Gelo

Di

Editore: Einaudi (Letture, 11)

4.3
(256)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 358 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo

Isbn-10: 8806187309 | Isbn-13: 9788806187309 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Magda Olivetti ; Prefazione: Pier Aldo Rovatti

Disponibile anche come: Altri

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
Un chirurgo affida a un suo studente un'insolita missione: dovrà studiare segretamente il comportamento di suo fratello, un anziano pittore che si è isolato dal mondo ritirandosi a Weng, un paesino d'alta montagna, buio e malinconico. Durante lunghe passeggiate attraverso un paesaggio pietrificato dal gelo,bellissimo e terribile, lo studente si smarrisce ben presto nel labirinto ossessivo dei monologhi del pittore in cui verità lancinanti sembrano brillare al di là della fitta trama di allucinazioni, manie, congetture filosofiche, deliri persecutori e memorie autobiografiche. Il romanzo è il progressivo coinvolgimento dello studente e del lettore nella visionaria psicosi del pittore e nella vita quotidiana del villaggio, i cui abitanti sono esemplari di una umanità priva di ogni possibile luce di redenzione.
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  • 5

    Il mondo non è il mondo, esso non è nulla.

    Gelo. Nient’altro che gelo. Dentro. Fuori. Dappertutto. Ovunque quell’odore del freddo penetrante. Il grigiore. Il buio. Le tenebre. Un angolo di mondo dove la vita non entra, o una angolo di vita inc ...continua

    Gelo. Nient’altro che gelo. Dentro. Fuori. Dappertutto. Ovunque quell’odore del freddo penetrante. Il grigiore. Il buio. Le tenebre. Un angolo di mondo dove la vita non entra, o una angolo di vita incapace di uscire dal mondo. La normalità, l’uniformità, gli ideali, gli stereotipi, gli schemi, la massa. Odore, odore di nero, di cenere sepolta sotto il velo dell’amalgamazione. Uguaglianza. Solo uguaglianza. La diversità è un male, se esiste. Ma esiste? C’è davvero qualcosa di diverso? Da chi? Da cosa? Chi crea lo standard? Cos’è veramente? E il buio. Il buio dentro. Soffocante, congelato come una pozzanghera invernale. Stantio, impossibile da scaldare. Qualcosa che pulsa senza più pulsare. Uno stimolo mentale che annega nella solidità del ghiaccio. Ghiaccio spesso, che nemmeno scavando si scalfisce. E le parole. Le parole che scivolano negli anfratti del pensiero come sabbia sulla pelle liscia. Scivolano e s’incastrano, solidificandosi con il tempo. Pensieri che non lasciano respirare, che non concedono spazio alla libertà, che incatenano un’esistenza nel groviglio dell’incomprensione della comprensione, che intrappolano senza pietà su quesiti piccoli ma inspiegati. Si gela. Ma non importa a nessuno. La gente corre, cammina, va per la sua strada in una mescolanza di un unico colore. La follia è follia, la ragione è ragione. Ma chi sono? Cosa sono? Che dettami seguono e chi decide il confine fra loro? E se la follia non fosse follia, ma ragione? Se la ragione non fosse ragione, bensì follia? Oppure… se non esistesse nessuna delle due? Se tutto fosse un meccanismo imposto da mani invisibili ma incisive? E quel freddo. Quel freddo che si fa sentire nei frangenti più impensati. Quel freddo che non passa mai, che rende la vita un inverno sempre inoltrato… Perché, vedete, dietro i vetri delle case c’è gente che piange senza lacrimare, c’è chi non trova spazio per riprendere fiato in un mondo che non sente appartenergli. Ma fuori tutto sembra scorrere come sempre, con quella odiosa dignità che posseggono i codardi. Sì: quelli che preferiscono seguire il gregge anziché spostarsi e trovare un prato con l’erba migliore, trovare la propria individuale libertà di essere e di vivere senza canoni o pregiudizi di sorta. Oh, quel gelo. Quel gelo che vorresti martellare con tutto te stesso, che diventa dolore, ferita e morte. Una morte lunga un’esistenza. Un’esistenza lunga una morte.

