Il giovane Holden

Di

Editore: Gruppo Editoriale L'Espresso (La Biblioteca di Repubblica)

4.0
(25881)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 238 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Spagnolo , Tedesco , Giapponese , Portoghese , Chi semplificata , Catalano , Francese , Russo , Finlandese , Olandese , Svedese , Galego , Turco , Polacco , Ceco , Rumeno , Greco , Basco , Ungherese

Isbn-10: A000005414 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Adriana Motti

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico , Paperback , Copertina morbida e spillati

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Adolescenti

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Descrizione del libro
Scheda errata perché priva di isbn. La scheda corretta è all'url:
http://www.anobii.com/books/01bf76cb1365a203f7/
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  • 2

    Che fatica!

    Secondo me c'è un tempo preciso per leggere un libro. Questo in particolare, forse, lo avrei apprezzato di più in età adolescenziale e, dico forse, avrei potuto prendere a modello certi comportamenti. ...continua

    Secondo me c'è un tempo preciso per leggere un libro. Questo in particolare, forse, lo avrei apprezzato di più in età adolescenziale e, dico forse, avrei potuto prendere a modello certi comportamenti. Letto in età adulta mi è sembrato veramente immaturo e mi ha lasciato poco. Ho fatto veramente fatica a finirlo ed essendo una persona che non abbandona mai un libro a metà o voluto finirlo nella speranza che nella pagina successiva ci fosse stata una svolta...anche se non è stato così.
    E poi tutti quei "Eccetera eccetera", "e tutto il resto", "e qualcos' altro" "e compagnia bella" "e via dicendo" ripetuti all'infinito!

    ha scritto il 

  • 4

    "Se davvero volete sentirne parlare, la prima cosa che vorrete sapere sarà dove sono nato, e che schifo di infanzia ho avuto e cosa facevano e non facevano i miei genitori prima che io nascessi, e alt ...continua

    "Se davvero volete sentirne parlare, la prima cosa che vorrete sapere sarà dove sono nato, e che schifo di infanzia ho avuto e cosa facevano e non facevano i miei genitori prima che io nascessi, e altre stronzate alla David Copperfield, ma a me non va di entrare nei dettagli, se proprio volete la verità. Primo, è roba che mi annoia, e secondo, ai miei gli verrebbe un paio di ictus a testa se andassi in giro a raccontare i fatti loro. …". Si apre così "Il giovane Holden", uno di quei romanzi di cui, volente o non volente, avrai sentito o letto il titolo almeno una volta nella vita senza la più pallida idea di che cosa racconti. Mi trovo piuttosto in difficoltà nell'esprimere un mio parere al riguardo, ma un po' di cose posso dirle sebbene non ci sia nessun filo logico a unirle.
    Innanzitutto, già dalla prima pagina sono rimasta piuttosto sconcertata - in positivo - dallo stile. Mi aspettavo una maggiore complessità, un linguaggio più ricercato, qualcosa di noioso, sinceramente. Invece ho trovato il contrario più assoluto ed è stato un sollievo poter leggere una storia piacevole senza troppi sforzi.
    Il racconto inizia con Holden che lascia la scuola avventurandosi per le strade di New York, dove incontrerà i personaggi più disparati e vivrà una serie di sfortunati eventi. Tali esperienze dovrebbero essere il succo del romanzo di formazione e riportare Holden verso la retta via, eppure il finale non mi è pienamente piaciuto perché non l'ho trovato abbastanza concludente. Si evince un cambiamento di Holden, è vero, però ho sentito lo stesso la mancanza di qualcosa. La parte centrale mi ha coinvolta in modo scostante, a volte molto e a volte poco, ma nel complesso "Il giovane Holden" è un romanzo che mi ha lasciato dentro un segno e che forse non avrei apprezzato ugualmente se al posto di Holden ci fosse stato qualcun altro: Holden è un personaggio facile da prendere in simpatia, il ritratto di un giovane che non sa ancora bene che cosa farne del proprio futuro, con dei pensieri e delle riflessioni esternamente realistici. C'è in lui qualcosa di vagamente romantico, nell'eccezione originale del termine: sensibile come pochi coetanei, cosciente della propria codardia, per tutta la storia nuota in una tristezza pressoché permanente e l'unica persona in grado di comprenderlo davvero sembra essere la sorellina Phoebe. È facile immedesimarvici e difficilmente potrà essere dimenticato.

