Il giorno dei morti

L'autunno del commissario Ricciardi

Di

Editore: Einaudi (Stile libero big)

4.2
(1116)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 309 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Catalano , Spagnolo

Isbn-10: 8806213938 | Isbn-13: 9788806213930 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Mistero & Gialli

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Descrizione del libro
Seduto con un cane a fargli compagnia, un bambino morto per caso. Un orfano, niente famiglia, niente amici.
E invece qualcuno che si chiede perché, e come, e quando.
Qualcuno che si mette a scavare in vite piccole, di cui non ci si cura, di cui non si sa niente.
Qualcuno che non si rassegna all'urlo che non sente, al lamento che non riesce a trovare.
Fino al giorno dei morti.
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  • 5

    Ah, Ricciardi, Ricciardi..quanto dolore nel tuo animo sensibile, nel tuo cuore innamorato, nelle donne che ruotano intorno alla tua esistenza. Quanto dolore nella tua condanna, e quanto dolore nella v ...continua

    Ah, Ricciardi, Ricciardi..quanto dolore nel tuo animo sensibile, nel tuo cuore innamorato, nelle donne che ruotano intorno alla tua esistenza. Quanto dolore nella tua condanna, e quanto dolore nella vicendà del piccolo Tettè..

    ha scritto il 

  • 4

    La quarta indagine di Ricciardi

    Romanzo davvero toccante. La storia più triste, fino ad ora, forse perchè la vittima è solo un bambino sfortunato, un cacaglio, come lo chiamano tutti. E fino alla fine non si fanno tante supposizioni ...continua

    Romanzo davvero toccante. La storia più triste, fino ad ora, forse perchè la vittima è solo un bambino sfortunato, un cacaglio, come lo chiamano tutti. E fino alla fine non si fanno tante supposizioni ma non si riesce ad intuire perchè e per mano di chi sia morto. Oltre all'indagine c'è il solito approfondimento sulla vita dei personaggi che si fa sempre più interessante!

    ha scritto il 

  • 4

    "Il giorno che non mi rattristerà più vedere un bambino così piccolo morto, e buttato via come un vestito vecchio; il giorno che non mi darà più dolore pensare che a sette, otto anni si può morire di ...continua

    "Il giorno che non mi rattristerà più vedere un bambino così piccolo morto, e buttato via come un vestito vecchio; il giorno che non mi darà più dolore pensare che a sette, otto anni si può morire di fame o, come nel caso di questo ragazzo, riducendosi a mangiare le esche avvelenate; il giorno che non vorrò capire perché di notte e sotto la pioggia un ragazzino girava da solo, a piedi scalzi; il giorno che per me sarà normale trovare un cadavere seduto su uno scalone all'alba, vegliato soltanto da un cane, quel giorno smetterò di fare questo mestiere e me ne tornerò al paese mio. "
    Così pensava il Commissario Luigi Alfredo Ricciardi.
    Se c'era una cosa che odiava erano i bambini morti. La sensazione di spreco, di rinuncia, di occasioni perdute. Un popolo, una civiltà si qualifica dalla cura per la propria infanzia, aveva letto su un libro all'università. Non ne usciva certo bene, quella città.
    Era solo uno degli effetti della povertà di Napoli in attesa del sol dell'avvenire.
    Il sole dell'era fascista.
    Eppure tutti dicevano di vivere in un Paese perfetto: sui giornali si scriveva di feste, ricevimenti, inaugurazioni, vari di navi e parate militari. Di principi e re stranieri in visita, di folle felici e plaudenti. Invece era tutto diverso: i bambini come Matteo, Tettè, il cacaglio, il balbuziente, venivano lasciati morire di fame, all'angolo di una strada.
    Ricciardi osservava il proprio tempo con disincanto e malinconia e provava molta pena per quella città brulicante e per quel popolo disperato e si chiedeva potesse essere naturale la morte di un bambino così piccolo. Non avrebbe avuto il diritto di conoscere le emozioni, gli orgogli, le tristezze di una vita?
    Che giochi faceva, che amici aveva? C'erano una madre, dei fratelli che ora piangevano e si disperavano per la sua assenza, o era solo e abbandonato da vivo come lo era stato nella morte?
    Il commissario rivide con gli occhi della memoria un altro bambino, che giocava da solo con una spada di legno in un vigneto, venticinque anni prima; ne risentì il mormorio con cui descriveva a se stesso il mondo fantastico nel quale sognava di essere, nella sua immaginazione. E rifletté che la solitudine è una malattia che non risparmia nemmeno i ricchi, e che dall'infanzia si trasmette alla maturità e perfino alla vecchiaia.
    Ricciardi ed il suo mezzo sorriso triste, le mani magre e nervose, lo stesso sguardo perduto della madre dietro a chissà quale lontano dolore.
    Ricciardi, l'uomo, sfuggente, incomprensibile.
    I suoi occhi, quegli inquietanti occhi verdi, trasparenti come il vetro, con le palpebre che non sbattevano mai; quegli occhi che ti sfidavano senza sfidarti, che ti mettevano di fronte alla parte peggiore di te stesso, quella che non volevi conoscere, quella che non sapevi di avere.
    I suoi occhi, due frammenti di smeraldo capaci di brillare anche nel buio. E quel ciuffo di capelli scomposto sulla fronte, quel suo modo di ravviarlo con un gesto secco.
    La strana capacità di interpretare la realtà secondo le sue correnti sotterranee, quelle che nessun altro vedeva.
    La terribile compagnia del Fatto aveva segnato tutta la sua vita, dalla volta che aveva visto il primo morto parlargli nel vigneto di casa sua, quando aveva cinque anni. Dio sapeva quante volte aveva chiesto che gli fosse risparmiata questa condanna.
    Vedeva l'immagine del morto per com'era morto, che ripeteva l'ultimo pensiero nel luogo stesso in cui la vita spezzata l'aveva abbandonato.
    Il Fatto e le sue regole.
    "E se questa regola stavolta non valesse? Se Tettè fosse morto di paura, prima che la stricnina lo uccidesse? Allora non lo vedrei, e starei cercando qualcosa che non c'è. Il fantasma di un fantasma. Cercare per non trovare. Forse sto cercando una ragione. Forse la sto cercando per me, e non per il povero Tettè." Rifletteva su questo, quando finalmente scorse nella pioggia l'angolo di casa sua: la ragione per cui ci sono bambini al caldo, la sera, e altri che battono i denti e non sanno se passeranno la notte in un posto almeno asciutto. "La solitudine è una malattia infettiva. Io sono infetto, la porto con me. O forse mi porta lei. Il bambino, il bambino... sono io. Lui è morto, ma io non lo vedo, non lo vedo. E non so che mi dice, e il cane, il cane di Tettè che vuole, da me"». pensava fra sè e sè.
    Bambini senza madre, bambini con la madre; madri vere e madri finte; madri che abbandonavano i figli, madri che ne cercavano uno. E sua madre, la baronessa di Malomonte, ancora giovane età, nel letto dell'ospedale dove sarebbe morta per quella che era stata sbrigativamente diagnosticata come una febbre nervosa. Ne rivide lo sguardo perduto nelle occhiaie, semiaddormentata dai sedativi che le davano continuamente. Ne ricordò la mano sottile, leggera, che teneva la sua: sembrava fatta di carta.
    Lui, un bambino, condannato a una solitudine dettata prima dal censo e poi dal carattere.
    I perenni silenzi, gli sguardi nel vuoto, le improvvise malinconie. In tutto e per tutto uguale alla madre, gli stessi occhi verdi trasparenti, aperti su un mondo che vedevano solo loro.
    Il suo era un nome lungo e antico fatto di ricchezze lontane che avrebbero consentito una vita e una presenza nella società, invece sdegnosamente respinte.
    Viveva con la sua vecchia tata Rosa. Non aveva vizi, né amici né una donna, ma una donna c'era nel suo cuore Enrica. E lui era nel cuore di lei.
    Gli occhi di Ricciardi abituati ad osservare il dolore e a riconoscerne il suono, erano graditi ad Enrica.
    E allora che cosa poteva spingere un uomo come lui a una solitudine così completa? A non condividere niente con nessuno, mai?

