Il padrone

Di

Editore: Feltrinelli

4.0
(118)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 313 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco , Inglese

Isbn-10: A000014858 | Data di pubblicazione:  | Edizione 8

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
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  • 3

    Una moderna favola grottesca sulla spersonalizzazione dell'individuo inserito nel contesto dell'azienda capitalistica. Il Padrone perde qui le sue caratteristiche reali per trasfigurarsi quasi in una ...continua

    Una moderna favola grottesca sulla spersonalizzazione dell'individuo inserito nel contesto dell'azienda capitalistica. Il Padrone perde qui le sue caratteristiche reali per trasfigurarsi quasi in una divinità negativa fondatrice di una nuova religione: il culto dell'azienda. Non basta più lavorare per vivere, occorre amare l'azienda più di se stessi, fino a sopprimere, conculcare, deformare completamente la personalità, i desideri, gli interessi personali per conformarsi completamente a quelli del Padrone e dell'Azienda. Questo scenario terrificante, che di per sé potrebbe fornire a uno scrittore materiale per qualcosa di simile a un "1984" in formato ridotto, nelle mani di Parise diventa una favola tutta giocata sul registro del grottesco e dell'ironia (amarissima). Il dottor Max, appunto il Padrone, e la sua inquietante madre, la signora Uraza (quasi una versione moderna della strega cattiva delle fiabe), perseguono il loro folle progetto di rieducazione dei lavoratori aziendali in "dipendenti-modello" (cioè totalmente, integralmente identificantisi con il pensiero e la logica dell'Azienda, e intimamente persuasi che questa sia la migliore delle sorti possibili) ora dispensando un paternalistico, un po' invadente affetto, ora invece mostrando la faccia brutale e autoritaria della Proprietà.
    Una lettura molto istruttiva.

    ha scritto il 

  • 3

    "chi si fa pecora l'uomo lo mangia"!!!

    Edizione Einaudi 1971- Lire 800
    Così recita la scritta in copertina:
    "Una favola alla Candide su un candido innocente e un dispotico padrone "

    Un qualunque giovane ventenne arriva da una provincia q ...continua

    Edizione Einaudi 1971- Lire 800
    Così recita la scritta in copertina:
    "Una favola alla Candide su un candido innocente e un dispotico padrone "

    Un qualunque giovane ventenne arriva da una provincia qualunque ad una grande metropoli qualunque. Forte di una raccomandazione si presenta alla sede del suo primo impiego.
    E di una favola si tratta. Una favola grottesca e surreale dove l'ingenuità e l'ottimismo s'incagliano in qualcosa d'inaspettato che renderà tutto diverso.

    Incipit
    "Questo è il mio primo giorno nella grande città dove ho trovato lavoro. Non posso negare d'essere un poco emozionato, da oggi la mia vita muta radicalmente; fino a ieri ero un ragazzo di provincia, senza nulla in mano che viveva alle spalle dei genitori. Oggi sono invece un uomo che ha trovato lavoro e che d'ora in poi provvederà a se stesso, non solo ma già comincia a pensare ad una famiglia propria, e quando sarà il momento ad aiutare voi cari genitori"

    Ma la realtà è un'altra. Innanzitutto la sede ha un'entrata incastrata fra case normali; nulla d'imponente.
    Il primo personaggio - il custode- introduce il tema grottesco- In questo è in altri personaggi le descrizioni somatiche riportano al mondo animale. E quindi:
    "Ha rivelato chiaramente la sua natura che, com'era parso d'intravedere nei suoi occhi offuscati, dall'ombra delle sopracciglia, era un'ombra scimmiesca.."
    Appena il nostro protagonista senza nome (perchè è uno qualunque) consegna la lettera di presentazione avviene la prima metamorfosi: la sua voce risulta da subito estranea poiché appartiene ad una nuova persona.
    Sul filone grottesco si determinano i principali personaggi che hanno nomi da fumetto comico o fantascienza. Quindi troviamo:
    il dottor Max (il padrone)
    la d.ssa Uraza (madre del padrone)
    Minnie (la fidanzata del dottor Max)
    Diabete (colui che raccomanda)
    Lotar (il tuttofare)
    Selene (dipendente)
    Rebo (capo del personale)
    Pippo (dipendente)
    Pluto (dipendente)
    Zilietta ( la promessa sposa del protagonista)

