Henderson król deszczu

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3.6
(650)

Language: Polski | Number of Pages: | Format: Others | In other languages: (other languages) English , Chi traditional , French , Italian , German , Spanish

Isbn-10: 8370740022 | Isbn-13: 9788370740023 | Publish date: 

Category: Art, Architecture & Photography , Fiction & Literature , Travel

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Book Description
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  • 3

    lettura singhiozzante ma ne vale la pena

    Devo dire che più volte nel corso della lettura ho pensato di abbandonarla. In alcuni punti l'ho trovata incomprensibile, come se l'autore avesse voluto tirarla troppo per le lunghe. Alla fine però m ...continue

    Devo dire che più volte nel corso della lettura ho pensato di abbandonarla. In alcuni punti l'ho trovata incomprensibile, come se l'autore avesse voluto tirarla troppo per le lunghe. Alla fine però mi sono ricreduta. La sensazione che ho provato è stata quella di aver accompagnato Henderson per tutta la durata del suo viaggio, dall'inizio alla fine. Ed è strano da far comprendere, ma credo che nonostante l'approccio critico, questo libro qualcosa dentro mi ha lasciato. Provare per credere.

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  • 4

    “Il mio romanzo è stato capito da pochi nella sua essenza, che è comica” scrive Saul Bellow

    Premio Nobel per la letteratura nel 1976, Saul Bellow ne Il re della pioggia racconta la storia del miliardario americano Eugene Henderson. Un omone enorme, è rude, passionale, impulsivo, pieno di vi ...continue

    Premio Nobel per la letteratura nel 1976, Saul Bellow ne Il re della pioggia racconta la storia del miliardario americano Eugene Henderson. Un omone enorme, è rude, passionale, impulsivo, pieno di vita, insopportabile. Henderson possiede tutto ciò che gli esseri umani vogliono: ha avuto due mogli, ha diversi figli, è ricco, ha una posizione sociale invidiabile. Si è dilettato a studiare, ha lavorato, ha viaggiato, ha fondato un’azienda. Nonostante una vita ricca – da tutti i punti di vista – Henderson si sente inappagato, insoddisfatto, incapace di godersi quanto ottenuto.

    “Il mio romanzo è stato capito da pochi nella sua essenza, che è comica” scrive Saul Bellow.Henderson avverte una continua presenza di una voce dentro di sé che reclama “voglio, voglio, voglio!” che lo porta a viaggiare, sposarsi, fondare imprese. Una voragine di desiderio che scema appena raggiunto l’obiettivo del suo desiderio. Giunto a cinquantacinque anni pieno di donne, di figli e di denaro, fugge nel cuore dell’Africa alla ricerca di verità elementari sul mondo e su stesso: ne emerge un ritratto fortemente comico, ma insieme inedito e corrosivo, del tradizionale “innocente” americano, a formare un classico della letteratura di tutti i tempi.
    Henderson , anziano, rude, passionale, impulsivo, pieno di vita, insopportabile è un personaggio che ho adorato. In questo libro combatte, suda, si strappa i capelli, ride e si dispera per imparare ad amare se stesso. Camaleontico e trasformista, caparbio e comico, ribalta tutta la sua vita per inseguire la voce che gli grida dentro “voglio, voglio, voglio”. Queste sono tre frasi che mi sono piaciute di questo libro:
    Henderson lettore. “Io sono lettore nervoso ed emotivo. Mi avvicino un libro agli occhi e basta una frase buona per trasformarmi il cervello in un vulcano; comincio a pensare a tutte le cose insieme e una vera e propria lava di pensieri mi fluisce giù per i fianchi.”
    Henderson filosofo.“Tutto sta nell’avere un buon modello nella corteccia (n.d.r.: corpo). Infatti un nobile concetto di sé è tutto. Quale il concetto, tale l’uomo. In altre parole, tu sei nella carne quel che è la tua anima. E, al modo che si è detto, un uomo è davvero l’artista di sé medesimo. Corpo e faccia sono dipinti, in segreto, dallo spirito dell’uomo, che opera attraverso la corteccia e i ventricoli cerebrali tre e quattro, i quali dirigono il flusso dell’energia vitale, in ogni parte”.
    Henderson e la felicità. Non c’è tempo nella felicità. In cielo hanno buttato via tutti gli orologi.
    Un libro difficile? Non tutti ritengono che Il re della pioggia sia un bel libro. Alcuni trovano la lettura lenta o ostica, altri e credo che questi abbiano ragione, osservano che la scrittura minuziosa, ora scrittura minuziosa, ossessiva nei confronti dei particolari, diventa quasi prolissa persino in certi tratti. Beh, è vero. Alcuni non amano le riflessioni esistenziali, elementi che si scontrano e accordano con la visione netta dell’ateo Io trovo che queste siano la parte più bella. Infatti l’Africa in questo romanzo non è da intendersi come un’Africa geografica, reale, è più un luogo incontaminato, reso accessibile dall’urgenza di un ritorno alla percezione primitiva dell’uomo, al suo essere una cosa sola con gli animali, con la natura. E la pioggia non è altro che il simbolo della liberazione dalla schiavitù delle proprie paure, dalle censure dei sentimenti, e di tutto ciò Eugenie è ormai il re. “Ci vorrà ancora tempo” scrisse E.L. Doctorow “per valutare la profonda influenza che Bellow ha esercitato sugli scrittori della mia generazione. Io credo che sia stato l’anello che ha collegato la letteratura della generazione di Faulkner, Hemingway e Fitzgerald con gli scrittori che si sono affermati dopo la seconda guerra mondiale”.

