Il marinaio

Di

Editore: Einaudi

4.0
(445)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 62 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo , Catalano , Portoghese

Isbn-10: 8806140558 | Isbn-13: 9788806140557 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: A. Tabucchi

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Narrativa & Letteratura , Studio di Lingue Straniere , Fantascienza & Fantasy

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Descrizione del libro
Pessoa compose questo breve dramma in una sola notte dell'ottobre 1913. In unastanza fiocamente illuminata, tre fanciulle vestite di bianco vegliano una loro coetanea. Prive di una identità e di una memoria, sono destinate a vivereuna sola notte. Per potersi credere reali, sono costrette a parlare, a raccontarsi a vicenda i loro sogni, a inventarsi una vita possibile. Scrive Tabucchi: "Forse la magia del Marinaio dipende in gran parte dallo strano e straordinario uso dei modi verbali che Pessoa, approfittando di tutte le potenzialità che la lingua portoghese gli offriva, ha impiegato nel suo dramma statico.Sullo smalto quasi klimtiano di questo linguaggio si è posata inevitabilmenteuna pellicola. La pellicola della traduzione".
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  • 5

    Piuccheperfetto congiuntivo, il tempo della Saudade.

    Una bara con una donzella vestita di bianco al centro di una stanza circolare, una piccola finestra da cui entra un chiarore lunare e dalla quale si possono osservare mare e monti, quattro candele e t ...continua

    Una bara con una donzella vestita di bianco al centro di una stanza circolare, una piccola finestra da cui entra un chiarore lunare e dalla quale si possono osservare mare e monti, quattro candele e tre fanciulle.
    La paura dell’alba.
    Questi sono i pochissimi elementi che compongono l’intero dramma.

    «Non desiderate, sorelle mie, che ci intratteniamo raccontando quel che siamo state? È bello ed è sempre falso.»

    Si capisce fin da subito di trovarsi in una realtà parallela, dove il passato non è altro che una menzogna, il tempo della finzione, un modo illusorio per dimenticare.
    C’è tutto Pessoa qui dentro, ci sono i temi a lui più cari: la nostalgia (o, meglio, la Saudade) del passato, di un passato che tuttavia non c'è mai stato, l’insoddisfazione del presente con la volontà di essere un altro e la disillusione nei confronti del futuro. La tracotanza e l’ansia di cose impossibili si risolvono in una ricerca di un’esistenza che non è all'altezza delle proprie aspettative, e dalla quale, quindi, viene escluso e si autoesclude.
    È indescrivibile il potere della parola, di cui Pessoa sembra tanto aver paura, ma che in realtà riesce a dominare alla perfezione:

    «Ho l’orribile sensazione di avervi già detto poco fa quello che devo ancora dire. Le mie parole presenti, appena le avrò dette, apparterranno subito al passato, resteranno fuori di me, non so dove, rigide e fatali. Dico e penso questo, nella mia gola, e le mie parole mi sembrano persone. Ho una paura più grande di me... Sento di tenere in mano, non so come, la chiave di una porta sconosciuta. E io tutta sono un amuleto o un tabernacolo cosciente di se stesso. È per questo che mi terrorizza andare, come in una foresta scura, attraverso il mistero del parlare... E poi chi può sapere se io sono così e se tutto questo è senza dubbio quello che sento?»

    Uno dei sogni che viene raccontato è quello del marinaio, un uomo approdato su un'isola dopo essere scampato a un naufragio. Tanta è la nostalgia provata per la patria, che egli sente la necessità di costruirne una nuova, con nuove persone, nuovi amici, nuove strade, nuovi ricordi... e questi nuovi tasselli di un passato che non c'è mai stato hanno poco in comune con l’altro passato, quello reale. Poi, in un giorno di pioggia, in cui l'orizzonte sembra svanire, il marinaio non ricorda più nulla del suo vero passato... Ma allora qual è la vera patria? Qual è stata la vera esistenza?
    Ottima la scelta di lasciare il testo a fronte in portoghese, a cui – pur non conoscendo la lingua – ho dato più volte un’occhiata per immaginare il suono originario... Sembra di sentire le due voci, quella di Pessoa e quella di Tabucchi, fondersi pur manifestandosi in modo indipendente.
    Nella nota alla traduzione, scritta dallo stesso Tabucchi, c'è forse la chiave del dramma, che è costituita proprio dal tempo: il piuccheperfetto congiuntivo, il tempo della Saudade... il tempo del passato dubitativo, un passato che, forse, non è stato.
    E quindi, forse, la vita – quella veramente all'altezza della propria fama – è quella fatta dei desideri di ciascuno, anche delle illusioni, e non solo del dato oggettivo; e forse l’individuo è un po' anche quello che dentro di sé vorrebbe essere, e la sua vita è anche quella che vive nei suoi sogni.

