I sommersi e i salvati

Di

Editore: Einaudi

4.4
(2021)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 197 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Giapponese , Spagnolo , Olandese , Polacco , Chi semplificata

Isbn-10: 8806186523 | Isbn-13: 9788806186524 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Prefazione: Tzvetan Todorov ; Postfazione: Walter Barberis

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
Ouali sono le strutture gerarchiche di un sistema autoritario e quali letecniche per annientare la personalità di un individuo? Ouali rapporti sicreano tra oppressori e oppressi? Chi sono gli esseri che abitano la "zonagrigia" della collaborazione? Come si costruisce un mostro? Era possibilecapire dall'interno la logica della macchina dello sterminio? Era possibileribellarsi? E ancora: come funziona la memoria di una esperienza estrema? Lerisposte dell'autore di Se questo è un uomo nel suo ultimo e per certi versipiù importante libro sui Lager nazisti. Un saggio per capire il Novecento ericostruire un'antropologia dell'uomo contemporaneo.
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  • 4

    Una delle voci più prestigiose dell’Olocausto è senza dubbio Primo Levi. Il chimico di Torino, arrestato in montagna dai fascisti nel dicembre 1943, parcheggiato a Fossoli insieme a tanti altri innoce ...continua

    Una delle voci più prestigiose dell’Olocausto è senza dubbio Primo Levi. Il chimico di Torino, arrestato in montagna dai fascisti nel dicembre 1943, parcheggiato a Fossoli insieme a tanti altri innocenti e deportato a Monowitz, il terzo lager del complesso di Auschwitz nel 1944, ha dedicato il resto della sua vita dopo il ritorno dalla prigionìa a raccontare a studenti, giornalisti e persone comuni gli orrori dei campi di concentramento. Nessuna parola probabilmente è salutare per liberare totalmente il senso di oppressione e di annullamento che l’inferno dei lager e la macchina di sterminio nazista hanno inflitto all’essere umano, ma la memoria, parola chiave di tutta la vicenda, serve a non renderci colpevoli degli stessi crimini. E così, dopo aver dato alle stampe, non senza qualche titubanza durata una decina d’anni da parte delle case editrici dovuta a questa sorta di allergia nel ricordare, il fortunato “Se questo è un uomo” e aver raccontato il lungo viaggio di rientro con “La tregua”, Primo Levi nel 1986, un anno prima che la sua disperazione interiore avesse il sopravvento portandolo al suicidio, dà alla luce a mio avviso la sua più riuscita opera.”I sommersi e i salvati” non è più una minuziosa cronaca dei fatti come i precedenti due libri, ma l’analisi psicologica e antropologica dei comportamenti di chi stava affondando nella melma di Auschwitz. Levi scannerizza azioni e ne fa emergere i significati, dedica meno tempo agli aneddoti (pur inevitabilmente presenti in buona misura) e più tempo ai perchè. A rendere i criminali ancor più criminali vi era una specie di zona grigia, che è il tema centrale dell’intero scritto, quel limbo in cui gli avidi nazisti facenti da padroni avevano una sorta di supporto proveniente da un malcelato collaborazionismo. “E’ una zona grigia, dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi; la classe ibrida dei prigionieri-funzionari ne costituisce l’ossatura, ed insieme il lineamento più inquietante”. Si analizza così la figura dei Kapos, coloro che avevano posizioni di comando nel campo ma che non erano più miseri di altri prigionieri, e più duramente si descrivono le figure di coloro che erano a campo degli uffici amministrativi del campo, delle sezioni della Gestapo o dei presidenti di ghetto. In questa chiave si analizza la figura di Chaim Rumkowski, bizzarro ed eccentrico personaggio deriso anche dai nazisti stessi che era a capo del ghetto di Lodz, amante dell’autorità e zimbello ideale per i nazisti. Corrotto e abbagliato dal potere da dimenticare sè stesso e le condizioni in cui tutti versavano all’interno del ghetto. Ho trovato altresì sensazionale, ed è la parte che preferisco, il capitolo “L’intellettuale ad Auschwitz”. Secondo Levi egli è destinato a soccombere per primo: abituato alla logica e alla morale era troppo avvezzo a chiedersi i “perchè” delle cose del lager, pensiero che era meglio evitare, poichè di logica e di spiegazioni non ce n’erano. “Ho visto gente imbarbarirsi e sopravvivere” scrive Levi, che dona una chiave di lettura fantastica in questo senso. La cultura sì, poteva essere utile per brevi momenti, ma così come la famiglia era molto meglio gettarla in un oblìo perenne, per potersi meglio adattare a vivere come primitivi, stato in cui erano ritornati tutti i rinchiusi dei lager. L’autore teorizza anche la basilare risorsa della comunicazione: sapere la lingua tedesca poteva naturalmente fare la differenza, anche solo per comprendere i secchi e perentori comandi dei generali nazisti o capire come orientarsi tra le minime ancore di salvezza che quell’inferno poteva offrire. Così, il tedesco scarno e basilare che Levi studiava sui libri di chimica, diventa di importanza vitale per poter cercare di ribaltare una partita che lo vedeva nettamente sfavorito. “I compagni che non lo sapevano stavano annegando uno ad uno nel mare tempestoso del non-sapere”. Il libro poi prosegue articolandosi nello stereotipo della fuga, assai difficile da compiere in un sistema così rigido come quello dei lager, e si chiude con straordinarie testimonianze nella testimonianza: Levi rende pubbliche molte lettere di tedeschi che gli hanno scritto nel corso dei decenni dopo aver letto la sua verità in “Se questo è un uomo”. Consapevole e grato per tutte quelle parole, non esita però a condannare non solo i soldati tedeschi ma tutti i tedeschi stessi senza alcuna retorica, che “per calcolo miope, per pigrizia mentale, per stupidità, per orgoglio nazionale, hanno accettato le ‘belle parole’ del caporale Hitler”.

