Il male oscuro

Di

Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli

4.1
(959)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 419 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Spagnolo

Isbn-10: 881701219X | Isbn-13: 9788817012195 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Copertina morbida e spillati , Tascabile economico

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Filosofia

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Descrizione del libro
"Ogni volta che aprivo e leggevo venti o trenta pagine del "Male oscuro",avrei voluto che questo libro non avesse a che fare con me, con le miesofferenze, le mie fobie, le gabbie del mio passato, il mio tempo, avreivoluto che fosse un libro datato, lontano, un reperto del Novecento, e inveceogni volta mi ritrovavo coinvolto dalla sua sincerità senza scampo."(Christian Raimo)
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  • 4

    è lo stesso Berto a definire nelle prime righe il suo romanzo Il male oscuro la storia della sua “lunga lotta col padre”. Un padre che ha fatto il carabiniere prima e il venditore di cappelli poi, che ...continua

    è lo stesso Berto a definire nelle prime righe il suo romanzo Il male oscuro la storia della sua “lunga lotta col padre”. Un padre che ha fatto il carabiniere prima e il venditore di cappelli poi, che ha puntato tutto sul figlio maggiore mantenendolo agli studi (a differenza delle cinque figlie venute dopo di questo) e aspettandosi che salga nella scala sociale. Da Roma, dove scrive svogliatamente sceneggiature cinematografiche, il protagonista torna al Nord perché il padre è stato ricoverato in ospedale. Berto racconta la morte del padre, preceduta da un’operazione all’intestino che gli procura enormi sofferenze e la propria fuga nel momento finale (grazie a un chirurgo che lo rassicura sul fatto che la guarigione è prossima). Colpisce da subito la chiave paradossale scelta dal narratore per mettere in scena se stesso: tutto quello che accade nel Male oscuro è insieme tragico e comico, c’è il padre che agonizza e intorno a lui le figlie che polemizzano contro l’accompagnatrice del figlio, una vedova francese che vorrebbe cogliere l’occasione per venir presentata alla famiglia ed entrare a farne parte stabilmente; c’è il primario che dispensa sicurezze e ci sono le sue scarpe “gialle tutte arzigogolate a cuciture e buchettini” che inducono il sospetto che sia un gelido cialtrone; c’è l’angoscia per la morfina negata al sofferente e c’è la rabbia per i soldi buttati dalla vedova al casinò. Il male del padre morto si trasferisce nel figlio, diventa il male oscuro che provoca dolori lancinanti all’intestino e consegna il protagonista in balia a medici di ogni tipo. Accanto al tema della malattia, c’è in Berto quello delle donne e del sesso. Ben prima che Edoardo Albinati mettesse al centro del suo romanzo mondo il maschilismo italiano, nel Male oscuro, uscito nel 1964, Berto aveva analizza ogni aspetto dei suoi rapporti con l’universo femminile. La “ragazzetta” non ancora diciottenne che incontra a piazza del Popolo, che gli sta tenacemente accanto nella malattia, e che si fa sposare restando incinta, è in realtà una donna capace di tenergli testa, di stringerlo a sé in un rapporto di monogamia dopo i suoi trascorsi di scopatore impenitente ai tempi in cui era volontario in Africa. Altro personaggio indimenticabile del libro è lo psicoanalista, chiamato “il vecchietto”: pieno di pregiudizi nei suoi confronti (è basso, meridionale) il paziente sviluppa nei suoi confronti un transfert che lo aiuta ad accettarsi e gli consente di superare gli attacchi di panico. E poi c’è la scrittura, quella sciatta che serve a provvedere ai bisogni materiali e ubbidisce ai capricci dei produttori cinematografici e quella che dovrebbe garantire la gloria ed è causa di infinita sofferenza. Scrive Emanuele Trevi nella postfazione che Il male oscuro è “la cronaca di una lunga devastante paralisi creativa”. Mai paralisi creativa ha dato origine a un libro così folgorante. Un plauso all’editore Neri Pozza che lo ha ripubblicato.

    ha scritto il 

  • 4

    Lui, Giuseppe Berto, ha impiegato tre mesi a scrivere di getto questo denso romanzo fiume che evidentemente era già lì nella sua testolina bacata, bello pronto a sgorgare fuori come un tumore che ...continua

    Lui, Giuseppe Berto, ha impiegato tre mesi a scrivere di getto questo denso romanzo fiume che evidentemente era già lì nella sua testolina bacata, bello pronto a sgorgare fuori come un tumore che per guarire il corpo che lo ospita deve esserne estirpato, io invece ne ho impiegati tre di mesi per portarne a termine, anche faticosamente, la sua lettura, però l’ho fatto senza saltare mezza riga perché, se devo abbandonare (un libro) lo abbandono e senza rimpianto, ma quando decido di leggerlo allora lo rispetto e non salto nemmeno una virgola.

