I Viceré

Di

Editore: Baldini Castoldi Dalai

4.2
(1940)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 700 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo

Isbn-10: 8860736625 | Isbn-13: 9788860736628 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Cofanetto , Altri , Tascabile economico , eBook , Copertina rigida , CD audio

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Politica

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Descrizione del libro
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  • 4

    Verismo e aristocrazia

    I tempi cambiano, stravolgimenti politici sconquassano la penisola ma i nobili restano arroganti fino alla pazzia, perché il rispetto e l'ammirazione per loro é scontata. É certamente attuale, solo ch ...continua

    I tempi cambiano, stravolgimenti politici sconquassano la penisola ma i nobili restano arroganti fino alla pazzia, perché il rispetto e l'ammirazione per loro é scontata. É certamente attuale, solo che l'elenco delle persone da rispettare non é più nel libro del mugnos, ma si trova altrove.

    ha scritto il 

  • 5

    Secondo il prof. Vittorino Andreoli, psichiatra di chiara fama, "L'Italia è un Paese malato di mente".
    Federico De Roberto, con I Viceré, ce lo spiega, brutalmente, dal punto di vista storico. Il germ ...continua

    Secondo il prof. Vittorino Andreoli, psichiatra di chiara fama, "L'Italia è un Paese malato di mente".
    Federico De Roberto, con I Viceré, ce lo spiega, brutalmente, dal punto di vista storico. Il germe dell'italica follia è tutto in questo straordinario affresco ottocentesco -una saga vera e propria- in cui la capitale, anziché Roma, è Catania, e le dentate scintillanti vette non sono più le Alpi, ma le cime dell'Etna.
    Tutto sommato poco importa se la forma repubblicana, oggi, ha sostituito quella monarchica: in ogni manicomio che si rispetti un sedicente Napoleone non manca mai.
    ----------
    "Al museo dei Benedettini c'era infatti un altro aborto animalesco, un otricciuolo con le zampe, una vescica sconciamente membrificata; ma il parto di Chiara era più orribile. Don Lodovico non rispose; fatta una breve visita alla sorella, andò via. Anche gli altri a poco a poco se ne andarono, lasciando Chiara sola col marito a guardar soddisfatta quel pezzo anatomico, il prodotto più fresco della razza dei Viceré".

    ha scritto il 

  • 0

    Un libro che dovrebbe essere citato (dico citato, perche' leggerlo intero e' impresa difficile) in tutte le scuole italiane, perche' racconta l'essenza dell'Italia , di quello stato formatosi un po pe ...continua

    Un libro che dovrebbe essere citato (dico citato, perche' leggerlo intero e' impresa difficile) in tutte le scuole italiane, perche' racconta l'essenza dell'Italia , di quello stato formatosi un po per forza. E dove il vecchio si traveste da nuovo. Un bellissimo libro sulla saga della famiglia Uzeda, e sulla Sicilia, quella che non cambia mai, come nel Gattopardo.

    ha scritto il 

  • 5

    Lo confesso, se non ci fosse stata Silvia Cecchini di Liber Liber a leggermi questo mastodontico libro non ce l’avrei fatta a portarlo a termine, sicuramente non avrei superato la prima parte che è si ...continua

    Lo confesso, se non ci fosse stata Silvia Cecchini di Liber Liber a leggermi questo mastodontico libro non ce l’avrei fatta a portarlo a termine, sicuramente non avrei superato la prima parte che è sicuramente la più pesante e la più faticosa a livello mnemonico, per la grande quantità di personaggi da imparare a conoscere.

    In questo testo non si salva nessuno, ci mostra una società dove l’unico sano muore suicida; una sorta di Beautiful dell’800 in cui si fanno alleanze tra parenti serpenti, si decidono le sorti dei figli in base a regole dettate dall’interesse e tutta una serie di manovre letteralmente disgustose a livello umano. Attuale e lucido ci offre un inizio pesante e lento, poi maggiormente fruibile. De Roberto scrive un’opera meno coinvolgente emotivamente e più politicizzata di quelle del coevo ed amico Verga, ma di un enorme valore umano e storico. Dal punto di vista letterario ho trovato lo stile abbastanza scarno, dettagliato ma essenziale, apparentemente privo di partecipazione e di giudizio… che poi quando l’autore non da un giudizio esplicitamente emette sentenze ancor più efficaci.

