e i giudici della corte. E gli inviati internazionali che presto si stancarono per la mancanza di colpi di scena e per l’assenza del diavolo al banco degli imputati, come avevano creduto.
    In quel processo sembra tutto normale, nell’anormalità dei delitti di chi è giudicato e di chi giudica. Ma non è così e lo comprendiamo subito. Hannah Arendt aveva chiesto a William Shawn, direttore del The New Yorker, di poter redigere un reportage completo del processo per la sua rivista. Voleva rendersi conto di chi fosse realmente Eichmann “in carne ed ossa”, considerandolo un particolare un esempio evidente della “mentalità totalitaria”, così come lei l’aveva definita prima. Venne spiazzata.
    In secondo luogo voleva verificare la possibilità di un nuovo tipo di crimine e di criminale, studiandone gli aspetti giuridici e valutando la capacità delle istituzioni giuridiche di affrontarli: anche qua si rese conto che, fosse un diritto degli ebrei di processare il gerarca (il rapimento, roba illecita, si poteva legittimare in quanto Eichmann era un apolide e Israele aveva acquistato il diritto a processarlo essendo diventato, politicamente e geograficamente, il territorio in cui erano stati commessi i crimini, intendendo per territorio il complesso culturale condiviso da un gruppo). Era d’accordo che il processo sarebbe dovuto essere indetto sì per crimini contro l’umanità ma, visto che “ politicamente e giuridicamente, questi crimini erano stati diversi non solo per gravità, ma anche nella loro essenza, avrebbe dovuto essere un Tribunale internazionale a emettere il giudizio piuttosto che un tribunale regionale che, infine, li aveva rubricati come crimini contro il popolo ebreo. Non è che la cosa fosse illegittima, tutt’altro. Ma una condanna inferta da una legge condivisa da tutto il consesso mondiale avrebbe avuto molta più risonanza e messo in allarme contro crimini che in futuro potevano colpire l’umanità in generale e non un singolo popolo. Cosa che la Arendt prevede, lucidamente, visto il frenetico sviluppo tecnologico, che avrebbe potuto da far sembrare i crimini tali quelli di Hitler “giochi di un bambino cattivo”.
    Terzo motivo, forse il più importante era lo studio della “personificazione del male”: “… erano anni, o per essere più precisa, era da trent’anni che stavo riflettendo sulla natura del male e il desiderio di espormi in prima persona – non tanto agli atti, che del resto erano ben noti a tutti, ma all’attore stesso del male – probabilmente è stata la ragione preponderante che mi ha fatto decidere di andare a Gerusalemme”.
    Le conclusioni cui arriva sono talmente spiazzanti da spingerla a sottolineare indispettita , anni dopo la pubblicazione, che “ voi pensate che io abbia detto che c’è un Eichmann in ciascuno di noi. Oh no! Non c’è nessuno dentro di voi e non c’è nessuno dentro di me! Questo non vuol dire che non ci sia una certa quantità di Eichmann. Ma questi sembrano molto diversi. Ho sempre odiato il concetto di “un Eichmann dentro ciascuno di noi!... Questo semplicemente non è vero. Sarebbe falso come il suo contrario, che Eichmann non si trovi dentro nessuno”.
    Distingue tra il senso di “banale” e quello di “luogo comune”,? Il“luogo comune” è ciò che accade frequentemente, comunemente; e tuttavia qualcosa può essere banale anche senza essere comune. Con “luogo comune” s’ intende un fenomeno triviale, quotidiano, che si verifica frequentemente, dove invece con “banale” non si presuppone qualcosa di comune, quanto piuttosto si fa riferimento a qualcosa che sta occupando il posto di ciò che è comune.
    Lo sterminio non sta dietro l’angolo né si può farci l’abitudine a esso, commemorazioni o meno. Infatti, le commemorazioni annuali possono funzionare più da pensiero intrusivo che da vaccino., grazie a dio! Ma si deve stare attenti perché da un momento all’altro il male può diventare luogo comune, perdendo la sua intrinseca repulsività diventando banale, alla portata di tutti.
    Che vide in Eichmann? “…l’uomo nella gabbia di vetro era per niente inquietante … a essere mostruosi erano i suoi atti, ma l’attore risultava quanto mai ordinario, mediocre, tutt’altro che demoniaco o mostruoso …”
