HHhH

Il cervello di Himmler si chiama Heydrich

Di

Editore: Einaudi (Frontiere)

4.1
(488)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 337 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Olandese , Spagnolo , Catalano , Inglese , Tedesco , Polacco

Isbn-10: 8806207539 | Isbn-13: 9788806207533 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Margherita Botto

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
La storia che viene qui raccontata è una storia nota. Apparentemente nota: l'attentato a Heydrich del 27 maggio 1942.
In realtà, la sensazione è quella di leggerla per la prima volta, in tutta la sua trascinante forza narrativa e nella sua drammatica verità documentaria.
Il primo protagonista della storia è Reynard Heydrich, il braccio destro di Himmler, l'ideatore, nel gennaio del 1942, della Soluzione finale, lo sterminio sistematico degli ebrei. Heydrich è il gerarca più spietato del Terzo Reich, il macellaio di Praga, la bestia bionda. L'uomo dall'infanzia problematica, segnata da due traumi: da una parte la voce stridula e l'aspetto effeminato che gli valsero l'appellativo di capra, e dall'altra il mistero di una presenza ebraica all'interno della propria famiglia. Ben presto il giovane Heydrich comincia a trasformarsi nell'incarnazione dell'uomo ariano, ammirato da Hitler per la ferocia e per l'efficacia delle sue azioni. In una rapida ascesa politica Heydrich arriva al vertice del Protettorato di Boemia e Moravia, dove si dedica allo sterminio degli ebrei e di tutti gli oppositori al regime. Ma da Londra, la città in cui il governo ceco è stato esiliato, parte contro di lui l'offensiva della Resistenza che culminerà nell'Operazione Antropoide, cuore del libro.
I protagonisti indiscussi diventano allora due: i paracadutisti Jozef Gabcìk e Jan Kubis, uno slovacco e l'altro ceco, ai quali viene affidato l'incarico dell'esecuzione.
In un racconto trascinante, di grande forza visiva, si segue la vita dei due uomini dal reclutamento, all'addestramento, al viaggio a bordo di un Halifax, alla meticolosa preparazione dell'agguato di via Holesovice, quando faranno la loro comparsa altri personaggi, di cui uno sarà il traditore.
HHhH riesce nella magica alchimia di mescolare, con sicurezza e coraggio, la suspense e il tormento della scrittura senza mai allontanarsi dalla verità storica e dalla memoria.
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  • 5

    Personalmente non sapevo molto di questo attentato. L'autore ci fa rivivere quel periodo in modo molto originale, spiegandoci anche come ha proceduto per la stesura del libro. È un omaggio a chi si è ...continua

    Personalmente non sapevo molto di questo attentato. L'autore ci fa rivivere quel periodo in modo molto originale, spiegandoci anche come ha proceduto per la stesura del libro. È un omaggio a chi si è sacrificato per una causa sacrosanta, ossia la resistenza alla crudele dittatura nazista.

    ha scritto il 

  • 5

    Dentro la storia, nella storia, dalla parte giusta

    "Nella cripta c’era tutto.
    C’erano le tracce ancora spaventosamente fresche del dramma che si era consumato in quella stanza piú di sessant’anni prima: l’interno della finestrella che avevo scorto da ...continua

    "Nella cripta c’era tutto.
    C’erano le tracce ancora spaventosamente fresche del dramma che si era consumato in quella stanza piú di sessant’anni prima: l’interno della finestrella che avevo scorto da fuori, un cunicolo scavato per qualche metro di lunghezza, scalfitture di proiettili sui muri e sulla volta, due porticine di legno. Ma c’erano anche le facce dei paracadutisti in alcune fotografie, in un testo in ceco e in inglese c’era il nome di un traditore, c’erano un impermeabile vuoto, un tascapane, una bicicletta raffigurati insieme su un manifesto, c’era effettivamente un mitra Sten che s’inceppa proprio nel momento peggiore, c’erano nomi di donne, c’erano accenni a imprudenze commesse, c’era Londra, c’era la Francia, c’erano soldati della Legione straniera, c’era un governo in esilio, c’era un villaggio chiamato Lidice, c’era una giovane vedetta di nome Valčík, c’era un tram che passava, anch’esso, nel momento peggiore, […], c’erano la grandezza e la follia, la debolezza e il tradimento, il coraggio e la paura, la speranza e il dolore, c’erano tutte le passioni umane riunite in pochi metri quadrati, c’era la guerra e c’era la morte, c’erano ebrei deportati, famiglie massacrate, soldati sacrificati, c’erano vendetta e calcolo politico, c’era un uomo che, fra l’altro, suonava il violino e tirava di scherma, c’era un fabbro che non ha mai potuto esercitare il suo mestiere, c’era lo spirito della Resistenza che si è scolpito per sempre su quei muri, c’erano le tracce della lotta tra le forze della vita e quelle della morte, c’erano la Boemia, la Moravia, la Slovacchia, c’era tutta la storia del mondo racchiusa in poche pietre”.