    ha scritto il 

  • 5

    "Tradurre “Il giovane Holden”: intervista a Matteo Colombo

    Questo libro sarebbe «The Catcher in the Rye», in Italia «Il giovane Holden», e l’affermazione è di Matteo Colombo, che per Einaudi ha curat ...continua

    "Tradurre “Il giovane Holden”: intervista a Matteo Colombo

    Questo libro sarebbe «The Catcher in the Rye», in Italia «Il giovane Holden», e l’affermazione è di Matteo Colombo, che per Einaudi ha curato una traduzione nuova di zecca del capolavoro di JD Salinger: è la terza versione italiana, dopo quelle del 1952 (Jacopo Darca, con il titolo «Vita da uomo», un’edizione controversa, quasi clandestina) e del 1961 (Adriana Motti: l’Holden che conosciamo tutti). Con Colombo, considerato uno dei migliori traduttori italiani, (già al lavoro, tra gli altri, su Don DeLillo, Jennifer Egan, Dave Eggers, Chuck Palahniuk, David Sedaris e Michael Chabon) abbiamo parlato di tante cose: del suo mestiere, di Salinger e dei suoi eredi, di traduzione e di metatraduzione, e via discorrendo.

    1. Il vecchio Holden 

    Com’è stato lavorare a un libro così… decisivo, per tante persone, e che continua ad attrarre nuovi lettori?

    Prima di tutto è stato un privilegio incredibile. Non soltanto perché si tratta di un titolo importante: ma perché «Il giovane Holden» in Italia ha avuto una traiettoria unica. È due cose contemporaneamente: da un lato è il grandissimo libro di Salinger, con le sue difficoltà per chi traduce. Ma è anche un libro che nel suo percorso editoriale italiano ha avuto un successo senza precedenti, grazie a una traduzione molto particolare: una traduzione che ha fatto innamorare diverse generazioni e che era molto creativa… a tratti anche parecchio libera. Tutto questo rendeva il mio lavoro una sorta di metatraduzione, una traduzione sulla traduzione. Per cui non riesco a immaginare un incarico diverso da questo che condensi in sé la summa del mio lavoro. Quando me l’hanno proposto, ero troppo felice, quasi non ci credevo.

    Qual era il tuo rapporto, da lettore, con «Il giovane Holden»?

    Ho letto «Il giovane Holden» nel periodo in cui più o meno lo leggono tutti, intorno ai 14-15 anni. Non ne ricavai una buona impressione… faccio un piccolo salto in avanti: quando ci abbiamo rimesso mano, in Einaudi, lo abbiamo fatto con una cura particolare. Nel corso della lavorazione ci sono state vere e proprie riunioni con la casa editrice al completo; riunioni in cui si è discusso tanto. Sono venute fuori un sacco di opinioni… mi ricordo in particolare un parere tra gli altri, una cosa che ha detto Susanna Basso – traduttrice, tra gli altri, di Ian McEwan: ha detto che quando lesse il libro, ne ricavò un’impressione di “irritazione linguistica”. Io mi sono riconosciuto molto in questa cosa: quando lessi «Holden», ricordo questa sensazione: era come se ci fosse un libro, lì sotto, qualcosa che si muoveva, qualcosa di interessante, ma era come se la lingua mi impedisse di accedervi. Non mi parlava, non mi ci riconoscevo… mi sembrava bizzarra, ma senza un vero motivo. Quando l’ho letto in inglese, anni dopo, nel momento in cui dovevo tradurlo, sono rimasto a bocca aperta, perché sembra scritto non dico ieri, ma poco prima.

