Il nostro comune amico

Di

Editore: Einaudi (Gli struzzi, 273)

4.4
(398)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 905 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo

Isbn-10: 880605449X | Isbn-13: 9788806054496 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Luca Lamberti

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico , eBook

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli

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Descrizione del libro
Due vicende s'intrecciano: quella del giovane Harmon, legittimo erede delle fortune paterne di cui non riesce a entrare in possesso, e la storia dell'avvocato Eugene innamorato di Lizzy. Fra tentati omicidi, cadaveri ripescati nel Tamigi, clausole legali e riconciliazioni finali, l'atmosfera del romanzo è dominata dal cupido potere del denaro. L'opera dickensiana è presentata qui con una nuova introduzione e le note al testo a cura di Carlo Pagetti.
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  • 3

    L'ultimo romanzo completo di Dickens. Oggettivamente l'intreccio è costruito benissimo e la lunghezza è necessaria per sviluppare al meglio la vicenda della quale sono partecipi personaggi provenienti ...continua

    L'ultimo romanzo completo di Dickens. Oggettivamente l'intreccio è costruito benissimo e la lunghezza è necessaria per sviluppare al meglio la vicenda della quale sono partecipi personaggi provenienti dalle più svariate classi sociali. Dickens non risparmia la sua critica all'educazione, alla Poor Law, al materialismo e alla frivolezza della 'Buona società'. Personalmente ho trovato alcuni passaggi lenti, ma non per questo mi è dispiaciuto, anzi lo consiglio agli amanti di Dickens.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    0

    Dickens è sempre Dickens

    Un grande affresco della società inglese di metà ottocento. In questo romanzo ci sono tutti. Dagli umili ai prepotenti. Un vero campionario di quella fauna che viveva di sotterfugi e di debiti non pag ...continua

    Un grande affresco della società inglese di metà ottocento. In questo romanzo ci sono tutti. Dagli umili ai prepotenti. Un vero campionario di quella fauna che viveva di sotterfugi e di debiti non pagati, di personaggi dal cuore nobile e pronti a rinunciare al loro status. Tutto questo in una prosa graffiante e ironica che non stanca il lettore, nonostante il numero di pagine.
    Ho faticato a metterlo in cima alle altre letture ma una volta iniziato non ho smesso di leggerlo finché non è calato il sipario.

    ha scritto il 

  • 0

    Incipit

    Ai giorni nostri, ma è inutile precisare l’anno, una sera d’autunno, sull’imbrunire, una barca infangata e dall’aspetto equivoco navigava sul Tamigi fra il ponte di Southwark, che è in ferro, e quello ...continua

    Ai giorni nostri, ma è inutile precisare l’anno, una sera d’autunno, sull’imbrunire, una barca infangata e dall’aspetto equivoco navigava sul Tamigi fra il ponte di Southwark, che è in ferro, e quello di Londra, che è in pietra, con due persone a bordo......

    http://www.incipitmania.com/incipit-per-autore/aut-d/dickens-charles/il-nostro-comune-amico-charles-dickens/

    ha scritto il 

  • 0

    IL ROMANZO D’APPENDICE PADRE DELLE SERIE TV

    LETTO IN EBOOK____“Il nostro comune amico” (“Our Mutual Friend”) è un feuilleton o romanzo d’appendice che fu pubblicato in fascicoli a puntate nel 1864 e 1865 da Charles Dickens. In effetti, leggendo ...continua

