Il canto delle manére

Di

Editore: A. Mondadori

3.9
(404)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 411 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: 8804590718 | Isbn-13: 9788804590712 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback , eBook , Altri

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Scienza & Natura

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Descrizione del libro
La manéra è la scure dei boscaioli di Erto. Nessuno come Santo della Val, che abbiamo già incontrato in Storia di Neve, ne conosce il filo della lama, l'equilibrio del manico, nessuno come lui sa ascoltare il canto che si alza dalle manére quando i boscaioli entrano a far legna nei boschi. Santo è il migliore tra di loro, il bosco è la sua vita, ma la violenza del sangue lo costringe alla fuga dal paese per cercare fortuna tra le ricche foreste dell'Austria. Nuovi amici e nuovi amori, pentimenti e bramosie dell'animo, finché Santo, dopo l'eccezionale incontro con il grande scrittore Hugo von Hofmannsthal, sentirà imperioso il richiamo della propria terra.
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  • 3

    Delitti di paese

    Il libro percorre l’intera vita di Santo Corona della Val Martin, boscaiolo x predestinazione. Rimasto orfano da bambino, è allevato dal nonno e da Agusto Peron, il taglialegna più bravo nella valle d ...continua

    Il libro percorre l’intera vita di Santo Corona della Val Martin, boscaiolo x predestinazione. Rimasto orfano da bambino, è allevato dal nonno e da Agusto Peron, il taglialegna più bravo nella valle del Vajont. Da lui impara i segreti del mestiere, e anche la spavalderia di mettersi in mostra con pericolose bravate. Per orgoglio e ambizione lavora in Austria e in Svizzera attraverso le guerre mondiali, ma ha nostalgia del paese, dove torna x un’ultima sfida. Come “L’ombra del bastone”, questo romanzo è ambientato sulle montagne di Erto, nello stesso periodo storico, e come Zino Santo è costretto a fuggire x una cupa storia di violenza e di sesso. Anche il linguaggio dialettale, che ricorda l’italo siculo di Camilleri, è lo stesso, e vorrebbe dare attendibilità a questa storia, come fosse tramandata da vecchi contadini, ma finisce x infastidire. Al confine fra realtà e leggenda, è una vicenda cupa e grandguignolesca di sangue, morte, vendette, omicidi, stupri, faide, incidenti raccapriccianti. E’ la vita dura, aspra, spietata in un paese di montagna agli inizi del XX secolo, dominata dagli istinti primordiali dell’uomo: sopravvivenza, odio, sesso. Tutti i personaggi di Corona, però, sono dei bruti che pensano solo al lavoro, al guadagno, all’orgoglio, e questo li rende poco credibili, perché le persone non possono essere tutte uguali. In altri libri l’autore deride e disprezza le comodità moderne, e mostra di rimpiangere i bei tempi andati; ma se la vita precedente era questa, non c’è nulla da salvare. Protagonista è la manéra, la scure che il boscaiolo non abbandona mai, attrezzo di lavoro ma anche simbolo del suo coraggio, abilità, forza. E, soprattutto, il bosco, che permette di vivere e può uccidere, con le sue voci, stagioni, animali, piante. Forse, nel personaggio di Santo c’è qualcosa di idealmente autobiografico, nel suo orgoglio, nella violenza impulsiva riscattata dalla letteratura. Quattrocento pagine a colpi di manéra, però, sono troppe.

    ha scritto il 

  • 2

    È il mio secondo libro di Corona, il primo è stato "Storia di Neve". Faccio questa precisazione perchè non capisco se l'ho trovato così piatto, inutile e noioso perché non regge il confronto con il pr ...continua

    È il mio secondo libro di Corona, il primo è stato "Storia di Neve". Faccio questa precisazione perchè non capisco se l'ho trovato così piatto, inutile e noioso perché non regge il confronto con il primo o perché effettivamente lo è. Forse il paragome è stato indotto anche dalla stessa ambientazione e dal fatto che il periodo dei due romanzi, a un certo punto, coincide, tanto che Neve e suo padre vengono anche nominati più volte.
    Inoltre ho odiato le continue anticipazioni su quello che sarebbe successo più avanti. Io odio gli spoiler!
    Ma la scrittura di Corona mi piace molto. Leggerò comunque altro sperando di riuscire a non paragonarlo a Neve.

