I beati anni del castigo

Di

Editore: Adelphi (Gli adelphi, 54)

3.4
(852)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 107 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8845910083 | Isbn-13: 9788845910081 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Gay & Lesbo , Adolescenti

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Descrizione del libro
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  • 3

    " a quattrordici anni ero educanda in un collegio dell'Appenzel"
    un brevissimo romanzo in cui la protagonista narra la vita del collegio, le " amicizie amorose" che colmano i vuoti affettivi lasciati ...continua

    " a quattrordici anni ero educanda in un collegio dell'Appenzel"
    un brevissimo romanzo in cui la protagonista narra la vita del collegio, le " amicizie amorose" che colmano i vuoti affettivi lasciati da famiglie benestanti e distanti.
    Un innamoramento che non si trasforma mai in tenerezza ma rimane un'ossessione ordinaria.
    una scrittura estremamente ricercata, a volte eccessivamente studiata, eppure che mostra le mille pieghe della solitudine di un'adolescenza vissute in collegi.("un collegio è come un harem")

    "lassù mi sentivo in uno stato che si potrebbe chiamare anche malafelicità"

    ha scritto il 

  • 3

    «Vi è come un'esaltazione, leggera ma costante, negli anni del castigo, nei beati anni del castigo.»

    Per anni mi sono tenuta lontana da Fleur Jaeggy, nonostante questo suo libro mi occhieggiasse continuamente, con quel suo titolo stupendo che lascia intendere sottili perversioni e quell'azzeccatissim ...continua

    Per anni mi sono tenuta lontana da Fleur Jaeggy, nonostante questo suo libro mi occhieggiasse continuamente, con quel suo titolo stupendo che lascia intendere sottili perversioni e quell'azzeccatissimo Hammershøi in copertina... Sarà una snob - pensavo - pesantissima e illeggibile, una "raccomandata" (pregiudizio dovuto al suo esser moglie di Calasso, direttore Adelphi); e via dicendo.
    Finché la lettura controvoglia di questa prima pagina mi scosse quel tanto da darle un'occasione:

    -- «A quattordici anni ero educanda in un collegio dell'Appenzell. Luoghi dove Robert Walser aveva fatto molte passeggiate quando stava in manicomio, a Herisau, non lontano dal nostro istituto. È morto nella neve. [...] A volte penso sia bello morire così, dopo una passeggiata, lasciarsi cadere in un sepolcro naturale, nella neve dell'Appenzell, dopo quasi trent'anni di manicomio, a Herisau. [...] Nell'Appenzell non si può fare a meno di passeggiare. Se si guardano le piccole finestre listate di bianco e gli operosi e incandescenti fiori ai davanzali, si avverte un ristagno tropicale, un lussureggiare tenuto alla briglia, si ha l'impressione che dentro succeda qualcosa di serenamente fosco e un poco malato. Un'Arcadia della malattia. Là dentro sembra che vi sia pace e idillio di morte, nel nitore. Un tripudio di calce e fiori. Fuori dalle finestre il paesaggio chiama, non è un miraggio, è uno Zwang, si diceva in collegio, un'imposizione.» --

    Intendiamoci: non ho trovato una scrittrice poi tanto diversa da come la paventavo; però ho scoperto che quel suo stile ricercato e algido poteva piacermi: pur riuscendomi talvolta faticoso per troppa cerebrale affettazione, ha sprazzi folgoranti che compensano il fastidio: lampi lividi, aguzzi, di un'impassibilità quasi allucinata; e poi è perfetto per rendere l'ambiente, quell'asettico idillio montano che un po' conosco per destino familiare, e certe solitudini definitive, e certe follie, l'anomalia del vivere discosti, estranei al mondo per abitudine o dannata vocazione.