    Volendo semplificare, si può dire – usando una parola sgradevole – che la “mission” del tuo lavoro era di svecchiare l’Holden del 1961 per renderlo più vicino a chi è nato negli ultimi vent’anni, o giù di lì?

    Il mio lavoro si è mosso su due piani. Da una parte avevo l’esigenza, che sempre accompagna il mio modo di tradurre, di rispecchiare con la maggiore fedeltà possibile quello che io sentivo leggendo il testo. E dall’altro c’era una richiesta abbastanza precisa da parte dell’editore: la nuova traduzione doveva poter durare nel tempo, il più possibile. Naturalmente, non si può prevedere quanto può durare una traduzione, e neanche quanto e in che modo si evolverà una lingua. Per fare un esempio, non abbiamo fatto dire a Holden “bella zio”… non gli abbiamo fatto usare un gergo troppo contemporaneo, insomma. Sarebbe invecchiato dopo pochi anni.

    2. “Perché ritradurre « The Catcher in the Rye»»” 

    Come sono andate le cose con gli eredi di JD Salinger, o con chi ne cura i diritti dopo la sua morte?

    Ho avuto rapporti con loro per interposta persona, ovvero attraverso la casa editrice…

    Ci spieghi come funziona? JD Salinger non era esattamente un tipo facile… ti hanno dato una sorta di placet, o cosa?

    Molto più di così! Innanzitutto abbiamo dovuto convincerli che una nuova traduzione fosse necessaria, e per farlo abbiamo elaborato, in casa editrice, collettivamente, un documento. Ho ancora il file sul computer: «Perché ritradurre The Catcher in the Rye».

    Avreste dovuto inserirlo nel libro come bonus track…

    Già… dentro ci abbiamo messo tante informazioni, cose emerse nel corso degli anni. Qualche tempo fa, durante una puntata di un programma radiofonico dedicata proprio alla traduzione del giovane Holden, venne fuori questa esigenza: c’era chi spiegava di voler passare il libro ai propri figli, ma era come se il testo non parlasse ai loro ragazzi. Fatto il primo passo, ovvero una volta che gli eredi hanno dato il via libera alla traduzione, hanno valutato il mio curriculum e quello del mio revisore, Anna Nadotti – una grandissima professionista, attualmente sta ritraducendo l’opera di Virginia Woolf. Dopodiché, sono arrivate le prove di traduzione, in colonne da tre, a fronte: originale; traduzione del 1961; proposta mia. Hanno approvato anche le prove. E da ultimo, doveva esserci l’okay definitivo alla stesura finale. Per fortuna la mia editor, Maria Teresa Polidoro, aveva taciuto questa parte dell’accordo, perché avrei potuto andare in paranoia… però alla fine è piaciuta, ecco.

    Accidenti, sembra che sia stato più difficile il lavoro precedente che la traduzione in sé.

    Guarda, per Holden ho lavorato come raramente capita di poter fare. In genere, nel mio mestiere c’è molta fretta, una fretta dettata dalle uscite, dai piani editoriali e così via. Questa volta ho avuto più tempo, ho impiegato quasi due anni. Ho scritto una prima stesura, prendendomi tutte le libertà del caso: quindi l’ho lasciata riposare, ne ho discusso… questa è una traduzione che è andata avanti “per strati”. Ho fatto una serie di esperimenti, ho provato a metterci un sacco di parolacce, poi le ho tolte… negli ultimi mesi ho capito che c’ero. Che la mia versione, quella che avevo in testa, c’era.

    3. Il titolo 

    Il libro continua a chiamarsi «Il giovane Holden». L’originale, come si sa, è «The Catcher in the Rye». Come vi siete mossi sotto questo aspetto?

    In francese il titolo è «L’attrape-coeurs», l’acchiappacuori. In tedesco è proprio l’equivalente dell’originale «Catcher in the Rye». In spagnolo è “El guardián entre el centeno”… nelle lettere di Adriana Motti è contenuta una sua proposta di titolo, secondo me molto bella, “Il pescatore nella segale”.