    Il padrone ha l'aspetto di un giovane filosofo, un idealista. Di fatti, spesso si perde nei suoi pensieri apparentemente travagliati dalla questione della moralità dell'essere il capo.
    Nonostante un'immediata empatia, da subito il protagonista si rende conto dell'asimmetria del rapporto . Accettare con dolcezza remissiva questa sudditanza (proprio come fosse un passaggio naturale) è considerato il giusto atteggiamento per ottenere gli ambìti scopi borghesi: il matrimonio, i figli, la tv, la lavatrice, il frigorifero... "insomma di far parte, anche minuscola(...) del grande involucro protettivo della specie umana che era il lavoro"
    Quindi il giovane ed ingenuo s'immola al tempio aziendale: compie un sacrificio di sé dichiarandosi apertamente proprietà del padrone. In lui, pertanto si compie gradualmente un annullamento dell'identità originaria. Lavoro, lavoro, lavoro..il week-end come momento di sospensione, un non-essere.
    Il padrone appare contraddittorio: difende, da un alto, la questione morale e stringe, dall'altro, la morsa fino a rendere impossibile ogni movimento e quando il giovane ingenuo candido se ne renderà conto sarà troppo tardi.Una disillusione che pensando al suo futuro figlio lo porterà a dire:
    " Gli auguro una vita simile a quella del barattolo che questo momento sua madre ha in mano solo così nessuno potrà fargli del male"

    Un buon libro che avrebbe, secondo me, potuto essere ottimo con una sforbiciata su molti concetti ripetuti.
    Preferisco una scrittura che abbia maggior fede sull'attenzione del lettore!

    ha scritto il 

  • 0

    Faticosissima lettura e un tentativo di lasciare perdere. Eppure a un certo punto l'ho compreso e ne e' valsa la pena. Libro perfetto per ogni aspirante anarchico il tutto traslato nei rapporti di lav ...continua

    Faticosissima lettura e un tentativo di lasciare perdere. Eppure a un certo punto l'ho compreso e ne e' valsa la pena. Libro perfetto per ogni aspirante anarchico il tutto traslato nei rapporti di lavoro. Eppure Parise spingendo al massimo l'assurdo coglie nel segno e induce una facile riflessione sull'impossibilita' di un rapporto sano con chiunque tiene nelle mani il proprio destino. E ancora di piu' l'annientamento del libero pensiero nella moderna societa' industriale. Ma parliamoci chiaro: non era poi tanto differente nella societa' contadina del passato.

    ha scritto il 

  • 4

    tutti abbiamo un padrone. tutti abbiamo relazioni di lavoro, magari non come queste, ma le abbiamo. perciò consiglio di leggerlo quando si è in vacanza, quando ai nostri padroni e relazioni di lavoro ...continua

    tutti abbiamo un padrone. tutti abbiamo relazioni di lavoro, magari non come queste, ma le abbiamo. perciò consiglio di leggerlo quando si è in vacanza, quando ai nostri padroni e relazioni di lavoro possiamo pensare con un certo distacco e lucidità

    ha scritto il 

  • 4

    Il libro di Parise affronta in chiave comica le tematiche dell’alienazione e della perdita di sé presente nella quotidianità lavorativa, sembra descrivere meccanismi datati e obsoleti, eppure a guarda ...continua

