I pugnalatori

Di

Editore: Adelphi

3.8
(260)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 108 | Formato: Altri

Isbn-10: 8845917517 | Isbn-13: 9788845917516 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Mistero & Gialli

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Descrizione del libro
Il 1° ottobre 1862 un "fatto criminale di orrida novità" funesta Palermo: allastessa ora, in luoghi quasi equidistanti, vengono pugnalate tredici persone. Ainvestigare su quella che subito appare come una sinistra macchinazione è ilprocuratore Guido Giacosa, di recente arrivato dal Piemonte e già impazientee insofferente nei confronti dei palermitani. L'inchiesta conduce ben prestoa individuare nel principe di Sant'Elia, ricchissimo e rispettatissimosenatore del Regno d'Italia, l'insospettabile mandante. Con crescenteangoscia, con disperazione, fra complotti, doppie verità e "sommessisussurri", avvalendosi solo della testimonianza di pentiti e spie, Giacosaaffronterà l'immane difficoltà di costruire una solida accusa.
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  • 4

    «Fino a tutto il 1860 io fui avvocato patrocinante in Ivrea. Con Regio Decreto 17 dicembre 1860, fui nominato sostituto avvocato dei poveri a Modena coll'annuo stipendio di lire 3000. Con decreto 25 m ...continua

    «Fino a tutto il 1860 io fui avvocato patrocinante in Ivrea. Con Regio Decreto 17 dicembre 1860, fui nominato sostituto avvocato dei poveri a Modena coll'annuo stipendio di lire 3000. Con decreto 25 maggio 1862, fui nominato Sostituto Procuratore Generale del Re presso la corte d'Appello di Palermo collo stipendio di lire 5000».

    Il breve saggio di Leonardo Sciascia ripercorre l'inchiesta del Sostituto Procuratore Generale Guido Giacosa sul “fatto criminale” 1 ottobre 1862 : 13 persone in 13 diversi punti della città accoltellate da sicari vestiti nella stessa maniera (così li descrissero le vittime nei primi resoconti).
    “Alla stessa ora, in diversi punti della città tra loro quasi equidistanti, una stella a tredici punte sulla pianta di Palermo, tredici persone venivano gravemente ferite di coltello, quasi tutte al basso ventre. «I feriti dànno tutti gli stessi contrassegni dei feritori, i quali vestivano a un solo modo, erano di pari statura, sicché vi fu un momento che si poté credere fosse un solo. Fortunatamente ...»”

    La contemporaneità degli eventi e la descrizione degli assalitori portarono subito gli inquirenti ad ipotizzare una congiura, un delitto organizzato per tempo, un “attentato contro l'attuale forma di governo”.
    Quale lo scopo? Gettare nel caos la città, creare discredito nell'amministrazione della città? Eravamo nei primi anni dell'Unità d'Italia e già succedevano storie di delitti politici, che poi avremmo rivisto negli anni della strategia della tensione.
    Il libro, infatti, racconta attraverso le lettere, gli atti, le relazioni del procuratore Guido Giacosa, dell'inchiesta sui pugnalatori. Di come si fosse arrivato quasi da subito ad arrestare i responsabili degli accoltellamenti.
    Di come uno di questi arrestati, Angelo D'Angelo, in cella, avesse confessato ai magistrati i nomi dei tre reclutatori, Castelli, Masotto e Calì.
    E, infine, anche della persona che in alto loco, aveva pagato i “tarì” per compiere i delitti: il senatore (per censo, perché ancora non valeva il suffragio universale) Sant'Elia.
    Principe di Sant'Elia, senatore per censo: aveva cariche dal governo borbonico, col ritorno dei Borboni sull'isola nel 1849, allontanato dalle cariche, fu esule per pochi mesi nel 1860.«Costretto dalla polizia borbonica ad esulare nell'aprile del 1860», non sappiamo dove, si ritrovò in Sicilia nel maggio: e la tempestività e il poco prezzo con cui si conquistò il titolo di esule, che molto poi gli valse, può anch'essere casuale; ma noi crediamo s'appartengano alla peculiare disposizione della sua classe – in lui magari più pronta e affinata – a mutar tutto, e anche se stessa, per non mutar nulla, e tanto meno se stessa: e rimandiamo a I vicerè di Federico De Roberto e a Il gattopardo di Giuseppe Tomasi.

