Gli esordi

Di

Editore: A. Mondadori (Scrittori italiani e stranieri)

4.1
(116)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 673 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco

Isbn-10: 8804601302 | Isbn-13: 9788804601302 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback , Altri

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
Il protagonista vive una e insieme tre vite: nella prima parte è un seminarista silenzioso, nella seconda un attivista rivoluzionario, nella terza uno scrittore sotterraneo. Ma in questo romanzo si scorgono in filigrana anche gli ultimi decenni del secolo appena trascorso: nella prima parte gli anni Cinquanta e Sessanta, gli anni sepolti che precedono le esplosioni del decennio successivo; nella seconda gli anni Settanta, delle lotte e dei tumulti, la chiusura di un'epoca iniziata con le grandi rivoluzioni politiche dell'Ottocento e del Novecento; nella terza gli anni Ottanta e Novanta e quelli che stiamo vivendo, abbagliati e spettrali, gli anni dell'immagine, della moda, dell'apparenza e della duplicazione della vita e del mondo. Animato da un'inesauribile ricchezza di invenzioni e immagini e da un'ininterrotta tensione conoscitiva, sostenuto da una prosa ipnotica, irradiante e intensa, estraneo ai codici della comunicazione corrente e simile a un oggetto alieno capitato non si sa come nella nostra letteratura, questo libro è attraversato da un sentimento devastato e aurorale del mondo visto in drammatico e perpetuo esordio.
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  • 3

    All’inizio non era il Verbo, ma un altro inizio ancora.

    Da lettore moreschiano provetto ho letto dopo quello che viene prima. “Gli esordi” lo custodivo sulla mensola da parecchio. Era la mia scorta. “Moresco dice che vuole sparire, metti che sparisce e che ...continua

    Da lettore moreschiano provetto ho letto dopo quello che viene prima. “Gli esordi” lo custodivo sulla mensola da parecchio. Era la mia scorta. “Moresco dice che vuole sparire, metti che sparisce e che io non ho altri inediti narrativi da leggere? Intanto mi conservo questo.” Come con Vollmann: non sarei mia stato disponibile a leggere Europe Central, se prima Gianni Pannofino non avesse tradotto “Ultime storie e altre storie.” Di Vollmann in più c’è ancora parecchio da tradurre, invece se Moresco non scrive niente più, stop, è finita. Poi Moresco ha detto che quella cominciata con “L’addio” è un’altra trilogia. “Allora posso leggerlo ‘Gli esordi’!”.

    La ‘Scena del silenzio’ è bellissima, è un perfetto bilanciamento tra i Moresco che mi piacciono dippiù: quello de “I canti del Caos” e quello de “La lucina”. Fin dall’incipit.

    “Io invece mi trovavo a mio agio in quel silenzio.”

    Le altre due scene, quelle della Storia e della Festa, hanno tutti i difetti di altre opere di Moresco, senza però quella trasmutazione del linguaggio che glieli valorizza comunque – ovvero ce ne sono gli indizi, gli accenni, i cominciamenti, ma siccome io con “Gli esordi” ci finisco e non ci comincio, il valore che possono aver per me è filologico, non letterario. Per questo il mio “Gli esordi” di Moresco è composto dalla non-storia del ragazzino che voleva farsi prete.

    “Facevo questo e altri giochi dell’eternità.”

    Non che lo scenario di un seminario possa essere il mio preferito. Con le sue lentezze, mollezze, con le sue miserevoli solennità, da Moresco tutte condotte a un grado zero di temperatura emotiva che non c’è.

    “Ma, un istante dopo, di me potevano vedere solo la nuca rasata ai piedi dell’altare, le orecchie molto staccate dalla testa, come quelle di un giovane animale.”

    Qui inizia il discorso di Moresco con Dio che è il suo a volte implicito a volte visibilissimo, persino incarnato, interlocutore. Il bambino che narra di sé nella ‘scena del silenzio’, nel suo piccolo carcere religioso, ha tutto il tempo, dunque tutto lo spazio, per pensare al mondo e alla sua creazione. Alla materia di tutte le cose. Qui non c’è ancora l’umorismo assurdo, chapliniano, che apparirà nelle altre due scene. Si resta nella gravità della purezza di un bambino che non cerca il significato delle cose ma la loro sostanza, la loro tangibilità.