    -- «E la luce nordica, nociva e pazza, si ferma sul muro. Le trine di una finestra hanno un fremito, vi si è impigliato uno sguardo, come se fosse quello l'orizzonte.» --

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    In una clinica per ciechi

    Premesso che l’ho letto dopo aver scoperto, con Proleterka (del 2001), l’autrice che mi aveva colpito per la sua capacità di scrivere con ferocia e freddezza, con un distacco che sa di ghiaccio, tanto ...continua

    Premesso che l’ho letto dopo aver scoperto, con Proleterka (del 2001), l’autrice che mi aveva colpito per la sua capacità di scrivere con ferocia e freddezza, con un distacco che sa di ghiaccio, tanto più con l’evidenza che “Fleur”, Fiore parlava di sé, della sua giovinezza. I beati anni del castigo, scritto una dozzina di anni prima, ne costituiscono la premessa. Lo stile, anche se meno accentuato, è lo stesso: distacco, mescolanza dei tempi, rigoroso nel lessico dove ciò che è nostalgia (il paesaggio dell’Appenzell esterno) e ciò che è ferita incancellabile sono delineati con lo stesso freddo nitore. Nel nord-est della Svizzera tedesca degli anni Cinquanta, non lontano da Austria e Germania, l’eco del nazismo ricorre e Fleur ce ne dà una immagine/definizione che più puntuale, femminile e agghiacciante non si può: “i tedeschi marciare al passo dell’oca e i gerani alle finestre”.
    È un romanzo, un racconto, un diario? È una riflessione sull’educazione, sull’adolescenza rubata, sulla cultura svizzero tedesca, sull’amicizia femminile, sull’assenza dei genitori? L’inconsistenza del padre (qui accennata) e i freddi ordini della madre che dal lontano Brasile dispone nei dettagli l’educazione che la signora Hofstetter, la direttrice del collegio femminile “Bausler” di Teufen, puntualmente esegue.
    “Siamo soddisfatti che lei abbia trovato un’amica. Ma lei non cambierà di stanza. È stato stabilito così dall’inizio. Dal Brasile giungono le lettere di sua madre e anche sua madre è soddisfatta della sua compagna di stanza” … “Danke, Frau Hofstetter”. Bisogna sempre ringraziare, anche quando c’è un diniego. Nell’educazione si impara a ringraziare con il sorriso. Un sorriso maledetto.
    Certo il contesto, richiamato dal titolo, è quello del collegio e della vita sospesa delle educande. Gli anni (beati?) del castigo. Non “dei castighi”, la prigione è dorata, il collegio (e quelli che hanno preceduto e seguito quello di Teufen) è “di classe”, di figlie di aristocrazia o alta borghesia che arrivano e ripartono dal collegio con “una limousine scura con un autista”. Il castigo beato è la condizione di Fleur e delle coetanee con cui si confronta.
    Era evidente che avrei dovuto passare i miei anni migliori in collegio. Dagli otto ai diciassette. Prima mi avevano lasciato con una anziana signora, una mia avola. Un giorno decise che non sopportava più la mia compagnia, diceva che ero selvatica. Eppure a nulla somigliavo come al suo ritratto appeso nella sala da pranzo. Ed è per questo che cancellò la mia effige dai suoi occhi. Oggi sto prendendo le sue sembianze. Anche lei è nel loculo. Con i suoi occhi indaco. Grazie a lei sono stata in molti collegi, ho conosciuto direttrici, madre reverende, superiori, Mères préfètes, ma nessuna aveva l’autorità della mia avola. Ho sempre sentito che potevo raggirarle, che il loro potere era temporaneo, anche se baciavo la loro mano.
    Gli adulti non contano molto, né le direttrici, né tanto meno le/gli insegnanti:
    Gli educatori, almeno quelli che abbiamo conosciuto, non hanno una doppia vita. Durante l’anno insegnano, poi si riposano. Non vanno mai all’avventura. Non abbiamo rimpianti per i nostri educatori. Forse talvolta li abbiamo rispettati troppo, ma questo faceva parte dell’educazione che abbiamo avuto …
    Ma un dubbio si insinua:
    Ordine e sottomissione, non si può sapere quali risultati daranno nell’età adulta. Si può diventare dei criminali o, per usura, dei benpensanti. Ma un marchio l’abbiamo ricevuto, soprattutto quelle ragazze che hanno passato dai sette ai dieci anni di internato.