    ha scritto il 

  • 5

    Tre giovani donne in una stanza circolare ne vegliano una quarta, morta.
    Parlano, per vivere quell'unica notte, prima che il giorno le faccia svanire.
    Le loro voci per sentirsi vive, un sogno per non ...continua

    Tre giovani donne in una stanza circolare ne vegliano una quarta, morta.
    Parlano, per vivere quell'unica notte, prima che il giorno le faccia svanire.
    Le loro voci per sentirsi vive, un sogno per non morire. E il dubbio che il sogno sia l'unica cosa vera e che siano loro il sogno.
    Un testo splendido, che ci porta fuori dal tempo, dove tutto potrebbe essere e non è, come noi, forse.

    ha scritto il 

  • 5

    "Parliamo, se volete, di un passato che potremmo non avere mai avuto"...

    Il portoghese deve essere una lingua straordinaria. Dalle possibilità espressive stupefacenti.
    La lingua della saudade, dicono. Una lingua in cui vi sono forme verbali come il piuccheperfetto congiunt ...continua

    Il portoghese deve essere una lingua straordinaria. Dalle possibilità espressive stupefacenti.
    La lingua della saudade, dicono. Una lingua in cui vi sono forme verbali come il piuccheperfetto congiuntivo che esprime "un'azione irreale del passato", o il futuro congiuntivo composto (che "indica un fatto futuro come terminato in relazione ad un altro fatto futuro") come specifica Tabucchi nelle sue imprescindibili note alla traduzione. E ci credo che è la lingua adatta a esprimere la saudade.
    Quest'opera, spiega Tabucchi, è stata scritta interamente al congiuntivo.
    Percorsa da un afflato poetico sottile quanto intenso, non riesco a smettere di leggerla e rileggerla, senza riuscire a ben afferrare, eppure incantata da questo piccolo capolavoro...

    Si presenta come una piece teatrale che si svolge nell'arco di una notte; non c'è azione, solo un dialogo (o un monologo a tre voci) del tutto irreale.

    "Non desiderate, sorelle mie, che ci intratteniamo raccontando quello che siamo state?" E' bello ed è sempre falso".

    Siamo forse dentro un sogno? E dentro un sogno, viene raccontato un sogno, in cui vi è un uomo che sogna...

    "Sognavo di un marinaio che si era perduto in un'isola lontana...[...] Poiché non aveva modo di tornare in patria, e soffriva troppo ogni volta che il ricordo di essa lo assaliva, si mise a sognare una patria che non aveva mai avuto, si mise a creare un'altra patria come fosse stata sua".

    E così, nei minimi dettagli, il marinaio si crea un passato che non ha mai avuto... chissà come sarà stato questo suo passato irreale; se avrà incontrato il suo vero amore, se avrà svolto una professione piena di soddisfazioni, se avrà avuto dei genitori più simili a come li aveva sempre desiderati. Chissà se sarà stato felice in questo passato che non ha mai avuto.
    A pensarci, quante cose direbbe di noi un passato che (forse) non abbiamo mai avuto.

    "Allora volle ricordare la sua patria vera... Ma si accorse che non ricordava niente, che essa per lui non esisteva più... [...] Tutta la sua vita era stata la vita che aveva sognato..."

    Ma poi alla fine arriva una nave... e arriva l'alba... e i sogni si dissolvono.
    Oppure il sogno continua?

    "Il passato non è altro che un sogno... Del resto neppure io saprei dire che cosa non è sogno... Se guardo il presente con molta attenzione mi pare che sia già passato... Ma che cosa è dunque ogni cosa? Com'è che essa passa?"

