Il deserto dei tartari

Di

Editore: Oscar Mondadori

4.2
(9917)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 263 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Chi tradizionale , Francese , Inglese , Spagnolo , Catalano , Chi semplificata , Tedesco , Rumeno , Esperanto

Isbn-10: A000046314 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Tascabile economico , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Filosofia

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Descrizione del libro
"la magia costituisce il lievito delle pagine migliori di Buzzati e restituisce il suono più vero della scoperta." Così scrive Alberico Sala presentando il romanzo Il deserto dei tartari, il più famoso romanzo di Buzzati. Il tema della vita come rinunzia è tipica dell'arte dello scrittore veneto-milanese che, senza mai perdere di vista l'elemento reale, in questo suo romanzo ricrea il clima rarefatto dell'allegoria. Giovanni Drogo, tenente di prima nomina destinato a Forte Bastiani, si avvia alla meta con l'indefinibile presentimento che qualcosa nella sua vita stia portando a una totale sulitudine. La fortezza, enorme,gialla, situata ai limiti del deserto, una volta regno dei mitici nemici, i Tartari, lo accoglie con la sua maestosa imponenza. Il tenete Drogo viene contaminato da quel clima eroico di avidità di gloria, che sembra pietrificare, in un'attesa perenne, ufficiali e soldati. Tutti aspettano i nemici, che verranno dal Nord. Col passare degli anni il tenente Drogo "sente il battito del tempo scandire avidamente la vita2, finchè la speranza verrà stroncata dall'estrema rinunzia: la morte che la dignità del soldato trasfigura in solitaria vittoria.
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  • 5

    Autore: italiano (1906-1972). Romanzo.

    Il mio medico (che era anche un amico) diceva che leggevo troppo.
    Avevo 16 anni, un cervello curioso, un amore con il quale condividere. Chi se ne fregava del do ...continua

    Autore: italiano (1906-1972). Romanzo.

    Il mio medico (che era anche un amico) diceva che leggevo troppo.
    Avevo 16 anni, un cervello curioso, un amore con il quale condividere. Chi se ne fregava del dottore.
    Non so perché questo romanzo mi fosse piaciuto tanto a quell’età.
    Certo non potevo riconoscermi nel Drogo malato, ma forse nel giovane che con il suo cavallo deve raggiungere la Fortezza per la prima volta.
    La curiosità di provarsi in una nuova vita e forse, chissà, in qualche battaglia.
    Anche l’ambientazione fuori dal tempo e direi anche dallo spazio giocò a favore.
    E altre letture inappropriate come Sartre e certo teatro.
    Non avendo tastiere a disposizione, la ribellione passava dai libri.

    Rileggendolo negli anni scopro che mi ha seguito. C’è un Drogo della gioventù, uno della maturità e uno della vecchiaia.
    L’imponderabile ragnatela che l’attesa tesse intorno agli uomini della fortezza.
    La Fortezza stessa che diventa a poco a poco rifugio.
    La vita degli altri vista con distacco, legami che il tempo ha disciolto.
    La vanità dei sogni giovanili e la semplicità del reale.
    Le grandi aspettative di potersi misurare con avvenimenti eccezionali sono sfumate e si sono lasciate indietro anche le vite comuni del fratello, degli amici, con le loro famiglie, il lavoro, i figli.
    La prova che finalmente arriva insieme ai famosi Tartari, non sarà quella alla quale è destinato Giovanni Drogo.
    La vita, comunque la si sia vissuta, ha in serbo una prova finale alla quale ci si arriva da soli.

    Il tema dell’attesa di ciò che può metterci alla prova o svelarci i segreti della vita è un tema affascinante: da Moby-dick a certi romanzi di Perutz o Holenia, da Don Chisciotte a Bartleby.

    PS. allego un commento che ho trovato qui e che non posso ignorare.

    Dedicato a coloro che non sanno essere felici,
    a coloro che amano attendere,
    a coloro che pensano che domani succederà qualcosa di più interessante e promettente di oggi,
    a coloro che attendono una grande occasione (consapevoli forse che non arriverà mai),
    a coloro che non sanno trasformare la propria vita in una grande occasione,
    a coloro che non comprenderanno mai che non esiste una grande occasione,
    a coloro che devono forzare l'orizzonte pur di vivere un po',
    ecco a tutti questi e a molti altri loro simili, auguro di innamorarsi di questo (notate bene le virgolette) "capolavoro", dal quale attingeranno fiducia e motivazioni per continuare la loro attesa e fare della loro vita un elogio alla mediocrità.

