Horcynus Orca

Di

Editore: Rizzoli

4.5
(191)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 1095 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: 8817872288 | Isbn-13: 9788817872287 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Altri

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Viaggi

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Descrizione del libro
"'Horcynus Orca' è un mitico e epico poema della metamorfosi. La concezione del mondo come metamorfosi affonda le sue radici nella religiosità mediterranea... Per questo D'Arrigo ha potuto creare un epos moderno, riprendendo, come Joyce nell'Ulisse, un tema mitico: perché in un'età in cui il mito dominante è quello di dissolvere i miti arcaici, solo la tragedia incommensurabile della loro perdita può essere il tema della tragedia." (Giuseppe Pontiggia)
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  • 3

    Il capolavoro mancato di un logorroico

    Questo libro è fatto della sua lingua radiosa e possente, lingua che da sola costruisce un mondo e che quel mondo delinea e scontorna in margini sfrangiati e bellissimi. Però è un'opera completamente ...continua

    Questo libro è fatto della sua lingua radiosa e possente, lingua che da sola costruisce un mondo e che quel mondo delinea e scontorna in margini sfrangiati e bellissimi. Però è un'opera completamente autoreferenziale, è una masturbazione ossessiva dell'autore che sembra fare a gara con se stesso nel creare un gorgo di sadismo narrativo estremamente fastidioso.
    Ritengo una leggerezza (e un'ovvietà) tirare in ballo i grandi autori che hanno messo l'Uomo al centro della loro opera (Melville, Joyce, Omero, per citare alcuni nomi che molti accostano erroneamente a D'Arrigo), di fronte a uno scrittore che, non distanziandosi ma ben rimanendo nella maggioranza del 99,99% dei suoi colleghi, mette invece al centro della sua opera il suo Ombelico.

    Sia chiaro, Horcynus Orca è un libro molto bello, ma sarebbe potuto essere davvero un capolavoro se l'impostazione fosse stata meno smaccatamente virtuosistica e più "umana". Alla fine, dopo mesi e mesi di lettura, rimango con un grande amaro in bocca nel vedere sprecata un'occasione così. Peccato.

    Adesso il mio piccolo diario di lettura.
    Mi sono trascinato la prima metà del libro per almeno sei mesi, rubando al sonno minuti preziosi e avanzando con estrema fatica. Ora mi accorgo che non si può leggere questo romanzo la sera, prima di andare a letto, dopo una giornata di lavoro: bisogna leggerlo in ferie, o in un periodo di mente più sgombra e cervello più libero. Infatti, dopo una lunga pausa riempita di cose più "normali", in circa un mese sono riuscito a leggerne la seconda metà. Insomma, se non avete a disposizione un paio di mesi (anche non continuati) di tempo da consacrargli con concentrazione e pazienza, non affrontate questo libro. Vi snervate e basta.

    1-200
    Le prime duecento pagine sono molto faticose per la lingua che è complessa e ricca e affonda in un vocabolario che si padroneggerà bene solo dopo altre quattrocento pagine; però è una lingua bellissima che ti affascina e ti tiene incollato alla pagina. Capisci poco, ma intuisci molto. Pensi anche che se tutto il libro è così, sarà molto dura.

    200-400
    Infatti non tutto il libro è così: dopo le prime duecento pagine la lingua diviene più accessibile (o forse ci si è entrati dentro), però non vedi l'ora che il protagonista 'Ndrja Cambrìa attraversi finalmente quel cazzo di stretto di Messina. Qui il libro è lentissimo e non passa mai.

    400-600
    'Ndrja Cambrìa arriva a casa, stravolto di stanchezza (e noi pure): suo padre (come D'Arrigo) se ne frega e si mette a raccontare "due parolette" al figlio stramazzato a letto. Tali "due parolette" corrispondono ancora a pagine e pagine di storielle e quadri che sono sì interessanti e vivi, ma rallentano di nuovo il ritmo del libro che fino a adesso è fatto di analessi, andate e ritorni continui, parentesi, divagazioni etc: una cosa davvero, ma davvero sfiancante. A questo punto hai voglia di un libro normale: qui infatti mi sono fermato per molti mesi.