    La sola qualità che gli si poteva attribuire, sulla base del suo passato e del comportamento al processo, era negativa: non si trattava tanto di stupidità, quanto di un’autentica incapacità di pensare, avrebbe detto più tardi la Arendt. Eichmann comunicava usando un linguaggio burocratico, preconfezionato con cui cercava di difendersi sostenendo che quel che accadde fosse unicamente conseguenza del suo lavoro. La sua mente sembrava traboccare di frasi fatte con cui si autoassolveva. All’enunciazione di ogni capo d’imputazione, Eichmann si dichiarò “non colpevole nel senso dell’atto di accusa” perchè con la liquidazione degli ebrei aveva mai avuto a che fare; non aveva mai ucciso né un ebreo né un non-ebreo: “ insomma io non ho mai ucciso un essere umano per basse motivazioni e nemmeno di aver mai avuto l’impulso di uccidere nessuno”.
    Allo stesso tempo ammetteva di aver avuto un lavoro da compiere e di non aver potuto comportarsi diversamente da come si comportò. Incapace di riconoscere che quel lavoro era completamente diverso da quello fatto da qualsiasi altro uomo. Già nelle “Origini del totalitarismo”, la Arendt aveva stigmatizzato l’apparato burocratico complicatissimo del nazismo come uno dei pilastri per attuare lo sterminio: la deresponsabilizzazione dell’individuo dietro la sua funzione , al servizo dell’efficienza. Ma nella “Banalità del male, va oltre. Al di là della terribile e inquietante normalità ostentata dalla massa dei burocrati, lei trova il nesso tra atti esecrabili e uomini ordinari nell’incapacità, manifesta in Eichmann, a esprimersi con parole proprie, legata all’incapacità di pensare e giudicare il male in quanto tale. Un distacco dalla realtà dell’esperienza della vita quotidiana che altro non è che straordinaria superficialità: il male assoluto è assolutamente superficiale.
    “Restai colpita dall’evidente superficialità del colpevole, superficialità che rendeva impossibile ricondurre l’incontestabile malvagità dei suoi atti a un livello più profondo di cause o motivazioni che l’avevano spinto”.
    Il male di Eichmann non era radicato, non aveva “motivazioni”, non c’erano “impulsi” malvagi, invidia, odio, né cedimento a alle tentazioni ( tutta roba concernente la natura umana), niente delle vecchie definizioni. La banalità del male perpetrata da Eichmann sembra sottrarsi a qualunque parola che la definisca o pensiero che possa catalogarla. Solo l’”orrore” di Conrad gli si avvicina, parola che mi è sembrata sempre profetica. È un male nuovo.
    Quando parlavo di banalità del male volevo semplicemente porre in evidenza il fatto, per me scioccante, che questo processo smentiva le nostre teorie sul male. La Arendt usa l’espressione “banalità del male” per la prima volta nella descrizione del momento della sua esecuzione quando, Eichmann, dopo aver percorso dritto e impassibile il tratto che lo portava al patibolo offrì, al suo funerale, soltanto il medesimo complesso di clichés e di frasi a effetto che aveva usato lungo tutta la sua carriera: “tra breve, signori, ci rivedremo. Questo è il destino di tutti gli uomini. Viva la Germania, viva l’Argentina, viva l’Austria. Non le dimenticherò”. Non perde il vizio delle frasi esaltanti quasi che “queste “frasi esaltanti” gli facessero dimenticare completamente la realtà della pro-pria morte”.
    Una specie di ricapitolazione di quel suo lungo viaggio nella malvagità umana: la spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male. Quello che mancava a Eichmann era l’abitudine di esaminare e riflettere su tutto ciò che accade, a prescindere dai contenuti e dagli effetti dell’evento. Può quest’attività essere di natura tale da “condizionare” gli uomini e prevenirli dal fare il male? La vita della mente implica la possibilità di evitare di commettere il male? Per la Arendt sembra di sì, perché esercitare questo continuo confronto del sé con il se stesso significa dare radici ai pensieri e alle conseguenti azioni: il male di Eichmann e dei suoi pari era senza radici, superficiale, cioè assoluto.