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  • 5

    In questo libro c'è un pò tutto: il viaggio, l'inquietudune, l'amore, la morte, l'avventura etc etc. Stile secco, veloce e gagliardo. Mi è piaciuto tanto, voglio leggerne altri di questo autore. ...continue

    In questo libro c'è un pò tutto: il viaggio, l'inquietudune, l'amore, la morte, l'avventura etc etc. Stile secco, veloce e gagliardo. Mi è piaciuto tanto, voglio leggerne altri di questo autore.

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  • 1

    Buone letture (o quasi) - 10 mag 15

    Gli avrei dato un solo libricino di gradimento, ma il Nobel del ’76 comunque sa scrivere, anche se questo libro non mi è piaciuto, ed allora mettiamoci anche quel mezzo punto in più. Tuttavia, dico e ...continue

    Gli avrei dato un solo libricino di gradimento, ma il Nobel del ’76 comunque sa scrivere, anche se questo libro non mi è piaciuto, ed allora mettiamoci anche quel mezzo punto in più. Tuttavia, dico e ribadisco che l’ho trovato un libro veramente dannoso. Dopo averlo (faticosamente) letto ho cercato in giro, tra scritti e rete, di capirne di più, di tirarne fuori lati positivi immaginari. Si dice sia una critica dell’uomo americano, del suo ottimismo, del suo credersi centro del mondo. Ora, può anche essere vero, e sicuramente se guardiamo il libro in prospettiva storica della data di scrittura, c’è sicuramente più di una punta di verità. Ma, e questo l’ho sempre detto e ribadito, un libro che è bello e ben scritto resiste, sempre e comunque, al passar del tempo. Se per esempio un oscuro libro di Winnifred Winston degli anni Trenta è ancora godibile oggi, vuol dire che affronta temi sempre attuali, e li affronta in modo da non essere intaccato dal tempo. Bellow, no. Lui è immerso nella fine degli anni Cinquanta, è immerso nelle paure e nelle fobie americane di quegli anni. E non ne esce. E non penso mi debba piacere solo perché, in ogni caso, una penna in mano la sa ben tenere. A parte il vezzo tutto italiano di mozzare i titoli, per cui sparisce il nome Henderson, e rimane il re della pioggia. Che se tu leggi un bel cognome anglo-sassone davanti ad un titolo così, o ti viene in mente l’autistico Dustin Hoffman oppure pensi che ci sia dell’intrigo lì sotto. Infatti di intrigo si tratta. Il nostro esimio scrittore prende un bell’esempio di maschio americano inutile e gli fa percorrere le oltre trecento pagine senza che un solo avvenimento di quelli che gli capitano scalfisca il muro di inutilità del suo essere, appunto, americano puro e duro. Ma mentre nelle parti in flashback, qualcosa si salva, qualcosa che ci illumina sulla sua storia (e poi ci si ritorna), quando poi si trasferisce in Africa e da inizio alle sue avventure con i selvaggi, beh lì veramente ci si perde e ci si addormenta. Passiamo quindi subito a questa parte, dove, per insipienza, ignoranza o altro, il nostro Eugene Henderson si inoltra nel cuore africano (quasi fosse un novello Livingstone), ed incontra due tribù con le quali fa scontrare il suo essere occidentale. La prima è pacifica, quasi in stato di inedia, che non piove e non c’è acqua. Henderson, facilone occidentale, pensa di liberarli da questa schiavitù, con il risultato che fa saltare in aria l’unica cisterna di acqua disponibile, per cui gli africani non potranno che continuare a morire. La seconda è invece bellicosa, ma descritta con gli occhi di un occidentale che non ha mai visto una tribù africana. Dedita al sesso ed alla morte, a giochi pericolosi ed a reincarnazioni fasulle. Intrisa di giochi di potere che fanno impallidire Amleto ed i suoi sodali. Direi che sembra tutto talmente falso che non si capisce se Bellow ci creda o sia ironico. Fatto sta il nostro Gene viene coinvolto in questa sarabanda, ha lunghi colloqui con l’unica persona che sa d’inglese (il re). Ma questi viene travolto dai giochi di cui sopra (e che tralascio per la loro inutile lungaggine). Il nostro americano “idiota” (nel senso dostoevskiano) dovrà decidere se lasciarsene anche lui coinvolgere, oppure (ma avrebbe dovuto farlo centinaia di pagine prima), tornare alla sua inutile civiltà ed inutile famiglia. Un’inutile storia che è invece quella a ritroso che più apprezziamo. Che Bellow ambienta nei posti a lui noti di città e province americane. Con gli Henderson che sono una stirpe di americani arricchiti, e dove lui, Gene, è l’ultimo rampollo di quella stirpe. Non ha bisogno di lavorare, che vive di rendita. Ma fa di tutto per rappresentare il peggio dell’americanismo. Si sposa senza amore, tradisce (sempre e comunque) le sue donne. Con la prima moglie fa tre (o forse quattro) figli, che non riesce ad allevare (e si meraviglia che uno dei suoi figli si voglia sposare con una immigrata, tanto è razzista dentro). Ha fatto la guerra in Italia, ma non ne ha capito né il senso né le conseguenze. Ha un lungo e tormentato rapporto (lungo per lui, tormentato per lei) con una donna che diventerà la sua seconda moglie. Decide di vivere nella sua casa di campagna allevando maiali. Decide di imparare a suonare il violino come faceva il padre. Si immerge in pensieri che ritiene alti mentre va dal dentista in metropolitana. Si infatua dei dottori missionari in Africa, per cui, quando ne ha la possibilità, molla tutto e attraversa l’Oceano. Per poi avere tutte le storie di cui sopra. Che si leggono come una rottura di cabasisi colossale, senza che ci sia di ritorno un briciolo di piacere, neanche intellettuale. Insomma, ho sempre supposto che i grandi scrittori americani, dopo un po’, mi avrebbero rotto. Ed è così, con Bellow, con Roth, e molti altri. Un caso? Un mio essere legato all’Europa e non capire l’America? Ai postumi (di una sbronza) l’ardua sentenza. Per ora continuerò a leggerne, ed a dire, con forza, che Saul Bellow non mi pace.
    “Succede sempre così … combino sempre qualcosa che non va, rovino tutto.” (107)
    “Tu non conosci il significato del vero amore, se credi che lo si possa scegliere deliberatamente. Si ama e basta.” (249)