    Un pochino più sofisticato, forse, del giovane Holden, immediato e di successo incontestabile.

    Il problema del titolo ce lo siamo posto, ma fino a un certo punto. Ci abbiamo riflettuto. Qualcuno proponeva di chiamarlo soltanto «Holden», per segnare una differenza con l’edizione del 1961 e togliere questo “giovane” che può apparire troppo connotativo. Poi ci siamo detti: anche dovessimo intitolarlo «Passaggio in India”, che tra l’altro è il libro che tradusse Motti subito dopo Salinger, tutti continueranno a chiamarlo «Il giovane Holden», quindi la discussione è finita lì.

    4. Lingua, sintassi e punteggiatura del giovane Holden 

    Quali espressioni gergali ti hanno creato più problemi? Penso a parole che Adriana Motti aveva tradotto con “vattelapesca” o cose del genere…

    Contrariamente a quanto si pensa, Il giovane Holden ha sì una lingua gergale, ma non così tanto. Ha anche altre caratteristiche linguistiche, che sono un po’ più sottili… sono soprattutto ripetizioni. Quando si legge la traduzione di Adriana Motti, si ricava l’impressione che Holden abbia una lingua estremamente colorita, inventiva – e questo è vero, ma solo in parte. Però, se prendi l’originale, ti rendi conto che c’è dell’altro. Bisogna ricordare che Holden, quando racconta la sua storia, si trova in una clinica psichiatrica, anche se la cosa è solo accennata. E il fatto che non stia bene, nel corso di tutto il suo racconto, emerge con una certa chiarezza. A tratti ha dei veri e propri attacchi di panico. La nostra interpretazione – dico nostra perché mi sono consultato con molte persone – è che il suo linguaggio, il modo in cui parla, fosse strettamente collegato al suo disagio psicologico. Per cui: un sacco di parole ripetute, frasi spezzate… o quelle volte in cui Holden afferma una cosa per smentirla nella stessa frase.

    In ogni caso, mi pare che “vattelapesca” sia stato archiviato del tutto.

    Sì, “vattelapesca” è ovviamente andato in soffitta. Ho trentasette anni e non ho mai sentito nessuno dire “vattelapesca”. Che poi “vattelapesca”, come tante altre soluzioni adottate da Adriana Motti, traducono due sole parole: “and all”.

    Forse anche per questo, prima accennavi al fatto che la traduzione di Motti fosse un po’ troppo creativa.

    Vista oggi, sì, decisamente troppo. Però va contestualizzata. È una traduzione di cinquant’anni fa. Immagina di essere una traduttrice che, all’inizio degli anni Sessanta, lavora in Italia. E che si ritrova tra le mani questo testo che sul piano linguistico – ancora adesso – risulta dirompente. Era necessario adottare una strategia. E secondo me la strategia che lei decise di assumere era eccellente. Un traduttore, all’epoca, non aveva i mezzi che ho io. Io ho Google, i forum, ho, in generale, Internet. Posso avere il polso della lingua… per questo dico che, considerando l’epoca in cui lavorava, lei abbia fatto un lavoro mirabolante. Ho consultato l’archivio Einaudi con i carteggi di Motti… lei era anche una scrittrice. Scriveva a Calvino, a Fruttero, richiedeva un’opinione sui suoi testi. Ecco, secondo me lei ha tradotto da scrittrice. Io non sono uno scrittore, sono un traduttore: quando faccio il mio lavoro cerco di nascondermi, il più possibile. Non dico sia la scelta migliore: è il mio punto di vista.

    Hai letto la versione di Jacopo Darca?

    Sì, ho tenuto presente anche quella traduzione: c’è un’esemplare in una biblioteca di Milano, e l’ho fotografata pagina per pagina… Dai carteggi di Motti, sembrerebbe che “Darca” sia lo pseudonimo di un intellettuale dell’epoca, Corrado Pavolini. Quella versione non funziona: è una traduzione non riuscita, molto spigolosa, ha cose improponibili ed errori marchiani. A tratti ha dei lampi di modernità… ma no, nel complesso non funziona per niente. È piena di strani toscanismi…

    Sintassi, punteggiatura: come definiresti i tuoi interventi sotto questi aspetti?