    Leggere questi romanzi è demoralizzante, se hai un barlume di utopia, di speranza in un mondo migliore con I Viceré ci metti una pietra sopra. Qui si trova l’umanità nelle sue caratteristiche immutabili, c’è il passato, il presente ed il futuro.
    Continua su: https://lemieletturecommentate.wordpress.com/2016/04/27/i-vicere-di-federico-de-roberto/

    ha scritto il 

  • 4

    E' un ottimo libro che si inserisce nel filone del romanzo storico classico. Il suo unico difetto è l'eccessiva lentezza degli eventi, soprattutto nella prima metà; una lentezza tale che mi ha reso di ...continua

    E' un ottimo libro che si inserisce nel filone del romanzo storico classico. Il suo unico difetto è l'eccessiva lentezza degli eventi, soprattutto nella prima metà; una lentezza tale che mi ha reso difficile proseguire con la lettura. La mia tenacia è stata premiata nella seconda metà, quando le vicende della famiglia Uzeda smettono di essere fini a se stesse ma si intrecciano con gli eventi dell'unificazione d'Italia, mostrando le varie sfaccettature della nuova Italia unita e il modo in cui la società si è adattata.
    Nel complesso è un ottimo scorcio della Sicilia ottocentesca e non manca una linea comica data dallo zio Don Blasco, grasso e borbottone.

    ha scritto il 

  • 5

    “La supremazia non in una sola regione o sopra una sola casta ma in tutta la nazione e su tutti. Deputato, ministro, eccellenza, Presidente del consiglio! Viceré per davvero!”

    Arieccomi, un po’ malconcio ma ancora nel pieno delle mie facoltà letterarie (si fa per dire). Non ero partito per un giro del mondo (magari in 80 giorni), ma in maniera molto più prosaica ero lettera ...continua

    Arieccomi, un po’ malconcio ma ancora nel pieno delle mie facoltà letterarie (si fa per dire). Non ero partito per un giro del mondo (magari in 80 giorni), ma in maniera molto più prosaica ero letteralmente rimasto “intruppato” nella lettura del libro in questione, il mitico e sempre attualissimo “I Viceré”.
    Lettura tostissima e dai risvolti inaspettati, ma che al suo esordio, praticamente la prima buona metà, ha fatto balenare in me l’irrefrenabile desiderio - e sarebbe stata la prima volta - di abbandono del libro, accentuata da un’esclamazione sempre uguale alla chiusura quotidiana del grosso tomo: “Che palle ‘sti Viceré!”.
    Ma io, da autentica “capa tosta” che sono, ho continuato fino a cominciare ad intravedere l’immenso potenziale narrativo di quest’opera di De Roberto a cui il lungo prologo serve appunto per affilare la penna in attesa di tirare le stoccate decisive. La famiglia di questi famigerati Viceré, “una mala razza di predoni spagnoli, arricchiti con le ladrerie”, viene metaforizzata e portata quasi al ridicolo per rappresentare quella che è la migliore stirpe che ha sempre popolato questo paese: gli italiani; ieri come oggi, sempre gli stessi: opportunisti, voltagabbana e litigiosi.
    Passata la prima fase di disorientamento e avanzando nella lettura, si comincia a delineare, purtroppo, la vera tragedia contenuta in questo romanzo, che è l’incredibile ed assoluta modernità delle situazioni riportate, con tanto di convention elettorale di tipo berlusconiano con galoppini, faccendieri e quant’altro; come dire: questi sono gli italiani, questi erano e questi saranno per i posteri, il suo giudizio sui connazionali è drastico e soprattutto negativo, consegnando a noi ben poche speranze che questo tipo di italico andamento possa cambiare.
    De Roberto dedica tutta la struttura del romanzo a descrivere i vari modi che i Viceré impiegano per sopravvivere a loro stessi in una Italia appena unita e al centro di grossi cambiamenti, ma che pure è trattata marginalmente, come anche nel romanzo non c’è traccia di paesaggi visionari e metafisici oppure di echi profondi del verismo verghiano; il suo obiettivo sono gli italiani, in una lucida e spietata analisi che fa emergere quanto De Roberto avesse capito di questa strana compagine abitante la penisola e di cui evidentemente non aveva grossa stima.
    Questa tematica è caratterizzata molto bene in due personaggi del romanzo: il Don Blasco, frate “anomalo” sempre pronto a trinciare giudizi nei confronti dei componenti della famiglia di cui fa parte, ma soprattutto campione di adattamento, camaleontico e opportunista per quel che riguarda la sua sfera personale di benessere; e l’ultimo discendente dei Viceré, Consalvo Uzeda, che io considero il capolavoro di De Roberto. In Consalvo lo scrittore condensa tutta la storia degli Uzeda, offrendoci un esemplare di Viceré perfettamente integrato nel ruolo a cui i tempi lo obbligano, con un disincanto e una micidiale carica di cinismo, che lo portano a capire che il vero potere moderno sarà rappresentato dalla politica, che lascia assolutamente sconcertati, per quanto sembra di vedere all’opera uno di questi moderni politicanti, mezze cartucce, che appestano la nostra era.
    Durante la lettura ho dovuto fare ammenda con me stesso per il giudizio negativo che andavo formando su questo romanzo, è una lettura difficile, accompagnata da un inizio alquanto ostico, e si viene ripagati alla fine, quando tutto si disvela in quella che è la compiutezza del pensiero di questo scrittore, purtroppo ancora poco conosciuto, che non assurgerà mai alle prime pagine delle riviste letterarie per il semplice fatto di non aver parlato bene degli italiani, avendone capito e descritto la vera natura, in tutto e per tutto molto simile a quella di veri discendenti di Viceré…