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  • 3

    non lo so.
    forse averci messo troppo tempo nel leggerlo mi ha fatto perdere qualcosa.
    forse ci vuole una rilettura.
    o forse sono io che non sono riuscito ad entrare in feeling con il protagonista e la ...continue

    non lo so.
    forse averci messo troppo tempo nel leggerlo mi ha fatto perdere qualcosa.
    forse ci vuole una rilettura.
    o forse sono io che non sono riuscito ad entrare in feeling con il protagonista e la sua vicenda, nonostante possa capire benissimo quell'insoddisfazione che brucia nella sua anima.

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  • 4

    Le mie aspettative, su questo libro di Bellow anche in virtù dell'intrigante trama, erano molto alte. Leggendolo ne sono rimasto in parte deluso, ammetto che mi aspettavo qualcosa di più.

    Mi è comunqu ...continue

    Le mie aspettative, su questo libro di Bellow anche in virtù dell'intrigante trama, erano molto alte. Leggendolo ne sono rimasto in parte deluso, ammetto che mi aspettavo qualcosa di più.

    Mi è comunque piaciuto il percorso intrapreso dal protagonista: dalla sua apparente felicità, ad una ricerca di se stesso più profonda e meno superficiale.
    Tutto ciò che Henderson possedeva è ciò che comunemente viene invidiato dagli esseri umani, eppure lui si sentiva poco appagato, incapace di accontentarsi e godersi quanto ottenuto, avvertendo dentro di se la continua presenza di una voce che esclamando: "voglio, voglio, voglio" lo spingeva ad assimilare sempre più facilmente quanto raggiungeva, per provare subito dopo insoddisfazione per quanto ancora gli mancava, in un vortice senza conclusione, ricordando un paradosso sulla relazione tra felicità ed economia elaborato da Easterlin.

    Il viaggio alla riscoperta di se stesso mi ha convinto più all'inizio che alla fine della sua avventura africana, che ritengo potesse esser descritta in modo più significativo ed anche coinvolgente per il lettore.

    Voto: 7+/10

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