    Molto rispettosi. La differenza principale tra le due traduzioni è che la mia è più fedele, a tutti i livelli. Compresa la punteggiatura, e i corsivi. Il libro originale è pieno di corsivi, e noi li abbiamo conservati quasi tutti. Quando l’enfasi data dal corsivo era ottenuta dalla struttura della frase, in alcuni casi, li abbiamo tolti: ma per il resto ci sono tutti.

    Nel tuo Holden ci sono, diciamo, esclamazioni più forti rispetto a quello di Motti.

    Prima di tutto bisogna dire che in «Holden» non c’è nessun “fucking”. C’è un “fuck you”, una scritta che compare due volte sulle pareti della scuola che frequenta Phoebe, la sorella di Holden… Ma ci sono tantissimi “goddam”; e sessant’anni fa “goddam” aveva tutta un’altra forza nel parlato, per cui abbiamo voluto evidenziarla.

    A volte voi traduttori sottoponete i vostri dubbi direttamente agli autori, quando si può. Avendo potuto farlo, cosa avresti chiesto a JD Salinger?

    Sai, probabilmente non gli avrei chiesto molto. In realtà non mi si sono presentati dubbi indissolubili. Quando ho tradotto «Falling Man» di Don DeLillo c’era una persona predisposta a rispondere ai dubbi dei traduttori, attraverso una mailing list. Nel caso di DeLillo, che è uno scrittore estremamente ellittico, bisogna unire molti puntini e intuire cosa c’è sotto le sue parole. Con Salinger questo non accade. Rispetto a lui, mi ha dato decisamente più filo da torcere Adriana Motti."

    Liborio Conca. Mucchio, 13 giugno 2014

    ha scritto il 

  • 3

    Anche a 50 anni va bene...

    I libri, o meglio, "certi" libri, bisognerebbe avere la fortuna di leggerli al momento giusto. Questo perché "quei" libri a chi è un lettore "dentro", nell'anima, finiscono per cambiargli la vita (in ...continua

    I libri, o meglio, "certi" libri, bisognerebbe avere la fortuna di leggerli al momento giusto. Questo perché "quei" libri a chi è un lettore "dentro", nell'anima, finiscono per cambiargli la vita (in un qualsiasi modo, nel bene e nel male).
    Essi, i libri in questione, sempre loro, offrono l'imput per una sterzata improvvisa, drastica, dalla "retta via... oppure dolcemente, silenziosamente, e anche subdolamente ti immettono sul sentiero che ti porterà "altrove", magari fuori dal tracciato, dove inventerai il tuo personale cammino, o destino.
    Può accadere. Può accadere solo interiormente, consentendo di indossare comunque la maschera del borghese e galleggiare sulle menzogne all'esterno. E può accadere infine che tu viva una vita VERA, senza schemi e disegni preconfezionati, di quelle talvolta insostenibili a lungo, che ti logorano fino al midollo, fino alla follia.
    I libri possono essere miracolosi o fatali, per alcuni.
    Questo, anche se arrivato tardivamente nella mia vita (lo ha ricevuto in regalo mio figlio da una sua cara amica per i suoi 16 anni), lo metterò nella biblioteca di famiglia tra i vari "Lo straniero", "La nausea", "Il processo", "Into the wild", "Siddarta", "Le onde", eccetera, eccetera....

    ha scritto il 

  • 4

    Un capolavoro della letteratura americana, non si può non leggere. Interessante punto di vista di uno studente che molla la scuola (anche perchè è stato espulso) e ci narra il suo punto di vista: non ...continua

    Un capolavoro della letteratura americana, non si può non leggere. Interessante punto di vista di uno studente che molla la scuola (anche perchè è stato espulso) e ci narra il suo punto di vista: non gli piace nulla.