    ha scritto il 

  • 5

    Quando la scelta della forma non è autocelebrazione.

    Trent’anni fa, in una chiesa normanna sui Nebrodi , nella navata sinistra quasi vicino al transetto, in un sarcofago in gotico fiorito era riportato l’epitaffio in latino della Contessa Adelaide regin ...continua

    Trent’anni fa, in una chiesa normanna sui Nebrodi , nella navata sinistra quasi vicino al transetto, in un sarcofago in gotico fiorito era riportato l’epitaffio in latino della Contessa Adelaide regina di Gerusalemme e madre di Ruggero II.
    Mi stupii per quel tanto che passò tra la traduzione e la rincorsa dei miei figli che schiamazzavano tra le colonne bicrome, perturbando il prete che ci sorvegliava dal portale. Dimenticai. L’anno dopo la ritrovai in un libro comprato per caso su una bancarella: divenne la mia ossessione per almeno un decennio. Una Hauteville relegata sui monti del messinese mentre tutti gli altri hanno il loro pantheon tra le cattedrali di Palermo e Cefalù? Ricerche su ricerche. Tutti concordi nello sputtanare la solita donna santificata in extremis per non infangare l’immagine di colui che l’aveva impalmata e soprattutto il celebre figlio. Gratta gratta, però, scopro che la vera colpa di quella piemontesina era stata di agire di testa sua e non soltanto rotolando tra le lenzuola ora di questo ora di quello, come era uso per protesta nei tempi che furono.
    Se a quel tempo avessi letto HHhH avrei avuto almeno la soddisfazione di portare a termine la bozza che volevo riabilitativa: quel “regina di Gerusalemme”, titolo che gli storici le rinfacciavano come colpa di tradimento, era stato il vero passepartout per l’espansione della casata; e il suo servirsi della carta, invenzione araba, superando la pergamena,fu il fondamentale passo verso la multiculturalità di cui gli storici gloriano i figli e i nipoti.

    Ma in quegli anni Laurent Binet era solo un’adolescente e a me non restava che appigliarmi all’allegato della Yourcenar al suo “ Le memorie di Adriano”. Ma potevo creare una verosimiglianza partendo dall’incontestabile fatto che gli atti umani del mangiare, piangere, ridere, amare sono sempre gli stessi? Dopo giorni di scrittura e riscrittura di una fantomatica colazione in uno dei castelli, dove si stabiliva di volta in volta la capitale della contea, abbandonai mandando a monte un progetto che mi era costato anni di lavoro. Che cacchio pensava quella donnina mentre sbocconcellava “passolina’? Era tutto ridicolo.
    Di Heidrycht si sa tutto e anche del suo attentato ma di Jan Kubiš e Jozef Gabčík io non sapevo nulla nonostante la soneria del mio cellulare sia “Bella ciao”. Lui, con le sue ricerche, sapeva tutto dei due ragazzi ma, nonostante fosse convinto che “Affinché qualcosa, qualsiasi cosa, resti nella memoria, bisogna anzitutto trasformarla in letteratura. E’ brutto ma è così.”, non se la sente di immedesimarsi nei pensieri dei due (e dello stesso animale feroce che era Heidrycht) e farne proprie le parole.
    A volte ci casca, chiede scusa. I dialoghi che imbastisce gli sembrano ridicoli anche se a volte dice che non avrebbero potuto essere diversi nella realtà. Sembra di stare nella sua testa di storico affascinato da quell’episodio della resistenza cecoslovacca. Vuole entrarci dentro senza però caricare di surfactazioni gli elementi in suo possesso fino a non vederli più.
    L’attentato al macellaio di Praga, come romanzo d’azione e di successo ha tutto: “un cattivo da paura, un manipolo di eroi, un infido traditore, passione, guerra, morte”. Laurent Binet non lo traduce però in un meta romanzo postmoderno. Vuole attenersi alla “cronaca” utilizzando empaticamente solo i documenti che ha in mano. Niente licenze poetiche. Questo procedimento ottiene il risultato di far ritornare a vivere quei fantasmi burocratici. Proprio come nei romanzi. Per far questo va e viene da Praga per respirarne l’aria e per guardare i luoghi del dramma come “loro”, i morti, li avevano guardati. Sente che scrivere quella storia è per lui un dovere morale: lo dice e lo fa.
    P.S. Oggi ho comprato per la modicissima cifra di euro 1,45 “Salammbò”, romanzo storico di Flaubert, senza il quale Laurent Binet non avrebbe continuato a scrivere di Jan Kubiš e Jozef Gabčík.