    LETTO IN EBOOK____“Il nostro comune amico” (“Our Mutual Friend”) è un feuilleton o romanzo d’appendice che fu pubblicato in fascicoli a puntate nel 1864 e 1865 da Charles Dickens. In effetti, leggendolo pare quasi di avere davanti una serie TV, di quelle divise in stagioni, che si sviluppano puntata per puntata. Questo modo di pubblicazione (inventato da Louis-François Bertin, direttore del Journal des Débats) determina anche il tipo di opera, che somiglia appunto più a una serie televisiva che non a un film, presentando una trama principale (in questo caso, le vicende di un’eredità che sarebbe dovuta andare al figlio del defunto a condizione che questo sposasse una certa signorina Bella o, in alternativa ai due anziani servitori Boffin, con l’inconveniente che il primo erede, John Harmon, si finge morto per scoprire i sentimenti della futura moglie), cui si collegano alcune storie secondarie, come quella dell’avvocato innamorato della giovane Lizzy. Come nelle moderne serie, anche qui, in ogni capitolo, c’è qualche avventura e qualche nuovo sviluppo che pare allontanare la soluzione finale che il lettore intuisce ma viene sempre allontanata.
    Come le serie TV sono divise in Stagioni, così questo romanzo è diviso in quattro libri: "La coppa e il labbro", "Gente dello stesso stampo", "Un lungo cammino" e "Una svolta".
    Si può dire che tali programmi, come i teleromanzi e le soap opera siano i discendenti di simili romanzi d’appendice in voga a metà del XIX secolo.
    Rivolgendosi a un pubblico più distratto, in quanto potrebbe perdere qualche episodio, questo genere di romanzi, tende a creare personaggi di facile identificazione, con caratteristiche marcate, evidenziate a volte dall’uso dei soprannomi (che qui abbondano). Leggendo “David Copperfield” avevo notato come ciascun personaggio potesse ben descritto da un singolo aggettivo, tanto era netto un suo dato carattere. Ne emerge uno spettacolo forse meno fine che in altre letture, ma in cui pare di vedere il volto fortemente truccato degli attori sulla scena, rimedio dettato dall’esigenza di rendere chiare le espressioni anche al pubblico nel loggione, incapace di riconoscere i dettagli dei volti di lontano. Allo stesso modo qui i caratteri sembrano un po’ scolpiti con l’accetta piuttosto che col cesello, ma questo non va visto come un difetto dell’opera, quanto come una caratteristica implicita nel mezzo espressivo scelto, in cui ci si perde nella vastità dello sviluppo, nella moltitudine di pagine.
    Con questo suo stile un po’ popolaresco, Dickens, dal maestro che è, riesce comunque a realizzare un romanzo capace di ben descrivere e criticare la realtà sociale del proprio tempo, a creare una storia che ancora oggi è capace di attrarre e trascinare il lettore e qui, come in “David Copperfield”, il lettore si sente partecipe della vicenda, chiedendosi di volta in volta perché un dato personaggio non compia una data azione che parrebbe tanto ovvia, ma tergiversi ancora. Tra le tante, quella che mi ha lasciato più perplesso è come abbia potuto Bella Wilfer accettare di essere oggetto di un testamento, accettare di essere ingannata dall’uomo che ama e che sposa senza conoscerne la vera identità, ingannata dai suoi protettori che mettono alla prova la sua virtù non si sa bene con quale diritto e poi, quando scopre tutto l’inganno, anziché infuriarsi per la scarsa considerazione che tutti hanno per la sua intelligenza e volontà (pur ammirandone tutti l’ingenua virtù), essere tutta felice e amorevole. Insomma, cogliamo in questo personaggio tutte le contraddizioni della condizione femminile nella Gran Bretagna e nell’Europa dell’epoca.

    Le esigenze della forma adottata per la pubblicazione portano Charles Dickens a estendere il narrato ben oltre le esigenze della trama, che, in un’opera unitaria, si sarebbe potuta sviluppare assai più brevemente, senza tante digressioni (così comuni in tanti autori dell’epoca) e senza lo sviluppo di storie parallele, che distraggono il lettore e lo portano ad aspettare, arrancando con un certo fastidio per vie di campagna, che la vettura narrativa ritorni a correre spedita sulla strada maestra.

    ha scritto il 

  • 5

    come sempre una passeggiata divertente

    libro pieno di personaggi incredibili, come sempre. Tutto nasce da uno scambio di persone, in questo caso morte! e tutte le vicende ne vanno a seguire. Personaggi buoni che diventano cattivi per scher ...continua

    libro pieno di personaggi incredibili, come sempre. Tutto nasce da uno scambio di persone, in questo caso morte! e tutte le vicende ne vanno a seguire. Personaggi buoni che diventano cattivi per scherzo (lo spazzaturaio d'oro!), personaggi che da cattivi diventano meravigliosi per inganno (Bella!), personaggi cattivi che poi muoiono... insomma il tripudio dei buoni sentimenti. Ovviamente con una riflessione feroce sulla società inglese del tempo e una condanna terribile per gli ospizi dei poveri. Bellissimo! come sempre architettato da maestro!

