I signori Golovlev

Di

Editore: Frassinelli

4.2
(134)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 382 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8876843221 | Isbn-13: 9788876843228 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: B. Osimo

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
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  • 5

    Il bellissimo romanzo della bruttezza umana o, citando, “Le rilucenti pance delle cimici”.

    Io e la donna che mi ha sposato abbiamo comprato un gioco di carte da tavolo. Si chiama “Gloom”, è di Keith Baker, c’è scritto sulla scatola di latta, ce l’ha venduto un ragazzo trentenne conciato com ...continua

    Io e la donna che mi ha sposato abbiamo comprato un gioco di carte da tavolo. Si chiama “Gloom”, è di Keith Baker, c’è scritto sulla scatola di latta, ce l’ha venduto un ragazzo trentenne conciato come Galadriel, la Regina degli Elfi di Tolkien nella versione cinematografica di Peter Jackson, con in più il pizzetto decolorato. Il senso del gioco è: vince chi riesce a far ottenere il più basso punteggio di autostima ai suoi personaggi grotteschi, prima di ucciderli, divertendosi di tortura in tortura, stando attenti alle contromosse dell’avversario che portrebbe giocare carte d’amore o di fortuna sui tuoi personaggi e, orrore!, fargli andare l’autostima persino in positivo. L’atmosfera del romanzo di Scedrìn all’incirca è questa, con il valore aggiunto di essere uno spietato capolavoro russo.

    Una conversazione:
    “Di questi tempi si sono sviluppate tante di queste teorie, ce ne vorrebbero di meno! Credono alle scienze, ma in Dio non ci credono. Anche i contadini, anche quelli si danno arie da scienziati!”
    “Sì, padre, avete ragione. Vogliono tanto fare gli scienziati. Per esempio io miei contadini di Naglovka: non hanno niente da mangiare, e l’altro giorno hanno fatto una petizione per far aprire una scuola… che sapientoni!”

    La famiglia Golovlëv trotta meritatamente verso la propria distruzione: da una madre ottusa e avara e un marito gozzoviglione quali figli e quali nipoti ci si poteva aspettare? Scedrìn racconta la fiera delle meschinità di una famiglia di possidenti russi del tutto impreparati all’inesorabile vendetta del tempo, che non lascia scampo a chi si adagia nell’illusione diabolica dell’eternità di uno stato di fatto, specie se lo stato di fatto in questione riguarda un privilegio ovvero la legittimazione di un sopruso.

    Sebbene ci sia spazio per raccontare il fallimento esistenziale di tutti – dalla serva dalla schiena larga al figlio cadetto disonorato e suicida, dal fratello catatonico alla nipote diventata carne da teatrino osceno di provincia, fino a tutta una sequela di puntatine al brefotrofio – un ruolo di primo piano è assegnato al Vampiro, al Giuda, Porfiri il figlio sopravvissuto, il corrotto, il logorroico, il perfetto ipocrita russo: “Non bisogna pensare che Giuda fosse ipocrita nel senso, per esempio, di Tartufo o di qualsiasi francese borghese contemporaneo, che a parole si dà da fare per minare i principi sociali. Pur essendo ipocrita, era un ipocrita alla vera maniera russa, ossia semplicemente un uomo privo di qualsiasi limite morale e che non conosce altra verità oltre a quella che si esprime nei più elementari luoghi comuni.”

    Scedrìn raccoglie e sistema narrativamente meditazioni e conversazioni e aneddoti delle piccineria dell’animo umano, descrive l’orrore come si descrive l’interno di una stanza malgovernata. C’è del morboso nel piacere che si prova seguendo l’annientamento di questi ignoranti per forza di cose anche emotivi, annientamento che non è mai l‘avvio di una redenzione o di un cambiamento: il male ottuso dei Golovlëv, la ciarla impunita di chi non ha bisogno di altre ragioni al di là della prepotenza di classe di cui si sente investita, non nasce e non si arresta nella sola Russa, contamina ogni tempo, pronta a vampirizzare chiunque qui e ora, con modi lenti e garbati, con parole vuote e insopportabili, con l’orribile calma che ha saputo mantenere Scedrìn rivelandone i rancori e le accidie.