    600-800
    Ho ripreso il libro più o meno quando compare finalmente l'Orca: seguono duecento pagine finalmente fantastiche, ritmo e scrittura altissimi, hai l'impressione che qualcuno abbia sgorgato i tubi e adesso l'acqua scorre rapida e vai avanti come un treno. Ti dici che se tutto il libro fosse stato così, allora sarebbe stato davvero un grande capolavoro.

    800-1000
    Ma no, aspetta a esultare: forse D'Arrigo, durante i lunghissimi anni di revisione, si rende conto che qui il libro sta marciando un filino troppo spedito, e quindi pensa bene di intorbidare il tutto inserendo le duecento logorroiche pagine del cosiddetto monologo sullo sperone (che poi monologo non è), un vero e proprio delirio che sarebbe stato geniale se il libro fosse cominciato a pagina 600. Messo lì, invece, rappresenta sadismo allo stato puro: soprattutto le ultime 50 pagine non passano proprio mai. Talvolta ti viene il dubbio di aver preso LSD a tua insaputa.

    1000-1080
    Dopo il delirio di cui sopra, il libro riprende il bel ritmo di prima e va a terminare velocissimo, tanto veloce che a quel punto, già che c'era, D'Arrigo avrebbe potuto consacrare un altro po' di pagine per una bella chiusa. Invece niente. Maledetto.

    Se proprio volete leggere questo romanzo, vi consiglio di usare l'ottima guida di lettura di Marco Trainito, disponibile gratuitamente in rete.

    ha scritto il 

  • 5

    Talassocrazia Cetacea, ovvero della miseria e del mare come elemento di riscatto.

    Leggi questo libro, mi hanno detto, è roba per quelli come te.
    Due mesi più tardi non so se ringraziare la persona che me lo ha consigliato o troncare ogni rapporto con lei.

    Horcynus Orca è il libro p ...continua

    Leggi questo libro, mi hanno detto, è roba per quelli come te.
    Due mesi più tardi non so se ringraziare la persona che me lo ha consigliato o troncare ogni rapporto con lei.

    Horcynus Orca è il libro più difficile che abbia letto finora.
    Mastodontico e pesante, in termini fisici oltre che letterari, è un oggetto compatto ma estremamente denso, difficile da maneggiare e da trasportare, con una struttura interna che è quasi priva di interruzioni, quasi flusso di coscienza, e spesso, proprio per via della sua difficoltà di trasporto e di lettura, finisce che non lo porti con te quando esci di casa e hai mezz'ora di mezzi pubblici perché non riusciresti a concludere un capitolo, un paragrafo, un aneddoto e saresti condannato a portarti appresso un mattone tutta la serata, al ristorante, al pub, passeggiando per la città.
    Non è scritto in italiano, ovvero è scritto in una variante regionale siciliana di italiano con una vocazione per la prosopopea e la teatralità. Dove eventi e tempistiche sono già ostacolo alla lineare comprensione della narrazione, la lingua interviene come ulteriore agente straniante per metterti in una posizione di esterna di onniscienza negativa, una posizione in cui tutto si esperisce e tutto si osserva ma veramente poco è possibile infilare al posto giusto. Eppure, per qualche strano gioco di eco e di ritorni, la lingua straniera diventa puntualmente familiare dopo le prime dieci pagine di ogni sessione di lettura e ci si ritrova catapultati in questo eterno gioco linguistico di parole abbozzate e mai spiegate che magari, gentilmente, l'autore ti aiuta a comprendere cinquecento pagine dopo averle lette la prima volta.

    È la storia di un soldato, uno sbandato dell'otto settembre che torna a casa, da Napoli fino in Sicilia e che incontriamo sulla punta della Calabria. La storia dura tre giorni, tre giorni durano oltre mille pagine, mille pagine di incontri e di scontri, di memorie e di congetture che hanno come filo conduttore la miseria naturale del genere umano, specie della miseria di quel genere umano che esce distrutto da una guerra, da una occupazione straniera.

    Quello che non capisco è perché questo libro non sia schifosamente famoso, com'è che non se ne legga né se ne senta parlare mai. Dentro c'è tutto quello che oggi chiamiamo letteratura postmoderna e in più aggiunge uno strettissimo legame con la nostra tradizione letteraria tardo-ottocentesca (perché tutti parlano di Ulisse e di Odissea e di Moby Dick, di Joyce e Omero e Melville, e hanno ragione ma il mio primo pensiero, letta ogni pagina, assaporata ogni parola, è la fiumana del progresso, l'ideale dell'ostrica, il Verismo di Verga senza il vincolo della verità) che lo rende un mattone (sic!) fondamentale nel percorso evolutivo della letteratura italiana.