    Qualche annotazione…

    “Vittorio Emanuele andava bene; l’annessione e la costituzione meglio ancora; ma rinunziare ai loro privilegi, fare d’ogni erba un fascio, questo era un po’ troppo!...”

    “A udirlo, la libertà, l’eguaglianza scritte nelle leggi erano ancora un mito: il popolo era stato cullato nell’opinione che le antiche barriere fossero state infrante; ma i privilegi esistevano sempre ed erano soltanto d’altra natura.”

    “Consalvo avanzava, pallidissimo, ringraziando appena con un cenno del capo, assordato, abbacinato, sgomentato dallo spettacolo. Dietro di lui, nuovi torrenti si riversavano nelle terrazze, nei portici, nell’arena, vincendo la resistenza dei primi occupanti; ma tuttavia migliaia di mani applaudivano, sventolavano fazzoletti e cappelli; le signore, in piedi sulle seggiole, salutavano coi ventagli e gli ombrellini, formavano gruppi pittoreschi sul fondo scuro della gran folla mascolina; e la ovazione si prolungava, le grida salivano ad acuti stridenti alle riprese della marcia, i battimani scrosciavano come una violenta grandinata sulle tegole.”

    “Ma noi non scegliamo il tempo nel quale veniamo al mondo; lo troviamo com’è, e com’è dobbiamo accettarlo. Del resto, se è vero che oggi non si sta molto bene, forse che prima si stava d’incanto?”

    ha scritto il 

  • 5

    Che dire di questo romanzo? Ho amato ogni sua pagina, sono stata conquistata dallo stile di De Roberto, dal suo sguardo ironico e cinico allo stesso tempo, dalla sua visione amara e disillusa della re ...continua

    Che dire di questo romanzo? Ho amato ogni sua pagina, sono stata conquistata dallo stile di De Roberto, dal suo sguardo ironico e cinico allo stesso tempo, dalla sua visione amara e disillusa della realtà, dalla sua capacità di orchestrare scene ampie dove la folla è la vera protagonista ( il primo capitolo con il funerale di donna Teresa e l'ultimo con il comizio di Consalvo) ma anche di concentrare lo sguardo su un singolo personaggio, di scandagliarne con precisione i pensieri e i sentimenti.

    Tutti gli Uzeda sono, a turno, protagonisti della scena e De Roberto ci dà la possibilità di conoscerli in profondità, tutti diversi ma in realtà tutti uguali, accomunati dal germe della follia che li rende monomaniaci ed egoisti, avidi e ostinati, in perenne lotta tra di loro. Non c'è un vero protagonista, ma il narratore, come fosse un abile regista, alterna vedute ampie e primi piani senza mai perdere di vista l'obiettivo, senza mai mancare di continuità o annoiare. E' scontato dire quanto le sue riflessioni sociali, politiche e storiche siano assolutamente moderne, e tante volte mi è capitato di leggere riflessioni che sembravano scritte oggi stesso, tanto bene si adattano alla realtà dei nostri tempi, ai fatti che viviamo oggigiorno. Probabilmente perché, come dice Consalvo nel suo ultimo memorabile discorso, "la storia è una monotona ripetizione."

    Insomma, è un classico che mi ha conquistato appieno e sorpreso per la sua modernità di temi e di linguaggio, ma mi ha anche sorpreso il fatto che sia così poco considerato nella nostra letteratura, a mala pena accennato nei manuali di scuola mentre meriterebbe, a mio modesto parere, un posto d'onore nell'olimpo delle nostre lettere.

    ha scritto il 

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