I beati anni del castigo

Di

Editore: Adelphi (Gli adelphi, 54)

3.4
(861)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 107 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8845910083 | Isbn-13: 9788845910081 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Gay & Lesbo , Adolescenti

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  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    3

    Durante gli anni del liceo avevo due nemici da distruggere. Il primo era l'acne giovanile di cui soffrivo. Il secondo ero io. Non ho bei ricordi dei primi anni di università: i pullman persi al mattin ...continua

    Durante gli anni del liceo avevo due nemici da distruggere. Il primo era l'acne giovanile di cui soffrivo. Il secondo ero io. Non ho bei ricordi dei primi anni di università: i pullman persi al mattino perché uscivo sempre tardi, le bidelle antipatiche, il sei tirato in matematica a fine anno, con il conseguente sospiro di sollievo, "e anche quest'anno ce l'ho fatta". E poi quella voglia di ribellarsi a non so cosa, non so perché, ma dovevo stare tra quelle mura, a fare quello che mi dicevano di fare, a studiare roba che a me non interessava... E inoltre avevo una spaventosa acne sul viso, eredità di mio padre. Visite dermatologiche, antibiotici, creme che rendevano la mia pelle unta, il viso gonfio come se avessi fatto a pugni con l'odio adolescenziale e la non accettazione.
    Il mio liceo era frequentato prevalentemente da ragazze, come voleva il pregiudizio che alle scienze sociali potessero avvicinarsi soltanto donne e ragazzi gay. A dire il vero questo pregiudizio non si discostava molto dalla realtà dei fatti: i pochi ragazzi che frequentavano la mia scuola erano perlopiù gay. Ovviamente c'erano delle eccezioni, due o tre ragazzi forti, spavaldi, che avevano successo con le ragazze e stranamente e soprattutto bravi a scuola. Loro erano ciò a cui io aspiravo, il motivo per il quale certe mattine mi svegliavo dal letto ed uscivo di casa. Dovevo vederli, dovevo vedere come si muovevano, come parlavano, come dimostravano la loro forza con una tranquillità d'animo che a me sembrava non concessa, perché mi torturavo con immotivati rimproveri, mi massacravo, non mi accettavo. Era proprio questo che di loro mi faceva impazzire: non la bellezza oppure la bravura a scuola, ma la serenità d'animo, la normalità, per loro, di chiacchierare amabilmente con tutti, di fare i dongiovanni con le ragazze, di non sentirsi esclusi da loro stessi. In silenzio guardavo quei due, cercavo di emulare i loro comportamenti, li fissavo in continuazione, credo che persino mi innamorai dei loro vestiti, delle loro gambe, delle sigarette puzzolenti che fumavano ad ogni intervallo e che schiacciavano poi sull'asfalto.
    Non che la mia adolescenza fosse un fiasco totale, non che io fossi il brutto anatroccolo del liceo o mi sentissi un disadattato. Avevo le mie compagne di scuola, avevo buoni voti, avevo un ottimo rapporto con i professori. È solo che mi pareva di valere di meno, di avere meno voce in capitolo riguardo ogni cosa. Ma soprattutto non mi sentivo esteticamente bello. Per quanto cercassi di raccontarmi frottole, non erano i voti scolastici che avrebbero potuto migliorare, non erano le amicizie che non mi facevano sentire pienamente soddisfatto. Il problema era che volevo avere un volto normale, come quello di tutti gli altri. Volevo che i brufoli rappresentassero un piccolo problema, ho solo un problema fra tanti, non il problema principale. E questo mi portava a desiderare incessantemente che le persone che più ammiravo, come quello ragazzi, si avvicinassero a me e diventassero miei amici.
    Qualcosa di analogo capita alla protagonista di questo romanzo, "I beati anni del castigo", di Fleur Jaeggy. Certo, non ci troviamo in un liceo torinese, e non c'è nulla che abbia a che vedere con i brufoli e le crisi ormonali. Quello che vediamo qui è un ritratto ora vietato ora ben curato di una adolescenza trascorsa in un collegio femminile in Svizzera. Di punto in bianco, arriva una nuova ragazza virgola bella, perfetta, ordinata è con una calligrafia splendida. È Frédérique. La protagonista senza nome di questa storia ne rimane come folgorata. La sua solitudine, il suo rapporto sporadico se non assente con i genitori, e l'atmosfera di idillio e cattività nella quale vive quotidianamente sono i motori che la spingono a desiderare più di ogni altra cosa l'amicizia con la nuova arrivata, che sembra così a suo agio con se stessa, con il suo silenzio, con il suo ordine dentro gli armadi. È brava a scuola, porta rispetto agli insegnanti, sembra non mancare nulla, nemmeno la voglia di conoscere qualcuno, visto che se ne sta per tutto il tempo da sola. Un giorno succede: le tue ragazze si conoscono e iniziano a fare parte del loro tempo libero insieme. Passeggiano, chiacchierano di metafisica, creano un mondo fatto a misura Solo per loro. La protagonista si sente ora accettata ora disprezzata da questa ragazza che sembra volerle bene e odiarla, che compare e scompare dalla sua vita, che la cerca e la ignora. Questo libro potrebbe tranquillamente venire definito come romanzo, se solo però non fossero presenti delle riflessioni altamente personali della protagonista, condite da un linguaggio poetico e ricercato. Romanzo? Diario? Ritratto sincero di una adolescenza femminile e delle sue "amicizie amorose"?
    La protagonista è ossessionata dalla nuova arrivata. Fino a che non nasce la possibilità di dimezzare questa possessione, e di rivolgerle verso un'altra ragazza, anche lei è arrivata da poco. È Micheline. Più spontanea, più divertente, meno severa e rigida con gli altri con se stessa, diventa subito amica della voce narrante, trascinandola in momenti di allegria e leggerezza. E Frédèrique? C'è e non c'è, si guardano da lontano oppure si ignorano. L'odore di lei però rimane, la sua faccia scolpita nella mente della giovane, che da tempo ormai ha imparato a scrivere con la sua calligrafia, come se per mezzo della scrittura ci si potesse appropriare dell'identità di qualcuno, come sei identità personale e scrittura fossero indissolubilmente legati. Ma Micheline non è destinata a rimanere nel cuore della protagonista. È Frédérique che la voce narrante cerca, è Frédérique che la voce narrante vuole. Ma come ormai sarà evidente a chi nella vita ha avuto modo di scoprire che dietro una apparente rigida si nasconde un'anima fragile, tormentata e forse anche folle, qualcosa si nasconde dietro i vestiti ordinatamente piegati nell'armadio, nella durezza di carattere, nella velatura plumbea e opaca di certi sguardi. E sarà fuori dalle mura del collegio svizzero che la protagonista scoprirà di cosa si tratta, mentre la scrittura dell'autrice si fa sempre più tagliente, la voragine ormai aperta nel ventre del lettore più grande.
    Esistono disagi adolescenziali simili, poco importa se nascono da un problema di pelle oppure da un senso di smarrimento e di solitudine profondo, abissale. Fanno male e reclamano ascolto. Bisogna però imparare a dar loro il giusto peso e il giusto spazio dentro di noi. Perché è un attimo che si trasformi in forte malessere psicologico e si aggrovigli attorno a qualcuno, trasformando una conoscenza in ossessione. E non è detto che superare un'ossessione sia più doloroso della convivenza con il ricordo di essa.