    Qui abbiamo un soddisfatto che vive velocemente, che nel domani non spera molto, che sa cogliere l’occasione anche se non si fa molte fantasie sulla sua effettiva esistenza, che manco ci pensa a spostare un po’ l’orizzonte e che ha deciso che l’amore per questo libro e la mediocrità vanno a braccetto.

    Adesso la smetto perché mi suonano alla porta. E fortunatamente so chi è.

    ulteriore rilettura 03.12.2016

    ha scritto il 

  • 5

    INFINITO E FINITO

    al primo tentativo, quasi quaranta anni fa, ho abortito la lettura considerandolo un mattone pesante e lento. Leggevo con gli occhi ma non con la mente. L'ago si è spostato. Adesso la mente ha più spa ...continua

    al primo tentativo, quasi quaranta anni fa, ho abortito la lettura considerandolo un mattone pesante e lento. Leggevo con gli occhi ma non con la mente. L'ago si è spostato. Adesso la mente ha più spazio. Ha più materiale su cui elaborare ed intrecciare trame, reali o metaforiche. Ha rimpianti da digerire e speranze da realizzare. Oppure speranze alle spalle. Ho pianto alla fine delle pagine. Emozione deve trasmettere un libro. Emozione grande ha trasmesso.

    ha scritto il 

  • 0

    Questo romanzo lascia il segno. Metaforico, surreale, paradossale, onirico ci proietta nelle sembianze di Giovanni Drogo all'interno della meccanica del destino dell'uomo. Le aspettative di una vita c ...continua

    Questo romanzo lascia il segno. Metaforico, surreale, paradossale, onirico ci proietta nelle sembianze di Giovanni Drogo all'interno della meccanica del destino dell'uomo. Le aspettative di una vita che non si concretizza mai veramente in un progetto tangibile. Il tempo scorre, la mente lungimirante cova le speranze di una svolta decisiva che dia un senso alla nostra presenza a questo mondo. Una contemplazione infinita e irrisolvibile che imprigiona l'uomo all'interno di una staticità che diventa stallo, attesa eterna. La fine non può che essere drammatica, almeno quella deve riscattare l'uomo, Giovanni Drogo, dalla beffa di percepire l'ombra dell'esistenza e non l'esistenza vera. Ma il riscatto è anch'esso nullo in quanto il nulla è il buio di noi che rimane.

    ha scritto il 

  • 5

    Un'attesa senza fine

    C'è chi leggendo "Il deserto dei Tartari" di Dino Buzzati ci ha visto similitudini a Kafka e a Poe, soprattutto per i personaggi prigionieri della propria illusione, che si consumano in un'attesa che ...continua

    C'è chi leggendo "Il deserto dei Tartari" di Dino Buzzati ci ha visto similitudini a Kafka e a Poe, soprattutto per i personaggi prigionieri della propria illusione, che si consumano in un'attesa che non ha fine. Sì, può darsi, visto che Buzzati ci descrive l'eterno (e rassegnato) dolore del tempo che pervade tutta la solitaria vita del tenente Giovanni Drogo. Solitudine e infinita attesa dell'arrivo del nemico da sconfiggere, un nemico che non arriva mai. E così è semplice leggere nelle pagine dell'autore il non senso della nostra solitaria vita piena di speranza in gioventù che, mano a mano passa il tempo, si infrange e si arriva al punto di attendere una morte che, forse, da un vero senso alla vita. Più che pessimista lo vedo realista, Drogo capisce che la vita può illuderci tutti, prima o poi ognuno di noi dovrà accettare una vita mediocre, senza colpi di fortuna, senza carriera, senza chissà cosa. Una vita normale, anche troppo, spesso, molto spesso noiosa.

    ha scritto il 

  • 5

    Libro bello e intenso che fa molto riflettere. Buzzati lo ha scritto quando lavorava in redazione a Belluno pensando alla routine del suo tran tran giornaliero e alla monotonia della vita. E se questo ...continua