    Forse il grande scoglio è stato proprio linguistico, forse adesso che la sicilianità in letteratura è stata sdoganata potrà prendersi il suo posto nell'olimpo della nostra produzione narrativa. Lo spero, me lo auguro.

    ha scritto il 

  • 5

    “Allo scuro si sentiva lo scivolio rabbioso della barca e il singultare degli sbarbatelli come l’eco di un rimbombo tenero e profondo, caldo e spezzato, dentro i petti. La lancia saliva verso lo scill ...continua

    “Allo scuro si sentiva lo scivolio rabbioso della barca e il singultare degli sbarbatelli come l’eco di un rimbombo tenero e profondo, caldo e spezzato, dentro i petti. La lancia saliva verso lo scill’e cariddi, fra i sospiri rotti e il dolidoli degli sbarbatelli, come in un mare di lagrime fatto e disfatto a ogni colpo di remo, dentro, più dentro dove il mare è mare”.

    Così si conclude, nel mare, dove il mare è mare, con due periodi che guidano il respiro sull’onda di un movimento regolare, ritmato sul dolore e sulla profondità, su qualcosa di antico ed eterno, che tocca e rende grati di essere giunti fino a qui, così si conclude questo mirabile romanzo che possiede l’impeto e il carisma della grande letteratura, della grande letteratura italiana. Più dentro dove il mare è mare e che questo mare sia nostro, profondamente, per nascita, natura e cultura, per qualcosa di atavico che forse scorre nelle vene insieme al sangue, D’Arrigo ce lo suggerisce, di più, lo insinua nella nostra mente, lo rende causa evidente della compartecipazione con cui ci costringe a seguire le ampie volute della sua narrazione. Figli di questo mare, le sue pagine ci trascinano dentro, più dentro, a riscoprirne la vastità reale e metaforica, a ritrovarlo nella nostra memoria, a sentirlo in tutta la sua eterna saggezza, nella sua incoercibile libertà e nel suo stupefacente furore. E non importa se accanto a questo mare il lettore non abbia avuto la ventura di vedere la luce, perché qui di un’altra luce si tratta, quella della cultura, del mito, degli archetipi che obbligano comunque ad un riconoscimento, immediato, a pelle, e anche mediato dalle infinite pagine, immortali, che a questo mare devono il loro respiro. Il mare dello scill’e cariddi diventa con questo libro una patria, ricorda che cosa sia una patria, condensa nella sua dolente bellezza e nella sua imperturbabile natura - ammaliante, incurante e crudele, teatro delle intricate trame del mito, sostanza di figure immortali - i sogni, le illusioni, le paure, la fatica, il dolore, la dolcezza infinita dell’amore, che sono inevitabili compagni al nostro vivere. Non importa se il mare di questa Sicilia ci è geograficamente lontano, perché è chiuso nella profondità dei nostri geni, si muove nelle storie che per prime ci hanno ammaliato, e se per ventura capita di annusare lo scirocco che lo accarezza, “quel mare tormentoso” diventa all’istante parte di noi: “Gira e rigira, alla fine ci troviamo sempre davanti a un mare, e per andare dove siamo diretti, ci tocca superarlo. C’è sempre un mare rosso, un mare vivo o morto, che si para davanti a chi va ramingo, in cerca di casa…”. Questo ci regala D’Arrigo, questo e molto altro ancora, perché il suo interminabile romanzo – l’opera di una vita – è una summa di ciò che la letteratura, da sempre appassionata amante del mare, può fare se in lui trova materia, stimolo e occasione per esaltare la propria creatività. E quanta letteratura c’è in questo romanzo! Scoprire dove affondano le sue radici, in quale materia si aggrappano saldamente per rianimarne lo spirito e il valore, per rinnovarne l’incanto, è la riconferma del fatto che nella creatività umana ciò che vale non va mai perduto ma diventa patrimonio di tutti e fonte di nuove suggestioni. C’è il vagare di Ulisse intorno allo scill’e cariddi e il suo avventuroso ritorno, c’è la levità degli incontri stupefatti del poema ariostesco, c’è persino la corrusca e inquietante presenza del cupo nocchiero dantesco, in vesti femminili, traghettatore dello stretto, l’esotica fantasia delle “Mille e una notte”, una barca-arca di biblica memoria, il mostro marino novello Moby Dick, novello Leviatano, con tutta la sua portata simbolica, ma c’è anche la lotta del vecchio contro i pescibestini, solo con le sue forze testarde, come ne “Il vecchio e il mare”, c’è una Messina bombardata che ricorda la Napoli di “Kaputt”… e c’è “La canzone di Orlando”, rivisitata mille volte dal teatro dei Pupi, e persino episodi, storie seconde, che sembrano trarre ispirazione dalla migliore novellistica della tradizione italiana, c’è in queste immense pagine una materia letteraria densissima e catapultata nel bel mezzo degli eventi rovinosi del 1943, all’indomani dello sbarco