    ha scritto il 

  • 4

    https://antoniodileta.wordpress.com/2016/03/08/i-signori-golovlev-michail-e-saltykov-scedrin/

    “Nella sua immaginazione balenava una serie infinita di giorni senza aurora, che sarebbero tramontati in u ...continua

    https://antoniodileta.wordpress.com/2016/03/08/i-signori-golovlev-michail-e-saltykov-scedrin/

    “Nella sua immaginazione balenava una serie infinita di giorni senza aurora, che sarebbero tramontati in un abisso grigio, e, involontariamente, chiudeva gli occhi. Da quel momento in poi sarebbe stato a tu per tu con la maligna vecchia, o forse, non maligna ma solo irrigidita nell’apatia del suo dispotismo. Quella vecchia lo avrebbe divorato non con la sofferenza, ma con l’oblio. Non ci sarebbe stato nessuno con cui scambiare una parola, non un luogo dove fuggire; dappertutto soltanto lei, autoritaria, irrigidita, sprezzante. Il pensiero di questo inevitabile futuro, lo riempì fino a tal punto di angoscia che si fermò vicino a un albero e per qualche momento vi batté contro la testa. Tutta la vita piena di smorfie, di oziosità, di buffonerie gli si illuminava all’improvviso davanti alla mente. Andava adesso a Golovlëvo, sapendo che cosa lo aspettava e nondimeno andava, non poteva non andare. Non c’era per lui altra strada. L’ultimo degli uomini avrebbe potuto sempre far qualcosa per se stesso, sarebbe stato capace di procacciarsi il pane - lui solo non riusciva a niente. Questo pensiero per la prima volta si svegliò in lui. Anche prima gli era accaduto di pensare al futuro e di rappresentarsi prospettive di vario genere, ma erano sempre state prospettive di gratuita abbondanza e non mai prospettive di lavoro. Ed ecco che lo aspettava il compenso di quel fumo nel quale era affondato il suo passato senza lasciar traccia. Compenso amaro che si esprimeva nelle terribili parole: .”
    (Michail Evgrafovič Saltykov-Ščedrin, “I signori Golovlëv”, ed. Quodlibet)

    Sarebbe una cattiveria, da parte mia, ricordarmi che quando Michail Evgrafovič Saltykov-Ščedrin scriveva “I signori Golovlëv”, ovvero tra il 1875 e il 1880, un altro russo, Fëdor Dostoevskij, aveva già scritto “Memorie dal sottosuolo”, “Delitto e castigo”, “L’idiota”, “I demoni” (etc., etc.) e che, a “compimento” della sua immensa opera, stava scrivendo “I fratelli Karamazov”. Tornando un gradino più giù, eccomi al cospetto di una gradevole sorpresa, eccomi immerso nella saga familiare dei Golovlëv, alle prese con le aridità, le invidie, l’avidità, i rancori e le questioni ereditarie che, nell’arco di tre generazioni, portano allo sfacelo una ricca famiglia, a cavallo del 1861, anno dell’abolizione della servitù della gleba in Russia.
    All’inizio del romanzo, la famiglia è comandata da Arina Petrovna, inflessibile, minacciosa, austera, affarista, la quale, grazie a queste qualità, riesce comunque ad assicurare ricchezza economica e possedimenti innanzitutto a sé stessa e, di riflesso, al decadente e ubriacone marito Vladimir, nonché ai suoi quattro figli: Stefan il Babbeo, buffone alla pari del padre; Anna, che scappa con lo sposo alla ricerca di fortune improbabili; Pavel, il minore, apatico, cupo; e infine Porfirij, soprannominato “Sanguisuga” e Iuduska (da Giuda), simpatici nomignoli che c’introducono colui che, alla lunga, resterà superstite ed eroe negativo della storia, fino a scontrarsi con Anninka e Ljubinka, orfane della madre Anna, nipoti di Iuduska e protagoniste anch’esse di una decadenza senza freni.
    Saltykov-Ščedrin non risparmia alcun personaggio, tutti sono attaccati al denaro in maniera morbosa, sia per sopravvivere o per ubriacarsi poco importa, quel che conta è l’attaccamento privo di scrupoli. Anche i personaggi secondari non sono da meno dei componenti la famiglia, e la sorta di tutti non può che essere l’abbrutimento fisico e spirituale, la fuga nell’alcolismo o in voli pindarici della mente. Un romanzo certo on consolatorio, con poca “luce” ma che, nel suo sviluppo, a parte qualche passaggio, non annoia mai.
    Certo, Dostoevskij... (ma no, questo non devo scriverlo, e invece l’ho scritto).
    Consigliato.