    ha scritto il 

  • 4

    Very good, but not excellent

    There are plenty of great moments and characters in this book and the writing is superb. I also enjoyed the satirical side of the novel, sometimes hilarious.
    But, for me, there are two big flaws:
    - Th ...continua

    There are plenty of great moments and characters in this book and the writing is superb. I also enjoyed the satirical side of the novel, sometimes hilarious.
    But, for me, there are two big flaws:
    - The plot: The frame where all these actions and people are set is quite inbelieveable and absurd.
    - The depth of characters: Many of them are quite shallow and only serve as cartoons of the ideas they represent.
    Nevertheless, I encourage to read and enjoy this book.

    ha scritto il 

  • 5

    Come recensire questo capolavoro? È come un quadro di Brueghel, brulicante di personaggi più o meno grotteschi. Lo colloco alla cima della letteratura mondiale, accanto al ben più famoso David Copperf ...continua

    Come recensire questo capolavoro? È come un quadro di Brueghel, brulicante di personaggi più o meno grotteschi. Lo colloco alla cima della letteratura mondiale, accanto al ben più famoso David Copperfield.

    ha scritto il 

  • 1

    Tante le recensioni positive, tanti i commenti entusiastici, eppure io questo libro l'ho trovato di una inutilità impressionante. Personaggi scialbi e monolitici nel loro "schieramento" morale (buoni ...continua

    Tante le recensioni positive, tanti i commenti entusiastici, eppure io questo libro l'ho trovato di una inutilità impressionante. Personaggi scialbi e monolitici nel loro "schieramento" morale (buoni e vessati da una parte, cattivi e violenti dall'altra); storia banale, con una serie di dialoghi al limite dell'assurdo; traduzione che segue il livello noioso e frammentario della vicenda; brodo allungato per una vicenda che con meno personaggi e meno giri tortuosi avrebbe reso meglio.
    Ci sono momenti di "brivido" quando Dickens si ricorda di essere un buon scrittore e non solo che deve pagare le bollette di casa: momenti in cui la psicologia dei personaggi sembra prendere il sopravvento sulla banalità, oppure la feroce critica della società (i pezzi più belli sono quelli contro l'antisemitismo che a quanto pare imperava nella società inglese. Questa è la mia visione leggendo), ma sono brevi e tronchi quasi che alla fine nessuno volesse davvero interessarsi a ciò.
    Finale di resa dei conti (anche se qualche cattivo aveva iniziato a pagare dazio nella quarta sezione del libro) per tutti, con confetti e gioia per i buoni e condanna sociale per tutti gli altri, peccato che poi lo tronchi così, senza un vero senso e motivo.
    La lettura di questo libro è stato il frutto di una lettura collettiva e filologica, cercando di mantenere i ritmi del feuilleton, ed è durata 1 anno e mezzo come allora. Questo metodo non aiuta a una miglior lettura del romanzo e forse è pregiudizievole sul giudizio.
    A questo link la conclusione della lettura, mentre nella categoria del mio blog dedicata si possono trovare i vari capitoli con i commenti miei. https://amacadieuterpe.wordpress.com/2014/11/29/il-nostro-comune-amico-di-c-dickens-conclusioni/

    ha scritto il 

  • 3

    Molto rumore per nulla

    Voto: 3* e 1/2
    Ultimo romanzo compiuto di Charles Dickens, Our mutual friend si apre in una cornice cupa e suggestiva: quella del Tamigi, dove, in una buia sera d'autunno, viene rinvenuto il corpo sfi ...continua