    Gli sforzi profusi dallo scrittore e dal lettore sono qualitativamente molto diversi, pure l’esito dovrebbe esserlo anche se i libri sono balsami che guariscono o leniscono le pene di chi li scrivi come di chi li legge.
    E la formulazione in questo caso è molto appropriata, perché Berto scrive questo libro, pienamente, forsennatamente autobiografico e specchio della sua anima, non per noi lettori ma essenzialmente per se stesso per tentare di guarire da una serie di nevrosi causate, a dire suo e dei medici che lo ebbero in cura, dal rapporto conflittuale e non risolto con la figura paterna ex carabiniere, ex commerciante di cappelli, veneto, figura anafettiva e autoritaria, che per tutta la vita dileggiò il figlio prospettandogli un futuro di totale fallimento.

    E’ strano perché Il male oscuro è un libro pesantissimo, un macigno, diciamo pure una palla tremenda… ma…. è come la palla di Indiana Jones nel primo Alla ricerca dell’arca perduta: un pietrone gigantesco che però rotola giù facile facile, che si fa leggere e letteralmente tutto d’un fiato essendo inoltre pressochè orfano di punteggiatura.
    Uno stesso periodo può dilatarsi per due, tre pagine senza soluzione di continuità; si deve disporre di polmoni ben ossigenati, trattenere il respiro e scendere in una apnea forzata per riuscire ad arrivare da un punto all’altro dei meandri mentali che infittiscono le pagine; impossibile, anche volendolo, mettere un segnalibro per spezzare la narrazione che sfugge e va avanti da sé anche quando il libro è chiuso e riposto al suo posto.
    Una scrittura che ubriaca e che dà le vertigini.
    Romanzo autobiografico, lungo, ininterrotto straripante flusso di coscienza che descrive con una minuzia quasi maniacale i malesseri psicologici, le fobie nevrotiche e, perchè no, anche i disturbi corporei che affliggono senza tregua l’autore, con una dovizia di particolari intimi assolutamente morbosa e senza ombra alcuna di impudicizia.

    Berto ci trascina nella sua logorrea senza fine, giù, giù in un coacervo di situazione al limite del ridicolo: desiderio di affermazione e vigliaccheria, blocco dello scrittore, scoppi di pianto improvvisi, paura e desiderio delle donne mescolati insieme, panico per andare ad un concerto o per attraversare la strada o per guidare, senso di colpa davanti ad un piatto di amatriciana pensando ai potenziali risvolti sul suo delicato colon, agorafobia, ipocondria galoppante…
    Rivolta come un calzino la sua mente e, privo di ipocrisia di finzione e di privacy di sé, ci rende partecipe delle sue cose più personali, senza farsi e farci mancare nulla, confidandosi al lettore come fosse il suo confessore, o il suo psicoanalista o il suo amico del cuore.

    E nonostante tutta questa introspezione ansiogena, posso dire che raramente ho letto un’opera a tal punto comica.
    E’ il paradosso e il merito maggiore di Giuseppe Berto: coniugare la drammaticità della sua depressione con una disinvoltura, una vena umoristica a tratti sferzante ed esilarante che tende a svuotare di ogni aspetto tragico la sua difficoltà di vivere.
    Va da sé che i riferimenti a Svevo e la centralità del metodo psicoanalitico, come valida cura delle nevrosi, costituiscono parte dell’essenza del libro stesso.

    ha scritto il 

  • 4

    Ottima lettura di un Berto maturo. Pagine intense che fanno riflettere più di quanto si possa pensare. Piccoli riflessi da "La coscienza di Zeno" ma senza esagerare. Ottimo per introdursi alla lettura ...continua

    Ottima lettura di un Berto maturo. Pagine intense che fanno riflettere più di quanto si possa pensare. Piccoli riflessi da "La coscienza di Zeno" ma senza esagerare. Ottimo per introdursi alla lettura di Berto, oggi riproposto in edizioni Bur.

    ha scritto il 

  • 5

    Da leggere nelle scuole

    Era da un pò che questo libro mi adocchiava dalla mensola della libreria, eppure per un motivo o per un altro ne rimandavo la lettura. In primis la mole, 400 e passa pagine, poi il titolo che faceva p ...continua

    Era da un pò che questo libro mi adocchiava dalla mensola della libreria, eppure per un motivo o per un altro ne rimandavo la lettura. In primis la mole, 400 e passa pagine, poi il titolo che faceva presagire sinistre minacce, poi l'argomento, la depressione, non proprio mi immaginavo una lettura leggera e in ultimo lo stile, il famigerato flusso di coscienza di Joyciana memoria con le 30 e più pagine di monologo di Molly Bloom. Così mi sono avvicinato a questo libro solo quando ero in crisi di astinenza di una lettura decente e Sorpresa! Libro bellissimo, simile alla Coscienza di Zeno, ironico, divertente ma anche riflessivo, caustico, che obbliga a pensare e poi lo Stile! Meraviglioso! Qui il flusso di coscienza diventa veramente un fiume, una catarsi, una similitudine del pensiero umano che non più costretto dagli argini della grammatica, ma nonostante tutto sempre se non di immediata ma di facile comprensione.
    In definitiva un testo che consiglio di un autore, come spesso accade oggi, troppo spesso dimenticato o trascurato. Berto, Malaparte, Chiara, Parise autori che dovrebbero avere più spazio anche nelle antologie scolastiche.