degli Alleati in Sicilia, così che il protagonista del romanzo, ‘Ndrja Cambrìa, marinaio della fu Regia Marina, in fuga da Napoli verso la natia Cariddi, porta con sé l’esperienza drammatica di una violenza tale, di un tale disinganno, che nulla, nemmeno nel luogo delle sue origini, potrà mai più essere come prima. ‘Ndrja, che proviene da un delirio, è alla ricerca del senso originario della sua esistenza e di quella della sua gente, quei “pellisquadre”, pescatori dalla pelle “simile alla cartavetrata per squadrare il legno”, che da sempre conoscono la fatica ma anche l’orgoglio del loro onesto mestiere, che sanno che dal mare può venire la vita e la morte e per questo lo rispettano e lo conoscono “piega per piega, magagna per magagna”, e questa ricerca è, tra le mille avventure, tra i mille accadimenti di cui il romanzo si compone, di gran lunga il senso profondo di una scrittura affascinante e multiforme che compone allegoricamente il romanzo della fine del mondo millenario dei pescatori dello stretto, e quando un mondo muore, quello che si perde è irrecuperabile e definitivo, come l’estinzione di qualcosa di prezioso per l’umanità intera. Forse è per questo che D’Arrigo, mentre si prende il tempo e lo spazio di più di mille pagine, perché la fine di un mondo, materia adatta ad un racconto epico, richiede lo sviluppo di cicli narrativi, svolgimenti lineari o involuti tesi a svelare ma anche ad esorcizzare arcani, si ancora alla mitologia per creare la propria, perché solo il mito rivela e nasconde, narra e spiega, solo il mito può far convivere armonicamente la natura realistica degli eventi con il loro significato ultimo. “Hocynus Orca” è in questo senso una summa mitologica, ma molti dei suoi personaggi, a ben vedere quasi tutti, sono figure di un mito dissacrante perchè, mentre rappresentano, stravolgendoli, valori universali, ne decretano la irrimediabile fine. Ma questo fa la vera letteratura, riporta in vita i padri per trasgredire alle loro leggi, per navigare a vista e procedere nel territorio vergine in cui nuovi miti possono essere creati. Ogni pagina di questo romanzo è un invito al riconoscimento e alla interpretazione, si presta a molteplici letture che, come una scatola cinese, conducono ad insospettabili profondità e il lettore può scegliere liberamente a quale livello fermarsi, fino a che punto spingersi nella sua adesione al richiamo delle sirene letterarie che abitano le spiagge dello scill’e cariddi. E’ proprio la rivisitazione delle sirene che dà vita alle figure mitologiche più indimenticabili del romanzo: le femminote, le donne contrabbandiere di sale tra le coste dello stretto, portatrici di una femminiltà seducente ed ardita, forti come uomini, abili navigatrici, indipendenti e disinibite, coraggiose ed aggressive, donne che non invecchiano mai ma che ad un certo punto, semplicemente, muoiono, con “il busto intesato come un fuso, la pelle liscia e vellutata, la movenza carnosa e snella”, oscuro oggetto di desiderio per gli uomini ai quali concedono di soddisfare le proprie voglie ma mai di essere da loro possedute, sogno proibito degli “sbarbatelli” per i quali costituiscono una sorta di rito di iniziazione alla vita adulta. D’Arrigo trova per loro mille appellativi, tutti suggestivi, tutti tesi ad evidenziare la loro natura sovrumana, o semplicemente umanamente diversa dalla norma e perciò appetibile e pericolosa: “draghesse”, “serpentesse”, “deisse”, “magone”, “piratesse”, fatesse”, e, fra tutte, quella Ciccina Circè, la femminota traghettatrice che porterà ‘Ndrja da Scilla a Cariddi attraversando di notte le acque pericolose dello stretto, protagonista indiscussa della parte centrale del romanzo perché, traghettando il giovane verso il paese natale, renderà possibile il suo ritorno, ma anche la sua ripartenza verso la morte. Ciccina Circè, con questo suo nome che richiama alla memoria l’omerica maga Circe e il suo potere soggiogatore nei confronti degli uomini, così legato ad una sessualità prorompente e maligna, è anche lei parte attiva di quella drammatica trasformazione alla quale tutto nel romanzo viene sottoposto. Pagine veramente intense dal respiro epico la vedono guidare nell’oscurità la sua barca attraverso lo stretto, solcando un mare colmo di cadaveri dei marinai morti negli scontri navali, attirando le fere – i delfini- con il suono di una campanella, affinchè nuotino di fianco allo scafo per evitare che i corpi degli annegati si avvicinino troppo, per evitare di vedere da vicino tutto l’orrore che il mare nasconde. Una grande donna maligna ma anche una grande madre salvatrice, entrambe legate come una cosa sola al mare, perché il mare, la madre e l’amore sono una cosa sola lungo le rive