    ha scritto il 

  • 4

    il tragico elastico della vita

    Santo non è cattivo, anche se ha "copato" ed ha tradito il bosco. Santo è solo vittima di un destino che gli si è sempre accanito contro: Orfano di madre alla nascita e di padre nella prima infanzia, ...continua

    Santo non è cattivo, anche se ha "copato" ed ha tradito il bosco. Santo è solo vittima di un destino che gli si è sempre accanito contro: Orfano di madre alla nascita e di padre nella prima infanzia, tradito dalla donna che amava con il l'amico di sangue a cui aveva salvato la vita e restato orfano infine di quell'uomo che per lui è stato come un padre, maestro di lavoro e di vita che di lui aveva già intuito il destino. La morte di quest'ultimo diventerà la svolta che lo indirizzerà in quel cammino che perseguirà per il resto della sua vita, fare i "schei" con la Manèra non per un preciso desiderio di arricchirsi, una ricchezza di cui peraltro non godrà mai i frutti, ma come strumento di rivalsa per urlare al mondo la sua rabbia. Santo è Caparbio, testardo contro ogni logica, orgoglioso al limite del masochismo, ma è anche uno spirito libero, curioso, sensibile, che lo porterà a conoscere personalità letterarie di rilievo a cui carpirà i segreti della vita, tra i quali la lettura come mezzo di arricchimento morale. Salvo lotterà tutta la vita, contro il destino e soprattutto contro se stesso, contro quell'amarezza della vita che tra lutti, tradimenti, tragedie, non gli darà mai tregua portandolo ad un epilogo che sarà la metafora di tutta la sua esistenza. La natura fa da sfondo a tutta la vicenda, una natura che è madre ma anche assassina, che dà speranza e patimento. Ma è anche il quadro nostalgico di una società fatta di uomini semplici, in cui nella povertà proliferava l'amicizia nei suoi connotati più sublimi. Amaro, ma pieno di verità, poesia e purtroppo, poca speranza.

    ha scritto il 

  • 4

    sempre avvincente, ma un po' meno di Neve

    Dopo Storia di Neve, un'altra favola ambientata ad Erto. Questa volta il protagonista è un boscaiolo. Il libro si legge bene ed appassiona ma ho trovato il personaggio meno appassionante di Neve, anch ...continua

    Dopo Storia di Neve, un'altra favola ambientata ad Erto. Questa volta il protagonista è un boscaiolo. Il libro si legge bene ed appassiona ma ho trovato il personaggio meno appassionante di Neve, anche perchè forse il libro è più incentrato su di lui invece che sul paese come il precedente.

    ha scritto il 

  • 1

    Si questa è literatura me copo. Usti.

    Negli anni sessanta Vianello e Tognazzi ci regalarono memorabili sketch, precursori di questo libro insensato, prolisso, noioso e scritto nella stessa lingua: cioè in un comico slang da gag d'avanspet ...continua

    Negli anni sessanta Vianello e Tognazzi ci regalarono memorabili sketch, precursori di questo libro insensato, prolisso, noioso e scritto nella stessa lingua: cioè in un comico slang da gag d'avanspettacolo.

    Manca la storiella della zanzara liofante-simia, o quella - ancora più pertinente - del boscaiolo che ricavava un solo stuzzicadenti da ciascun albero.

    Corona è il nulla: nella sua finzione esistenziale (vive in città con moglie e cinque figli, nella baita va a prendere il fresco d'estate) ha costruito il personaggio capelluto (e un pò unto, a vederlo) con la bandana, che farebbe scompisciare dal ridere i montanari veri.

    Sul romanzo pochissimo da dire: alzi la mano chi sa trovare un senso, un movente, alla storia di una specie di bruto psicopatico che vive in un bestiario di gente senz'anima, volgare, sporca dentro e fuori, che vive inutilmente e spesso in solitudine, senza Dio nè senso morale; alla sequenza di delitti e violenze inaudite; all'amarezza che trasuda da ogni pagina.