    ha scritto il 

  • 4

    Eccezionale

    Uno dei libri storici più interessanti degli ultimi anni. Il metodo narrativo è assolutamente originale e crea tensione ed emozione. La storia in se' è un episodio minore e poco conosciuto ma l'autore ...continua

    Uno dei libri storici più interessanti degli ultimi anni. Il metodo narrativo è assolutamente originale e crea tensione ed emozione. La storia in se' è un episodio minore e poco conosciuto ma l'autore è riuscito a renderlo epico.

    ha scritto il 

  • 0

    La Storia, quella delle cronache, dei libri, delle Annales, dei cinegiornali, dei documentari televisivi, dei canali tematici è un alveare di storie nel quale appunto brulicano ronzando infinite conca ...continua

    La Storia, quella delle cronache, dei libri, delle Annales, dei cinegiornali, dei documentari televisivi, dei canali tematici è un alveare di storie nel quale appunto brulicano ronzando infinite concatenazioni di fatti, ognuna minutamente agita da innumeri personaggi e caratteri.

    Di tutto questo universo abbiamo una visione la quale altro non può essere che parziale, ciò indipendentemente dalla distanza temporale dai fatti accaduti. Avviene che, banalmente, anche gli eventi più vicini a noi non possono essere catturati nella loro totalità.
    È probabilmente per questo, per questa sorta di porosità, che nella trattazione storica, anche la più strettamente scientifica, risuoni sempre, ora più forte ora più attutita, un eco di narrazione; anzi no, di racconto.

    La declinazione di racconto già da tempo può essere data pressoché in ogni maniera. Inutile star qui a farla troppo lunga circa le forme che può assumere un romanzo oppure anche una storia breve. Le contaminazioni, le ibridazioni, l'aggregarsi di materiali eterogenei, di generi diversi, le ucronie.

    Poiché è questo che interessa qui, la permeabilità della Storia, la storia dei fatti, delle relazioni “vere”, alla penetrazione non della storia scritta con la minuscola, ovvero la roba del cosiddetto romanzo storico, che appunto “non” interessa qui, quanto al farsi della scrittura, della suddetta ibridazione di materiali; quindi e infine della letteratura.

    Mi son trovato qui per le mani questa parola “permeabilità”. Pensandoci nemmeno troppo attentamente mi rendo conto che rimanda a un concetto che vien buono a spiegare la materia, anzi la struttura di codesto libro di Laurent Binet.
    Poiché la Storia [raccontata, anche scientificamente eccetera eccetera] è carta sugante la narrazione e quindi addirittura[!] la letteratura. Mentre invece la letteratura da parte sua... be' la letteratura ormai da tempo pompa dentro ogni informazione. Mastica, metabolizza, produce bolo o deiezione di qualsiasi forma, dato, manifestazione delle cose.

    Detto questo, HHhH è un oggetto storico-narrativo-autobiografico costruito intorno a un fatto molto conosciuto della storia recente, ovvero l'attentato, a Praga, nel giugno del 1942, nel quale trovò la morte Reynhard Heydrich, all'epoca governatore del Protettorato di Boemia e Moravia.
    La vicenda credo la conoscano tutti: un commando costituito da tre partigiani [due operativi e un altro a fare il palo] cecoslovacchi, appartenenti, adesso non ricordo bene, non ho il libro sottomano, tipo a un esercito facente capo al governo cecoslovacco in esilio a Londra – un commando di tre partigiani che s'erano paracadutati settimane prima in territorio boemo, un mattina, in una strada di Praga, attenta alla vita del gerarca nazista.