    Borbonico prima e poi uomo della rivoluzione coi Savoia e con Garibaldi, che aveva salutato l'unità nazionale e per questa investito parte dei suoi averi. Politico, dunque, capace di sentire dove soffia il vento e di mettere le vele nel verso giusto.
    Lo scrupolo del Giacosa nel compiere le indagini, che sono complesse anche per i depistaggi della polizia, perché coinvolgono un esponente del Senato che aveva avuto cariche dal governo, emerge dai suoi scritti. Le accuse di D'Angelo sono vere oppure è solo una calunnia? E perché il Sant'Elia avrebbe organizzato questo “crimine contro il governo”?
    “.. perché il principe di Sant'Elia si metteva a cospirare contro un governo che non gli era avaro di cariche e onori? E la risposta che si erano dati, che Castelli si dava parlando col Mattania, non era diversa di quella che se ne dava il procuratore Giacosa. Era una risposta, diciamo, di specie storica e, si direbbe oggi, sociologica. «Quelli che sanno leggere e scrivere ed hanno denaro» diceva Castelli «non sono mai contenti, cospirano sempre per guadagnare da tutti; e noi che siamo poveri esponiamo la vita e dobbiamo soccombere, ché non li accuseranno mai, non siamo infami come D'Angelo ..»”

    Ma questa è solo una risposta generale, sullo spirito gattopardesco della classe politica siciliana (di ieri, e anche di oggi?).
    Ma, spiega Sciascia, c'erano anche altre questioni, legate al malcontento del governo sabaudo in Sicilia:
    “C'erano altre ragioni d'ordine generale e che ci avvicinano a capire quelle particolari, personali del Sant'Elia. Per queste ragioni, a dispiegarle, il richiamo di Castelli al 1848 è assolutamente pertinente: e si vedano le ritrattazioni, le giustificazioni, le richieste di perdono, le profferte di eterna devozione alla dinastia dei Borboni che quasi tutti i nobili siciliani indirizzarono a quel re Ferdinando di cui nel parlamento «rivoluzionario» - da pari, da deputati – avevano entusiasticamente proclamato la decadenza.[..]Leggendoli è facile immaginare come la stessa classe, le stesse persone, fossero dopo quattordici anni disponibili a risalutare la restaurazione borbonica, a chieder perdono a Francesco II dei loro brevi errori [..] garibaldini e savoiardi.In quel 1862 le condizioni della Sicilia dovevano apparire del tutto eguali a quelle del 1849: tali cioè che sarebbe bastato lo sbarco di qualche reggimento borbonico in un qualsiasi punto della costa a far sì che tutta la Sicilia violentemente insorgesse contro i piemontesi.[..]La delusione per i Savoia era enorme: le tasse, la leva obbligatoria, la predazione della borghesia fondiaria e infine il problema dell'ordine pubblico”.

    Giacosa e Mari (procuratore e giudice istruttore) procedono con gli arresti e le perquisizioni delle persone coinvolte, sia il Sant'Elia che altri preti dell'arcivescovado palermitano.
    Arrivano anche a reclutare un “undercover”, Orazio Mattania, un criminale uscito dalla galera, che viene fatto avvicinare in carcere ai tre reclutatori e successivamente infiltrato dentro la struttura, per acquisire altre prove di colpevolezza contro i mandanti di alto livello.

