I quaderni di Malte Laurids Brigge

Di

Editore: TEA

3.9
(449)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 250 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Tedesco , Francese , Spagnolo , Svedese , Catalano

Isbn-10: 8878190330 | Isbn-13: 9788878190337 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: V. Errante

Disponibile anche come: Tascabile economico , Altri , Copertina rigida , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli , Filosofia

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  • 1

    Rilke ha scritto questo libro più per sé che per il suo lettore.
    Pagine bellissime ma pesanti, che per girarle tutte fino alla fine si fa una fatica incredibile. Certo, alcuni passaggi sono belli perc ...continua

    Rilke ha scritto questo libro più per sé che per il suo lettore.
    Pagine bellissime ma pesanti, che per girarle tutte fino alla fine si fa una fatica incredibile. Certo, alcuni passaggi sono belli perché è sempre un poeta che scrive, però quando torna il prosatore, ahimè che supplizio!
    Reiner, che cosa ci volevi raccontare? I tuoi fantasmi, le tue paure, le tue ossessioni, i tuoi ricordi? Il tuo modo di scrivere è eccelso. Ma mi hai stordito.

    ha scritto il 

  • 5

    "Dunque, qui la gente viene per vivere, io direi piuttosto che si muore, qui."

    Incipit folgorante, questi quaderni sono ricchi di spunti di riflessione e introducono alla poetica di Rilke, svelano mol ...continua

    "Dunque, qui la gente viene per vivere, io direi piuttosto che si muore, qui."

    Incipit folgorante, questi quaderni sono ricchi di spunti di riflessione e introducono alla poetica di Rilke, svelano molto del suo pensiero e della sua sensibilità e sono largamente autobiografici. E poi, in fondo ci sono alcune paginette dedicate alla parabola del Figliol Prodigo che meritano di essere lette, se non altro perché offrono al lettore un punto di vista decisamente alternativo sulle vicende dello stesso e sul perché sia andato via.

    ha scritto il 

  • 0

    Lo sto rileggendo nella traduzione di Zampa, e mi sembra quasi di leggere un libro diverso.
    Se la traduzione di Jesi, più moderna, porta nell'oggi il tormento di Brigge, attualizzando l'intero raccont ...continua

    Lo sto rileggendo nella traduzione di Zampa, e mi sembra quasi di leggere un libro diverso.
    Se la traduzione di Jesi, più moderna, porta nell'oggi il tormento di Brigge, attualizzando l'intero racconto, quella di Zampa, dal respiro più calmo, lo stempra in una malinconia antica e nobile, dalla quale è più facile sentirsi lontani.

    Finita la rilettura, confermata l'impressione. La traduzione di Zampa si fregia di una solennità che dissangua la confessione di Brigge e le conferisce l'aspetto, la consistenza, quasi la sensazione tattile, del marmo, lucido, liscio, freddo (i disegni caotici delle venature sono come intrappolati sotto una superficie uniforme).

    ha scritto il 

  • 4

    "Malta" siamo tutti noi, fra sogni, paure, demoni, percorsi di vita, crisi e vittorie, sconfitte e gioie. Si va per una Parigi che è il mondo in un testo non-testo fra apounti e stati d'animo. Un Rilk ...continua

    "Malta" siamo tutti noi, fra sogni, paure, demoni, percorsi di vita, crisi e vittorie, sconfitte e gioie. Si va per una Parigi che è il mondo in un testo non-testo fra apounti e stati d'animo. Un Rilke alterno fra alti e bassi ma sempre affascinante. Introduzione perfetta per le "Elegie Duinesi". Da leggere.

    ha scritto il 

  • 4

    Piú che cinematografico

    Stucchevolmente decadente ecc., ma chissene importa. Ho trovato una serie sorprendente di miracolose descrizioni di scene oniriche in cui l'autore è riuscito a trasportarmi fisicamente. Stupefacente, ...continua