    La civiltà contadina e montanara era asperrima, si sa. Gente dura, avvezza a privazioni e sofferenze. Ma legata dal senso della famiglia, dal timor di Dio (come dicevano) dalla pietà. Per quanto la durezza della condizione di vita facilitasse l'abbrutimento - e con esso la violenza domestica, l'abuso, l'alcolismo - c'era nella gente umile la scintilla della speranza. Basti rileggere Verga o le Novelle della Pescara, ma persino Goffredo Parise.

    ha scritto il 

  • 3

    Un libro infinito, di una tristezza infinita

    Ho finito questo libro più per pietà verso me stesso e la narrazione, più che per il vero piacere di leggerlo. Con questo non voglio dire sia brutto, anzi... ma è stato in realtà un impegno per me fin ...continua

    Ho finito questo libro più per pietà verso me stesso e la narrazione, più che per il vero piacere di leggerlo. Con questo non voglio dire sia brutto, anzi... ma è stato in realtà un impegno per me finirlo, a partire dal particolare modo di scrivere dell'autore. Detto ciò, comunque, un vero libro da leggere, specie per il finale, senza sconti, tanto vicino alla vita, quanto può esserlo un libro

    ha scritto il 

  • 4

    E' un canto triste

    E' una storia di boschi, di boscaioli, profumi di resina e canti di galli forcelli. Tra questi boschi incantevoli la natura selvatica dell'uomo prevale. L'avidità del denaro macella le foreste a colpi ...continua

    E' una storia di boschi, di boscaioli, profumi di resina e canti di galli forcelli. Tra questi boschi incantevoli la natura selvatica dell'uomo prevale. L'avidità del denaro macella le foreste a colpi di manere e di sudore. E' un noir alpino dove le segherie fanno la loro parte. Si legge d'un fiato.

    ha scritto il 

  • 5

    Mi piace come scrive Corona

    Premetto che quando si tratta di un autore delle mie zone e del calibro di Mauro Corona si ha sempre un occhio di riguardo.

    Il libro parla della storia di Santo, un boscaiolo in fuga dal suo passato, ...continua

    Premetto che quando si tratta di un autore delle mie zone e del calibro di Mauro Corona si ha sempre un occhio di riguardo.

    Il libro parla della storia di Santo, un boscaiolo in fuga dal suo passato, da se stesso, dal suo paese e dalla sorte avversa.
    Santo è un personaggio difficile con un carattere introverso che non va trattato con gentilezza perchè lui non sa darne ed usa la sua rabbia per andare avanti nei momenti difficili della vita.

    Lo scrittore, con questo testo, ha voluto salvare la cultura dei boscaioli, per lasciare un chiaro messaggio ai lettori, dobbiamo rispettare il mondo in cui viviamo.

    E' un libro che "racconta" nel vero senso della parola una storia, sicuramente lascia il segno.

    ha scritto il 

  • 4

    “Le radici sta dove siamo nati e cresciuti. Quelle radici non le tagli . Quelle radici sono elastici con un capo legato al campanile e l’altro intorno alla nostra vita. Più ti slontani più gli elastic ...continua