    Persino troppo banale poi, citare "we are such stuff as dreams made on"...

    ha scritto il 

  • 5

    "Il marinaio". Un indovinello

    Un sogno che sogna un marinaio che sogna. Bisogna rispondere alla seguente domanda: si tratta di apparenza illusoria o di verità occulta? Un grande piccolo dramma.
    La recensione (di questo libro e di ...continua

    Un sogno che sogna un marinaio che sogna. Bisogna rispondere alla seguente domanda: si tratta di apparenza illusoria o di verità occulta? Un grande piccolo dramma.
    La recensione (di questo libro e di altri) continua sul canale youtube LaprospettivadellaRana a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=47YzceHIRzI

    ha scritto il 

  • 5

    Un drammatico gioco di specchi che non può annientare la realtà

    Il marinaio è un breve testo scritto da Fernando Pessoa nel 1913 e rielaborato due anni dopo, per la pubblicazione su Orpheu, una delle riviste dalla vita effimera (ne uscirono solo due numeri) ma dal ...continua

    Il marinaio è un breve testo scritto da Fernando Pessoa nel 1913 e rielaborato due anni dopo, per la pubblicazione su Orpheu, una delle riviste dalla vita effimera (ne uscirono solo due numeri) ma dalle profonde conseguenze culturali che Pessoa fondò o contribuì a pubblicare. Nonostante la brevità (poche decine di pagine compreso il testo a fronte) è un testo che sorprende e affascina per complessità e per potere evocativo.
    Le due date sopra indicate non sono prive di significato: il testo nasce infatti prima che l'autore – l'8 marzo 1914, il giorno trionfale come risulta da una sua lettera - desse vita al primo dei suoi eternonimi (Alberto Caeiro), ma viene rielaborato dopo questo spartiacque della vita artistica di Pessoa.
    E' quindi un testo giovanile di Pessoa (che nel 1913 ha 25 anni) che l'autore riprende in una fase che, sia pure a distanza di pochissimi anni, lo vede totalmente mutato quanto a interessi artistici ed anche a modalità espressive.
    Possiamo quindi immaginare, seguendo Antonio Tabucchi nella sua postfazione, che ad un impianto primitivo e giovanile, in cui prevalessero accenti ed umori tipicamente simbolisti, Pessoa abbia aggiunto, in vista della pubblicazione su una rivista modernista come Orpheu, successivi strati poetici derivanti da ciò che Pessoa era diventato, come intellettuale, nel 1915.
    Questo dramma statico è infatti indubbiamente intriso di elementi simbolisti, e la sua ambientazione credo sia a questo proposito esplicativa. Di notte, in una stanza circolare di un antico castello nella quale si apre una sola finestra dalla quale si intravede in lontananza, fra due monti, il mare, tre fanciulle vestite di bianco vegliano la bara di una quarta fanciulla morta. Sono sedute, e l'unico movimento percettibile è quello delle fiamme delle quattro candele accese ai lati del catafalco. Proviamo ad immaginarci la scena e avremo di fronte a noi un'immagine che potrebbe essere benissimo una variante di quello che è probabilmente il più famoso dei quadri simbolisti, L'isola dei morti di Arnold Böcklin. Sappiamo che il giovane Pessoa mosse i suoi primi passi poetici proprio dal simbolismo, come testimoniano poemi quali Chuva Oblíqua. Tuttavia veniamo avvertiti dallo stesso Tabucchi (i cui interventi non saranno mai a sufficienza lodati, stante la intrinseca complessità dell'opera di Pessoa), che una lettura meramente simbolista de Il marinaio è largamente insufficiente, stante il contenuto del breve dramma.
    Le tre fanciulle, di cui non sappiano il nome, iniziano infatti a parlare del passato (come accade spesso davanti ai morti), a raccontarsi non ciò che sono state (No, non ne parliamo. E poi, siamo state qualcosa? protesta una di esse), ma di un passato che potrebbero non avere mai avuto. E' la stura, l'inizio della più sommessa ma più tremenda ed assoluta messa in discussione per mezzo letterario non solo della realtà (il che sarebbe tutto sommato banalmente simbolista), ma anche della nostra possibilità di elaborarla ed appropriarcene attraverso i meccanismi del ricordo, della memoria e del sogno. Comincia un gioco di specchi, di negazioni e di negazioni delle negazioni che ci stordisce e ci restituisce la circolarità del nostro non-essere, come circolare e senza ore è la stanza in cui il dramma si svolge. Si può dire che mentre la cornice in cui si svolge il dramma è ancora in qualche modo tardo-ottocentesca, il suo contenuto ci catapulta all'improvviso, sia pure con un tono dolente ed indolente, in pieno novecento, in quel novecento in cui nulla sembra più avere senso all'occhio dell'artista, se non la sua stessa capacità di raccontare ciò che non è. Così, le tre vegliatrici si raccontano nelle prime pagine del dramma quelli che apparentemente sono felici e innocenti ricordi della loro infanzia: bucolici paesaggi, passeggiate in riva al mare… ma mentre raccontano e si raccontano, si rendono conto che non solo quelle cose non esistono più, ma forse non sono mai esistite, forse si tratta solo di sogni che esse sognano vedendosi sognare… non c'è stato un passato felice, tuttalpiù (come dice una delle fanciulle) si comincia in questo momento ad essere state un tempo felici: è chiaro anche in questo passaggio, a mio avviso, il ruolo che Pessoa attribuisce all'arte: solo l'immaginazione e la parola, grandi taumaturghe, possono restituirci l'essenza di ciò che non è stato ma avrebbe potuto essere; di ciò che è stato – sembra dirci – è inutile discorrere.