    ha scritto il 

  • 3

    In potenza

    "E anche lì, aspettavo di entrare nel mondo. Tristemente, quasi senza impazienza. Il tempo era fuori squadra. Questo non lo potevo raccontare a Frédérique"

    Jaeggy dipinge acquarelli. Con la sua sintas ...continua

    "E anche lì, aspettavo di entrare nel mondo. Tristemente, quasi senza impazienza. Il tempo era fuori squadra. Questo non lo potevo raccontare a Frédérique"

    Jaeggy dipinge acquarelli. Con la sua sintassi concisa racchiude impressioni, frammenti di pensieri, schizzi di persone che rimangono più o meno impresse nella memoria. All'amata Frédérique vengono destinate più gocce di colore, perché più sono le impressioni che la sua persona ha lasciato impresse nella mente. Non è il fluire di un racconto, è un ruscello di ricordi. Un ruscello di montagna, magari di quelli che si trovano anche nell'Appenzell che varie volte descrive. Rinfresca, ma allo stesso tempo non travolge. Il che forse, per certi momenti della vita, è un bene.
    Questo libro è quanto forse tutti noi saremo in grado di scrivere alla fine dei nostri giorni: tutti conosciamo o abbiamo conosciuto la meravigliosa e terribile sensazione di una vita in potenza, di una esistenza in infanzia, di anni beati in castigo.