    Stucchevolmente decadente ecc., ma chissene importa. Ho trovato una serie sorprendente di miracolose descrizioni di scene oniriche in cui l'autore è riuscito a trasportarmi fisicamente. Stupefacente, persino stancante; a un certo punto la mia immaginazione è partita per conto proprio e quando sono ritornato in me non ho capito se fosse stato un sogno o fossi sveglio.

    ha scritto il 

  • 4

    Non è per nulla facile commentare questo libro, così come non lo è stato leggerlo. Non esiste trama: il libro appartiene al genere del diario (fortemente autobiografico), il quale per giunta non “racc ...continua

    Non è per nulla facile commentare questo libro, così come non lo è stato leggerlo. Non esiste trama: il libro appartiene al genere del diario (fortemente autobiografico), il quale per giunta non “racconta” nulla, ma consiste in un susseguirsi di riflessioni, ricordi, evocazioni di personaggi storici, apparentemente slegati l'uno dall'altra. Non è certamente materia facile, tanto più che sarà stata una mia suggestione, ma si avverte molto il “poeta” che è in lui e questo per certi versi rende la sua prosa ancora più ostica ed enigmatica. Pertanto il mio apprezzamento nei confronti di quest'opera è stato oscillante: bellissimi alcuni passaggi sulla morte (tema ricorrente e centrale, direi), sulla poesia, sull'amore, mentre altri mi sono risultati più oscuri e di conseguenza non sono riuscita a gustarli pienamente, nonostante ne percepissi oggettivamente il valore.

    I quaderni di M.L.B. si pone fra quei libri che segnano il passaggio - critico, faticoso - dall'uomo "del passato" all'uomo moderno. In questo senso mi è sorto spontaneo paragonarlo a romanzi come La cripta dei cappuccini di Joseph Roth, L'uomo senza qualità di Musil, o persino Viaggio al termine della notte di Celine... Sono tutti libri che nascono in risposta alla crisi dell'uomo così come era stato concepito fino a quel momento e che dolorosamente, sebbene con esiti al quanto diversi fra loro, si interrogano sull'identità dell'uomo nuovo, privo com'è delle certezze e dell'eredità, storica e culturale, che si portava dietro.
    Quello dell'eredità, inteso come tutto ciò che viene tramandato e che costituisce un legame, anche fisico, col proprio passato, mi è parso essere un tema caro all'autore. Ho letto, nella breve cronologia della sua vita che fa da prefazione alla mia edizione, che Rilke amava farsi credere di origini nobili, non tanto, credo, per il desiderio di innalzarsi a un livello più sociale più elevato (la sua famiglia era borghese), quanto piuttosto per il bisogno di costruire un ponte, magari del tutto immaginario, verso un mondo al quale egli idealmente sentiva di appartenere e senza il cui provato legame si sentiva perso, isolato, straniero. In alcuni passaggi de I quaderni si percepisce molto bene che questo bagaglio, che è fatto di esperienze, di oggetti, di relazioni familiari, e che è la materia di cui si compongono i ricordi, è ritenuta fondamentale dall'autore per riconoscere la propria identità. Ma l'uomo moderno ha perso il senso stesso della continuità e, sembra chiedersi Rilke, come può trovare se stesso avendo smarrito le proprie radici?
    “E non si ha più nulla e nessuno e si viaggia per il mondo con un baule e una cassa di libri e di fatto senza curiosità. Di fatto, senza casa, senza cose ereditate, senza cani, che vita è mai questa?”

    Per questa ragione vi è un indugiare così insistente sui ricordi legati alla propria famiglia... frammenti sparsi e apparentemente indipendenti l'uno dall'altro, i quali però vanno a formare un mosaico che sembra costituire l'unico punto di riferimento del Malte Brigge ormai adulto e solo. Laddove il protagonista rievoca la morte di suo padre, le sue parole rendono evidente il fatto che, con la sua perdita, l'ultimo legame è stato reciso per sempre. E' un'esperienza naturale, ma per l' "uomo moderno" questo senso di perdita assume un significato ancora più profondo e tragico.