    Al centro del dramma sta la storia, l'enigma – come lo chiama Tabucchi – del marinaio, che dà il titolo al racconto, e che di quanto detto sopra è in qualche modo una parabola esplicativa.
    Una delle tre vegliatrici racconta infatti di aver sognato un tempo di un marinaio che, naufrago su un'isola deserta, ha nostalgia della sua patria e della sua vita precedente. La nostalgia è così forte che egli, per combatterla, inizia a sognare un'altra vita vissuta, un'altra realtà anteriore. Negli anni costruisce con tale precisione questa sua nuova vita passata, piena di paesaggi, città, persone che ha visitato e conosciuto, che un giorno si accorge di non ricordarsi più della sua vera vita precedente, si accorge che essa non esiste più. Un giorno sull'isola approda una nave, ma il marinaio non c'è più. Il racconto non ci dice dove sia andato.
    La storia del marinaio – splendida di per sé ancorché semplicemente abbozzata – non è a mio avviso un enigma, come ci suggerisce Tabucchi che ci fornisce una soluzione nella quale il marinaio evade dall'isola: è come detto una parabola.
    Il marinaio non evade infatti dall'isola: prosaicamente non avrebbe potuto farlo, visto che la nave che non lo trova è la prima che approda a quei lidi. Semplicemente, e drammaticamente, il marinaio soccombe alla realtà che ha sognato e creato. Muore ucciso dalla acquisita coscienza che la sua realtà, la sua vita anteriore non esistono più in tanto in quanto egli è stato capace di ricrearne una qualsiasi, che si è potuta interamente sostituire ad essa. E' questa la grande scoperta che Pessoa ci consegna: l'artista, colui che sa sognare ed immaginare, può costruire una realtà altra, può esplorare mondi che non sono mai esistiti, che non esistono se non nella sua mente, rendendoli reali, e allo stesso modo può rendere irreale il reale. E' questo tuttavia un potere tremendo, che può annientare con la sua forza dirompente l'artista stesso, come il povero marinaio di cui non si hanno più tracce. Stessa sorte, del resto, è riservata alle tre vegliatrici, che vivono solo di notte, accanto ad una di loro già morta, la quale ha sognato il sogno più bello di tutti e ...forse, sa già a cosa servono i sogni, che sanno di doversi dissolvere non appena spunterà l'alba e che alla fine sospettano di essere esse stesse un sogno, forse un sogno dello stesso marinaio. La loro è una lenta agonia che si trasforma in terrore al primo albeggiare, quando nella stanza potrebbe entrare una sconosciuta quinta persona che stende il braccio e ci interrompe ogni volta che stiamo per sentirla (l'incoscienza della vita).
    Qui a mio avviso c'è un grande colpo di scena, che tra l'altro allontana definitivamente Il marinaio da una dimensione esclusivamente simbolista, perché il dissolvimento delle fanciulle, il loro finale restare catatoniche, senza parlare e senza guardarsi, è causato dai primi rumori del giorno, dalla banalità di un gallo che canta (reminiscenza evangelica dell'ateo Pessoa?) e dall'incerto stridore delle ruote di una carrozza: la realtà, gretta e banale, si prende la sua amara rivincita, e alle fanciulle sognanti non resta che trasformarsi in esseri amorfi. Del resto era stata la stessa realtà a presentarsi sotto forma di nave sull'isola del marinaio, senza trovarlo. Da un lato quindi Pessoa è cosciente del tremendo potere dell'arte, e sembra per un po' dirci che attraverso il gesto artistico è possibile vivere in un mondo proprio e diverso, sia pure a costo di un peso intellettuale insopportabile, da cui cercherà di alleggerirsi distribuendone buona parte ad altri-da-lui, i suoi eteronimi. Alla fine tuttavia anche l'intellettuale è costretto ad arrendersi (come molti anni più tardi si arrenderà il più celebre dei suoi eteronimi, il modernista Álvaro De Campos in Tabaccheria) e a confessare che neppure il sogno, neppure i mondi interiori sognati dagli artisti possono resistere alla forza corrosiva della realtà. Del resto, da qualche mese, in quel 1915, le classi dirigenti dell'Europa intera si stavano dando da fare per dimostrare con tutta la diabolica capacità di cui erano capaci quanto fosse vera questa intuizione di un oscuro impiegato di concetto di Lisbona.