    ha scritto il 

  • 2

    Libro consigliatomi e letto con grandi aspettative ma che non mi ha entusiasmato minimamente. Non so, forse all'epoca della sua pubblicazione poteva aver colpito i giovani del tempo.

    ha scritto il 

  • 2

    Urgh.
    L'ho letto anni fa al liceo e ho deciso di riprenderlo in mano perché non ricordavo nulla, se non poche scene, della trama. Avrei fatto meglio a lasciarlo sullo scaffale.
    Lo stile e la trama all ...continua

    Urgh.
    L'ho letto anni fa al liceo e ho deciso di riprenderlo in mano perché non ricordavo nulla, se non poche scene, della trama. Avrei fatto meglio a lasciarlo sullo scaffale.
    Lo stile e la trama all'inizio appaiono accattivanti, ma dopo poche pagine l'esposizione risulta talmente costruita da sembrare del tutto innaturale. Vorrebbe essere la riproduzione stilistica del modo in cui Holden si esprime, ma è davvero troppo! Eccessivo, ridondante... Potrei capire se si trattasse solo, o principalmente, dei dialoghi -la voglia di un ragazzino di usare un linguaggio così caratteristico per darsi un tono e avere più 'stile', ma questa è la trasposizione di come Holden stesso formula i suoi pensieri nella sua testa. Nessuno parla così. Può aver fatto scalpore quando uscì ed essere apparso interessante per la sua voglia di immergersi nel 'mondo dei giovani', ma oggi un linguaggio del genere sembra una caricatura.
    Poi la trama. L'avvicendamento degli episodi è buono, pur essendo tutti abbastanza degni di nota -soprattutto considerando che avvengono in un brevissimo lasso di tempo- sono comunque credibili. Non lasciano mai la sensazione di trovarsi davanti a dei colpi di scena artificiali, per il puro gusto dell'aggiunta, anzi, sembra di trovarsi proprio davanti a qualcuno che ha una storia degna di essere raccontata.
    Eppure, allo stesso tempo, non c'è mai una vera svolta nel racconto. Ogni volta in cui sembra essere giunto il punto in cui la storia compirà il salto, il climax non arriva e il lettore rimane in attesa di un qualcosa che non arriva mai e che lascia un senso d'insoddisfazione. Ogni cosa viene raccontata con la stessa intensità, si dà la stessa importanza a tutto, dal pestaggio alla colazione e , forse, nella testa di Holden è proprio così.
    Questa è forse l'unica cosa che mi fa mettere la seconda stellina, il fatto che il personaggio riesca sempre a essere credibile.
    Nella sua insofferenza, spavalderia e ingenuità quasi poetica, Holden rimane sempre fedele a se stesso, con tutti i suoi voli pindarici e la sua ferma lealtà alle persone cui vuole bene.
    Quando dice, pensa o immagina qualcosa, Holden dice, pensa e immagina con tutto se stesso, senza risparmiarsi nulla e quando cambia idea o si dedica a un nuovo proposito lo fa con tanto di quel cuore che la sua forza parla a tutti quelli che leggono.
    Poi è un ragazzino, un idiota, un ingenuo, ma una di quelle persone così autenticamente libere che è un piacere averlo incontrato -e in questo caso non è proprio una frase falsa di circostanza- anche se solo sulla carta.

    ha scritto il 

  • 2

    sopravvalutato

    Non mi ha convinta molto..anzi, stavo pensando di abbandonarlo a capitolo 6 visto quanto poco mi stava piacendo. Poi ho continuato e non so se per abitudine o se perchè effettivamente migliora un po', ...continua