    Bernhard descrive il tormento interiore. Lo descrive così sfacciatamente bene da estirpare tutto ciò che non si dice nemmeno a se stessi. Ciò che non si osa dire. Ma pensare? Oh, pensare sì. Con le riflessioni che graffiano la tranquillità con le unghie più affilate mai viste. Analizza la presunta follia con una lucidità e una sfrontatezza così sicure da lasciare senza fiato. Tutto ciò in cui il mondo crede decade, divenendo un progetto di massa dipinto unicamente con le tonalità del nero. Nel saggio di Bernhard il mondo è un’ombra senza fine, che lascia il suo nascondiglio solamente fra le riflessioni generate dalla pazzia… o dalla ragione?
    E il dolore. Il dolore protagonista sotto il velo dell’omertà. Quel dolore candido e atroce. Lo stesso che scava l’anima millimetro per millimetro, corrodendola con una crudele lentezza.
    Gettate al vento i canoni. Spogliatevi. Mandate al diavolo i confini. Sgombrate la mente dai mobili polverosi della folla. Alzatevi in piedi e urlate. Ascoltate quel gelo. Quel gelo che non vi lascerà… Ma è davvero un male?

    Uno dei più meravigliosi libri ch’io abbia mai lasciato entrare nell’abisso tumultuoso del mio io.

    Grazie.

    ha scritto il 

  • 5

    Rispetto ai romanzi successivi è meno estremo nello stile, sebbene sia già presente la forma monologo totale. Le incessanti riflessioni e osservazioni del pittore investono tanto il narratore quanto i ...continua

    Rispetto ai romanzi successivi è meno estremo nello stile, sebbene sia già presente la forma monologo totale. Le incessanti riflessioni e osservazioni del pittore investono tanto il narratore quanto il lettore, si affrontano i più disparati momenti, si sfocia spesso nell'aforisma e si finisce sempre di più per rimanere affascinati e corrotti da questo personaggio. Perché di qualsiasi male soffra finisce per contagiare il narratore, che prolungherà la propria permanenza alla locanda con il pittore, e di conseguenza anche noi in quanto lettori e testimoni di questa straordinaria personalità siamo chiamati a rendere conto di quanto ci viene detto, un modo nuovo di vedere il mondo dal quale è difficile tornare indietro, un continuo e sempre più profondo rifiuto e isolamento da tutto e tutti.

    ha scritto il 

  • 4

    Si arranca un po’ a leggerlo, ma si va avanti - con passo rassegnato da corteo funebre. Ogni tanto c’è una grande pagina che si eleva dalla cenere – il nero stilistico, ali di un corvo, è così lucido ...continua

    Si arranca un po’ a leggerlo, ma si va avanti - con passo rassegnato da corteo funebre. Ogni tanto c’è una grande pagina che si eleva dalla cenere – il nero stilistico, ali di un corvo, è così lucido da sfavillare: proprio sulla scorta di questi bianchi intensissimi val la pena di affrontare Bernhard. I suoi romanzi, d’altronde, mirano dritti all’obitorio della civiltà, andrebbero sfogliati sulla panchina di un cimitero, col sottofondo di un’upupa. Per apprezzarli bisogna trovarsi in sintonia con i requiem, avere un debole per tetri paesaggi al crepuscolo, subire il fascino della deteriorabilità, patire un macabro interesse per l’organico e per il destino di putrefazione che accomuna qualsiasi forma di vita. “Gelo”, quindi, è un romanzo rivolto anzitutto ai materialisti indefessi, agli atei risentiti che vorrebbero distruggere il mondo per vendetta, agli oncologi mancati che ripiegarono, chissà perché, sulla letteratura. Se la parola “speranza” rievoca subito il concetto di menzogna, e se si intende il suicidio come un atto di suprema lucidità, uno scrittore come Bernhard è davvero il massimo. Una sorta di evangelista del nichilismo secondo cui ogni Verità, di per sé, è un abisso di miserie, furti e sciacallaggio; un baratro di voracità cannibalesche, di slanci effimeri che subito ricadono in uno stato di abbrutimento ancora più violento. Non si salva nessuno da questo colossale mattatoio in cui ci si macella a vicenda. Il teatro è un borgo sperduto fra i monti, in una conca opprimente, semiassiderata e piena di carogne. Sepolti nella neve, residui bellici, ordigni che esplodendo mutilano i bambini; c’è anche un fiume in cui galleggiano carcasse di mucca, un bosco in cui si aggirano scuoiatori becchini e operai di una centrale elettrica in costruzione, una cupa umanità ingobbita, elucubrante, spinta dalla “lussuria” imbecille. Gli episodi sono una concatenazione di disgrazie d’alta montagna: l’incendio in cui muore una contadina, o un giovanotto nel fiore degli anni schiacciato dalla propria slitta; poi la contemplazione delle salme, e il funerale. In tutto questo, gli interminabili monologhi di Strauch, portavoce di una filosofia che nega il Senso e qualunque possibilità di evoluzione. Non gli si può dare torto; però, forse, la tira un po’ per le lunghe.