    Voto: 3* e 1/2
    Ultimo romanzo compiuto di Charles Dickens, Our mutual friend si apre in una cornice cupa e suggestiva: quella del Tamigi, dove, in una buia sera d'autunno, viene rinvenuto il corpo sfigurato di un giovane. L'uomo in questione, John Harmon, è figlio di un facoltoso signore appena defunto, nonché protagonista di una curiosa vicenda successoria, tale da suscitare l'interesse del bel mondo londinese.
    Secondo il testamento paterno, infatti, John sarebbe entrato in possesso dell'eredità a condizione che avesse sposato una certa Bella Wilfer; in caso contrario, l'intero patrimonio sarebbe passato nelle mani di Nicodemus Boffin e di sua moglie, da sempre fedeli servitori della famiglia.
    È così che il ritrovamento del cadavere sconvolge in un attimo le vite di molte persone, tra cui la giovane Lizzie Hexam, figlia del barcaiolo che ha ripescato il corpo, e su cui pendono ora gravi sospetti; il coscenzioso Mortimer Lightwood, avvocato alle prime armi incaricato di dirimere la questione; l'indolente Eugene Wrayburn, amico fraterno di quest'ultimo, conquistato dalla bellezza e dal candore di Lizzie; l'ambiziosa signorina Wilfer, che vede sfumare le proprie prospettive di ricchezza senza averle potute neppure assaporare; i coniugi Boffin, inaspettatamente proprietari di un'enorme fortuna, ma nel contempo affranti per la perdita del loro caro e indimenticato John.
    Intanto, mentre la buona società non smette d'interrogarsi sugli sviluppi della spinosa faccenda, e numerosi truffatori senza scrupoli tentano di approfittare della situazione, in casa Wilfer arriva il nuovo inquilino John Rokesmith, giovanotto dal passato oscuro, le cui fattezze, stranamente, ricordano da vicino quelle di un altro uomo, comparso poco dopo il delitto Harmon, e poi misteriosamente volatilizzatosi.

    Ogni volta che leggo un romanzo di Dickens, lasciandomi trasportare dalla sua narrazione sopraffina, e dal suo impareggiabile stile, la sensazione che provo è di trovarmi di fronte al prodotto di un'arte difficilmente assimilabile, e nettamente superiore, a quella di qualsiasi altro autore; una sensazione, questa, che permane costantemente anche nelle rare occasioni in cui l'opera letta non si riveli, ahimè, tra le più riuscite dello scrittore.
    È appunto questo il caso di Our mutual friend: un romanzo imponente (e non solo per la mole), che malgrado le allettanti premesse, e la geniale arguzia di molti capitoli, non è riuscito ad appassionarmi come avrei sperato.
    Sul piano letterario, come sempre, si possono muovere ben poche critiche alla penna di Dickens. La scrittura, densa di riferimenti culturali, senza però apparire mai artificiosa o saccente, è a dir poco superba; l'inesauribile umorismo, ancor più presente che in passato, spassosissimo; l'incipit, memorabile... Eppure, nel corso delle oltre mille pagine che costituiscono il libro, è difficile, per chiunque abbia un po'di familiarità col romanziere inglese, allontanare dalla mente la persistente impressione che questi, inconsapevolmente, sia incorso in un grave errore: quello di imitare se stesso.
    In Our mutual friend, difatti, Dickens pare dar vita essenzialmente ad una sorta di compendio della sua intera produzione, regalandoci un romanzo che, seppur oggettivamente bello, invece di brillare di luce propria, riflette la grandezza degli scritti che l'hanno preceduto, e di cui ripropone, con toni un po'sbiaditi, tematiche, riflessioni, situazioni, e tipologie di personaggi.
    Perfino la sacrosanta denuncia sociale - inconfondibile marchio di fabbrica dello scrittore - qui indirizzata prevalentemente alla Poor Law, alla pochezza dell'alta società, e al potere ora risanatore, ora distruttivo, del denaro, suona come qualcosa di già sentito, e richiama alla memoria numerosi passi di altre opere dickensiane (su tutte: Oliver Twist, Dombey & Son e Little Dorrit) dove le medesime questioni furono affrontate in modo assai più convincente.