    Il libro di Parise affronta in chiave comica le tematiche dell’alienazione e della perdita di sé presente nella quotidianità lavorativa, sembra descrivere meccanismi datati e obsoleti, eppure a guardare meglio possiede un’attualità lampante, soprattutto affrontando quelle complesse dinamiche psicologiche che oggi sono più presenti che mai e che portano a interiorizzare il dramma di trasformarsi in proprietà altrui, facendone una scelta voluta molto più che un’imposizione autoritaria. Attraverso l'indefinitezza tassonomica dei luoghi e i nomi "parlanti" o fumettistici dei protagonisti, Parise crea una costante fascinazione fiabesca, acuita dagli improvvisi scoppi di crudeltà creati dallo scambio continuo tra umano e animale, meraviglioso e infimo: del portiere che accoglie per primo il protagonista nella ditta viene rilevata la “natura scimmiesca”. Dell’usciere vengono notati i piedi informi che quasi gli impediscono di avere una camminata umana. Il protagonista immagina poi che non abbia testicoli. Il dottore Diabete ha il nome di una malattia. Il riso del dottor Bombolo sembra un “nitrito”. L’affittacamere ha una “sensualità nostalgica e polverosa”. Anche nella scena in cui l’usciere mostra al protagonista lo sporco della cenere in terra lo costringe ad abbassarsi per notarla meglio “come si fa con i cani che sporcano in casa” (p. 39). Quando viene presentato il dottor Max, invece, in una magistrale descrizione (pp. 30-31), il suo potere lo abbassa paradossalmente al livello dell’insetto. Romanzo davvero insolito nella letteratura italiana, dove Kafka incontra il fumetto e le più amare distopie novecentesche corteggiano la letteratura per l'infanzia. Eppure sarebbe un errore considerarlo un semplice divertimento. Da un'angolazione del tutto diversa è forse, insieme alla "Vita Agra" di Bianciardi il libro più lungimirante sul mondo imprenditoriale italiano.

    ha scritto il 

  • 5

    Scritto nel 1964, è un riuscito bozzetto grottesco del paternalismo organizzativo, reso con una dimensione di fiaba (sottolineata dai nomi "fumettistici" dei personaggi) che accresce il senso di oppre ...continua

    Scritto nel 1964, è un riuscito bozzetto grottesco del paternalismo organizzativo, reso con una dimensione di fiaba (sottolineata dai nomi "fumettistici" dei personaggi) che accresce il senso di oppressione e assurdità.

    ha scritto il 

  • 0

    Prendete Memoriale di Paolo Volponi, Fantozzi di Paolo Villaggio, 1984 di Goerge Orwell e Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley. Mischiate bene, aggiungete un tocco personale e originale, e otterrete questo ...continua

    Prendete Memoriale di Paolo Volponi, Fantozzi di Paolo Villaggio, 1984 di Goerge Orwell e Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley. Mischiate bene, aggiungete un tocco personale e originale, e otterrete questo romanzo di Parise, dove l’alienazione indotta dal lavoro – o, meglio, dal datore di lavoro – raggiunge il suo apice. Testo reso ancor più terrificante dallo stile piano, dimesso e rassegnato che Parise adotta per far parlare il su protagonista. Protagonista che non ha neanche un nome, a sottolineare e rimarcarla spersonalizzazione che pervade tutto il romanzo. Unico neo, la scelta dei nomi degli altri personaggi, anche se chiaramente funzionale al testo.
    Vino in abbinamento. Ci vuole qualcosa di forte – di molto forte – per riprendersi da questa lettura, specialmente degli ultimi due capitoli. Anche in onore delle origini venete di Parise, una grappa, magari invecchiata.

    ha scritto il 

  • 3

    "C'è però una luce, un lieve barlume in tutta questa confusione: quando penso che egli non esiste affatto, che la ditta non esiste, che questa città non esiste e che tutto questo tempo non è stato altro che un buio sonno popolato di sogni e di fantasmi"

    Ma sarà poi vero che chi non è dotato dell'intelligenza necessaria per decifrare il mondo che lo circonda manca anche dell'intelligenza necessaria per avvertire e comprendere l'altrui disprezzo? E sar ...continua