    Uno dei passaggi che ho trovato sublimi si riferisce proprio alla morte, che mai come in questo caso è appropriato chiamare "sorella morte": anch'essa fa parte delle cose "perdute" dall'uomo moderno. "Tutti avevano una propria morte. Gli uomini che la portavano nell’armatura, dentro, come un prigioniero, le donne che divenivano vecchissime e piccole, e poi in un letto enorme morivano come su un palcoscenico, dinanzi all’intera famiglia [...]. E quale bellezza malinconica nelle donne, quand’erano gravide e si reggevano in piedi, e nel loro grosso ventre, su cui giacevano d’istinto le mani esili, c’erano due frutti: un bambino e una morte. Il loro sorriso denso e quasi nutriente nel volto svuotato non scaturiva forse dal loro capire, talvolta, che i due frutti crescevano insieme?"

    Brigge/Rilke, in conclusione, non sembra avere "propositi" nei confronti di questo libro, e probabilmente in questo vi è la sua intrinseca difficoltà.... è come se l'autore cercasse di costruire se stesso attraverso i frammenti della propria vita. D'altra parte lui stesso scrive - e credo che queste parole siano le più adatte a commentare questo romanzo - “bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe poi a scrivere dieci righe che fossero buone. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. [...] E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi, di per sé stessi, ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.”

    ha scritto il 

  • 0

    Questo libro, che non è un romanzo senza essere appieno un diario, stupisce come altri testi contemporanei per la sua capacità di anticipazione.
    La crisi del Novecento, la mancanza di punti di riferim ...continua

    Questo libro, che non è un romanzo senza essere appieno un diario, stupisce come altri testi contemporanei per la sua capacità di anticipazione.
    La crisi del Novecento, la mancanza di punti di riferimento, il buttarsi alla cieca in braccio a ideologie mortali, i drammi sociali riconducibili a drammi personali di una modernità che ha disorientato completamente l’uomo, togliendogli i punti di riferimento del passato senza sostituirli con capisaldi altrettanto sicuri.
    Nei “Quaderni di Malte Laurids Brigge”, ma non solo, si trova tutto questo. Ed è normale chiedersi: ma se tutto è questo era già chiaro negli anni dieci del secolo, perché nessuno si è messo in allarme, non si è fermato a riflettere, non ha preso le precauzioni? Perché tutto è stato accettato come inesorabile?
    Sono scettico sulla possibilità di trovare risposte.
    Per questo mi limito a godermi questi capolavori della letteratura.

    L’autoanalisi è il filo conduttore del libro. Quell’autoanalisi che, esasperata, porta a sviscerare tutto, a dissezionare, a ridurre in atomi, impedendo qualsiasi movimento, progetto. Impedendo di vivere insomma.
    Ed è tanto più perniciosa perché non tira fuori nulla di nuovo dall’uomo, ma semplicemente amplifica quanto già – di negativo – esiste.
    E ora di nuovo questa malattia, che mi ha sempre colpito in modo così strano. Sono certo che la si sottovaluta. Proprio come si esagera l’importanza di altre malattie. Questa malattia non ha alcun suo carattere specifico, assume i caratteri di colui che afferra. Con sicurezza sonnambolica trae fuori da ciascuno il suo pericolo più profondo, che sembrava svanito, e glielo ripresenta dinanzi, vicinissimo, per l’ora più prossima.

    Nella forma del non-romanzo emergono con forza i frammenti. Pur in una cornice unica, alcune riflessioni hanno vita propria, come quest’analisi sulla memoria.
    E con ciò che ritorna, si risolleva tutta una confusione di ricordi smarriti che gli pendono addosso come alghe umide su un oggetto riaffiorante dalle acque. Vite di cui non si sarebbe mai saputo nulla vengono a galla e si mescolano con ciò che realmente è stato, e rimuovono un passato che si credeva di conoscere: poiché in ciò che vien su c’è una forza riposata e nuova, mentre ciò che durava presente è stanco per essere stato troppo spesso ricordato.
    La stessa memoria che può dare una percezione nuova, ahimè: negativa, della propria vita.
    Ho pregato per avere la mia infanzia, ed essa è tornata, e sento che è ancor sempre dura come un tempo e che non è servito a nulla invecchiare.