    La vera delusione, tuttavia, non è rappresentata dalla mancanza di originalità dell'opera, bensì dalla debolezza di quello che, in altre circostanze, risulta il vero punto di forza di Dickens: l'intreccio.
    Il mistero, su cui dovrebbe poggiare l'intero impianto narrativo, non regge: la verità si palesa fin dal principio anche al lettore meno attento; e la scelta del "comune amico" (figura che funge da trait d'union tra tutti i personaggi) di celare la propria identità, pare priva di un fondamento sufficientemente plausibile, privando così il romanzo di quel pathos e di quello spessore di cui avrebbe necessità. La stessa consapevolezza del lettore, di per sé un potenziale stratagemma per avvincerlo e renderlo ancor più partecipe della vicenda, viene sfruttato malamente da un Dickens visibilmente sottotono, che ai suoi proverbiali colpi di scena, preferisce questa volta delle soluzioni talmente fragili e prevedibili, da risultare fin troppo inverosimili; un po'come i tanti espedienti a cui, autori televisivi a corto d'idee, ricorrono spesso per salvare in extremis le sorti di una qualche serie tv sull'orlo del tracollo.
    Neppure le straordinarie doti narrative del romanziere, di regola abilissimo nell'elaborare trame intricate ma impeccabili, riescono ad avere la meglio sull'evidente affievolirsi della sua vena creativa: lo vediamo nei lunghissimi, sebbene piacevoli, capitoli incentrati su eventi decisamente superflui; nel forzato monologo in cui Rokesmith narra a se stesso la propria storia (dove si manifesta la tangibile mancanza di un espediente più efficace); nell'eccessivo spazio dedicato alle vicende dei personaggi secondari, a scapito della trama principale, che resta invece sullo sfondo senza mai conquistare il centro della scena.
    Diversamente dalle altre opere di Dickens, in Our mutual friend, non vi è un unico protagonista: si tratta, infatti, di un romanzo corale dove a spartirsi tale ruolo sono - o dovrebbero essere - ben quattro diversi personaggi. Purtroppo, anche nella caratterizzazione di questi ultimi, il buon Charles non dà il meglio di sé, e confeziona delle figure che, insolitamente prive di vividezza, non riescono a colpire il lettore né a conquistarne particolarmente le simpatie. Troviamo così l'eterea Lizzie, ennesima pallida personificazione del pluri-sfruttato angelo del focolare vittoriano; lo scialbo Rokesmith, teoricamente eroe della storia, ma in realtà soggetto trascurabilissimo e unidimensionale; la frivola e materialista Bella, il cui repentino cambiamento, non sorretto da un sufficiente approfondimento psicologico, risulta piatto e poco credibile.
    A discostarsi da tali stereotipi, è solo la figura magnetica di Eugene Wrayburn: giovane aristocratico dal noncurante snobismo e l'annoiata nonchalance. A metà tra il bello e dannato James Steerforth e il dissoluto Sydney Carton (di cui condivide la professione), ma dotato di un tagliente sarcasmo e di un'eleganza tutta sua, Eugene unisce una personalità svagatamente superficiale, ad un'intelligenza brillante ma spesso mal utilizzata.
    Wrayburn, stancamente alla ricerca della propria identità, e nel contempo incapace di dedicarcisi per davvero, è stato a parer mio la grande occasione sprecata di Dickens: un personaggio con eccellenti potenzialità, a cui purtroppo non è stato dato il giusto spazio, e che ritroviamo, a un passo dell'epilogo, anch'egli costretto, ingiustamente, in uno dei troppi, scialbi cliché del genere.
    Stesso discorso per l'ossessivo maestro-stalker Bradley Headstone, su cui, inspiegabilmente, troppo poco è stato investito.
    È innegabile che questa volta, a tenere le redini del romanzo sia il nutrito assortimento di personaggi minori, alcuni di stampo macchiettistico, altri decisamente più elaborati, in cui c'imbattiamo pagina dopo pagina, e che senza dubbio, rappresentano, insieme alla sagace e pungente satira, gli aspetti più godibili e riusciti dell'opera. Troviamo così la grottesca sartina delle bambole, costretta a crescere troppo in fretta (una figura che mi ha suscitato davvero una grande compassione); l'imbalsamatore infelicemente innamorato; l'avido imbroglione dalla gamba di legno; l'imberbe usuraio in incognito; e, all'insegna del politically correct, perfino l'anziano ebreo dal cuore d'oro - forse un tentativo di riparare all'antico torto a suo tempo inflitto al popolo ebraico, tramite l'indimenticabile figura di Fagin.

    Sarà pure che quando si tratta del vecchio Charles, le mie aspettative sono sempre altissime, ma Our mutual friend ha destato in me non poche perplessità. Le storie d'amore, scontate e piatte, mi hanno interessata ben poco; la consueta propensione dell'autore a raccontare senza lesinare dettagli - da molti definita prolissità, ma da me abitualmente considerata come un valore aggiunto - in alcuni tratti mi è parsa davvero eccessiva... Per non parlare del coup-de-thêatre finale, praticamente l'unica vera e propria sorpresa di tutto il romanzo, la cui banalità, ahimè, mi ha lasciato decisamente con l'amaro in bocca.
    Neppure l'happy ending, tutt'altro che inaspettato, è riuscito a soddisfarmi: un epilogo oltremodo deludente che, più che alla necesità di rendere giustizia al romanzo, pare rispondere all'esigenza, su cui peraltro si potrebbe discutere, di compiacere i lettori.