    “Fu necessario piegarsi. La volgarità ha una forza enorme; sorprende sempre un uomo non preparato, e, mentre egli si guarda attorno stupito, lo avvinghia in un attimo e lo avvolge nelle sue spire. A chiunque è capitato, passando vicino alla cloaca, di turarsi il naso e di cercare di non respirare; proprio un simile sforzo deve fare su se stesso l’uomo che entri in un ambiente impregnato di chiacchiere vuote e di volgarità. Deve attenuare in sé la vista, l’udito, l’olfatto e il gusto, deve vincere ogni sensibilità e irrigidirsi. Solo allora i miasmi della volgarità non lo soffocheranno.”

    ha scritto il 

  • 5

    un grande scrittore, ma dimenticato...

    Dunque, nell'Ottocento russo, c'era un altro immenso scrittore: Saltikov-Ščedrin.
    Un romanzo spietato nel raffigurare la natura umana nei suoi odi, nella sua cupidigia, nelle sottili angherie praticat ...continua

    Dunque, nell'Ottocento russo, c'era un altro immenso scrittore: Saltikov-Ščedrin.
    Un romanzo spietato nel raffigurare la natura umana nei suoi odi, nella sua cupidigia, nelle sottili angherie praticate.
    Un libro stilisticamente perfetto, tradotto con cura da Ettore Lo Gatto.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Povera patria .. Povera Russia

    Una Famiglia in decadenza, una delle molte tarate famiglie della piccola nobiltà il cui declino è stato descritto nel corso dell'800 da Gogol a Goncarov fino a Cechov, in cui, per un capriccio della s ...continua

    Una Famiglia in decadenza, una delle molte tarate famiglie della piccola nobiltà il cui declino è stato descritto nel corso dell'800 da Gogol a Goncarov fino a Cechov, in cui, per un capriccio della sorte entra un "gene" esterno che tutto rivluzione e trasforma (almeno apparentemente ); una "Mercantessa" come la madre dell'autore che arrichisce di anime e verste la proprietà, peggio di uno Scrooge dickensiano in terra russa, ma i cui figli (e nipoti) riprenderanno l'inesorabile declino fino all'esttinzione, della famiglia però, non della proprietà... Quella Golovlevo che, come un Maestrom inghiotte inesorabilmente chiunque Vi Entri....

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    L'opera in questione mi ricorda, per certi versi, "Una famiglia decaduta" di Leskov: in entrambi i casi, si parla, seppur in modo diverso, si intende, del crollo esteriore e psicologico di una famigli ...continua

    L'opera in questione mi ricorda, per certi versi, "Una famiglia decaduta" di Leskov: in entrambi i casi, si parla, seppur in modo diverso, si intende, del crollo esteriore e psicologico di una famiglia, in entrambi i casi, "maledetta".
    Juduska, con la sua ipocrisia "cristiana", ha martirizzato non solo i propri familiari e domestici, ma anche i lettori.
    Ultime cento pagine degne di nota, davvero.

    ha scritto il 

  • 4

    Saltykov-Scedrin ebbe un'infanzia difficile, per dirla con un eufemismo. Alla morte della madre nel 1875, egli iniziò a scrivere questo romanzo dapprima come racconti separati ed in seguito come unica ...continua