    Ma le prove dell'accusa, le confessioni di Angelo D'Angelo, sufficienti a portare alla ghigliottina i tre reclutatori e a decine d'anni di lavori forzati i pugnalatori, non sono sufficienti per arrivare così in alto.
    Troppo in alto.
    I due giudici avevano in mano solo indizi e mancavano loro le prove per chiudere l'inchiesta e per procedere contro il Senatore che, nel frattempo, veniva difeso dai suoi colleghi in commissione e veniva pure visto sfilare, in processione alla Cappella Palatina, in rappresentanza del re, il venerdì santo.
    Continua Sciascia, su Giacosa e Mari
    “.. chiedevano di poter trattare il principe come qualsiasi altro cittadino indiziato di un così grave reato; come quegli altri che erano già in carcere. «Scindere questo processo» scrive Guido Giacosa «non si può. Conservar ciò che si riferisce agli altri, eliminare ciò che si riferisce al Sant'Elia, è impossibile. Accusare, giudicare, forse condannare gli uni, mentre l'altro, confuso nelle stesse prove, menzionato negli stessi documenti, oppresso dagli stessi argomenti, se ne va libero, onorato, potente, sarebbe tale un fatto che pregiudicherebbe in modo troppo pernicioso ogni sentimento di giustizia e screditerebbe la magistratura e le patrie istituzioni»”.

    Nella relazione al Guardasigilli scritta da Giacosa (prima del suo ritorno in Piemonte) traspare tutta la sua delusione, lui uomo di legge chiamato ad amministrare la giustizia, di una legge da applicare in ugual modo per tutti. E dove invece si è trovato di fronte a depistaggi dall'interno della stessa "amministrazione":
    «.. che alla prima cospirazione tendente a gettare il paese nell'anarchia, ora si è sostituita una seconda che ha per iscopo di eliminare ad ogni costo tutto ciò che potrebbe condurre allo scoprimento della prima; e la sparizione del primo rapporto da me compilato, sparizione che non si può credere casuale, ne è la prova luminosa».

    L'autore che, evidentemente parteggia per il lavoro scrupoloso del procuratore:
    Credeva di dovere la sua sconfitta, la sconfitta della legge, la sconfitta della giustizia, alla Sicilia: alle «abitudini, le tradizioni, l'indole, lo spirito di questo disgraziato paese, assai più ammalato di quanto si presuma». La doveva invece all'Italia.

    Come in molti altri saggi di Sciascia, il finale lascia un amaro in bocca, con la sensazione che il nostro paese non sia mai stato innocente, nemmeno nei primi anni dell'Unità:
    Ad un certo punto del suo intervento sull'interpellanza La Porta, Francesco Crispi aveva detto: «Penso che il mistero continuerà e che giammai conosceremo le cose come veramente sono avvenute».Si preparava così a governare l'Italia.

    ha scritto il 

  • 1

    La stellina non si riferisce assolutamente al valore del libro, che racconta quello che apparentemente era un curioso caso di cronaca. La stellina è perché non c’ho capito gnente. La storia narrata se ...continua

    La stellina non si riferisce assolutamente al valore del libro, che racconta quello che apparentemente era un curioso caso di cronaca. La stellina è perché non c’ho capito gnente. La storia narrata secondo me la può capire veramente solo chi conosce la storia della Sicilia. Ma che dico, di Palermo. Ma che dico, della vita politica della Palermo di fine ‘800. Per capirla veramente bisogna essere quasi esperti di questo particolare periodo storico perché altrimenti, come me, si comprende il quadro generale, ma non si seguono i vari personaggi (che in questo caso furono moltissimi).
    Il succo del libro comunque è questo: la storia non cambia. Non ho intenzione di impelagarmi in discorsoni sulla corruzione della politica, che, soprattutto per quanto riguarda la Sicilia e l’Italia è un po’ come sparare sulla Croce Rossa. Insomma, se non si fosse capito Sciascia parla, attraverso vicende storiche, dei problemi che affliggono ancora il nostro presente (magari potessimo dire: il suo presente…).
    Magari più in là lo rileggerò con più calma per dargli la giusta attenzione.

    ha scritto il 

  • 5

    1 ottobre 1862. A Palermo tredici persone, quasi in contemporanea, vengono ferite a colpi di coltello in diversi punti della città. Nessun legame tra le vittime, né frequentazioni particolari da giust ...continua