    gesagt am 

  • 4

    Adolf Eichmann, sterminatore di ebrei - e non -, nel processo di Gerusalemme, 1961-'62, ripetè insistentemente: “Ho fatto il mio dovere, obbedendo agli ordini e alla legge”. A distanza, nessun ripensa ...weiter

    Adolf Eichmann, sterminatore di ebrei - e non -, nel processo di Gerusalemme, 1961-'62, ripetè insistentemente: “Ho fatto il mio dovere, obbedendo agli ordini e alla legge”. A distanza, nessun ripensamento, quindi, ma buon autocontrollo visto che a caldo, nel '45, aveva detto: “Salterò nella tomba ridendo, poiché il fatto di avere sulla coscienza la morte di cinque milioni di ebrei mi dà una soddisfazione enorme”.

    gesagt am 

  • 4

    La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme è un saggio – ormai famosissimo – di Hannah Arendt.

    L’opera: “Alla lettera «Eichmann a Gerusalemme: resoconto sulla banalità del male», il libro è sostanzi ...weiter

    La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme è un saggio – ormai famosissimo – di Hannah Arendt.

    L’opera: “Alla lettera «Eichmann a Gerusalemme: resoconto sulla banalità del male», il libro è sostanzialmente il diario dell'autrice, inviata del settimanale New Yorker, sulle sedute del processo ad Adolf Eichmann. Questi, gerarca nazista rifugiato nel 1945 in Argentina, fu ivi prelevato dagli israeliani nel 1960, processato per genocidio nel 1961 a Gerusalemme e condannato a morte per impiccagione. La sentenza fu eseguita il 31 maggio 1962.

    All'epoca il processo ad Eichmann suscitò varie polemiche: in primo luogo perché Eichmann non venne mai legalmente arrestato, ma rapito dai servizi segreti israeliani in territorio argentino, dove godeva dell'asilo politico. Eichmann fu rapito e fatto passare clandestinamente in Israele, contro la volontà dell'Argentina. In secondo luogo perché Eichmann, nonostante fosse accusato di crimini contro l'umanità, venne giudicato dallo Stato di Israele, il quale non poteva costituirsi parte civile, giacché non ancora esistente all'epoca dei fatti contestati ad Eichmann. Inoltre, dato che i crimini contro l'umanità commessi da Eichmann venivano considerati crimini contro gli ebrei, dal momento che veniva giudicato in Israele, risultava contrario a qualunque diritto penale che le vittime (gli israeliani) giudicassero il carnefice, e non fosse un giudice imparziale a farlo.

    Il titolo originale dell'opera è “Eichmann in Jerusalem - A Report on the Banality of Evil”. Non senza ragione, l'editore italiano ritenne opportuno invertire l'ordine del titolo. Dal dibattimento in aula, infatti, la Arendt ricaverà l'idea che il male perpetrato da Eichmann - come dalla maggior parte dei tedeschi che si resero corresponsabili della Shoah - fosse dovuto non ad un'indole maligna, ben radicata nell'anima quanto piuttosto ad una completa inconsapevolezza di cosa significassero le proprie azioni”.

    Cosa c’è da aggiungere? Se non il dolore e la vergogna verso quest’uomo che è stato il principale responsabile della “soluzione finale”. Il libro non è di certo di facile lettura, ma pone il lettore dinanzi ad una scelta critica: uniformarsi alla maggioranza o contrastare Hitler?

    Consiglio anche il bellissimo film di Margarethe von Trotta del 2012.
    Trailer: http://www.mymovies.it/film/2012/hannaharendt/trailer/

    gesagt am 

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