    ha scritto il 

  • 3

    " a quattrordici anni ero educanda in un collegio dell'Appenzel"
    un brevissimo romanzo in cui la protagonista narra la vita del collegio, le " amicizie amorose" che colmano i vuoti affettivi lasciati ...continua

    " a quattrordici anni ero educanda in un collegio dell'Appenzel"
    un brevissimo romanzo in cui la protagonista narra la vita del collegio, le " amicizie amorose" che colmano i vuoti affettivi lasciati da famiglie benestanti e distanti.
    Un innamoramento che non si trasforma mai in tenerezza ma rimane un'ossessione ordinaria.
    una scrittura estremamente ricercata, a volte eccessivamente studiata, eppure che mostra le mille pieghe della solitudine di un'adolescenza vissute in collegi.("un collegio è come un harem")

    "lassù mi sentivo in uno stato che si potrebbe chiamare anche malafelicità"

    ha scritto il 

  • 3

    «Vi è come un'esaltazione, leggera ma costante, negli anni del castigo, nei beati anni del castigo.»

    Per anni mi sono tenuta lontana da Fleur Jaeggy, nonostante questo suo libro mi occhieggiasse continuamente, con quel suo titolo stupendo che lascia intendere sottili perversioni e quell'azzeccatissim ...continua

    Per anni mi sono tenuta lontana da Fleur Jaeggy, nonostante questo suo libro mi occhieggiasse continuamente, con quel suo titolo stupendo che lascia intendere sottili perversioni e quell'azzeccatissimo Hammershøi in copertina... Sarà una snob - pensavo - pesantissima e illeggibile, una "raccomandata" (pregiudizio dovuto al suo esser moglie di Calasso, direttore Adelphi); e via dicendo.
    Finché la lettura controvoglia di questa prima pagina mi scosse quel tanto da darle un'occasione:

    -- «A quattordici anni ero educanda in un collegio dell'Appenzell. Luoghi dove Robert Walser aveva fatto molte passeggiate quando stava in manicomio, a Herisau, non lontano dal nostro istituto. È morto nella neve. [...] A volte penso sia bello morire così, dopo una passeggiata, lasciarsi cadere in un sepolcro naturale, nella neve dell'Appenzell, dopo quasi trent'anni di manicomio, a Herisau. [...] Nell'Appenzell non si può fare a meno di passeggiare. Se si guardano le piccole finestre listate di bianco e gli operosi e incandescenti fiori ai davanzali, si avverte un ristagno tropicale, un lussureggiare tenuto alla briglia, si ha l'impressione che dentro succeda qualcosa di serenamente fosco e un poco malato. Un'Arcadia della malattia. Là dentro sembra che vi sia pace e idillio di morte, nel nitore. Un tripudio di calce e fiori. Fuori dalle finestre il paesaggio chiama, non è un miraggio, è uno Zwang, si diceva in collegio, un'imposizione.» --

    Intendiamoci: non ho trovato una scrittrice poi tanto diversa da come la paventavo; però ho scoperto che quel suo stile ricercato e algido poteva piacermi: pur riuscendomi talvolta faticoso per troppa cerebrale affettazione, ha sprazzi folgoranti che compensano il fastidio: lampi lividi, aguzzi, di un'impassibilità quasi allucinata; e poi è perfetto per rendere l'ambiente, quell'asettico idillio montano che un po' conosco per destino familiare, e certe solitudini definitive, e certe follie, l'anomalia del vivere discosti, estranei al mondo per abitudine o dannata vocazione.