    1 ottobre 1862. A Palermo tredici persone, quasi in contemporanea, vengono ferite a colpi di coltello in diversi punti della città. Nessun legame tra le vittime, né frequentazioni particolari da giustificare ipotetiche rese dei conti: su tredici accoltellati, solo uno, un calzolaio quarantasettenne, fa mostra di un passato un po' equivoco; per il resto, cinque impiegati, due possidenti, un confettiere, un barcaiolo, uno scultore, un cocchiere e un sarto.
    Il terrore si diffonde subito in città, tanto che nessuno, in quei giorni convulsi, poteva avvicinare qualcun altro, fosse anche per chiedere l'ora, senza beccarsi una randellata preventiva.
    Incaricato di indagare sul caso il Sostituto Procuratore Generale del Re presso la Corte d'Appello di Palermo, Guido Giacosa, immerso da qualche mese tra i bollori meridionali: per i palermitani, soltanto "un altro piemontese che veniva a comandare in Sicilia, e con uno stipendio di cinquemila lire all'anno".
    Guido, figlio del librettista pucciniano Giuseppe e deciso spirito antigaribaldino, avvia la propria indagine assieme al giudice istruttore Mari: si troverà ben presto a scavare troppo a fondo e come nel più consumato dei film vedrà la sua indagine arenarsi sulle rive del Parlamento del Regno d'Italia.

    Nel 1976 finisce tra le mani di Leonardo Sciascia, tramite il critico della Stampa Lorenzo Mondo, la preziosa documentazione di un episodio realmente accaduto nella storia della neonata Italia unita e ben presto dimenticata. Sarà lui a riesumarla, in forma di indagine narrativa, grazie alla nipote di Giacosa, Nina Ruffini, consegnandoci un documento fondamentale per la storia del paese.
    Tredici persone accoltellate per le strade di Palermo al solo scopo di generare paura e nostalgia per l'ordine passato, un ordine, fa notare Sciascia, fantomatico e archetipico, da tutti rimpianto e da nessuno vissuto.
    Un complotto abilmente concertato da un senatore siciliano, nostalgico, come altri, della vecchia monarchia borbonica, più generosa in prebende e poteri.
    La strategia della tensione, intuisce Sciascia, era nata già allora, su iniziativa di uomini pronti a inneggiare a Garibaldi, a Francesco II e a Vittorio Emanuele, a seconda del denaro e della convenienza. E con la connivenza dello Stato, disposto a difendere i mandanti del proprio attentato, in nome di uno scranno occupato in Parlamento, e di ciò che esso rappresentava. Il procuratore piemontese attribuirà la propria sconfitta alla Sicilia, alle "abitudini, le tradizioni, l'indole, lo spirito di questo disgraziato paese", senza rendersi conto di doverle, invece, all'Italia, curiosa creatura di malaffare, nata poco più di un anno prima.

    ha scritto il 

  • 3

    Minuziosa analisi dei fatti accaduti nel 1862 a Palermo, agli albori della conquista - da parte dei Savoia - della Sicilia. Intrighi e macchinazioni, contro i quali nulla possono funzionari imbavaglia ...continua

    Minuziosa analisi dei fatti accaduti nel 1862 a Palermo, agli albori della conquista - da parte dei Savoia - della Sicilia. Intrighi e macchinazioni, contro i quali nulla possono funzionari imbavagliati ed una giustizia designata ad essere sconfitta. Ancora una volta Sciascia ha condotto un'indagine spietata e pessimistica sulla corruzione e l'insipienza di una classe politica, che in nulla ha mutato i suoi comportamenti nei decenni successivi. Anzi, il processo di "sicilianizzazione" (intesa come modello di sistematica disgregazione del tessuto sociale) ha da tempo coinvolto l'intera politica italiana.

    ha scritto il 

  • 3

    Ricostruzione di un tentativo di restaurazione borbonica in Sicilia nel 1862. Leonardo Sciascia fa largo uso di documenti messigli a disposizione dalla bisnipote del protagonista Guido Giacosa. Di per ...continua