    Il tema dell’infanzia ritorna per denunciare un altro errore tipico: pensare che la vita crescerà da sola, che per ogni dolore ci sarà una compensazione, che con le giuste premesse si arriverà in automatico ai buoni risultati. Come se ci fossero delle soluzioni di continuità, come se l’adulto guardasse al bambino che fu senza che ci sia nulla nel mezzo, il giorno dopo giorno da cui dipende tutto.
    Confidavo che uno se ne sarebbe accorto quando la vita si fosse per così dire rovesciata e avesse cominciato a giungere solo dall’esterno, come giungeva solo dall’interno prima. Mi figuravo che allora sarebbe stata chiare e univoca e impossibile da fraintendere. Per nulla facile, anzi piena di pretese, intricata e difficile per me, ma pur sempre visibile. Il senza limiti, proprio dell’infanzia, lo sproporzionato, il mai ben visibile, tutto questo sarebbe stato allora superato. Certo, non si riusciva a prevedere come. In fondo, tutto continuava sempre a crescere e si chiudeva da ogni parte, e quanto più si guardava fuori, tanto più interno si faceva insorgere dentro di sé: Dio sa da dove giungesse. Ma probabilmente cresceva fino a un culmine estremo e poi si schiantava di colpo.

    Il terribile. La cognizione del terribile. Siamo anni luce lontani dalle lacrimae rerum degli antichi. Del resto è quello che si sente nelle “Elegie duinesi”: persino l’angelo è diventato un essere terribile agli occhi dell’uomo. Ma non è cambiato l’angelo. È cambiato il modo di vedere dell’uomo. È l’uomo moderno, che porta fuori di sé il processo di autoanalisi, lo fa dissezione della realtà e poi vi trova il terribile.
    (Perché invece di lamentarsi non si prova a cambiare approccio?)

    C’è qualcosa di buono, almeno? L’arte. La musica. Che ti prende dove sei, ti lancia verso l’alto e quando ricadi non è più dov’eri prima. La metafora è chiarissima, ma le parole che la raccontano sono vera poesia.

    Ci si potesse allora fermare all’arte. Ma c’è il resto della vita. E ormai sono stati posti tutti i presupposti per viverla male. Rilke impietoso: la paura è alimentata da una forza intimamente nostra. Non viene da fuori, insomma, ce la creiamo.
    Ma da allora ho imparato ad avere paura con la vera paura, che cresce soltanto se cresce la forza che la genera. Non abbiamo alcuna idea di quella forza, tranne che nella nostra paura. Perché essa è così inconcepibile, così pienamente contro di noi, che il nostro cervello si decompone nel punto in cui ci costringiamo a pensarvi. E tuttavia, da qualche tempo, credo che sia la nostra forza, tutta la nostra forza, che è ancora troppa per noi. È vero, non la conosciamo, ma non è proprio ciò che è più nostro quel che conosciamo di meno?

    Tra i tanti voglio ricordare due episodi che ho amato. La storia del cane morente che rivolge un rimprovero al bambino suo padrone per non averlo protetto dalla morte, rimproverando al contempo se stesso per aver sopravvalutato l’essere in cui aveva posto la sua fiducia.
    E il racconto sul vicino di San Pietroburgo, già struggente in sé ma che si apprezza per la maestria di Rilke nel ricreare alla perfezione lo stile e le atmosfere della grande narrativa russa.