    La domanda è: chi erano questi due coraggiosi, ancorché maldestri [l'attentato fu un incredibile concentrazione di fesserie e casi fortuiti che se la realtà non fosse l'inferno che è, quel giorno in Praga sarebbe stata una comica slapstick] giovani?
    Capita tante volte, no? Di chiedersi, cosa c'è dietro? Cosa aveva fatto o pensato prima quel tale personaggio? Qual è la sua storia personale? Come cavarla col succhiello dalle molli pieghe della storia?

    Per cui Binet gira attorno a questa cosa qui. Di Heydrich, certo, del quale sappiamo molto, ma soprattutto dei due attentatori, Jozef Gabčík e Jan Kubiš.
    Con un certo effetto di corrente che corre verso il suo sbocco [di cui conosciamo praticamente ogni dettaglio], in tanti capitoletti di varia lunghezza, l'autore va componendo il mosaico di questa vicenda, appunto già abbastanza romanzesca di suo.

    Cosa rimane da dire... si parlava prima di permeabilità. Ebbene, dentro a questa costruzione a tessere finisce anche dell'altra roba, ovvero la figura dell'autore, il quale in rapporto alla storia e di H. e dei due paracadutisti cecoslovacchi si racconta, o si mette in mezzo, ognuno la veda come vuole, sostanzialmente in due modi.

    In primo luogo come colui che fa, che sta scrivendo il testo in oggetto. Quindi le questioni tecniche, gli occasionali successi o vicoli ciechi, le ossessioni per la documentazione e altro, il fatto che parallelamente alla stesura di HhhH uscissero altri libri [segnatamente le Benevole di Littell], di successo, che potevano depotenziarne l'impatto una volta che fosse stato pubblicato.
    In secondo luogo come colui che è, cioè la sua storia personale, i suoi amori [sia per alcune fidanzate, sia, soprattutto, per la città di Praga], i ricordi personali/familiari.

    Questa alternanza di piani che innerva tutto il libro sarebbe di per sé godibile, se non rimanesse come un retrogusto di artificioso. La mia, strana, sensazione è come se qui una forma in qualche maniera “nuova”, regesto tra i tanti di una deriva… postmoderna, chiamiamola così, della letteratura, fosse già “vecchia”. Già sentita, già manducata da queste vecchie fauci.
    Come se, infine, lo sfondamento di realtà/storia/letteratura/autobiografia, fosse già stato obliterato in prodotto medio. Magari è una cosa dovuta solo alla non eccelsa qualità di questo testo. Sarebbe meglio se fosse così, in effetti.

    ha scritto il 

  • 4

    Davvero interessante!!!

    Un saggio scritto a tratti come se fosse un romanzo, con la linearità della storia interrotta dalle intromissioni metatestuali dell'autore (la cosa che alla fine mi convince di meno....)

    Si tratta di ...continua

    Un saggio scritto a tratti come se fosse un romanzo, con la linearità della storia interrotta dalle intromissioni metatestuali dell'autore (la cosa che alla fine mi convince di meno....)

    Si tratta di un opera che spiega in maniera semplice ed appassionante tutto ciò che sta dietro all'attentato ad Heydreich...la scrittura è scorrevole, lo stile, fatte salve le intrusioni dell'autore nella narrazione, sempre scorrevole.

    Avrei gradito qualche particolare in più sul peggioramento improvviso nelle condizioni di salute della "bestia bionda".
    Per il resto si tratta di un opera che fa luce su fatti veramente poco noti e studiati.

    Lo consiglio, soprattutto a chi non è morbosamente attaccato al saggio storico inteso come tale, cosa che quest'opera, a rigor di logica, non è.

    ha scritto il 

  • 5

    “Chi è morto è morto, e non gl’importa nulla che gli si renda omaggio. Ma è per noi, per i vivi, che significa qualcosa. La memoria non è di alcuna utilità a chi viene onorato, ma serve a chi se ne se ...continua

    “Chi è morto è morto, e non gl’importa nulla che gli si renda omaggio. Ma è per noi, per i vivi, che significa qualcosa. La memoria non è di alcuna utilità a chi viene onorato, ma serve a chi se ne serve. Grazie a lei mi costruisco, e grazie a lei mi consolo.”

    ha scritto il 

  • 2

    Di questo libro mi attirava la pubblicizzata ambiguità della sua struttura: non interamente saggio storico, ma men che mai romanzo; un tentativo di raccontare la storia diversamente e al tempo stesso ...continua

    Di questo libro mi attirava la pubblicizzata ambiguità della sua struttura: non interamente saggio storico, ma men che mai romanzo; un tentativo di raccontare la storia diversamente e al tempo stesso il più fedelmente possibile, mescolando il resoconto rigoroso dei fatti con le esperienze e i pensieri dell’autore. Ma l’esperimento non mi sembra funzionare, anzi risulta alla fine piuttosto irritante.