    “Ecco!” mi ero reso conto improvvisamente “tutto è ormai compiuto, d’ora in poi ci sarà solo l’orribile ripetizione!”

    Il Moresco della “Scena del silenzio” mi ricorda il Le Clézio de “Il verbale”: di ogni cosa è ritratta la sua parte di materia, anche dell’aria, della luce, del pensiero.

    Come nella descrizione degli spari: “D’estate si decomponevano piano, d’inverno gelavano quasi di colpo, sembravano piccoli chiodi di gesso in primavera, facevano saltare via la pelliccina che ricopre il cielo, come quella del fegato.”

    La ‘pellicina’ del cielo è traumatizzante, perciò indimenticabile, come lo è la pellicina della lampadina: “La luce centrale venne spenta, rimase soltanto la lucina magmatica contro la parete. Qualcuno di tanto in tanto ci passava davanti, per ritornare nella penombra verso il proprioletto, e se nel far questo la sfiorava anche solo leggermente con un angolo della salvietta mi pareva che la sua pellicina si dovesse lacerare di colpo e che il so contenuto dovesse cominciare a colare piano giù dal muro, come tuorlo d’uovo.”

    Per non parlare della callista che sbozzola i piedi dello Ziò, e di come il Nervo poi si diverta, oltre che a ubriacarli, a dare come mangime a tutti gli animali di Ducale questi calletti che proliferano a milioni. Mai letto qualcosa di altrettanto disgustoso, e traumatico, e indimenticabile.

    Tutta la letteratura di Moresco proviene da un trauma mai espresso, privato e cosmico, cosmico perché privato.

    “Era una notte serena, lancinante.”

    Mai nessun giorno e mai nessuna notte sono solo quel giorno e quella notte per Moresco. Sono confusi, sono contusi, ora nel seminario, ora nei vagabondaggi da clandestino extraparlamentare, ora da scrittore beffato.

    L’io-scrivo de “Gli esordi” deve decidere la sua religione: non quella cattolica, non quella politica, ma quella della letteratura, perché gli garantisce la solitudine di cui ha bisogno, il silenzio dal quale ricava la sua storia e la sua festa.

    “Il cielo pullulava ovunque di schegge, di frammenti, mi pareva di udire nel grandioso silenzio un fragore di stelle maciullate in un immenso frantoio.”

    Per Moresco visione e invenzione sono una sola cosa. Quando guarda le fiammelle delle candele lui non immagina di sezionarle al loro interno e di farle rimarginare lungo un callo igneo: lui il taglio lo vede. Così come durante le partite di pallone al seminario: non è lui che non riesce a coordinare le cose nel loro spazio e nel loro tempo: è la palla a essere una particella quantica imprevedibile, a mostrare il caos che ci avvolge tutti.

    “Interi piani di spazio stavano andando alla deriva, smottavano macinando firmamenti, mentre Dio si rovava in preda all’angoscia delll’illimite.”

    C’è il glomere e il ravizzone, il lessico che si apre, affamato, come soffocato dalla sua esigenza di dire tutto il dicibile che si trascura di dire, per la sua frustrante e immensa immanenza. C’è il linguaggio che si prepara a deflagrare, annunciato dalla pagina sulla genesi del Verbo nella versione del ‘Vangelo secondo Giovanni’ secondo Moresco:

    “Cominciano sempre così, in un primo momento, le parole…” mi dicevo andando verso la chiesa “quando una è partita non si ferma più. L’aria acquista una certa quantità di moto, non può fare altro che continuare ad andare, ad avanzare, anche quando ormai la sua forza motrice non agisce più. Attira a sé altre parole, altri suoni che non può non incontrare sulla sua strada, altri ancora ne comincia a suscitare, e questi a loro volta ne suscitano altri e altri ancora… si espande sempre di più, solleva cartacce, ramazza dappertutto onde sonore, ingloba piccoli e grandi trasferimenti di energia, spostandosi da un punto all’altro dello spazio, interi fronti vocali cominciano a scollarsi, non si capisce neanche più se è trascinante oppure trasicnata, le sue pareti dilagano irresistibilmente, formano in un istante le necessarie connessioni, mentre la sua forza centrifuga aumenta ancora di più, smotta su altri piani che a loro volta smottano, le sue superfici cominciano a scottare, attira a sé colonie sonore sterminate, si raccoglie a valanga su se stessa, rotola sempre più irradiata e irradiante, sradica, strappa, e alla fine non può che assumere poco per volta l’inconfondibile aspetto di una grande sfera di fuoco che rovina…”