    ha scritto il 

  • 5

    Bellissimo, onirico, travolgente!
    Un sogno che sfocia nella realtà, oppure la realtà che sfocia nel sogno.
    Discussioni sulla morte, sulla fantasia, su chi sogna un marinaio senza patria che sogna di a ...continua

    Bellissimo, onirico, travolgente!
    Un sogno che sfocia nella realtà, oppure la realtà che sfocia nel sogno.
    Discussioni sulla morte, sulla fantasia, su chi sogna un marinaio senza patria che sogna di avere una patria...
    Difficile descrivere a parole questo capolavoro, ma posso dire che, non appena l'ho terminato, ho sentito la necessità di leggerlo nuovamente, per analizzare aspetti e dialoghi che avevo trascurato.
    Consigliatissimo!

    ha scritto il 

  • 5

    Sogno dunque sono: appunti di lettura (e di ascolto) per marinai spiritualmente apolidi, sognatori per necessità

    È notte. In una stanza semibuia tre fanciulle eteree e timorose come falene ne vegliano una quarta, distesa sul letto di morte, placida e bella come se fosse soltanto addormentata…

    (…) For in that sl ...continua

    È notte. In una stanza semibuia tre fanciulle eteree e timorose come falene ne vegliano una quarta, distesa sul letto di morte, placida e bella come se fosse soltanto addormentata…

    (…) For in that sleep of death what dreams may come?

    Sì, proprio come Amleto col teschio in mano, le giovani si ritrovano a riflettere, silenziosamente, sulla vita (e non a caso la loro viene condensata nello spazio – o nel buio – di una notte) e la morte: ma dalle loro labbra non udiremo né racconti di vita né preghiere per i morti, ma soltanto sogni, racconti di sogni, ricordi e frammenti di sogni. Ed ecco che una di loro sogna un marinaio il quale a sua volta, naufrago su un’isola deserta, sogna una patria (una vita)… e il suo sogno si fa sempre più nitido, sempre più dettagliato, fino a fargli dimenticare quella che fu la sua, se mai ne ebbe una.

    (E torniamo a Shakespeare:
    We are such stuff
    As dreams made on; and our little life
    Is rounded with a sleep.
    )

    Ma perché la vita come sogno? Perché l’uomo come marinaio (naufrago) apolide? Quella di Pessoa è una metafora (prismica, sfaccettata, quintuplice, oltre che di meravigliosa fattura) del vivere umano, un’espressione di una Weltanschauung che sento molto vicina e che mi riporta a vari altri autori: ricordate il racconto La partenza di Kafka?