    Libro bello e intenso che fa molto riflettere. Buzzati lo ha scritto quando lavorava in redazione a Belluno pensando alla routine del suo tran tran giornaliero e alla monotonia della vita. E se questo tran tran durasse per tutta la vita? ecco allora il bisogno di dare un senso alla propria vita, una svolta.Ma non è facile e siamo sicuri che noi siamo i veri fautori delle nostre scelte? Il romanzo di Buzzati ci ricorda Waiting for Godot di Becket, la vita è un assurdo attendere qualcosa che ci aiuti a dare un senso alle cose. Drogo vive passivamente gli eventi , il tempo vola via inesorabile e in attesa della vita vera non riesce a fare nulla se non andare incontro alla morte. Il tenente Drogo, inviato a prestare servizio nell’isolata e ormai inutile Fortezza Bastiani, ha il compito di sorvegliare un deserto da cui non arriva mai alcun nemico, vivendo nell’attesa della guerra, dell’azione, del giorno in cui finalmente potrà farsi valere. Anche quando potrebbe andarsene, rimane invischiato nell’abitudine di aspettare, di sperare che all’orizzonte compaiano finalmente dei puntini neri in movimento. Cosa può dare valore alla vita di un soldato? La comparsa del nemico. Quando Drogo è giovane ha la speranza che qualcosa di bello succederà, ma nell’attesa il tempo scorre e si ritrova vecchio con la consapevolezza di aver sprecato la propria vita perché il tempo vissuto è molto più lungo di quello ancora da vivere. E’ vero, in giovinezza il tempo sembra infinito e poi, invecchiando, accelera per poi finire sempre troppo presto, con il nostro carico di sogni irrealizzati, di occasioni mancate, di giorni sprecati nell’immobilismo. Bellissimo!!!!!!!

    ha scritto il 

  • 5

    Impossibile leggerlo senza interrogarsi sulla propria vita, sul tempo che scorre inesorabile, sulle speranze della giovinezza mai realizzate, sul senso sottile di angoscia all'idea che tutta la propri ...continua

    Impossibile leggerlo senza interrogarsi sulla propria vita, sul tempo che scorre inesorabile, sulle speranze della giovinezza mai realizzate, sul senso sottile di angoscia all'idea che tutta la propria esistenza possa risolversi nell'attesa di qualcosa che forse non giungerà mai... e chiedersi se forse il fascino non stia proprio lì, in quell'attesa, nel mistero, nella promessa...
    Ho trovato il libro bellissimo pur nella sua lentezza, il finale poi è stato meraviglioso e per certi versi consolatorio.

    ha scritto il 

  • 5

    IL DESERTO DI ... GODOT

    Premetto che questo romanzo è reputato dal sottoscritto il miglior libro mai letto in assoluto.
    La riflessione più amara, aspra, drammatica e angosciante sulla condizione umana. Non è importante l'azi ...continua

    Premetto che questo romanzo è reputato dal sottoscritto il miglior libro mai letto in assoluto.
    La riflessione più amara, aspra, drammatica e angosciante sulla condizione umana. Non è importante l'azione, in questo capolavoro assoluto e la fortezza Bastiani è solo un pretesto. Nondimeno la prosa ha un che di immaginifco, perchè non dando riferimenti geografici sulla posizione del forte (io l'ho immaginato nell'estremo nord est italiano), lascia che il lettore fantastichi su di esso. La vita scorre lenta nell'eterna attesa di qualcosa che la renda viva, pulsante. qualcosa che restituisca un significato agli eterni turni di guardia, allo scrutare l'orizzonte per vedere se il nemico è alle porte. In quest'attesa si consumano gli anni, si invecchia, le nuove generazioni entrano in gioco ma presumibilmente saranno i Drogo del futuro. Tutto scorre... tutto passa. Come passiamo noi esseri umani.
    Nonostante la difficile trasposizione il romanzo divenne film con Gassman e Giuliano Gemma ed il regista fu bravo a rendere l'atmosfera "sospesa" che grava sulla fortezza. Romanzo che inevitabilmente suggerisce riflessioni molto amare

    ha scritto il 

  • 4

    l'inerzia dell'abitudine

    Ci sono l'attesa e la speranza: quelle dell'arrivo di un nemico antico da una terra deserta da affrontare in una guerra che porterebbe gloria alla fortezza.
    C'è l'abitudine, che trasforma i giorni in ...continua

    Ci sono l'attesa e la speranza: quelle dell'arrivo di un nemico antico da una terra deserta da affrontare in una guerra che porterebbe gloria alla fortezza.
    C'è l'abitudine, che trasforma i giorni in mesi e i mesi in anni e l'attesa in vecchiaia.
    C'è la delusione dovuta alle illusioni che si creano guardando la vasta distesa di nulla che circonda la fortezza, delusione che raddoppia e che si trasforma in collera nel finale.
    C'è forse anche un po' di angoscia che si trasmette al lettore, che anche attende i Tartari insieme a Giovanni Drogo e che non li vede mai arrivare, facendo così passare quasi tutta una vita in qualcosa che nessuno ha visto e nessuno aspetta più, se non pochi speranzosi.
    Vediamo una vita consumarsi in un piccolo mondo ripetitivo e rigido che però non porta da nessuna parte. Se la fortezza doveva essere una metafora della nostra vita beh, sono abbastanza angosciata anch'io.

    ha scritto il 

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