    ha scritto il 

  • 5

    Avevo due anni...

    ...e Bernhard scriveva sta cosa qua. La sua prima opera. Non il suo primo romanzo. Bernhard non scrive romanzi. Per me è filosofia.
    Filosofia che lui lascia esprimere ai protagonisti dei suoi romanzi, ...continua

    ...e Bernhard scriveva sta cosa qua. La sua prima opera. Non il suo primo romanzo. Bernhard non scrive romanzi. Per me è filosofia.
    Filosofia che lui lascia esprimere ai protagonisti dei suoi romanzi, così che sembrino romanzi, ma è filosofia.
    Lo ho conosciuto leggendo, su consiglio Anobiano, Il soccombente. Ma tutto nasce da Gelo.
    Che dire... è più fluido dei suoi lavori seguenti ma già si capisce che, come i suoi monologanti protagonisti ci dicono, il mondo ha qualcosa che non va; e di conseguenza l' umanità ha qualcosa che non va.
    È tutta una ricerca, vana, di questo qualcosa. Una ricerca che sfinisce e dispera, che esprime rabbia e sconforto. Nessuna attesa, nessuna speranza e niente futuro. Un nichilismo che in maniera vitale richiama la morte.
    Vi è sempre un " intervistatore" normale che invita a dire ( o subisce il detto) dei protagonisti delle opere di Bernhard che si può considerare un qualunque lettore dell'opera.Esso viene risucchiato e masticato dalla potenza narrativa ed esce esausto da questo incontro... come io mi sento ora.
    In Gelo poi, questa sensazione è ancora più evidente.
    Davvero il più interessante degli autori moderni sin qui letti.

    ha scritto il 

  • 4

    Primo romanzo di Bernhard.

    Un tizio si è ritirato a Weng e il fratello chirurgo spedisce lì uno studente per tenerlo d’occhio.
    Il tizio ha un nome, Strauch, anzi è uno dei pochissimi ad averlo: il gio ...continua

    Primo romanzo di Bernhard.

    Un tizio si è ritirato a Weng e il fratello chirurgo spedisce lì uno studente per tenerlo d’occhio.
    Il tizio ha un nome, Strauch, anzi è uno dei pochissimi ad averlo: il giovane medico parla in prima persona e tutti gli altri sono identificati dal loro ruolo sociale: il gendarme, la moglie dell’oste, lo scuoiatore, l’ingegnere e così via.

    Weng è uno squallido paesino in quota, il più brutto che ci sia: solo una diga in costruzione più in basso, una fabbrica di cellulosa, contadini brutti, malati (tisi in primis) e anche un po’ idioti (incroci di sangue malato).
    Su tutti regna l’ostessa che denunciò il marito, ubriacone a tempo pieno, per via di un morto durante una rissa e che fa sesso con lo scuoiatore che è anche il becchino, con il giovane gendarme, con l’ingegnere della diga e altri sparsi.