    ha scritto il 

  • 5

    “Sono come una gestante che porta dentro il proprio ventre un feto e che si trova contemporaneamente nel ventre del suo stesso feto”

    È un piacere e un privilegio entrare nella creazione di Moresco in punta di piedi, lasciando che le cose si svelino un po’ alla volta, seguendole con lo sguardo meravigliato, quasi da bambino, del pro ...continua

    È un piacere e un privilegio entrare nella creazione di Moresco in punta di piedi, lasciando che le cose si svelino un po’ alla volta, seguendole con lo sguardo meravigliato, quasi da bambino, del protagonista, che osserva il mondo e le sue dinamiche come fosse la prima volta.
    Il mondo, i mondi. Tanti mondi differenti: quello del seminarista sordomuto e delle sue api, quello misterioso del Gatto… quelli di tutti i personaggi che via via appaiono, scompaiono e a volte si ripresentano sulla scena e che sembrano venire da altre storie. Mondi che il protagonista attraversa come una pallina che rotola su un piano leggermente inclinato, assecondando le curve del percorso spinta da una forza inerziale che sembra prescindere dalla sua volontà. Scivola lentamente nel mondo e descrive quello che vede, senza cercare di interpretare, ma semplicemente raccontando. Un ritorno all’origine, un tentativo di ripulire la narrazione da tutte le costruzioni che nel tempo si sono stratificate appesantendola e portandola sempre più lontano dal suo scopo originale: Moresco rimette al centro l’osservazione e cerca di farlo nella maniera più onesta possibile, evitando giudizi o eccessive spiegazioni, sforzandosi di restituire al lettore persone, fatti e comportamenti nella loro essenza.
    Un’osservazione dal basso ma non un’osservazione di basso livello, tutt’altro. Perché
    Gli esordi non è una piatta esposizione di avvenimenti, ma un percorso ricco di sfumature (la mano intravista e le caviglie immaginate della suora nera, gli esercizi del Gatto, gli spostamenti della Pesca…) e soprattutto metafore, vere o apparenti (penso, ad esempio, al volo irregolare dei piccioni ubriachi e alla pallina su cui soffiano il protagonista e il Gatto nella prima parte, a quella strana corte dei miracoli che lo accompagna nella seconda e al biografo che invecchia a velocità impressionante nella terza), che rappresentano fessure nelle quali il nostro occhio e la nostra fantasia possono infilarsi per trasformare il mondo di Moresco nel nostro mondo, il suo libro nel nostro libro: porte che aprono infinite possibilità per immaginare altre storie.
    Il mondo de Gli esordi è lo specchio del nostro mondo, ma uno specchio deformante, che restituisce all’occhio una realtà alterata. Magari non in maniera evidente fin da subito, ma solo in qualche particolare (il viso diviso in due del padre priore, Ziò che spara all’albero…), come se Moresco ci invitasse a rallentare e a soffermarci su quello che di solito diamo per scontato.
    Per tutta la prima parte del romanzo il protagonista non dice parola e nella seconda si aggira per le pagine del libro come un sonnambulo incapace di mettere a fuoco quello che accade intorno a lui, eppure nessuno degli altri personaggi sembra farci caso. Un protagonista senza nome che vive in uno stato di perenne spaesamento: fatica a capire in quale città si trova, in che giorno, in che stagione. Va avanti senza punti di riferimento, galleggia nella realtà senza decidere nulla, eseguendo gli ordini che altri gli impartiscono, facendo quello che gli viene chiesto. Lui osserva, ascolta, aiuta, gli altri parlano e non sanno più guardare. Il mondo disegnato da Moresco è un mondo nel quale le dinamiche dell’Io sembrano aver definitivamente sbaragliato quelle del Noi e dove dominano l’indifferenza e l’anaffettività. Un mondo che probabilmente ci è abbastanza familiare.

    ha scritto il 

  • 4

    Il coraggio della letteratura, la minaccia dell'esistenza.