    Avviandosi alla fine del testo l’atmosfera si fa sempre più cupa. Il senso della morte sembra aver investito tutto.
    All’esterno molte cose sono cambiate. Non so come. Ma nell’interno e dinanzi a Te, mio Dio, nell’interno dinanzi a Te, spettatore: non siamo noi senza azione? Scopriamo, sì, che non sappiamo la parte, cerchiamo uno specchio, vorremmo struccarci ed eliminare il falso ed essere veramente. Ma qua e là ci resta ancora attaccato un pezzo di travestimento, che dimentichiamo. Una traccia di esagerazione rimane nelle nostre sopracciglia, non notiamo che gli angoli della nostra bocca sono piegati. E andiamo in giro così, zimbelli e creature dimezzate: né uomini veri né attori.

    Eppure, anche se in chiave negativa, viene abbozzata una soluzione. E non è certo qualcosa di originale o dirompente. Il grande errore di un intero secolo è stato di accettare tutto come una constatazione, e non come un monito, un invito a riflettere, a cercare di invertire la rotta là dove possibile.
    (Siamo dunque sinceri, noi non abbiamo alcun teatro, così come non abbiamo un Dio: per averli occorre essere comunità. Ciascuno ha le sue particolari idee e le sue paure e ne mostra agli altri quel tanto che gli è utile e gli si confà. Continuiamo ad assottigliare il nostro capire, affinché possa bastare, invece di chiedere urlando, la muraglia di una miseria comune, dietro la quale l’incomprensibile abbia il tempo di raccogliersi e accrescersi.)
    Il dramma dell’uomo moderno che non è tanto incapace di amare, ma terrorizzato all’idea di essere amato da rifiutare l’amore, che sia quello di Dio o di chi per lui o quello dei suoi simili. È così che il processo di disgregazione diventa poi inarrestabile.

    ha scritto il 

  • 4

    "Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe a scrivere dieci righe che fossero buone"

    La geografia interiore (quella scolpita ed accarezzata dalle maree dell'anima, dai movimenti tellurici del cuore, dai temporali della coscienza, dalle aurore boreali dell'intelligenza) è la sola che c ...continua

    La geografia interiore (quella scolpita ed accarezzata dalle maree dell'anima, dai movimenti tellurici del cuore, dai temporali della coscienza, dalle aurore boreali dell'intelligenza) è la sola che conti. Con il giusto sforzo ed una quantità sufficiente di tempo, si spera di riuscire ad esplorarla abbastanza per poterne poi fare un ritratto se non proprio fedelissimo almeno vagamente somigliante (su di una cartina che è piuttosto una carta astronomica, trapunta di stelle e tagliata da linee che le uniscono).

    Ho letto molti libri contenenti un vago progetto di vita. Nel romanzo del poeta, a differenza che negli altri, questo progetto di vita è definito in modo chiaro attraverso i suoi punti essenziali; per sopravvivere bene è necessario:
    - rivolgere continuamente gli occhi verso l'interno, cercarvi la luce che, a ragione, dovrebbe esserci, ed alimentarla ogniqualvolta essa minacci di estinguersi
    - alzare, al tempo stesso, gli occhi al cielo per cercare le stelle
    - consumarsi come oggetti d'amore (poiché essere amati è cosa che logora)
    - e rigenerarsi nell'amare (poiché l'amore provato è sentimento che rinnova, in colui che ama, la vita)

    Ho pregato per avere la mia infanzia, ed essa è tornata, e sento che è ancor sempre dura come un tempo e che non è servito a nulla invecchiare

    ha scritto il 

  • 3

    Imparare a vedere

    Rilke rimane un poeta, e questo romanzo rimane in larga parte poesia. Il grande errore del lettore è quello di leggere questo libro come un romanzo qualsiasi. Sbagliato. Se non si im ...continua

    Imparare a vedere

    Rilke rimane un poeta, e questo romanzo rimane in larga parte poesia. Il grande errore del lettore è quello di leggere questo libro come un romanzo qualsiasi. Sbagliato. Se non si impara a vedere insieme al poeta è impossibile cogliere le sfumature di quest'opera.

    Queste tre stelle non sono un giudizio in assoluto. Sono più un monito e un proposito per il sottoscritto: imparare a leggere e poi rileggerlo.

    ha scritto il 

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