    Comandai di andar a prendere il mio cavallo dalla stalla. Il servo non mi comprese. Andai io stesso nella stalla, sellai il cavallo e montai in groppa. Udii suonare una tromba in lontananza e domandai al servo che cosa significasse. Egli non lo sapeva e non aveva udito niente. Presso il portone mi trattenne e chiese: «Dove vai, signore?».
    «Non lo so» risposi. «Pur che sia via di qua, via di qua, sempre via di qua, soltanto così potrò raggiungere la mia mèta.»
    «Dunque sai qual è la tua mèta» osservò.
    «Sì» risposi. «Te l’ho detto. Via-di-qua; ecco la mia mèta.»
    «Non hai provviste con te» disse.
    «Non ne ho bisogno» risposi. «Il viaggio è così lungo che dovrò morir di fame se non trovo nulla per via. Nessuna provvista mi può salvare. Per fortuna è un viaggio veramente straordinario.»

    Si potrebbero citare, in alternativa, i versi del Rilke:

    Io giro intorno a Dio, intorno all'antica torre – e giro per millenni e ancora non so, se sono un falco, una tempesta o un lungo canto.

    Esempi celeberrimi, questi, di apolidia spirituale – o, come ben la definirono alcuni critici dell’opera Rilke-Kafkiana, di Fremdsein, ovvero “senso di non appartenenza”, un perpetuo “sentirsi straniero” rispetto alla società contemporanea, alle ideologie dominanti, ai valori e alle tendenze del momento, e via dicendo.
    Ma potremmo prendere anche il Giovane Holden: l’apparente monello è forse, in realtà, più maturo e disilluso di quanto non voglia dar a vedere, e vorrebbe stare sul limitare del campo di segale – sul ciglio del burrone – non perché non abbia voglia di far altro, ma per proteggere quel sacro campo dove i coetanei si perdono nell’allegria di una partita di baseball... perché non cambino mai, perché non perdano la loro innocenza. Vocazione, la sua, che nasce nel momento in cui, consciamente o no, si accorge di essere sul punto di perderla lui stesso, quell’innocenza, di essere in equilibrio precario su quella maledetta linea gialla fra il “sognare” di fanciullo e il “ragionevole” diventare adulti.

    E quanto alla brevità della vita e a tutte le considerazioni che vengono, o dovrebbero venire, dalla consapevolezza della morte, uno come Bukowski è solo più schietto, in fondo:

    Tutti dobbiamo morire, tutti quanti, che circo! Non fosse che per questo dovremmo amarci tutti quanti e invece no, siamo schiacciati dalle banalità, siamo divorati dal nulla.

    Sì, siamo infettati da una inguaribile epidemia da cui poca parte del mondo si salva, impregnati di violenza e di odio smerciati per miele e ambrosia, di egotica convenienza fatta passare per sincerità e beneficenza, di un vuoto nell’anima che ci ostiniamo a coprire con maschere di supposta religiosità. Di qui il melessere, il Fremdsein della contemporaneità.

    E allora, anche in musica, se il giovane e minimalista Peter Broderick canta semplicemente “And when I’m home I’m not at home”, e il più letterario Guccini riprende e archetipizza la figura del prenditore nella segale (La collina: “ma il prenditore non mi ha scorto quando son caduto al mondo per l'eternità”), Leonard Cohen, nella sua Amen, canta: “Tell me again when I’ve seen through the horror, (…) Tell me that you love me then”… e a me piace immaginarlo mentre dagli scenari patinati delle grandi città americane si dirige con passo pensoso verso strade di periferia, dove lo sguardo incrocia solo ingiustizia, miseria e disperazione: dell’Amore nel mondo, e dell’Amore di un Dio o chi per lui, riparlamene dopo, quando avrò aperto gli occhi e visto tutto questo, quando avrò vissuto tutto questo. “Tell me again when the victims are singing, / And the laws of remorse are restored”: riparlamene dopo, quando avrò visto infine un sorriso sulle labbra di questi fanciulli, una luce negli occhi di queste donne, un fiore selvatico che sbocci sul ciglio di questa strada polverosa… e allora ti dirò sì, ecco la mia patria, sì, ecco l’Amore.
    Ma nel frattempo, finché una patria non so se l’ho e se l’ho mai avuta, io, essere umano, come il marinaio di Pessoa, e come le sue fanciulle, non posso che continuare a sognare. E che la forza mi basti sempre per sognare ancora un mondo diverso, un mondo migliore.

    ha scritto il 

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