    C'è qualcosa di grandioso negli 'esordi' di Moresco: il coraggio.
    Il coraggio che è servito a scriverlo, il coraggio che è stato necessario per rimanere fedele all'idea originale, il coraggio che l'ed ...continua

    C'è qualcosa di grandioso negli 'esordi' di Moresco: il coraggio.
    Il coraggio che è servito a scriverlo, il coraggio che è stato necessario per rimanere fedele all'idea originale, il coraggio che l'editore ha dimostrato nel pubblicarlo, il coraggio di ogni lettore che lo avvicina, lo affronta e lo porta al termine. Perché questo libro è chiaramente qualcosa di unico, qualcosa che va oltre al concetto di libro-in-senso-stretto, qualcosa che non è biografia, non è narrazione, non è realtà e non è invenzione. È - che parola importante sto per usare - qualcosa di nuovo. È qualcosa che non avevo mai letto.

    Ripeto sempre che non mi basta che la letteratura moderna si limiti a intreccio e narrazione e che grandi opere del passato, come il Conte di Montecristo o Guerra e Pace, non sarebbero i capolavori che sono se fossero stati scritti oggi. È mia ferma opinione che in letteratura, oggi come al momento della prima pubblicazione di questo libro, sia dovere di chi scrive andare oltre alla scrittura, oltre alla struttura e oltre alla narrazione. L'autore moderno, il nuovo letterato, ha il compito morale di superare i maestri del passato, deve montare sulle loro spalle e spingersi oltre. Moresco ci è riuscito appieno e mi ha regalato qualcosa che calza a pennello nella mia definizione di Letteratura.

    ha scritto il 

  • 5

    “Metodo (per arrivare agli “Esordi”)

    - Conquistare un diverso rapporto con il tempo.
    - Continuare a farsi assalire dal romanzo. Girare sempre con pezzi di carta nelle tasche.
    - Tesserlo pensando ad al ...continua

    “Metodo (per arrivare agli “Esordi”)

    - Conquistare un diverso rapporto con il tempo.
    - Continuare a farsi assalire dal romanzo. Girare sempre con pezzi di carta nelle tasche.
    - Tesserlo pensando ad altre cose, come in sogno.
    - Non farsi prendere dall’ansia. Se hai paura di non avere tempo sufficiente, rallenta ancora di più. Meno ci pensi e più il lavoro progredisce. Meno ti immergi e più vedi nel profondo. Solo una mente riposata può portare grandi pesi, in leggerezza. Non fare caso ai damerini, ai fogli di giornale. Non farti bloccare. Per andare avanti bisogna rompere per forza, tradire i fratelli e i maestri.
    - Le tue forze mentali sono scarse, ti prendono amnesie, tic e fissazioni. Ti è impossibile concentrarti, per questo devi lavorare su reticoli di appunti, riscrivendoli all’infinito e connettendoli. Devi avanzare cancellando. La tua testa è piena di fischi e di rumori, la gola è sempre serrata per l’angoscia. Eppure, quando hai imparato a lavorarci assieme, la decima parte del più labile dei cervelli è sufficiente alla più grande delle imprese.
    - E se l’arte non ha più nessun futuro in questo mondo… ecco il momento ideale per dedicarsi a essa!
    - Lavorare in silenzio, nel silenzio.”