    ha scritto il 

  • 4

    Subito dopo l'iniziale impatto con la prosa si entra facilmente nel flusso. Tragicomico, un po' 'La coscienza di Zeno', peraltro citato, e un po' anche 'La vita agra' di Bianciardi. Forse un po' proli ...continua

    Subito dopo l'iniziale impatto con la prosa si entra facilmente nel flusso. Tragicomico, un po' 'La coscienza di Zeno', peraltro citato, e un po' anche 'La vita agra' di Bianciardi. Forse un po' prolisso ma diversamente non sarebbe così nevrotico.Illuminante l'Appendice.

    ha scritto il 

  • 5

    Che dispiacere chiudere questo libro. Che profondità, che coraggio, che modernità, che leggerezza e allo stesso tempo quanto dolore ho trovato ad ogni pagina. Se tutti sapessero quant'è difficile co ...continua

    Che dispiacere chiudere questo libro. Che profondità, che coraggio, che modernità, che leggerezza e allo stesso tempo quanto dolore ho trovato ad ogni pagina. Se tutti sapessero quant'è difficile convivere con la vita quando qualcosa che ha a che fare con la serotonina non funziona a dovere. Berto lo ha fatto, e alla fine ha scritto "il male oscuro" , quando e forse perché la paroxetina non era ancora sul mercato. Ma non è solo la storia di una malattia, è anche essenzialmente il racconto della ricerca di un padre quando il rancore e il senso di colpa sono l'ultimo collante rimasto.
    Il tutto con una prosa, a tratti esilarante, fatta di periodi lunghissimi ma nient'affatto faticosi. In questo momento trovo che Berto e Bianciardi siano gli eroi dimenticati della migliore letteratura italiana.

    ha scritto il 

  • 5

    Il mio credo di lettrice si fonda su un unico e semplice assioma: i libri sanno essere specchio di noi stessi, e le letture si definiscono significative quando con esse si ha l'identificazione assolut ...continua

    Il mio credo di lettrice si fonda su un unico e semplice assioma: i libri sanno essere specchio di noi stessi, e le letture si definiscono significative quando con esse si ha l'identificazione assoluta.
    Pochi sono i romanzi con cui si è creato tale rapporto d'intimità, Il Male Oscuro è tra questi.

    La fiumana di parole che mi si è presentata dinanzi agli occhi mi ha attratto come un magnete; per me, lettrice molto pigra, è stata un po' una sfida adeguarsi ad uno stile così travolgente, che durante la lettura mi ha impedito qualsiasi forma di ritorno indietro, qualsiasi forma di riflessione spicciola.

    Un incessante dipanarsi di pensieri, un flusso di coscienza che funge da motore propulsivo, una narrazione in cui ruoli e schemi non possono che saltare, in cui i punti di riferimento sono totalmente effimeri e irreali, perché così lavora l'anima e così siamo noi: in balia di noi stessi.

    Il crescendo di sofferenze fisiche e mentali culminano nella catarsi e nella liberazione, simboli di una presa di coscienza ultima che è tanto dolorosa quanto rigenerante; ma è solo così che deve concludersi quel percorso terapeutico di rinascita al quale tutti noi dovremmo aspirare, benché sempre si reputi difficile il solo atto di intraprenderlo. Ci vuole tanta forza di volontà per guardarsi allo specchio.

    Così Berto mi ha parlato a cuore aperto, la sua sincera umanità mi ha violato e scoperto emotivamente; non potevo leggere più di una trentina di pagine senza sentirmi mancare il fiato in petto. Non mi aspettavo minimamente di ritrovarmi di fronte ad una lettura che con cosi tanta semplicità ha saputo descrivere il mio stato psicofisico attuale, dando nome e voce a pensieri che, nel bene e nel male, mi hanno attraversato la mente in questo ultimo periodo e che tuttora, a volte, prorompono inaspettatamente mio malgrado e che si riverberano sul mio corpo non volendo.

    Un testo di una bellezza unica e di una profondità sconvolgente, testimone di una fragilità e di un dolore dell'anima universale e senza tempo, proprio perché umana.
    Il male oscuro è di Berto, ma anche mio e vostro.

    Era destino che io leggessi questo romanzo, ora.

    Ringrazio chi me lo ha fatto scoprire, non sai il bene che mi hai fatto e che mi fai. Come Berto, anche tu mi sei entrato sottopelle.

    ha scritto il 

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