dello scill’e cariddi: “Poi, dov’era stato il fuoco, si rovesciò il mare. Per quei minuti, era stato come non avesse sentito più il mare, quasi che il respiro della femminota che saliva e scendeva dal suo orecchio, come la bava di un vento terribile, penoso, imprigionato dentro di lei, fosse più forte del rumore delle onde; ed era stato come si rendesse conto dopo, di questo, quando si staccava dalla femminota e gli pareva che il mare gli risorgesse in quel momento all’orecchio e ne era come soprassaltato: lo sciacquio delle onde alle sue spalle gli sembrava un rombo di cavalloni, di ondate gigantesche che rotolavano dietro a lui e si alzavano all’altezza delle palme per sommergerlo”. Il mare, la madre, l’amore, ma non può certo mancare la morte in questo tutto che in continuazione si scompone e si ricompone e la morte sullo scill’e cariddi ha un nome e un aspetto visibile, riconoscibile e terribile, la morte è l’orcaferone, l’orca assassina, l’Horcynus Orca che dà il titolo al romanzo. Quando all’improvviso compare sulla linea dei due mari, apparizione mitica ricordata vagamente dai racconti tramandati dalla memoria collettiva, per tutti è chiaro che lei è quella che dà la morte, mentre passa per immortale, che lei è la morte marina, “sorda, cieca e refrattaria a tutto, fuorchè all’ammazzare. Vive per dare morte, fu creata appositamente per questo. […] Senza fermarsi mai, passando di carneficina in carneficina, appestando e spopolando le acque per miglia e miglia, l’animalone s’è lasciato dietro mari di rovine: di reti, di barche e di cristiani che c’incappano, mari di pesci massacrati o scappati in terrore davanti a lui […] villaggi e villaggi di pescatori, come investiti da un momento all’altro dal contagio e destinati alla più nera carestia di mare, restano chiusi in quell’immenso cordone di acque ribollenti di sangue, ribellate e appestate di fetori di carogne martoriate”. Dunque l’orcaferone è il male, novello drago che solo il coraggio di un eroe può sconfiggere, la balena bianca da inseguire e da uccidere a costo della vita. Ma ancora una volta D’Arrigo sopravanza il mito e lo reinventa piegandolo al senso del suo romanzo. Perché l’orcaferone sembra non conoscere il proprio ruolo, inconsapevole benefattore che con le sue immersioni porta a galla un’enorme quantità di cicinella, di piccole anguille non ancora formate, che permette alla comunità di pescatori di sfamarsi, perché l’orcaferone che dovrebbe essere immortale, in realtà è orribilmente ferito e sembra galleggiare sulla linea dei due mari, in balia delle correnti e delle maree, in attesa della guarigione, perchè infine l’orcaferone, la bestia immortale, muore vittima dei delfini che le strappano a morsi la carne della coda impedendole di nuotare e poi delle cannonate degli inglesi. E morendo trascina con sé lo spirito stesso dei pellisquadre che scendono a patti con se stessi e con il loro onore, dimenticano di essere pescatori e approfittano del suo enorme corpo morto per rivenderne le parti e guadagnarsi così da vivere senza fatica e senza pericolo, trasformandosi in spiaggiatori, ridotti a vivere di ciò che il mare butta sulle sue rive. Tanto clamorosa e inaudita è la morte dell’orcaferone, tanto appare consequenziale la morte di ‘Ndrja, costretto ad accettare compromessi tra ciò che ha sempre creduto e ciò di cui ha fatto sulla sua pelle esperienza. E’ un romanzo di morte “Horynus Orca”, di morte e di arcani, un romanzo degno di una lingua inaudita, unica e irripetibile, che cresce addosso alla propria materia narrativa e a lei aderisce, accompagnandola in ogni più piccola piega, sostenendola ed esaltandola, una lingua difficilmente definibile ma della quale è straordinariamente facile cogliere tutta l’armonia, una lingua che accoglie la corposità del dialetto, la sua onesta materialità, avvitandola in giri sintattici che scendono vorticosamente al cuore più profondo del significato di cui sono portatori, ma che sempre si appoggiano su parole salde come pietre. Una lingua che si arroga il diritto di creare parole nuove e impossibili in qualsiasi altro contesto ma che qui appaiono naturali e che nella sua vitalità, nel suo proliferare, riesce a cogliere tutta l’antica saggezza di cui il dialetto siciliano è portatore, trasformandolo in una lingua, a suo modo, coltissima e adatta a quella che Walter Pedullà, nell’introduzione al romanzo, definisce la maggiore opera della nostra narrativa dedicata al mare.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Difficile e ostico libro in cui si celebra la storia di Ndrja che, scampato alla guerra, ritorna all’isola in cui è nato, la Sicilia, per ritrovare la propria comunità di pescatori e la propria vita d ...continua