    Trovo questa sorta di promemoria sulla strada da seguire, sul metodo per arrivare a “Gli esordi” – come se da qualche parte il libro già esistesse e l’autore dovesse procedere “cancellando” ciò che di superfluo possa distoglierlo dalla meta – in un altro libro di Moresco, intitolato “Lettere a nessuno”. Il mio approccio non sistematico all’opera di questo autore straordinario mi ha abituato ai continui rimandi da un libro all’altro; avendo iniziato da “Canti del caos”, la parte intermedia della sua immensa trilogia, sapevo di dover risalire a “Gli esordi”, in un certo modo anticipati e preparati da “Lettere a nessuno”, così come mi aspetto da “La lucina” l’approccio a quella materia in elaborazione, che saranno “Gli increati”. Il caso ha voluto che la stessa lettura non sistematica e del tutto impreparata, “increata” direbbe il nostro, mi portasse gradualmente, dopo una prima immersione totalmente spiazzante ma anche entusiasmante, alla consapevolezza di trovarmi all’interno di un mondo strutturato, creato, dotato di un proprio ordine, una propria logica, un proprio linguaggio, ubbidiente alle proprie interne necessità. Un mondo epico insomma, o meglio, una nuova epica per un mondo come quello attuale che sembra non avvertirne alcun bisogno e non poterla né supportare né sopportare. Ma il lettore la riconosce, a istinto, come riconosce la fatica, il dolore, il probabile presentarsi e ripresentarsi dello scoraggiamento, delle domande sulla reale necessità di questo lavoro, della pena che una simile impresa deve essere costata e che, probabilmente, sta ancora costando. Perché Moresco scrive controcorrente, contro la moda, contro la convenienza, scrive come se partecipasse ad una battaglia persa in partenza, scrive da sovversivo per quei lettori convinti che la vera letteratura sia sovversiva, perché sovverte l’ordine costituito e ne crea uno tutto suo, a cui resta caparbiamente fedele. A pagina 656 della presente edizione è riportato uno schizzo, disegnato dall’autore, raffigurante la piantina della villa e del parco di Ducale (il luogo in cui sono ambientati alcuni capitoli della prima parte del romanzo) per l’edizione tedesca de “Gli esordi” – il libro ha vinto nel 2006 in Germania il premio Lipsia come migliore opera straniera dell’anno tradotta in lingua tedesca, superando, per inciso, “Mosca sulla vodka” di Erofeev e “Poesie di Ricardo Reis” di Pessoa – come nelle più tradizionali saghe; uno schizzo simile si potrebbe disegnare per ognuno dei luoghi in cui le tre parti del romanzo sono ambientate. Perché Moresco è in grado di creare luoghi letterari. Non è una cosa da poco e, soprattutto, non è cosa che si possa dire di molti altri autori contemporanei, soprattutto italiani. Mi sento in dovere di avvisare il lettore che ancora non si sia addentrato ne “Gli esordi”, che ne uscirà prima di tutto con un immaginario arricchito di luoghi. “Luoghi e strade da disegnare su quella straordinaria carta geografica, su quell’atlante che solo nella letteratura acquista leggibilità”, per riprendere le parole che Ingeborg Bachmann utilizza nella sua quarta lezione di Francoforte, aggiungendo che, alla fine, i luoghi letterari sono gli unici “dove forse siamo stati davvero”, perché a nulla assoggettati o asserviti (non a caso il libro della Bachmann si intitola “Letteratura come utopia”). I luoghi letterari si riconoscono perché permangono nella memoria del lettore, come tutto ciò che, visto per la prima volta, viene riconosciuto come del tutto nuovo e del tutto necessario. I luoghi di Moresco non sono né realistici né fantastici, sono creati e continuamente ricreati dalla sua scrittura. Certo rispecchiano una geografia sicuramente legata alla sua biografia, perché nulla si costruisce sul nulla, ma sarebbe un gioco sterile e sostanzialmente non necessario cercare di risalire al nucleo originario di esperienze che li ha generati. Quello che conta è il lento, certosino lavoro di costruzione che si spalanca e dirama davanti al lettore, pagina dopo pagina. Il tempo è infinitamente necessario per impadronirsi di uno spazio, ma Moresco è un generosissimo creatore che non descrive – almeno non principalmente – i suoi spazi, ma che concede al lettore il tempo, tanto tempo, tante pagine, per percorrerli e conoscerli. Tempo e, ancora più importante, una