    "Much ado about nothing", verrebbe dunque da dire - volendo restare in ambito letterario - di fronte a una trama così potenzialmente intrigante, ma non altrettanto bene orchestrata, in cui a mancare davvero è quell'invidiabile perfezione a cui Dickens, forse viziandoci un po'troppo, ci aveva abituati.
    Tuttavia, se riconsidero l'opera nella sua totalità, trovo impossibile non pronunciarmi in modo positivo, e questo non solo per via della mia predilezione per lo scrittore, ma anche, e soprattutto, perché il romanzo, fin quasi alla fine, ha costituito innegabilmente una lettura gradevolissima e affascinante.
    Dickens, bisogna rendergliene atto, possiede invariabilmente la rara dote di non annoiare mai; quella prosa ipnotica e avvolgente, in grado di tenere il lettore incollato alle pagine, divertirlo e farlo riflettere, e Our mutual friend, con tutti i suoi difetti e le sue debolezze, non fa eccezione.
    Insomma, sicuramente un romanzo di secondo piano, nella ricchissima produzione dell'autore, ma pur sempre una pregevolissima opera letteraria che merita senz'altro di essere letta... magari dando però la precedenza a quegli indiscussi capolavori che hanno fatto di Dickens uno dei più grandi romanzieri di tutti i tempi.

    ha scritto il 

  • 4

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/09/01/il-nostro-comune-amico-charles-dickens/

    “Mr Podsnap era ricco e aveva un’alta opinione di sé. Egli aveva cominciato con una bella eredità, si era fatto un ...continua

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/09/01/il-nostro-comune-amico-charles-dickens/

    “Mr Podsnap era ricco e aveva un’alta opinione di sé. Egli aveva cominciato con una bella eredità, si era fatto una straordinaria fortuna con le Assicurazioni Marittime, ed era proprio soddisfatto. Perché non tutti fossero soddisfatti, non era mai riuscito a capirlo; quindi era ben consapevole che il fatto di essere soddisfatto di tutte le cose, ma in primo luogo di sé stesso, costituiva un brillante esempio sociale.
    Data una così elevata opinione dei propri meriti e della propria importanza, Podsnap aveva stabilito che tutto quello che egli decideva di ignorare cessava ipso facto di esistere. Questo modo di liberarsi delle cose sgradevoli, portava a conclusioni dignitose, oltre che assai comode, e aveva molto contribuito a innalzare Mr Podsnap fino a quella elevata considerazione di Mr Podsnap. “Io questa cosa non la voglio sapere; non la voglio discutere, non l’ammetto!”. Egli aveva persino preso l’abitudine di fare un gesto speciale con il braccio destro, ogni volta che, buttandosele dietro alle spalle (e quindi annullandole) pronunciava, tutto rosso in volto, quelle parole per liberare il mondo dai suoi più ardui problemi. Perché rappresentavano un’offesa”.
    (Charles Dickens, “Il nostro comune amico”, ed. Einaudi)