    Difficile e ostico libro in cui si celebra la storia di Ndrja che, scampato alla guerra, ritorna all’isola in cui è nato, la Sicilia, per ritrovare la propria comunità di pescatori e la propria vita di sempre. Si tratta di un testo in cui il realismo si mescola alla poesia più alta, rischiando a volte di essere prolisso, restituisce un affresco dell'italia durante la Seconda Guerra Mondiale secondo colori e tonalità scelti dagli stessi protagonisti: Ndrja, i pellisquadre, le femminote, le fere. E' anche il romanzo della ricerca: del senso degli eventi, della propria identità. Il protagonista Ndrja rappresenta il nuovo antieroe che non torna trionfante nei luoghi natii, perchè dalla guerra non si può che tornare cambiati, diffidenti, perdenti. La ricerca meticolosa della lingua più adatta ad esprimere la carnalità, il legame profondo col mare, il senso di malonconica lotta per la vita, porta a dei risultati stupefacenti. E' anche la storia di un viaggio dove mito e metamorfosi s'incontrano mescolandosi; per tutti, nella prima parte, vi sono animali quali la fera che è un animale malvagio nel mondo dei pescatori siciliani, e solo loro ne conoscono la vera natura, mentre per il mondo di fuori, ignaro, è un delfino, simpatico ed elegante. Una ambiguità non molto dissimile la si ritrova nella rappresentazione dell’orca. E' un viaggio fatto per amore a cui fa da sottointeso la morte. Per Ndria tornare in Sicilia vuol dire scoprire, durante il viaggio, che la guerra ha lasciato le sue tracce ovunque; vuol dire conoscere alcune "Femminote" - così vengono chiamate le abitanti dell’isola delle Femmine - che risalgono la costa calabrese in cerca di un marinaio che possa “guarire” una misteriosa e affascinante giovane, Cata, dalla perdita dell’amato. Vuol dire incontrare un povero ex pellisquadra che, costretto a scendere dalla barca, passa la propria vita a cavallo e vestito con tre uniformi diverse, nella speranza di esser seppellito con onore dalla Guardia di Finanza qualora morisse, sa ancora sognare su cose mai fatte e dolci singulti d’amore. Significa scoprire di poter amare una donna con un nome evocatorio, come quello di Ciccina Circè, anche solo per averla conosciuta il tempo di un traghettamento; e stupirsi di come riesca ad ammansire le fere con uno strano campanellino legato ad una treccia, nella speranza che tenga lontani dalla sua barchetta i cadaveri dei giovani soldati morti in guerra… perché il mare è scuro, ma la morte è sempre all’erta. Significa scoprire che nelle povere case della gente sono rimaste più foto che uomini in carne e ossa e che la sofferenza di una madre, come quella di una donna, può diventare crudeltà e rabbia. E' anche il romanzo della ricerca: del senso degli eventi, della propria identità. 'Ndrja rappresenta il nuovo antieroe che non torna trionfante, perchè dalla guerra non si può che tornare cambiati, diffidenti, perdenti. La ricerca meticolosa della lingua più adatta ad esprimere la carnalità, il legame profondo col mare, il senso di malonconica lotta per la vita, porta a dei risultati stupefacenti. D'Arrigo recupera il senso profondo delle parole con minuziosi studi etimologici che accompagnati alla grande vena creativa, danno vita ad un nuovo modo di esprimere l'esistenza. Difficile e vano spiegare la sensazione che si prova quando finalmente si penetra dentro D’Arrigo. La sua prosa è fondata dal principio della metamorfosi, di cui la metafora è uno dei principi operativi, assieme a quello più peculiare dello scrittore della sovrapposizione/dissolvenza, ma è anche fatta da contrastanti elementi primordiali quali il mare e la terra, la realtà e la finzione, il presente e il passato in un'epicità nel quale lo zenit è orientato verso la tragicità della morte.