    “Le radici sta dove siamo nati e cresciuti. Quelle radici non le tagli . Quelle radici sono elastici con un capo legato al campanile e l’altro intorno alla nostra vita. Più ti slontani più gli elastici si tira, finché diventa fini come corde di violino. Quando è tirati al massimo passa il vento della memoria, e questi manda suoni di ricordi. A sentirli pensi al paese e diventi debole. Molla le mani da dove ti tenevi ingrapato e gli elastici, con uno strappo, ti trascina a casa”.
    Il canto delle manére è un libro “storto”, per riprendere un'espressione di Mauro Corona. È storto per il registro friulano adottato dall'autore, che fa sentire un po' scomodo il lettore; per la storia narrata, che descrive il mestiere dei boscaioli facendoci esplorare i meandri di un ambiente e di un'attività sconosciuti, pericolosi e faticosi.
    È storto perché lo è il protagonista della storia: un antieroe, un uomo che pur avendo testa, cuore e coraggio, si butta via e getta via con se stesso gli affetti importanti della sua vita. Santo Corona è il protagonista di questa storia cattiva. “ Hai visto che le robe storte si possono drizzare e farle andare per il verso giusto? Sono le robe storte della vita che non drizzi quando vuoi. Quelle è solo il tempo che le drizza”. Nasce ad Erto, paese del Friuli circondato da crode lunghe e affilate come lapis che si stagliano nel cielo. Sotto di esse il Vajont rugge e sbuffa tra le vallate ricche di boschi che danno sostentamento alla popolazione di quel paese abbarbicato nella roccia. Quelle valli, però, sono difficili, appartengono a un territorio inospitale, aspro, impervio. Gli uomini per sopravvivere devono lottare contro una natura caparbia e ostile, come sono loro stessi. I mestieri degli abitanti sono “tirar di manera” (usare l'ascia, tagliare gli alberi) e falciare. Ma soprattutto tagliare gli alberi. “Il canto delle manère si confondeva con quello degli uccelli e l’abbaio dei caprioli. I venti di primavera, allegri e deboli come le bronze dei rami, faceva le gare a soffiare nei pifferi di croda. Le ultime slavine, scivolando dalle vette sui costoni puliti, non faceva più rumore ma sbuffava come un vecchio stanco quando si siede”. Un lavoro difficile, fisicamente duro e che richiede destrezza, buoni riflessi e prudenza. Santo è discendente di una generazione di boscaioli e lui stesso è diventato, a sua volta, un boscaiolo eccellente. Orfano, è stato allevato dai nonni e preso sotto l'ala protettrice dello zio, Augusto Peron, esperto di manera e della vita. Santo cresce sotto la guida dalla pratica saggezza del nonno, uomo severo ma buono, e la coraggiosa temerarietà dello zio, che insegna al ragazzo la destrezza nella manera, ma anche lo spirito di competizione e l'ambizione. Il giovane diventa uomo, affronta il dolore per la perdita delle persone care, conosce il seme dell'odio e della vendetta, ma anche la passione della carne, l'affronto del tradimento e la gelosia che lo conduce a macchiarsi di un delitto che perseguiterà la sua coscienza per tutta la vita. Scappa in Austria e lì si ricostruisce una vita, riprende la sua professione di boscaiolo, riesce col tempo ad affermarsi, a fare società con altri amici del mestiere, diventa ricco, spietato verso quella stessa natura per la quale gli è stato impartito il rispetto. Ama ancora e ancora subisce un ennesimo tradimento che acuisce la sua rabbia e il suo rancore verso la vita e il destino. Santo sperimenta, tuttavia, anche la conoscenza del mondo intellettuale attraverso l'amicizia di uomini che hanno dedicato la vita alla cultura e all'arte. Uno in particolare, il famoso scrittore Hugo Von Hofmannsthal, gli insegna a leggere il tedesco e lo arricchisce spiritualmente.
    Il canto delle manere racconta la storia malinconica di un uomo che ha deciso le rotte del proprio destino, facendosi guidare dalle proprie incontrovertibili convinzioni, rese ancora più ferree dal suo carattere difficile e ostinato, come le cime che lo hanno visto nascere e crescere. Ha difeso strenuamente le idee che aveva di se stesso, della sua vita e delle persone che lo circondavano, senza mai metterle in discussione. Avrebbe potuto perdonare, capire e finalmente elevarsi per dare un valore ai proprio errori, ma non l'ha fatto. Santo è un uomo senza clemenza per se stesso e per gli altri. Un uomo che non ha saputo amare totalmente, e che per questo è stato tradito.
    Santo Corona è, in definitiva, un uomo che non ha imparato. “ Santo ormai viveva a testa bassa. Aveva stortato la sua vita per tutta la vita, adesso non era più tempo di drizzarla. E non esisteva paese, casa o memoria che lo facesse tornare giovine e ripartire da capo. Aveva scritto la vita in brutta copia e quella era rimasta. Non poteva ricopiarla in bella. Santo aveva sentito chiaro e tondo che era tornato per morire”. Tuttavia questo romanzo è anche qualcosa di più: è una penna lieve che racconta, oltre la meschinità, l'odio, il rancore, la passione e le bassezze dell'animo umano, anche l'onestà, la semplicità e il coraggio della povera gente, costretta dall'asperità del territorio a sopravvivere con i mezzi che aveva a disposizione. Il canto delle manere racconta anche di stellate “che pareva[no] secchiate di mirtilli luminosi buttati nel cielo”, di notti animate dal canto degli animali notturni, di prati che risplendono del colore dei bottondori, di venti che giocano con le foglie. Parla del rumore della neve che si posa, di piccole storie drammatiche o struggenti di tanti personaggi minori come Bonaventura Selchi, detto Venturin, che non dormiva durante le gelide notti d'inverno, ma ascoltava gli alberi cadere morti di freddo, per poi raccoglierli pietoso. Parla dell'amore consumato su una radura magica che donava agli amanti solo bei sogni. Il canto delle manere si riassume nel biglietto lasciato a Santo dal suo amico scrittore Hugo Von Hofmannsthal: “La causa sta in una profondità infinita, negli abissi del carattere e del destino. Tutto dobbiamo capire”.

    ha scritto il