Il pendolo di Foucault

Di

4.0
(7115)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 690 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Chi tradizionale , Tedesco , Svedese , Olandese , Polacco , Catalano , Ungherese , Portoghese , Lettone , Sloveno , Ceco , Greco

Isbn-10: A000065761 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Tascabile economico , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Mistero & Gialli

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Descrizione del libro
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http://www.anobii.com/books/01d6d2e5dd0f3e1f2a/

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  • 5

    Il Pendolo di Foucault dovrebbe essere letto da tutti i complottisti. Il gran numero di citazioni, riferimenti e digressioni, dalla storia (e leggenda) dei Templari ai fantomatici Rosa-Croce, alla Cab ...continua

    Il Pendolo di Foucault dovrebbe essere letto da tutti i complottisti. Il gran numero di citazioni, riferimenti e digressioni, dalla storia (e leggenda) dei Templari ai fantomatici Rosa-Croce, alla Cabbala, l'esoterismo e l'occultismo, la massoneria e molto altro, rendono la lettura piuttosto impegnativa, ma mai noiosa o eccessivamente pesante, come invece ho spesso letto in giro. A me è piaciuto tantissimo.

    ha scritto il 

  • 2

    Delusione.
    Arzigogolati giri di parole al solo fine di utilizzare quanti più lemmi del vocabolario possibili.
    Non è che per dire "Casaubon è un credulone" ci si debbano impiegare tre capitoli... basta ...continua

    Delusione.
    Arzigogolati giri di parole al solo fine di utilizzare quanti più lemmi del vocabolario possibili.
    Non è che per dire "Casaubon è un credulone" ci si debbano impiegare tre capitoli... basta mezzo, se proprio si vuole strafare. Per il resto, magari una trama...

    ha scritto il 

  • 5

    Un canto, scriveva Halpern Leivick, poeta yiddish, è riempire una brocca, anzi, meglio, rompere la brocca. Frantumarla. Vuole la Qabbalah che prima dell'inizio esista solo il Dio Infinito, il Nulla: m ...continua

    Un canto, scriveva Halpern Leivick, poeta yiddish, è riempire una brocca, anzi, meglio, rompere la brocca. Frantumarla. Vuole la Qabbalah che prima dell'inizio esista solo il Dio Infinito, il Nulla: mare senza rive, luogo saturo di sé, luce assoluta e tuttavia invisibile, dal momento che non c'è chi la guardi. Per far nascere qualcosa d'altro l'Illimitato deve limitarsi: abdicare per un istante alla propria potenza, concentrare le acque in un punto, così da lasciare uno spazio vuoto - un lembo di terra asciutta - in cui potrà poi ritornare e innestarsi, producendo una vita per la prima volta nuova.
    Dio era l'Uno finché restava solo, nascosto finché nessuno lo vedeva; una volta sacrificate l'esclusiva sull'Essere e la perfezione del mistero nel moto di contrazione ed espansione che dà origine all'Estraneo non può più dirsi, nemmeno lui, del tutto identico a se stesso. La sua essenza si divide in dieci attributi diversi, le sefirot, il cui nome viene da sappir, zaffiro, che nell'ebraico è metonimia di splendore, perché le sefirot sono i volti di un Dio divenuto visibile, i colori in cui ha voluto scomporre la trasparenza della sua Gloria. Disposte in un diagramma che qualcuno chiama l'Albero e qualcuno l'Uomo, distinte ma comunicanti in virtù di una catena fittissima di analogie in cui non c'è anello che non tenga, le sefirot sono vasi, scorze, significanti fatti per contenere l'informità del significato divino, articolandola in un mondo in cui ciascuna creatura sarà sorella all'altra e la differenza non sarà che il segno della somiglianza, la parte la prova tangibile del Tutto.
    Qualcosa, però, non va come dovrebbe andare, forse perché l'Onnipotente stesso ha dovuto fin dal principio rinunciare alla perfezione. Nel momento in cui le acque dell'Illimitato si riversano nelle sefirot, le sei inferiori si dimostrano troppo fragili per contenerle e si spezzano in migliaia di schegge, che precipitano nel vuoto provocato dalla contrazione primordiale. Il prodotto della caduta è il nostro mondo, mescolanza tra ciò che è Dio e ciò che non lo è. Alcuni sostengono che non potesse andare diversamente, perché così come il seme deve marcire nel terreno per fiorire non c'è nascita che non debba anche essere catastrofe. Necessaria o meno che fosse, la catastrofe in questione ci consegna la più beffarda delle creazioni, in cui ogni cosa è cifra di ogni altra, perché ogni cosa è frammento di uno dei volti di Dio, ma nessuna delle affinità possibili ci riconduce alla Vita, perché la Vita è quel che le forme non sono state capaci di contenere, l'Unità irrimediabilmente guastata. Creature e parole non sono che cortecce, gusci, conchiglie: tracce di un Dio che abita altrove, ci forniscono la prova dell'esistenza della Verità nella misura in cui ci costringono a restarne lontani. Parodia dell'Ordine che ha infranto quando ha cominciato a esistere, questa creazione ci condanna a vivere nel suo rimpianto.