    Strauch gira nella neve, in un mondo di freddo e ghiaccio, il giovane al seguito. Pittore fallito per autocoscienza, in preda a dolori ai piedi e alla testa, triturato da un insopprimibile disgusto del vivere oltre da una estrema ipersensibilità. Gira tra i boschi dove le tracce sono solo quelle dei morti, umani o bestiali, in cerca di una solitudine dove esercitare la sua logica di fuga, ma ritorna alla locanda in cerca di un contatto umano desiderato e che lo spaventa.

    Lo studente è sempre più affascinato dalla mente del pittore come dagli occhi di un serpente benevolo, ma portatore di morte.

    La fine è nota.

    Bernhard si consolava con una casa tipicamente austriaca, in un paesino prettamente austriaco e se neppure questo fosse servito, con un nuovo paio di scarpe.

    Io mi accontenterò di una boule d’acqua calda che mi piazzerò sullo stomaco a sciogliere il grumo di gelo partorito dalla mente di Strauch il Nominato.

    27.02.2016

    ha scritto il 

  • 4

    C'è un qualcosa di misterioso e morboso che ti tiene attaccato alle pagine, fino alla fine, nonostante il continuo disgusto, il gelo del titolo e un fastidio incessante ad ogni riga.

    ha scritto il 

  • 3

    Pietrificante

    Ho impiegato molto tempo a concluderne la lettura, con riprese ed abbandoni motivati dall'irredimibile cupezza del testo. Il gelo assoluto dell'ostile ambiente montano in cui tutto (tutto?) si svolge ...continua

    Ho impiegato molto tempo a concluderne la lettura, con riprese ed abbandoni motivati dall'irredimibile cupezza del testo. Il gelo assoluto dell'ostile ambiente montano in cui tutto (tutto?) si svolge trova il suo perfetto contraltare nell'orrore pietrificato dei processi mentali del pittore Strauch, ormai totalmente disilluso e votato alla dissoluzione. Nel suo ossessivo monologo interiore dai toni deliranti appaiono però, di tanto in tanto, lampi di insospettabile empatia e compassione che ne riabilitano l'umanità.

    "Il mondo intero non è altro che un ballo in maschera di morti".

    "Ecco là dentro (nel mattatoio) Lei può vedere chiaramente le carni squartate, spaccate a colpi d’ascia. Naturalmente c’è ancora l’urlo, naturalmente! Tendendo l’orecchio Lei potrà ancora udire l’urlo! Lei continuerà a udire l’urlo, benché lo strumento che lo emetteva sia morto, da tempo spaccato, strappato, reciso. La corda vocale è già stata macellata ma l’urlo permane! È un fenomeno prodigioso constatare che la corda vocale è già stata strappata, spaccata, recisa, mentre l’urlo permane! Che continui ad esserci l’urlo. Anche quando tutte le corde vocali saranno state spaccate e recise, quando saranno morte tutte le corde vocali del mondo, tutte le corde vocali di tutti i mondi e tutte le possibilità di immaginarle, tutte le corde vocali di tutte le esistenze, ci sarà ancora l’urlo, continuerà ad esserci l’urlo, l’urlo non può venir squarciato, non può venir reciso, l’urlo è la sola cosa eterna, l’unico infinito, la sola cosa inestinguibile, la sola cosa sempiterna... È davanti ai mattatoi che dovrebbe incominciare l’insegnamento sugli uomini e sui mostri, sulle opinioni degli uomini e sui loro grandi silenzi, l’insegnamento dei grandi protocolli della megalomania da mandare a memoria! Gli scolari, invece di chiuderli dentro ad aule ben
    riscaldate, andrebbero portati nei mattatoi; solo nei mattatoi mi riprometto qualcosa di buono per la scienza del mondo e per la sua sanguinosa esistenza. I nostri maestri dovrebbero insegnare nei nostri mattatoi. Non dovrebbero leggerci dei libri, ma brandire cosciotti, far cadere accette, usare affilati coltelli... L’insegnamento della lettura dovrebbe esser fatto guardando i visceri e non le righe dei libri... La parola nettare dovrebbe venir sostituita quanto prima dalla parola sangue... Vede, – disse il pittore, – il mattatoio è l’unica aula scolastica profondamente filosofica. Il mattatoio è la vera aula scolastica, il vero uditorio. L’unica saggezza è la saggezza nel mattatoio! Gli unici scritti sono gli scritti del mattatoio! L’unica verità è la verità del mattatoio! Verità primaria, verità, non-verità, tutto questo assieme costituisce la straordinaria immatricolazione nel mattatoio che io vorrei fosse imposta agli uomini, agli uomini nuovi, agli uomini da indurre in tentazione."