serie quasi infinita di possibilità di trovare al loro interno riscontri, riconoscimenti, percorsi, di muoversi autonomamente anche, addirittura, in modo indipendente dalla volontà dello stesso autore fra tutto ciò che egli gli fornisce. Questo è ciò che più avvince il lettore, questa possibilità di conoscenza, di una pur piccola e inutile e assolutamente non utilizzabile conoscenza in più. I luoghi di Moresco non si leggono, nei luoghi di Moresco si abita, a lungo, per tutto il tempo che è necessario per abituarsi ad essi, e poi non si dimenticano più. E’ così per il seminario e per la villa di Ducale con il suo parco nella Prima parte, la “Scena del silenzio”, per i paesini di provincia sparsi sulle alture sopra il lago e per il palazzo della sede abbandonata nella Seconda parte, la “Scena della storia”, per la grande città e il mondo dell’editoria nella Terza parte, la “Scena della festa”. In ognuno di questi luoghi il lettore è chiamato ad assistere alla realizzazione di un progetto potentemente visionario, perché sotto i suoi occhi accadono fatti ed avvenimenti, tutti raccontati in prima persona dal protagonista, lo strano, disarmato, commovente e perplesso eroe di questo ciclo epico. “Gli esordi” è un romanzo connotato da una forte valenza narrativa; Moresco racconta, scrive per raccontare, solo che non racconta una trama, racconta la percezione delle cose che ha il protagonista, attraverso la sua voce. E questa percezione è a tal punto fuori dagli schemi, scrupolosa nella sua attenzione, premurosa nello svolgere il suo compito, che è quello di annotare tutto, di tutto rendere conto, perché tutto prende vita attraverso i suoi occhi, una assurda e a volte tenera e a volte crudele vita, che incatena e avvince il lettore ben più dello svolgersi della stessa trama. Che, sia ben chiaro, esiste ed è fondamentalmente la storia di una vocazione personale che va faticosamente precisandosi attraverso tre adesioni a tre diversi mondi (i tre “sì” che concludono ognuna delle tre parti): la vocazione religiosa della “Scena del silenzio”, quella politica della “Scena della storia” e infine quella, diciamo così, letteraria, con la scelta dell’io narrante di dedicarsi alla scrittura (“portare a compimento questo destino che ci è toccato, questo sogno…”) della “Scena della festa”. Una trama che procede attraverso la contrapposizione delle tre parti, senza che sia tra di loro necessario un collegamento esplicitato. Anche in questo Moresco è riconoscibile: non si affanna a rispondere alle legittime domande del lettore, lascia che anche di questo si occupi il tempo, il tempo della lettura che regala inaspettati legami, particolari anche minimi che sono in realtà emissari mandati avanti dalla materia precedente. E anche questo avvince e lega ed entusiasma quell’inesausto cercatore di meraviglie che si nasconde nell’anima di ogni lettore. Moresco è un narratore estremamente prodigo, ma anche estremamente pudico; non esita a regalare a piene mani i suoi tesori se si tratta di creare le sue scene e di popolarle di tipi umani bizzarri e sopra le righe, di dar loro abitudini e stili di vita grotteschi se non apertamente comici, di narrare avvenimenti ordinari, deformati dal suo occhio stralunato, insieme sapiente e innocente, ma evita accuratamente di inoltrarsi nella psicologia dei suoi personaggi, nei loro conflitti e nelle loro emozioni, tanto meno in quelli dell’io narrante, cioè di se stesso. Emozioni e sentimenti esistono ma non vengono detti, non hanno bisogno della parola che li crei. Forse perché sono loro a creare le parole.

    ha scritto il 

  • 2

    Autobiografia a scendere (tre parti)

    - Da bambino parla come circondato da fasce di silenzio...
    - Preterizione (la mia) senza preterito.
    - Noiosa surrealtà in fantasie dis-editoriali.

    ha scritto il 

  • 4

    Morescopossiede la rara capacità di trasformare i sogni e l'immaginazione in parole. Il suo pensiero liquido e sognante diventa materia letteraria, così, quasi naturalmente si viene catturati e ipnoti ...continua

    Morescopossiede la rara capacità di trasformare i sogni e l'immaginazione in parole. Il suo pensiero liquido e sognante diventa materia letteraria, così, quasi naturalmente si viene catturati e ipnotizzati dalla sua prosa magica. Coinvolgente.

    ha scritto il