    -- «E la luce nordica, nociva e pazza, si ferma sul muro. Le trine di una finestra hanno un fremito, vi si è impigliato uno sguardo, come se fosse quello l'orizzonte.» --

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    In una clinica per ciechi

    Premesso che l’ho letto dopo aver scoperto, con Proleterka (del 2001), l’autrice che mi aveva colpito per la sua capacità di scrivere con ferocia e freddezza, con un distacco che sa di ghiaccio, tanto ...continua

    Premesso che l’ho letto dopo aver scoperto, con Proleterka (del 2001), l’autrice che mi aveva colpito per la sua capacità di scrivere con ferocia e freddezza, con un distacco che sa di ghiaccio, tanto più con l’evidenza che “Fleur”, Fiore parlava di sé, della sua giovinezza. I beati anni del castigo, scritto una dozzina di anni prima, ne costituiscono la premessa. Lo stile, anche se meno accentuato, è lo stesso: distacco, mescolanza dei tempi, rigoroso nel lessico dove ciò che è nostalgia (il paesaggio dell’Appenzell esterno) e ciò che è ferita incancellabile sono delineati con lo stesso freddo nitore. Nel nord-est della Svizzera tedesca degli anni Cinquanta, non lontano da Austria e Germania, l’eco del nazismo ricorre e Fleur ce ne dà una immagine/definizione che più puntuale, femminile e agghiacciante non si può: “i tedeschi marciare al passo dell’oca e i gerani alle finestre”.
    È un romanzo, un racconto, un diario? È una riflessione sull’educazione, sull’adolescenza rubata, sulla cultura svizzero tedesca, sull’amicizia femminile, sull’assenza dei genitori? L’inconsistenza del padre (qui accennata) e i freddi ordini della madre che dal lontano Brasile dispone nei dettagli l’educazione che la signora Hofstetter, la direttrice del collegio femminile “Bausler” di Teufen, puntualmente esegue.
    “Siamo soddisfatti che lei abbia trovato un’amica. Ma lei non cambierà di stanza. È stato stabilito così dall’inizio. Dal Brasile giungono le lettere di sua madre e anche sua madre è soddisfatta della sua compagna di stanza” … “Danke, Frau Hofstetter”. Bisogna sempre ringraziare, anche quando c’è un diniego. Nell’educazione si impara a ringraziare con il sorriso. Un sorriso maledetto.
    Certo il contesto, richiamato dal titolo, è quello del collegio e della vita sospesa delle educande. Gli anni (beati?) del castigo. Non “dei castighi”, la prigione è dorata, il collegio (e quelli che hanno preceduto e seguito quello di Teufen) è “di classe”, di figlie di aristocrazia o alta borghesia che arrivano e ripartono dal collegio con “una limousine scura con un autista”. Il castigo beato è la condizione di Fleur e delle coetanee con cui si confronta.
    Era evidente che avrei dovuto passare i miei anni migliori in collegio. Dagli otto ai diciassette. Prima mi avevano lasciato con una anziana signora, una mia avola. Un giorno decise che non sopportava più la mia compagnia, diceva che ero selvatica. Eppure a nulla somigliavo come al suo ritratto appeso nella sala da pranzo. Ed è per questo che cancellò la mia effige dai suoi occhi. Oggi sto prendendo le sue sembianze. Anche lei è nel loculo. Con i suoi occhi indaco. Grazie a lei sono stata in molti collegi, ho conosciuto direttrici, madre reverende, superiori, Mères préfètes, ma nessuna aveva l’autorità della mia avola. Ho sempre sentito che potevo raggirarle, che il loro potere era temporaneo, anche se baciavo la loro mano.
    Gli adulti non contano molto, né le direttrici, né tanto meno le/gli insegnanti:
    Gli educatori, almeno quelli che abbiamo conosciuto, non hanno una doppia vita. Durante l’anno insegnano, poi si riposano. Non vanno mai all’avventura. Non abbiamo rimpianti per i nostri educatori. Forse talvolta li abbiamo rispettati troppo, ma questo faceva parte dell’educazione che abbiamo avuto …
    Ma un dubbio si insinua:
    Ordine e sottomissione, non si può sapere quali risultati daranno nell’età adulta. Si può diventare dei criminali o, per usura, dei benpensanti. Ma un marchio l’abbiamo ricevuto, soprattutto quelle ragazze che hanno passato dai sette ai dieci anni di internato.