    "L’animale sanguina per l’uomo e se ne rende conto. L’uomo invece non sanguina affatto per l’animale e nemmeno se ne rende conto. L’uomo è un animale incompleto, l’animale potrebbe essere un uomo completo. Capisce ciò che voglio dire? L’uno è incongruo nei confronti dell’altro, l’uno è terribilmente oscuro nei confronti dell’altro. Nessuno dei due appoggia l’altro. Nessuno dei due cancella l’altro."

    "Questo quadro voglio chiamarlo "massacro", dentro a quel quadro, nell'istante della contemplazione ch'esso ha richiesto da me, si celava ogni cosa. Si vedevano chiaramente le impronte dei massacratori in fuga. Si vedevano anche le impronte del bestiame condotto lì a forza. Si vedeva l'ottenebrarsi degli astri e allo stesso modo si vedeva la volgarità proletaria dell'assassinio. Si vedeva la parola "indifeso" là in terra, sulla neve, questa malvagia iscrizione segreta, deve sapere, si vedeva la parola "abiezione" scritta a chiare lettere nel cielo. Accadde qualcosa di strano, tutt'a un tratto, mentre le membra staccate palpitavano ancora, fui interessato al processo di irrigidimento dovuto alla morte che lì si compiva con milioni di varianti. Mi chinai, affondai la mano nel sangue e lo mescolai alla neve. Mi misi a tirare palle di neve rosse! Tirai rosse palle di neve! Lei deve sapere. All'inizio mi guardai bene dall'aprire uno di quei grandi occhi che erano tutti misteriosamente chiusi, volevo risparmiarmi la vista di uno di quei grandi pacifici occhi bovini. Me ne guardai bene fino al momento in cui non riuscii più a resistere alla tentazione di abbandonarmi alla pietà che unisce l'uomo all'animale e aprir uno degli occhi di quelle mucche, uno di quegli immensi mondi immoti, congelati, esangui."

    ha scritto il 

  • 5

    Un colpo mortale e disperato, che esplode in tutte le direzioni e in ogni cosa e dappertutto, sin dentro alle più anguste rientranze dell’uomo.

    Parole che ci travolgono, ci annientano, di fronte alle ...continua

    Un colpo mortale e disperato, che esplode in tutte le direzioni e in ogni cosa e dappertutto, sin dentro alle più anguste rientranze dell’uomo.

    Parole che ci travolgono, ci annientano, di fronte alle quali vorremmo scappare, gridare e invece restiamo lì, immobili, risucchiati e dominati senza riguardo. Prolunghiamo l’ascolto fino all’ultima sillaba, fino all’estremo latrato che frantuma, lacera, spalanca la porta a dolorosi e necessari e inevitabili dubbi sul nostro esistere.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

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    Niente, non succede niente, rimane l'orrore e la paura.
    Un colpo ben assestato a quanti di quella condizione ne conoscono i meandri. L'orrore negli occhi di chi ha ormai ha alzato il velo e, avendolo ...continua

    Niente, non succede niente, rimane l'orrore e la paura.
    Un colpo ben assestato a quanti di quella condizione ne conoscono i meandri. L'orrore negli occhi di chi ha ormai ha alzato il velo e, avendolo visto, non può fare a meno che notarlo, ovunque, nelle grandi città così come nel paesino di montagna.
    Niente, non succede niente. Già.

    ha scritto il 

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