    Il confronto prevalente è con le coetanee. Se I turbamenti del giovane Törless di Musil era esemplare nel rappresentarci le dinamiche violente e morbose dell’universo maschile giovanile segregato in collegio (un collegio militare), questo della Jaeggy mi pare rappresentare perfettamente il suo contraltare femminile; là il rapporto era fra la vittima, i suoi persecutori e il resto del gruppo che fa da sfondo e sostegno alla persecuzione in un crescendo destinato ad esplodere nella denuncia e nell’allontanamento; qui le dinamiche sono più sottili. Sono innanzitutto dinamiche fra coppie di giovani educande che si scelgono quali “amiche del cuore” e dinamiche fra singola e gruppo basata sulla più o meno popolarità, fama che ciascuna riesce a conquistarsi. Dinamiche che tendono a creare un equilibrio, un tempo sospeso, che permette alla routine giornaliera di trascorrere apparentemente indenne. Solo in un caso, quello della “negretta” figlia di un presidente di Stato africano, coccolata dalla direttrice, un’allieva subisce un aperto ostracismo da parte di tutte le altre. Un destino di infelicità segnato.
    Per un mutuo accordo, fra le ragazze di un collegio, viene scelta dall’inizio, con distratta affettuosità, quella che sarà la reietta. E non perché l’una lo dica all’altra: è un impulso generale. Sono gli occhi malevoli, come rabdomanti, che scelgono una vittima. Senza una ragione sufficiente, come per la cattiva sorte. Lei stessa non fece altro che avvolgersene, dandole un’aura di verità, di imposizione dal cielo. Il declino della sua infanzia fu notevole. Cominciò a tossire, smise di parlare e, quando sfogliava il libro che le aveva regalato Frau Hofstetter, fermava le pagine con le sue dita di alabastro su una vignetta: un cumulo di terra e una croce.

    Fleur è estremista. La tedesca compagna di stanza, indolente e sognatrice, non le interessa. La sua preferenza va ai due estremi: l’allieva formalmente perfetta Frédérique di una bellezza raffinata e quasi nascosta, dal curricolo scolastico impeccabile, di una perfezione che si rivela anche nei dettagli: dall’ordine della sua stanza all’eleganza della calligrafia che Fleur arriva ad imitare in una esplicita volontà di identificazione; con lei coltiva un’amicizia profonda complice di passeggiate e di dialoghi ribelli e metafisici al limite dell’ascetismo. Dall’altro lato, all’opposto, è anche attratta dalla bellezza gioiosa ed esibita di Micheline fiera dell’amore paterno, del suo ricco belga “daddy”, che tutto le avrebbe concesso in una esplicita ricerca di divertimento: “Ciò che Micheline voleva dalla vita era spassarsela” e manterrà la sua promessa di invitare tutte le sue compagne di collegio alla sua festa di diciotto anni con daddy che tutte avrebbe fatto ballare e corteggiato. “Micheline era radiosa. I suoi diciotto anni perirono in quella notte.”

    Solo Frédérique non sarà presente alla festa di Micheline; allontanatasi dal collegio prima delle altre per l’improvvisa morte del padre, l’autrice (il soggetto narrante) la ritroverà ventenne a Parigi dove l’inviterà nella sua stanza, una stanza fredda, spoglia, “scolpita nel vuoto”.
    “Consideravo la sua spoliazione un esercizio spirituale, estetico. Solo un esteta può rinunciare a tutto. Non rimasi tanto sorpresa dall’indigenza, quanto dalla sua grandiosità. Quella stanza è un concetto.”
    E, nell’ultimo capitolo, tutto si disvela. Non è questo un romanzo, né un racconto, né un diario. Questo è un piccolo, denso trattato sulla follia. E l’incipit, a cui avevo fatto poco caso, non era casuale, non solo una contestualizzazione geografica e temporale.
    A quattordici anni ero educanda in un collegio dell’Appenzell. Luoghi dove Robert Walser aveva fatto molte passeggiate quando stava in manicomio a Herisau, non lontano dal nostro istituto. È morto nella neve. Fotografie mostrano le sue orme e la postura del corpo nella neve. … A volte penso che sia bello morire così, dopo una passeggiata, lasciarsi cadere in un sepolcro naturale, nella neve dell’Appenzell, dopo quasi trent’anni di manicomio …”.
    La perfezione, tanto ammirata, dell’amica svela la sua cifra e il suo destino.
    Qualche anno dopo, Frédérique tentò di bruciare la sua casa di Ginevra, le tende, i quadri e la madre. La madre leggeva nel salotto. Fu dopo quel fatto che conobbi la signora. …
    “Mia figlia” aveva sussurrato Madame nell’accompagnarmi all’ascensore “ha tentato di bruciarmi”. Lo disse con dolcezza tale da sembrare rimpianto … “Elle n’est pas responsable”. …

    Dopo vent’anni mi scrisse una lettera. Sua madre le aveva lasciato qualcosa per vivere. Ma ne aveva abbastanza di essere ospite del manicomio, se continuava così avrebbe preso la via del cimitero.