    Ricostruzione di un tentativo di restaurazione borbonica in Sicilia nel 1862. Leonardo Sciascia fa largo uso di documenti messigli a disposizione dalla bisnipote del protagonista Guido Giacosa. Di per sé, opera curiosa e istruttiva, seppur non sempre lineare. Ma lo Sciascia migliore non è questo, chiaramente.

    ha scritto il 

  • 4

    Sommessi sussurri di una sinistra macchinazione

    Palermo ottobre 1862, alla stessa ora, in luoghi quasi equidistanti, vengono pugnalate tredici persone.
    Da qui parte la meravigliosa macchina narrativa/investigativa di Sciascia.

    ha scritto il 

  • 5

    Gattopardi, delitti e impunità

    E' il 1862. A Palermo, tredici delitti vengono commessi simultaneamente da un gruppo di sbandati, reclutati e coordinati da un trio di delinquenti.
    Più sopra, al terzo livello, spalleggiato dal clero ...continua

    E' il 1862. A Palermo, tredici delitti vengono commessi simultaneamente da un gruppo di sbandati, reclutati e coordinati da un trio di delinquenti.
    Più sopra, al terzo livello, spalleggiato dal clero legittimista, c'è un potente nobile siciliano, seguace del deposto Re Ferdinando, opportunamente tramutatosi da fervente borbonico ad altrettanto fervente savoiardo.
    Fino al prossimo giro di giostra, al cambio di regime, una prospettiva non del tutto improbabile nella Sicilia post-unitaria.
    Partendo dalle carte del procuratore Giacosa, piemontese inviato a Palermo che commise l'errore di fare il suo dovere (e fu per questo "rimpatriato" in tutta fretta a processo concluso), Sciascia ricostruisce un fatto molto noto all'epoca, dietro il quale si intravvedono i germi di quello che il grande scrittore chiamava l'eterno fascismo italico, l'eterna irriducibilità di intere parti della società all'accettazione del primato della legge, dell'uguaglianza di fronte ad essa.
    Le trame della Polizia, che ha interesse a coinvolgere nel caso esponenti estremisti, le indagini parallele dei Reali Carabinieri, l'uso di infiltrati e di confidenti dalle più disparate origini: Sciascia si chiede (e si risponde scrivendo questo libriccino) se ci sia mai stata un'altra Italia.
    Sembra di no.
    Il Principe di Sant'Elia, Senatore del Regno, è chiaramente indiziato e tutto conduce a lui, ma viene salvato dalla Commissione senatoriale per le immunità e il suo caso viene archiviato, mentre gli esecutori materiali finiscono condannati a severe detenzioni o alla ghigliottina.
    Una storia siciliana di 150 anni fa, una storia italiana.

    ha scritto il 

  • 3

    L'Italia è un paese circolare in cui tutto cambia per restare com'è (P.P.P.)

    Il 1° ottobre del 1862 nella città di Palermo si verifica "un fatto criminale di orrida novità". Tredici persone, in tredici punti diversi del capoluogo siciliano, vengono pugnalate quasi in contempor ...continua

    Il 1° ottobre del 1862 nella città di Palermo si verifica "un fatto criminale di orrida novità". Tredici persone, in tredici punti diversi del capoluogo siciliano, vengono pugnalate quasi in contemporanea.
    Solo pochi mesi prima, esattamente nel maggio del 1862, l'avvocato piemontese Guido Giacosa era stato nominato Sostituto Procuratore Generale del Re presso la Corte d'Appello di Palermo. Ed è proprio a Giacosa e al Consigliere Mari che vengono affidate le indagini per scoprire la verità circa questa efferata vicenda. Viene catturato a breve uno dei pugnalatori, Angelo D'Angelo, grazie al quale, gradualmente, si conoscono i nomi degli altri esecutori e l'identità dei mandanti.
    Siamo in una Sicilia da poco annessa al giovanissimo Regno d'Italia, proclamato solo un anno prima...

    Continua qui: http://www.lankelot.eu/letteratura/sciascia-leonardo-i-pugnalatori.html

    ha scritto il