    Saltykov-Scedrin ebbe un'infanzia difficile, per dirla con un eufemismo. Alla morte della madre nel 1875, egli iniziò a scrivere questo romanzo dapprima come racconti separati ed in seguito come unica opera. Questo ottimo romanzo è il tipico ritratto della decadenza nobiliare russa del XIX secolo. La matrona russa Arina Petrovna, protagonista del romanzo, altri non è che una trasposizione letteraria della madre dell'autore, alla quale associa una serie di famigliari picareschi, a cominciare dai figli: l'inetto Stëpka l'Idiota, lo schivo e scontroso Pavel e il viscido e falso bigotto Porfirij Vladimiyč. Ultime ma non meno importanti, le due nipoti che partono per divenire attrici e giungono a contatto di circoli viziosi e torbidi, lasciando la tenuta di Golovlëvo al suo destino. Una storia puramente tardo-zarista, triste ma magistralmente descritta.

    ha scritto il 

  • 4

    "Che cosa è successo?! Dove sono.. tutti?"

    In questo romanzo i ruoli di vittima e carnefice, buono e cattivo, sanguisuga e svenato si intrecciano di continuo. All’inizio, quando viene presentata Arina, sembra che peggio non ci sia, ma poi il r ...continua

    In questo romanzo i ruoli di vittima e carnefice, buono e cattivo, sanguisuga e svenato si intrecciano di continuo. All’inizio, quando viene presentata Arina, sembra che peggio non ci sia, ma poi il romanzo lascia sempre più spazio a Porfirij, non per niente soprannominato Giuda o Vampiro, dal quale anche Arina si lascia raggirare.
    Già, perché il vampiro con la sua parlantina riesce a circuire chiunque, ficcando da per tutto il "buon Dio" o la "carissima mammina", tutto permeato dai cerimoniali da "buon parente", dai rituali da "buon cristiano", dai discorsi edificanti, dalla “legge”. Tutta forma e niente sostanza, un’esistenza apatica ed ipocrita fino al ridicolo, un inutile affaccendarsi e vaniloqui senza fine..

    Eppure, nonostante tutto, sia lui che Arina – come tutti gli altri fra l’altro – mi fanno un’infinita pena! Il loro sembra essere un incorreggibile vizio di famiglia, un qualcosa di innato, senza speranza, che li fa agire per il peggio senza esserne consapevoli, senza pensare alle conseguenze. Il problema è proprio questo: non hanno coscienza e la coscienza li illumina – se mai li illumina – solo quando ormai è troppo tardi, come per Giuda:

    << Era invecchiato, si era allontanato dalla civiltà, aveva un piede nella fossa, e non c’era una creatura che avesse pietà di lui. Perché era solo? Perché sentiva intorno a sé non solo indifferenza, ma anche odio? Perché tutto ciò che lo aveva sfiorato era morto? […] A che cosa aveva portato tutta la sua vita? Perché aveva mentito, detto parole vuote, ostacolato, accumulato? Anche dal punto di vista materiale, dal punto di vista dell’eredità, chi avrebbe beneficiato dei risultati di quella vita? Chi? […] Che cosa è successo?! Dove sono.. tutti?..>>

    Ma durante tutta la sua vita Porfirij, sempre impegnato nei suoi pensieri oziosi, non aveva mai pensato a ciò. E le ultime righe del libro fanno presagire che tutto si ripeterà, che la tragedia familiare che abbiamo appena finito di leggere continuerà con le generazioni future (a partire dai pochi membri rimasti vivi).

    ha scritto il 

  • 5

    la letteratura russa ha avuto grandi narratori oltre ai soliti Dostoevskij e Tolstoj e per quanto Saltikov Scedrin sia meno conosciuto degli altri l'opera in questione può stare tranquillamente al par ...continua

    la letteratura russa ha avuto grandi narratori oltre ai soliti Dostoevskij e Tolstoj e per quanto Saltikov Scedrin sia meno conosciuto degli altri l'opera in questione può stare tranquillamente al pare di quelle dei più grandi. Una storia maledetta e narrata in modo perfetto. Un senso di inquietudine che attraversa tutto il romanzo.
    Da riscoprire.

    ha scritto il 

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