    ha scritto il 

  • 5

    Questo è un pre, null'altro, di un libro metamorfico e festante (perché leggerlo "è una festa" come acutamente scrive l'amica @Orne).
    Al pari di tutti i capolavori, la grandezza si intuisce sin dalle ...continua

    Questo è un pre, null'altro, di un libro metamorfico e festante (perché leggerlo "è una festa" come acutamente scrive l'amica @Orne).
    Al pari di tutti i capolavori, la grandezza si intuisce sin dalle prime battute per chi sa divisarla, sempre, è misconosciuto ai coevi.
    Meglio così. L'eccelso non è per tutti, non può essere intuito da tutti, richiede una capienza fuori del comune.

    ha scritto il 

  • 5

    Capolavoro sconosciuto

    "Nulla è più frustrante, per un lettore appassionato, di trovare un libro che per lui è travolgente, un capolavoro, e scoprire che quasi nessuno lo conosce e che non è facile persuadere gli altri a co ...continua

    "Nulla è più frustrante, per un lettore appassionato, di trovare un libro che per lui è travolgente, un capolavoro, e scoprire che quasi nessuno lo conosce e che non è facile persuadere gli altri a condividere il piacere che gli dà. Come può essere che un libro che lo colpisce profondamente, che trasforma il suo panorama interiore, rimanga oscuro e, in larga misura, non letto?" Ecco, solo con queste parole di G. Steiner riesco a manifestare il mio pensiero su questo grandissimo libro. Certo, 1257 pagine non sono proprio invitanti, ma chi avesse l'ardire di superare l'ostacolo della mole, sarebbe, sin dalle prime pagine, appagato e totalmente catturato da una lingua e uno stile unici che di per sè costituiscono parte fondante della narrazione. Leggendolo non si può non pensare a Moby Dick, a Joyce, a Omero, a Dante. E' difficile, difficilissimo farne una sintesi perchè significherebbe sminuirne la grandezza e in realtà non ritengo di esserne all'altezza, come tantissimi sarebbero i brani da citare. Per sopperire a questa mia mancanza, ecco il link che riporta al citato articolo di Steiner pubblicato in occasione della ristampa del 2003 della Rizzoli: http://archiviostorico.corriere.it/2003/novembre/04/mistero_dell_Orca_Moby_Dick_co_0_031104066.shtml
    E per chi volesse un assaggio della lingua eccezionale ecco un brano https://www.youtube.com/watch?v=G4nTYzWlWqQ:
    Consigliatissimo a chi ama la lingua e la letteratura. Nota di servizio: si trova solo usato, ma chissà che non venga ristampato dopo che a febbraio 2015 uscirà la prima traduzione tedesca del libro di D'Arrigo.

    ha scritto il 

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