    Il confronto prevalente è con le coetanee. Se I turbamenti del giovane Törless di Musil era esemplare nel rappresentarci le dinamiche violente e morbose dell’universo maschile giovanile segregato in collegio (un collegio militare), questo della Jaeggy mi pare rappresentare perfettamente il suo contraltare femminile; là il rapporto era fra la vittima, i suoi persecutori e il resto del gruppo che fa da sfondo e sostegno alla persecuzione in un crescendo destinato ad esplodere nella denuncia e nell’allontanamento; qui le dinamiche sono più sottili. Sono innanzitutto dinamiche fra coppie di giovani educande che si scelgono quali “amiche del cuore” e dinamiche fra singola e gruppo basata sulla più o meno popolarità, fama che ciascuna riesce a conquistarsi. Dinamiche che tendono a creare un equilibrio, un tempo sospeso, che permette alla routine giornaliera di trascorrere apparentemente indenne. Solo in un caso, quello della “negretta” figlia di un presidente di Stato africano, coccolata dalla direttrice, un’allieva subisce un aperto ostracismo da parte di tutte le altre. Un destino di infelicità segnato.
    Per un mutuo accordo, fra le ragazze di un collegio, viene scelta dall’inizio, con distratta affettuosità, quella che sarà la reietta. E non perché l’una lo dica all’altra: è un impulso generale. Sono gli occhi malevoli, come rabdomanti, che scelgono una vittima. Senza una ragione sufficiente, come per la cattiva sorte. Lei stessa non fece altro che avvolgersene, dandole un’aura di verità, di imposizione dal cielo. Il declino della sua infanzia fu notevole. Cominciò a tossire, smise di parlare e, quando sfogliava il libro che le aveva regalato Frau Hofstetter, fermava le pagine con le sue dita di alabastro su una vignetta: un cumulo di terra e una croce.

    Fleur è estremista. La tedesca compagna di stanza, indolente e sognatrice, non le interessa. La sua preferenza va ai due estremi: l’allieva formalmente perfetta Frédérique di una bellezza raffinata e quasi nascosta, dal curricolo scolastico impeccabile, di una perfezione che si rivela anche nei dettagli: dall’ordine della sua stanza all’eleganza della calligrafia che Fleur arriva ad imitare in una esplicita volontà di identificazione; con lei coltiva un’amicizia profonda complice di passeggiate e di dialoghi ribelli e metafisici al limite dell’ascetismo. Dall’altro lato, all’opposto, è anche attratta dalla bellezza gioiosa ed esibita di Micheline fiera dell’amore paterno, del suo ricco belga “daddy”, che tutto le avrebbe concesso in una esplicita ricerca di divertimento: “Ciò che Micheline voleva dalla vita era spassarsela” e manterrà la sua promessa di invitare tutte le sue compagne di collegio alla sua festa di diciotto anni con daddy che tutte avrebbe fatto ballare e corteggiato. “Micheline era radiosa. I suoi diciotto anni perirono in quella notte.”

    Solo Frédérique non sarà presente alla festa di Micheline; allontanatasi dal collegio prima delle altre per l’improvvisa morte del padre, l’autrice (il soggetto narrante) la ritroverà ventenne a Parigi dove l’inviterà nella sua stanza, una stanza fredda, spoglia, “scolpita nel vuoto”.
    “Consideravo la sua spoliazione un esercizio spirituale, estetico. Solo un esteta può rinunciare a tutto. Non rimasi tanto sorpresa dall’indigenza, quanto dalla sua grandiosità. Quella stanza è un concetto.”
    E, nell’ultimo capitolo, tutto si disvela. Non è questo un romanzo, né un racconto, né un diario. Questo è un piccolo, denso trattato sulla follia. E l’incipit, a cui avevo fatto poco caso, non era casuale, non solo una contestualizzazione geografica e temporale.
    A quattordici anni ero educanda in un collegio dell’Appenzell. Luoghi dove Robert Walser aveva fatto molte passeggiate quando stava in manicomio a Herisau, non lontano dal nostro istituto. È morto nella neve. Fotografie mostrano le sue orme e la postura del corpo nella neve. … A volte penso che sia bello morire così, dopo una passeggiata, lasciarsi cadere in un sepolcro naturale, nella neve dell’Appenzell, dopo quasi trent’anni di manicomio …”.
    La perfezione, tanto ammirata, dell’amica svela la sua cifra e il suo destino.
    Qualche anno dopo, Frédérique tentò di bruciare la sua casa di Ginevra, le tende, i quadri e la madre. La madre leggeva nel salotto. Fu dopo quel fatto che conobbi la signora. …
    “Mia figlia” aveva sussurrato Madame nell’accompagnarmi all’ascensore “ha tentato di bruciarmi”. Lo disse con dolcezza tale da sembrare rimpianto … “Elle n’est pas responsable”. …