    ha scritto il 

  • 5

    Il più bello, ma anche il più drammaticamente triste, della serie Ricciardi.
    Tenerezza, angoscia, tristezza e pietà per la vita, e la morte, del piccolo Matteo, vessato, sfruttato, abbandonato da tutt ...continua

    Il più bello, ma anche il più drammaticamente triste, della serie Ricciardi.
    Tenerezza, angoscia, tristezza e pietà per la vita, e la morte, del piccolo Matteo, vessato, sfruttato, abbandonato da tutti, anche da chi dovrebbe amarlo e proteggerlo a costo della propria vita. Tra tanti esseri viventi che gli girano intorno, l'unico che ha a cuore la sua vita è un cagnolino, brutto e sfortunato, proprio come il piccolo Tettè. Ricciardi, che non accetta la spiegazione di una morte accidentale, scava fino in fondo per rendere giustizia alla povera vita del bambino. In una Napoli fredda, plumbea, umida, in fermento per l'imminente visita del Duce, con la pioggia che senti fin dentro le ossa e che trasuda dalle pagine, si snoda un'indagine atipica e disperata, con un finale in sospeso e straniante.

    ha scritto il 

  • 4

    Quarto romanzo della serie sul Commissario Ricciardi. Sempre malinconico e solitario, sempre alle prese con un mistero. Questa volta è la morte di un trovatello, che pare morto di inedia. Ma Ricciardi ...continua

    Quarto romanzo della serie sul Commissario Ricciardi. Sempre malinconico e solitario, sempre alle prese con un mistero. Questa volta è la morte di un trovatello, che pare morto di inedia. Ma Ricciardi, nonostante l'imminente visita del Duce e il conseguente divieto di attirare l'attenzione su un caso pietoso che potrebbe scalfire l'immagine di città fascista perfetta, indaga. E il finale è davvero a sorpresa.

    ha scritto il 

  • 0

    La voce dei morti

    Napoli povera. Napoli sporca. Napoli mamma. Napoli orfana. La povertà è la vera colpevole del romanzo. La povertà che affama e non permette ai bimbi dei "bassi" di vivere l'età più spensierata. De Gio ...continua

    Napoli povera. Napoli sporca. Napoli mamma. Napoli orfana. La povertà è la vera colpevole del romanzo. La povertà che affama e non permette ai bimbi dei "bassi" di vivere l'età più spensierata. De Giovanni racconta tutto con una leggera ed elegante tristezza e lascia (come ogni libro dovrebbe) la malinconia di aver finito troppo in fretta il romanzo.

    ha scritto il 

  • 5

    Dei primi quattro il più bello, il più struggente. Qui la storia è ancora più intrisa di umanità sofferente, protagonisti i bambini laceri, poveri, soli, di Napoli. La grande solitudine dei protagonis ...continua

    Dei primi quattro il più bello, il più struggente. Qui la storia è ancora più intrisa di umanità sofferente, protagonisti i bambini laceri, poveri, soli, di Napoli. La grande solitudine dei protagonisti e quella di Ricciardi, una Napoli sempre difficile, in lacrime con la sua pioggia autunnale battente.

    ha scritto il 

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