    Laurent Binet racconta l’organizzazione e l’esecuzione dell’attentato a Reynard Heydrich, alto ufficiale nazista e governatore della Boemia occupata dai tedeschi, nel 1942. L’autore dice di essere stato da sempre ossessionato da questa azione, chiamata in codice Operazione Antropoide, forse non diversa da tanti altri attentati più o meno riusciti con tragico corollario di orrende sproporzionate rappresaglie. Descrive minuziosamente il contesto storico e soprattutto la figura e la carriera di Heydrich, gerarca nazista tra i più potenti e vicini ad Hitler, capo dei servizi segreti e principale ideatore della “soluzione finale”. Ci si scorda ad un certo punto della famosa Operazione Antropoide, mille volte anticipata, ma che trova spazio solo verso la fine, ma non è questo il punto, non è che uno si aspetti di leggere un thriller quando apre HHhH. Data l’ambiguità di cui sopra, uno non sa bene cosa si aspetta, ma presto lo scopre.

    Il libro infatti è senz’altro istruttivo, a suo modo, non solo per i fatti che racconta, ma perché per quanto uno possa leggere nella vita, non può mai misurare fino a che punto possa arrivare la vanità di certi scrittori: HHhH è la storia di un’ossessione e dimostra che per guarire da un’ossessione scrivere un libro è ancora considerata da molti un’eccellente cura dell’ossessione e un indubbio beneficio per innocenti lettori.

    Binet fa continuamente capolino tra le pagine manifestandoci in ogni modo la sua spasmodica esigenza di raccontare la Storia in modo fedele, in un modo che evidentemente nessun altro è interessato a raggiungere. Odia i romanzi storici e non perde occasione di sminuirli, non fanno altro che drammatizzare e riempire i vuoti con scene fittizie, per non parlare dei dialoghi, come si può osare di mettere in bocca delle parole inventate a delle persone realmente esistite? Ma non gli va bene neanche attenersi ai fatti e alle verità documentarie, già lo hanno fatto in tanti, troppo banale. No, lui deve continuamente informarci su cosa significhi per lui questa storia, deve riferirci i più minuti aneddoti relativi alla sua costruzione, come gli ha condizionato la vita e come si sente inadeguato a raccontarla, nonostante abbia raccolto materiale per anni e abbia perfino vissuto in Cecoslovacchia. Insomma parla più che altro di se stesso, e almeno sapesse farlo in maniera stimolante: ci sono narratori appassionanti, che parlando di sé evocano un mondo; e narratori petulanti che evocano solo le loro personali idiosincrasie. Superfluo specificare a quale categoria appartenga lui.

    P.S. Avvertimento fondamentale: chi, appassionato di romanzi storici, ucronie e simili volesse leggere Fatherland di Robert Harris, NON legga questo libro. Dico solo che l’autore, col pretesto di introdurre un breve paragrafo sul ruolo di Heydrich nella definizione della “soluzione finale” racconta TUTTO Fatherland, spoiler compresi. Non riesco ad immaginare una perfidia peggiore nei confronti dei lettori e di un altro scrittore, migliore di lui sotto tutti gli aspetti.

    ha scritto il 

  • 4

    "Che brulichio in questo mondo, un'ora prima della sua fine!"
    J. Roth

    Un libro sull'attentato che, nel 1942, causò la morte di Heydrich, la bestia di Praga.
    Un po' stucchevole la pretesa di voler far ...continua

    "Che brulichio in questo mondo, un'ora prima della sua fine!"
    J. Roth

    Un libro sull'attentato che, nel 1942, causò la morte di Heydrich, la bestia di Praga.
    Un po' stucchevole la pretesa di voler fare della metanarrazione a tutti i costi. Tuttavia ricco di interessanti informazioni e spunti di riflessione.

    ha scritto il 

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