    Anni dopo Fleur tornerà a Teufen: del collegio non è rimasta alcuna memoria. Al suo posto, in simbolica continuità, una clinica per ciechi.

    ha scritto il 

  • 3

    Non saprei definirlo...

    ...e non ho neanche ben capito se mi è piaciuto o meno.
    Lo stile narrativo è molto particolare, frasi brevi, "asciutte", un pò fredde forse: l'ho apprezzato, l'ho trovato affascinante e anche poetico ...continua

    ...e non ho neanche ben capito se mi è piaciuto o meno.
    Lo stile narrativo è molto particolare, frasi brevi, "asciutte", un pò fredde forse: l'ho apprezzato, l'ho trovato affascinante e anche poetico in alcune parti, quasi ipnotizzante. Allo stesso tempo, però, è una storia claustrofobica, permeata da un sottofondo costante di tristezza che mi ha trasmesso un certo senso di angoscia...in attesa di una svolta gioiosa e liberatoria che però non è arrivata.

    ha scritto il 

  • 5

    Di cosa si innamora una donna...

    " avevo l'impressione di un pericolo, del pericolo di vivere ciò che non esiste".
    Di fronte a un tale gioiello (e poi ho sempre un gran debole per i romanzo di formazione) come non sentire un pugno n ...continua

    " avevo l'impressione di un pericolo, del pericolo di vivere ciò che non esiste".
    Di fronte a un tale gioiello (e poi ho sempre un gran debole per i romanzo di formazione) come non sentire un pugno nello stomaco nel leggere il finale. Uno scritto che sia universale non ha bisogno di finale, certo, ma anche un "non finale" è una sospensione che bisogna saper scrivere senza far del male gratuito a chi lo legge, e fare un impietoso torto alle protagoniste di un romanzo così perfetto, incisivo.
    Fleur, è necessario ci incontriamo al tuo prossimo romanzo, mi raccomando...

    ha scritto il 

  • 3

    L'innocenza è un invenzione dei moderni

    "Quando Frédérique mi invitava a quel genere di conversazione, che del resto ammiravo, regnava un'aria di punizione, una mancanza di leggerezza, non era frivola."

    Questo libro mi ha fatto pensare agli ...continua

    "Quando Frédérique mi invitava a quel genere di conversazione, che del resto ammiravo, regnava un'aria di punizione, una mancanza di leggerezza, non era frivola."

    Questo libro mi ha fatto pensare agli anni dell'inadeguatezza, quando da ragazzi, adolescenti, si cercava di farsi spazio nel mondo sociale, di farsi notare dalle persone dello stesso sesso ammirate, e ogni cosa diventava una prova, con un forte senso di essere o non essere all'altezza, con una paura del ridicolo ad aleggiare su ogni azione. Azioni tutte meditate, mai spontanee, che comportavano riflessioni sfiancanti, in un mondo di fatto piuttosto crudele, in cui si faceva agli altri quello che non volevi fosse fatto a te.

    Una narrazione asciutta che si limita a sussurrare, che lascia indovinare l'indicibile.

    Il collegio forse come simbolo estremo, in cui l'atmosfera cupa e arida inquieta e lascia un senso di torbido, un'aura di qualcosa che non riesci a capire bene, ma sai che è malsano.

    Si legge in un paio d'ore, dice pochissimo, turba e disturba assai.

    ha scritto il 

  • 4

    Vetusta è l'infanzia. (p. 87)

    "Ordine e sottomissione, non si può sapere quali risultati daranno nell'età adulta. Si può diventare dei criminali o, per usura, dei benpensanti." (p. 90)

    ha scritto il 

  • 3

    Fleur Jaeggy

    Gli anni del collegio, una giovinezza che è una sorta di limbo nell’isolamento bucolico della Svizzera. L’amicizia morbosa tra due ragazze, la distanza di rapporti familiari fondati su regola e appare ...continua

    Gli anni del collegio, una giovinezza che è una sorta di limbo nell’isolamento bucolico della Svizzera. L’amicizia morbosa tra due ragazze, la distanza di rapporti familiari fondati su regola e apparenza. Storia scritta per immagini e frasi brevi. Lettura rapida. Inquietante l’insistenza con cui la narratrice definisce una studentessa africana “la negretta”.

    ha scritto il 

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