    Nello scrivere le mie impressioni su “Il nostro comune amico” di Dickens, ritengo onesto, per rispetto dei miei “amabili lettori” (cit.), adottare una sorta di filtro iniziale, che potrà far abbandonare la lettura dell’articolo agli stessi prima di quanto già non farebbero. Lettore, se non ami i romanzi immensi per mole, questo non fa per te. L’edizione Einaudi che ho appena terminato è di novecento pagine e questa è la prima avvertenza. La seconda riguarda il numero dei personaggi presenti; se hai scarsa memoria e tendi a confonderli, o non leggere questo romanzo, oppure preparati degli schemi tipo albero genealogico, che ti aiuteranno a dipanare l’intreccio costruito da Dickens. Ultimo sbarramento: se siete in cerca di un romanzo che sia solo comico, solo drammatico, solo tragico, solo sentimentale, lasciate stare, perché “Il nostro comune amico” è una mescolanza di tutto ciò e di tanto altro.
    Finora di Dickens avevo letto solo “Tempi difficili”, scelto dopo un’attenta disamina preliminare circa le opere che di quest’autore potevano più interessarmi. Girando qua e là per il web, in cerca di recensioni, ero giunto a escludere, almeno all’inizio, romanzi come “Oliver Twist” e “David Copperfield”, riducendo la mia scelta a un trittico, cioè proprio “Tempi difficili”, “Il nostro comune amico” e “Grandi speranze”, i primi due dei quali hanno ampiamente ripagato la fiducia riposta in loro, pur nella loro differenza.
    Chi è il “comune amico” del titolo? Siccome il romanzo si regge su un intreccio basato su una sostituzione di persona, anzi non solo una, è bene che io mi limiti all’essenziale. Tutto prende le mosse dalla misteriosa scomparsa di John Harmon, l’uomo di NonSoDove, che dovrebbe tornare dall’estero, dove era scappato da molto giovane, per ricevere l’eredità da suo padre, un’eredità che si fonda su alcuni “Monticelli” di rifiuti, che avranno nel romanzo una forte valenza anche simbolica; l’unica condizione che Harmon dovrà rispettare è quella di sposare una donna, nella specie Bella Wilfer, una dei Numerosi figli dei coniugi Wilfer. Harmon torna, ma morto, o almeno è ritrovato un cadavere che si ritiene essere quello di Harmon, e da questo ritrovamento si scatenano tutta una serie di circostanze che rendono il romanzo avvincente nella sua struttura e convincente come ritmo.
    Dickens nella sua storia affronta diversi argomenti, ma lo fa senza (quasi mai) scadere nella retorica o in sparate filosofiche; la denuncia sociale, che pure c’è, non è, a mio avviso, il tratto predominante del romanzo, o almeno non è ciò che lo ha reso gradito a me. Ci sono pagine nelle quali denuncia il potere corruttivo del denaro, capace di mutare gli animi anche dei personaggi che inizialmente sembrerebbero meno avidi, così come ci sono continui riferimenti a disagi sociali, agli speculatori, al sistema scolastico dell’Inghilterra dell’epoca, ma tutto ciò è inserito in una trama che diverte, appassiona, e che lo fa in virtù di una ridda di personaggi davvero copiosa ed eterogenea. La storia di Harmon “NonSoDove” è narrata, all’inizio, in una riunione mondana a casa dei Veenering, in una sorta di “racconto nel racconto”; i Veenering sono esponenti del mondo dei benestanti, così come i Podsnap, che hanno fede solo in sé stessi, nell’Inghilterra e nella Provvidenza, e che ritengono che i poveri muoiano solo per colpa loro. Le differenze di classe sono palesi nel romanzo di Dickens, ma non si pensi a una banale contrapposizione “povero buono contro ricco cattivo”, perché così non è. Come scritto prima, il denaro, se ha già corrotto chi è possidente, è pronto a ghermire chi, ancora povero, tenta la scalata sociale con ogni mezzo. Ci sono, poi, le opportune eccezioni e le vie di mezzo.
    John Harmon, in questo senso, pur essendo scomparso a inizio romanzo, è il collante tra diversi mondi, nelle forme che scoprirete leggendo il libro. Per esempio, i Boffin, ereditando la somma che sarebbe spettata a Harmon, e arricchitisi, saranno comunque in contatto con i Wilfer, la cui figlia doveva sposare Harmon. Qui, però, devo fermarmi per non rovinare la lettura. I personaggi sono, come detto, molto diversi tra loro e Dickens è abile nel farci affezionare alle loro buffe debolezze, stramberie, meschinità e ingenuità; il tono della narrazione, infatti, è umoristico, ironico, anche nei momenti di maggiore cupezza c’è sempre una scintilla, una battuta che ci strappa il sorriso, benché amaro, e ci consente di arrivare alla fine delle novecento pagine senza avvertire stanchezza. Evito di fare uno stucchevole elenco dei personaggi che più mi hanno colpito, perché è bene che li scopriate da soli.
    Dickens non è Dostoevskij, di questo me ne sono accorto subito e del resto non pensavo di poter trovare un altro Dostoevskij, ma a prescindere da quest’improprio confronto (dovuto solo alla mia personale passione per il russo), devo dire che anche questa seconda lettura “dickensiana” me ne ha fatto apprezzare le capacità, e quindi, fatte le premesse di cui all’inizio dell’articolo, consiglio anche a voi di scoprire la storia del “nostro comune amico” e di tutti gli altri variopinti protagonisti che ruotano attorno alla sua evanescente (ma neanche tanto) figura.

    ha scritto il 

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