    ha scritto il 

  • 5

    Bukowski e Primo Levi (!)

    Faccio una cosa un po’ strana… una sola recensione per due libri totalmente diversi e che non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro!

    È capitato per caso che leggessi “Post Office” di Bukowski conte ...continua

    Faccio una cosa un po’ strana… una sola recensione per due libri totalmente diversi e che non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro!

    È capitato per caso che leggessi “Post Office” di Bukowski contemporaneamente a “I sommersi e i salvati” di Primo Levi. È superfluo rivelare come i due libri abbiano argomenti e stili totalmente differenti, ma non di meno mi è stato impossibile non “sovrapporli”, proprio per questa fatalità.
    “Post Office” tratta della vita dell’ormai mitico Henry Chinaski, alter-ego dell’autore, divisa tra donne, alcool, sigarette, corse dei cavalli e uno svogliato lavoro alle poste, nel quale accanto alla sciatteria e alla svogliatezza trova posto una strana forma non solo di simpatia ma anche di una sorta di assennatezza, filosofia di vita, critica della società: in ultima analisi di moralità, senso etico del protagonista. Il tutto in uno stile diretto, senza eufemismi, un po’ minimalista, umoristico, tipico del “realismo sporco”... anche se appunto… “realismo sporco” è una definizione “stretta” per Bukowski.
    “I sommersi e i salvati” è invece una lunga riflessione nella quale non mancano narrazioni dirette della vita nel Lager e su cosa questa significhi e abbia significato per l’uomo, la società e la storia. E lo stile è quello del più semplice, diretto, schietto, asciutto, esaustivo e autentico realismo (o neo-realismo).
    Eppure c’è qualcosa che, se non altro per il fatto di averli letti contemporaneamente, accomuna i due libri.
    Riporto una frase che descrive “Post Office”, presa da Wikipedia: “L'ufficio postale, trasparente metafora della società organizzata, si erge come un asettico Moloch a contrastare in modo arcigno e implacabile la libertà, al punto che l'unica possibilità di acquisirla definitivamente e goderla resta il licenziamento, dall'ufficio come dalla società. Ed è quello che Chinaski infine otterrà preparandosi a un gioioso futuro da dropout.”
    C’è un’abissale ed incolmabile distanza tra l’ufficio postale e il Lager, così come tra l’impiegato delle poste e il deportato, tra l’organizzazione interna delle poste descritta da Bukowski e l’organizzazione interna del Lager, tra il licenziamento dal posto alle poste e la fuga dal campo, tra “l’asettico Moloch” che può rappresentare l’ufficio postale e lo stesso “asettico Moloch” che è rappresentato dal Lager ed infine tra il futuro da “dropout” rappresentato dalla libertà del licenziato dalle poste e quello della libertà acquisita dal reduce o dal sopravvissuto. Eppure non credo che, rilevata la distanza tra i due, sia del tutto insensato vederci un parallelismo: lontani ma paralleli.
    Sono due analisi psicologiche di due società: l’una quella americana anni ‘60/’70 metaforicamente impersonata dall’ufficio postale, l’altra quella delle bassezze morali mai raggiunte nella storia mondiale del Lager. Ed è sorprendente rilevare come, ripeto… pur nella loro incolmabile distanza, appunto, questi meccanismi psicologici sociali (e con psicologia non intendo quella dell’eterno teatro dell’inconscio dove Amleto, Edipo ecc ecc recitano senza sosta la loro parte, o quella dei deliri sulla mamma o sul papà o la sorella o insomma –per dirla come direbbe Gilles Deleuze, dal quale riprendo questo concetto- dei “petite affaire privée” di cui si occupa in maniera ambigua la bassa psicologia affetta dalla morbosità di chi la pratica, ma la vera psicologia, cioè quella che si occupa del delirio come mondo intero, si delira sulla storia, sulla geografia, le tribù, il deserto i popoli, il clima, le razze, il delirio è geografico politico) ebbene… questi meccanismi psicologici dei due libri abbiano le stesse identiche radici umane!
    E tutto ciò fa risaltare come l’una situazione (quella della “normalità”, per esempio di un ufficio postale nel libro di Bukowski) possa essere terreno fertile (e lo è stato! Per esempio appunto nel caso delle radici del nazismo, che nascono da una situazione sociale definibile “normale”) per abissi di mostruosità come quelli descritti in “I sommersi e i salvati”.
    Ma a parte questo parallelo (certamente personale e dettato dal fatalismo delle due letture simultanee), Bukowski va letto perché fa ridere, è leggero, divertente, simpatico e soprattutto perché riesce ad essere tutto questo in una maniera veramente profonda ed autentica.
    Ed è scritto pure benissimo e la bellezza della sua scrittura è consolatoria.
    E Primo Levi va letto perché va letto.