    Dopo vent’anni mi scrisse una lettera. Sua madre le aveva lasciato qualcosa per vivere. Ma ne aveva abbastanza di essere ospite del manicomio, se continuava così avrebbe preso la via del cimitero.

    Anni dopo Fleur tornerà a Teufen: del collegio non è rimasta alcuna memoria. Al suo posto, in simbolica continuità, una clinica per ciechi.

    ha scritto il 

  • 3

    Non saprei definirlo...

    ...e non ho neanche ben capito se mi è piaciuto o meno.
    Lo stile narrativo è molto particolare, frasi brevi, "asciutte", un pò fredde forse: l'ho apprezzato, l'ho trovato affascinante e anche poetico ...continua

    ...e non ho neanche ben capito se mi è piaciuto o meno.
    Lo stile narrativo è molto particolare, frasi brevi, "asciutte", un pò fredde forse: l'ho apprezzato, l'ho trovato affascinante e anche poetico in alcune parti, quasi ipnotizzante. Allo stesso tempo, però, è una storia claustrofobica, permeata da un sottofondo costante di tristezza che mi ha trasmesso un certo senso di angoscia...in attesa di una svolta gioiosa e liberatoria che però non è arrivata.

    ha scritto il 

  • 5

    Di cosa si innamora una donna...

    " avevo l'impressione di un pericolo, del pericolo di vivere ciò che non esiste".
    Di fronte a un tale gioiello (e poi ho sempre un gran debole per i romanzo di formazione) come non sentire un pugno n ...continua

    " avevo l'impressione di un pericolo, del pericolo di vivere ciò che non esiste".
    Di fronte a un tale gioiello (e poi ho sempre un gran debole per i romanzo di formazione) come non sentire un pugno nello stomaco nel leggere il finale. Uno scritto che sia universale non ha bisogno di finale, certo, ma anche un "non finale" è una sospensione che bisogna saper scrivere senza far del male gratuito a chi lo legge, e fare un impietoso torto alle protagoniste di un romanzo così perfetto, incisivo.
    Fleur, è necessario ci incontriamo al tuo prossimo romanzo, mi raccomando...

    ha scritto il 

  • 3

    L'innocenza è un invenzione dei moderni

    "Quando Frédérique mi invitava a quel genere di conversazione, che del resto ammiravo, regnava un'aria di punizione, una mancanza di leggerezza, non era frivola."

    Questo libro mi ha fatto pensare agli ...continua

    "Quando Frédérique mi invitava a quel genere di conversazione, che del resto ammiravo, regnava un'aria di punizione, una mancanza di leggerezza, non era frivola."

    Questo libro mi ha fatto pensare agli anni dell'inadeguatezza, quando da ragazzi, adolescenti, si cercava di farsi spazio nel mondo sociale, di farsi notare dalle persone dello stesso sesso ammirate, e ogni cosa diventava una prova, con un forte senso di essere o non essere all'altezza, con una paura del ridicolo ad aleggiare su ogni azione. Azioni tutte meditate, mai spontanee, che comportavano riflessioni sfiancanti, in un mondo di fatto piuttosto crudele, in cui si faceva agli altri quello che non volevi fosse fatto a te.

    Una narrazione asciutta che si limita a sussurrare, che lascia indovinare l'indicibile.

    Il collegio forse come simbolo estremo, in cui l'atmosfera cupa e arida inquieta e lascia un senso di torbido, un'aura di qualcosa che non riesci a capire bene, ma sai che è malsano.

    Si legge in un paio d'ore, dice pochissimo, turba e disturba assai.

    ha scritto il 

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