    Non mi ha convinta molto..anzi, stavo pensando di abbandonarlo a capitolo 6 visto quanto poco mi stava piacendo. Poi ho continuato e non so se per abitudine o se perchè effettivamente migliora un po', alla fine gli ho dato due stelle (già, perchè meditavo di metterne solo una).
    Boh, insomma sarà anche tanto acclamato ma a me non è sembrato tutto questo gran capolavoro. Mi è piaciuto solo il rapporto con la sorella e il ricordo del fratello. Io metto sempre in conto una mia mancanza di sensibilità per apprezzare certe opere, poi chi lo sa di chi è la colpa.
    E quanto fastidio durante la lettura! "Eccetera eccetera", "e tutto il resto", "e qualcos' altro" "e compagnia bella" "e via dicendo" ripetuti all'infinito! Anche la bambina parla così! Che poi, non so quante volte mi sono anche sembrati messi lì tanto per, proprio per creare questo linguaggio ridondante anche quando non c'era proprio bisogno di un "tutto il resto".
    Alla fine non mi è rimasto nulla, o quasi.

    ha scritto il 

  • 4

    “Ad ogni modo, mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell'immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c'è nessun altro, nessun grande, v ...continua

    “Ad ogni modo, mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell'immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c'è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull'orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l'acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l'unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.”

    “Il Giovane Holden”, romanzo di formazione realizzato da J.D.Salinger, è uno dei pilastri della narrativa del Novecento che ha segnato intere generazioni di lettori.
    Il protagonista è un adolescente controverso, incapace di adattarsi stabilmente ad un ambiente, e di seguire gli studi. Non prova alcun timore per ciò che lo attende in futuro, e agisce prevalentemente d’impulso. Risulta spesso incoerente e lacunoso nelle sue riflessioni, che si susseguono in maniera frenetica. Non ritiene di avere doveri verso i suoi genitori, e gli unici per cui sembra provare dei veri sentimenti sono la sorella Phoebe, ed Allie, il fratello morto a soli undici anni. Quando arriva a conoscenza dell’ennesima bocciatura, rimane indifferente, è anzi felice di lasciare il college.
    Per evitare la collera dei genitori decide di trascorrere del tempo a New York, alloggiando in uno squallido albergo. Nell'arco di tre giorni, si ritrova in situazioni sempre più singolari:incontra una prostituta, propone ad una sua vecchia amica, Sally, di fuggire insieme, ricevendo però un netto rifiuto, e infine un suo ex insegnante rivela le sue inclinazioni perverse.
    Si susseguono una miriade di delusioni che lo spingeranno a voler lasciare la città, e dimenticare la sua vecchia vita. Trova però una valida ragione per restare in Phoeb, l’unica che tenga veramente a lui.
    La vicenda si conclude con Holden che afferma di essere stato affidato ad uno psicanalista e di ricominciare presto la scuola.
    Nel romanzo Salinger affronta varie tematiche che caratterizzano il periodo dell’adolescenza.
    Prima fra tutte il senso di estraniamento nell’ ambiente in cui si vive, in certo senso ci si sente fuori posto, quasi inadeguati. Holden infatti critica le più banali routine, mostrando il suo rifiuto per tutto ciò che sia convenzionale ( l’eccessiva cura delle auto, le confraternite del college…).
    Viene tastato anche il tema della nostalgia, il rimpianto per il passato, un periodo che in cui tutto appariva semplice. Il protagonista è in una sorta di bivio che gli viene imposto dall’esterno, e lo costringe a rinunciare definitivamente all’infanzia e divenire una persona matura. Ma lui non vuole crescere, non vuole essere come il padre, con un lavoro e un’auto di lusso, preferisce scappare in un luogo desolato tra le montagne innevate.Vi è però una bambina dolce che lo trattiene, e che gli da serenità. Vede in lei l’innocenza perduta, che ormai è solo un vago ricordo. Nell’osservarla sulle giostre, avverte un tuffo al cuore, e nell’estasi del momento comprende che è impossibile lasciarsi tutto alle spalle.
    Il romanzo risulta scorrevole, con uno stile tagliente e spregiudicato che coinvolge ancor di più durante la lettura. Il messaggio è diretto e non lascia spazio ad interpretazioni, tanto che fin dal primo capitolo sono evidenti le intenzioni dell’autore. In conclusione " Il Giovane Holden" è un capolavoro letterario che merita di essere letto e, a dispetto delle varie opinioni che si possono avere sul suo conto, è innegabile la sua originalità.

    ha scritto il 

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