    La stessa recensione anche per l’altro libro!

    ha scritto il 

  • 5

    Oggi come ieri

    Scritto nel 1986, a trent'anni di distanza "I sommersi e i salvati" è oltremodo attuale. Tratta temi scottanti e questioni mai risolte, sempre drammaticamente alla ribalta.
    Nella sua ultima opera Prim ...continua

    Scritto nel 1986, a trent'anni di distanza "I sommersi e i salvati" è oltremodo attuale. Tratta temi scottanti e questioni mai risolte, sempre drammaticamente alla ribalta.
    Nella sua ultima opera Primo Levi fa un'analisi lucida e disincantata di cause, effetti e conseguenze degli orrori del campo di concentramento. Non dà spazio alla retorica. Va ben oltre l'immediatezza dei fatti e rappresenta con lungimiranza anche le implicazioni che avrebbero avuto in seguito: un futuro che era già iniziato al momento della scrittura e che oggi vediamo concretizzarsi sotto i nostri occhi negli episodi di attualità.
    E' infatti un saggio che esamina anche l'origine delle dittature e dimostra come sia possibile che nel mondo si ripetano totalitarismi, genocidi e violazioni dei diritti umani.
    Al di là della grande Storia, però, sono stata colpita da come le dinamiche createsi nei lager possano replicarsi - certamente in modo meno intenso ma ugualmente intrise di cattiveria e perversione - anche nel nostro "piccolo mondo dorato".
    Nessuna comunità ne è esente, dalla scuola materna al posto di lavoro alla casa di riposo: ovunque emergono piccinerie morali, prevaricazioni e vessazioni nei confronti dei più deboli.
    Tuttavia Primo Levi non divide il mondo in vittime e carnefici, non condanna "tout court" e non assolve aprioristicamente: ci parla piuttosto della "zona grigia" che si annida in tutti noi chiamandoci direttamente in causa quali primi responsabili della genesi e del perpetrarsi del male, con le nostre acquiescenze, i nostri qualunquismi e le nostre fragilità. E di come questo male, originato nel nostro "privato", possa espandersi nel "pubblico" e coinvolgere interi popoli.
    "I sommersi e i salvati" è un atto di dolore laico che pone il lettore, privo di filtri, di fronte alla propria miseria esistenziale. E' un saggio imprescindibile per cercare di capire non solo il '900 e la storia, ma noi stessi.
    Siamo piccoli e fallaci. Ma non possiamo non sapere e non vedere. Dobbiamo educarci a capire prima che sia troppo tardi; ad avere il coraggio di non tirarci indietro; in particolare dobbiamo esercitarci a praticare la coerenza che lega il pensiero con l'azione.
    Non ho parlato di tutti gli argomenti affrontati nei vari capitoli, ma di quelli che hanno suscitato in me più emozioni e considerazioni. Sento però che è un libro da tenere sempre accanto: necessario a renderci consapevoli e a risvegliare la coscienza per sconfiggere indifferenze, egoismi, connivenze e insensibilità.