    Ma sarà poi vero che chi non è dotato dell'intelligenza necessaria per decifrare il mondo che lo circonda manca anche dell'intelligenza necessaria per avvertire e comprendere l'altrui disprezzo? E sarà vero che gli (estremamente) ingenui e gli (incorreggibilmente) stupidi (premesso che la stupidità è qui intesa non come sotto o il mal-esercizio dell'intelligenza, quanto piuttosto come ignoranza di ogni cosa, come totale inermità di fronte ad ogni possibile offesa) sono salvi dalla sofferenza poiché la loro piccola memoria impedisce assolutamente al dolore di sedimentare, di stratificare, di turbare quella che Parise definisce (e spero vivamente lo faccia con un intento ironico-polemico) come la "beatitudine pura dell'esistenza"?
    Se così fosse, mi trovo costretta a scegliere mille volte la sofferenza, che, seppur faticosa e acuminata, permette di capire (a questo proposito mi vengono in mente due donne, due scrittrici che ammiro molto: Lalla Romano e Dolores Prato; entrambe, non so se per provocazione, affermarono più volte che preferivano non comprendere dal momento che la comprensione portava spesso con sé dolore).
    Sono tutti inermi e stupidi, i personaggi di Parise, e la loro condizione è la più triste, la più soffocante che si possa immaginare (soltanto Zilietta, la moglie mongoloide del protagonista, però, dichiara senza possibilità di smentita questa sua incontaminata, laida purezza); parlano di morale, ignari del fatto che dei burattini quali essi sono non hanno alcun diritto di parlare di moralità (e il dottor Max è vittima tanto quanto i suoi impiegati, vittima di un meccanismo che vuole loro identificati con delle merci, e lui con la ditta stessa, la quale, fagocitandolo, lo svuota progressivamente di ogni energia vitale): l'uomo è morale o immorale finché può scegliere; nel momento in cui demanda ad altri tale preziosa responsabilità, cessa immediatamente persino d'essere uomo.
    Detto questo, mi sono accorta (o forse l'ho sempre saputo, ma mai ammesso) d'amare Parise; di amarlo umanamente per la fatica, il dolore, la rabbia che intuisco nei suoi libri, per una vicenda biografica che, non conoscendo nei dettagli, immagino (forse pure romanticamente) difficile. In lui (e dietro quelle sue parole spesso pesanti, pur nella cornice di un'infinita favola grottesca) scorgo sempre il bambino che deve essere stato; e non intendo solo l'enfant prodige che scrisse quel piccolo capolavoro che risponde al titolo de "Il ragazzo morto e le comete", ma proprio il bambino Goffredo, il ragazzo di provincia, l'albero. E vedendo il veleno sulle sue labbra (una sostanza viscosa, scura, che si riflette nel nero lucido e profondissimo dei suoi occhi), e pensando che per lui nemmeno il sogno (terreno per eccellenza dell'incanto e delle infinite possibilità) aveva una connotazione positiva, non posso fare a meno di provare nei suoi confronti una tenera, quasi materna compassione.

    p.s.: Qualcuno dovrebbe comunicare al signor Sylvain Chomet che "Il padrone" è lì ed aspetta lui (immagino solo quanto magnificamente saprebbe rendere i capelli della dottoressa Uraza).

    ha scritto il 

  • 5

    Una allegoria che lascia sfiniti

    Cinico e malvagio questo romanzo possiede una continuità allegorica che alla fine lascia sfiniti. La parabola di Parise ci divora la mente dal di dentro e a poco serve incatenare la lettura al surreal ...continua

    Cinico e malvagio questo romanzo possiede una continuità allegorica che alla fine lascia sfiniti. La parabola di Parise ci divora la mente dal di dentro e a poco serve incatenare la lettura al surreale o al palo di una imprecisa datazione. L'incubo ci insegue e nel finale di partita riesce a sopraffarci per mano di una selva di mostruosi personaggi.
    Lingua sublime. Esempio meraviglioso di un romanzo italiano che sembra non poter piu' rivivere.

    ha scritto il 

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