    ha scritto il 

  • 5

    Che dire? Lucida, onesta ma implacabile analisi del fenomeno Lager e del dopo, delle colpe chiare e di quelle indotte, delle violenze inaudite e gratuite, dello struggimento e dell’angoscia di chi è ...continua

    Che dire? Lucida, onesta ma implacabile analisi del fenomeno Lager e del dopo, delle colpe chiare e di quelle indotte, delle violenze inaudite e gratuite, dello struggimento e dell’angoscia di chi è sopravvissuto!. Le parole di Levi ti colpiscono come mazze, ti entrano dentro e si posizionano ben salde nella tua mente e nella tua coscienza. La sua analisi non è risolutiva né vuole esserlo. Ti lascia delle domande agghiaccianti, cui solo la tua coscienza tenta una risposta. Ma si può dare una risposta alla abiezione in cui cade l’essere uomo? Alla possibilità di regredire allo stadio primitivo della bestia , di perdere e far perdere l’identità di uomo ! e poi magari ritornare ad essere l’uomo colto e rispettabile di prima? Vittima? Carnefice? Ahimè di fronte alla Shoah anche l’uomo più inerme e buono non ne esce innocente e puro!!

    ha scritto il 

  • 4

    Meno coinvolgente di Se questo è un uomo, perchè più introspettivo e meno descrittivo. Ma anche questo un saggio illuminante per comprendere le dinamiche di quello che è stato il più grosso orrore del ...continua

    Meno coinvolgente di Se questo è un uomo, perchè più introspettivo e meno descrittivo. Ma anche questo un saggio illuminante per comprendere le dinamiche di quello che è stato il più grosso orrore della storia moderna.

    ha scritto il 

  • 0

    Primo Levi muore suicida nella sua casa l’11 aprile del 1987.
    Il Centro Internazionale di studi Primo Levi non prende in considerazione l’ipotesi di caduta accidentale come si suppone altrove.
    Durant ...continua

    Primo Levi muore suicida nella sua casa l’11 aprile del 1987.
    Il Centro Internazionale di studi Primo Levi non prende in considerazione l’ipotesi di caduta accidentale come si suppone altrove.
    Durante la lettura de I sommersi e salvati, come in un pendolo il mio pensiero è oscillato tra le parole dell’autore e la sua morte.

    “Mi sentivo innocente, ma intruppato fra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti. (…)
    Lo ripeto, non siamo noi, i superstiti, i testimoni veri. E’ questa una nozione scomoda, di cui ho preso coscienza a poco a poco (…). Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto.; ma sono loro, i “mussulmani", i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l’eccezione.”

    Nel saggio non c’è risentimento, rabbia, sentimento di rivalsa.
    Nessuna maledizione per chi dimentica, nessun “i vostri cari torcano il viso da voi”.
    Vi è anzi un tentativo di rispondere a chi, soprattutto tra le generazioni più giovani – la deformazione della memoria – non riesce a capire come sia stato possibile, perché sia stato accettato.
    Levi spiega e analizza con pacatezza, con lucidità.
    Scava anche in quella terribile zona grigia in virtù della quale vittime si sono fatte carnefici, in quella zona da cui sono venuti fuori molti dei salvati.
    Spiega perché tra i sistemi concentrazionari quelli nazisti hanno avuto una specificità che li connota come fatto unico nella storia dell’umanità.

    Dipana la differenza tra violenza utile e violenza inutile: la seconda caratteristica propria del nazismo e dei suoi campi di sterminio.
    Riconosce, già ad inizio capitolo, quanto sia provocatoria una tale analisi.
    E’ difficile accettare anche solo l’idea di una violenza utile, figurarsi quella inutile.
    Però Levi non si nasconde dietro il dito, e apre il sipario su una realtà che proprio perché è stata tale non può essere né dimenticata né equiparata ad altre.
    [E’ utile tagliare la testa ad un ostaggio filmando l’atto affinchè venga visto da tanti?]

    I nazisti cercarono di cancellare le tracce.
    Nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma anche se qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà.
    Levi, che ha fatto della testimonianza l’ammenda della colpa di essersi salvato, si è ucciso poco tempo dopo la pubblicazione de I sommersi e i salvati, e tre mesi dopo aver scritto l’articolo pubblicato su La Stampa riguardo la banalizzazione della strage nazista, l’equiparazione ai gulag, ad esempio.

    Ho provato oppressione e disagio. E anche un po’ di vergogna.
    Perché io, - anche io, so di non essere sola - ho sbottato di fronte alla retorica del giorno della memoria.

    ha scritto il 

  • 5

    Perché io, proprio io, sono qui e mi sono salvato? Sono meglio o peggio di tutti quelli che sono morti? anzi più che morti, perché dimenticati. Dimenticate le singole vite: l'enormità del numero fa di ...continua

    Perché io, proprio io, sono qui e mi sono salvato? Sono meglio o peggio di tutti quelli che sono morti? anzi più che morti, perché dimenticati. Dimenticate le singole vite: l'enormità del numero fa dimenticare i singoli.

    Chiunque l’abbia detto aveva ragione: “un morto è una tragedia, un milione è statistica”.

    Leggiamo di bambini con pigiami a righe o di ragazzine che rubano libri e ci commuoviamo. Ma il problema di cosa fu il nazismo e la soluzione finale rimane sullo sfondo.

    Quando si dice fabbrica della morte non se avverte subito il significato reale: il nazismo ha operato lo sterminio al centro di un’Europa industrializzata, nel paese più industrializzato d’Europa. E tutto fu organizzato come si organizza uno stabilimento industriale: a tavolino, con progetti che miravano ad ottenere il massimo risultato con il minor sforzo.

    Utilizzare il latente antisemitismo in tutti gli stati europei, abbinarlo all’avidità di appropriazione dei beni ebraici, formare dei collaboratori. Installare i campi di eliminazione in territori più ad est possibile. Utilizzare gli stessi ebrei nella costruzione e gestione dei campi, della morte e dell’eliminazione fisica dei corpi.
    Erano le stesse vittime a uccidere e eliminare le prove.

    Chi scendeva da quei treni entrava subito nel mondo della paura e del ricatto. Le file dividevano le famiglie, i vecchi e i bambini dai più giovani e forti. Ogni cosa creasse un legame con il passato era eliminato, i vestiti sostituiti, i corpi denudati in una estrema umiliazione, un numero sostituiva il nome. Si comprendeva in fretta la necessità della sopravvivenza, ma non tutti ne avevano la forza. Già all’inizio c’era chi sarebbe sceso nell’abisso e chi avrebbe cercato di starne fuori un giorno di più. Un ulteriore marchio stavolta impresso dalla vittima su sé stessa.

    Chi era più giovane, chi stava meglio in salute, chi lasciava affiorare l’istinto a vivere a qualsiasi costo.
    Chi si salvava lo faceva a spese di chi sarebbe stato sommerso.

    Non diciamo che i tedeschi erano bestie affamate di morte: erano precisi organizzatori che sapevano come far funzionare la fabbrica a loro assegnata. Non si gestisce la soluzione finale sulla base di impulsi personali, ma applicando regole precise.

    Detto questo e moltissimo altro, Levi condanna i nazisti, ma chiede una sospensione del giudizio per i salvati.

    Se uno è anche solo vagamente interessato al periodo storico e ai meccanismi mentali innescati dal nazismo e dallo sterminio, si legga questo libro: è una bellissima summa del pensiero di un uomo che quei meccanismi li ha vissuti, li ha messi sulla carta, li ha raccontati nelle scuole e forse alla fine ha concluso che la vita, la sua vita, non era più vivibile.

    date di lettura: diverse

    ha scritto il 

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