    Cantare - creare - significa rompere la brocca. Nelle cinquecento e passa pagine del Pendolo, Eco parla soltanto di questo dramma: dell'eterna distanza dal centro, dell'adorare involucri vuoti scambiandoli per la verità, di uno scetticismo che sembra l'ultima spiaggia dei sapienti e forse è la più sublime delle illusioni. Jacopo Belbo, protagonista taciturno di cui la voce narrante dell'amico Casaubon replica lo sguardo portandolo anche lì dove l'intreccio vietava che arrivasse, si proibisce per trent'anni di cedere alla debolezza umana (e divina) della scrittura, perché qualsiasi libro è, come il Libro e quindi il Mondo, una collezione di soli, esclusivi, feroci errori intenzionali. All'attività impura di scrittore preferisce quella del redattore, che - come il Demiurgo della gnosi - non crea, ma si limita a plasmare quel che altri hanno creato, sapendo di poter incolpare la materia prima di ogni eventuale imperfezione e trasformando la cosmogonia in gioco dell'intelletto; distacco programmatico che si riflette nella sua ossessione per Lorenza Pellegrini, diafana Sophia novecentesca che ha generato per curiosità o lussuria la complicata realtà in cui ora si aggira come un soffio di vento (e che resta, se vogliamo, la meno credibile tra tutte le incredibili maschere che popolano il libro). Ma - avverte nel prologo Casaubon - il disincanto di Belbo non è che una forma della melanconia: non per disinteresse si rinuncia a scrivere, ma per il terrore di scoprire che nemmeno la parola scritta, che è quanto conosciamo di più vicino alla salvezza, libera dal dolore che dorme sotto ogni lemma del vocabolario, dal desiderio di un senso eternamente mancante (e tuttavia familiare, perché non potremmo desiderarlo se non l'avessimo conosciuto).
    Se non c'è creazione senza errore, non esiste Verità che non sia già da sempre perduta, e a noi non rimangono che le sue caricature. Caricature sono le rivolte della generazione nel nome della quale parla Casaubon (ma che potrebbe essere la nostra, o quella di chiunque sia nato dopo la fiabesca Resistenza), rivoluzioni simulate che si svolgono secondo leggi decise in anticipo, spasmi di coscienze che s'immergono amnioticamente in lotte non loro per risparmiarsi la fatica di raggiungere la maggiore età. L'Idea per cui si può morire appartiene a un tempo che non ci è stato dato di vivere (si nasce sempre sotto il segno sbagliato e stare al mondo in modo dignitoso vuol dire correggere giorno per giorno il proprio oroscopo), oppure ci è passata accanto e noi l'abbiamo riconosciuta quando era ormai troppo tardi per farcene carico, lasciandoci in eredità il rimorso non per aver scelto l'errore, di cui almeno ci si può pentire, ma per essersi trovati nell'impossibilità di provare a se stessi che non si sarebbe scelto l'errore. La disperazione - ridicola e così reale - dei nati postumi, la loro sete dell'Idea, si concretizza nel Piano: caricatura delle caricature, marchingegno che riscrive la Storia per regalare all'evento più insignificante la nobiltà di significarne altri, finendo col proiettare a ritroso una trama in cui ogni cosa è geroglifico di un'altra e tutto si tiene nel sacro compito di tramandare un antichissimo segreto, cioè che non c'è nessun segreto da tramandare. Comune a tutte le fratellanze occulte è l'obbligare i propri membri al silenzio: se non rispondono, nota Casaubon, è perché ci sono davvero; per converso, ci sono davvero proprio perché non rispondono. Templari, catari, Rosacroce sono fantasmi, divertissement che Eco evoca spolverandoli d'oro per significare la nostra nostalgia di una potenza assente, l'impotenza dei segni in una realtà in cui ogni centro è arbitrario, come dimostra - stupido e muto - il Pendolo, Quello, il Non Movente, la Rocca, la Garanzia, l'unico punto fisso dell'Universo, che tuttavia pende dalla volta del coro dell'abbazia di Saint-Martin-des-Champs esattamente come potrebbe pendere in qualsiasi altro luogo del mondo sublunare.

    L'ultima sefirà del sistema, la più bassa e la più contaminata, è la sefirà detta del Regno o della Presenza divina. Priva di qualità proprie, la sefirà del Regno si comporta come un corpo opaco, che riflette la luce delle sefirot superiori; nella simbologia dell'Albero le spetta il ruolo della radice, da cui la linfa della Vita divina, discesa nel profondo della terra, riprende il cammino ascendente verso la fonte. La stessa ricettività che ne fa lo strumento della redenzione - a partire dalla sua povertà, che non possiede nulla ma restituisce al mittente, inizia a compiersi la reintegrazione dei frammenti nella pienezza originaria - ha portato a interpretarla come principio femminile: il Regno è la Regina o la Sposa Celeste, che i cabbalisti identificano con Rachele, seconda moglie di Giacobbe. Cabbalista che ride di se stesso, Eco ci mostra la via d'uscita dal delirio bizantino del Piano sovrapponendo all'albero sefirotico uno scambio di persona: a dimostrare a Casaubon malato di speculazione l'unica Verità indubitabile è la sua compagna, ovvero Lia, come quella Lia primogenita di Labano che Giacobbe dovette sposare per ottenere Rachele, e che, al contrario della sorella, non era bella (aveva gli occhi spenti), ma era fertile. Confusi i loro lineamenti con quelli evangelici di Marta e Maria, la tradizione cristiana ha trasformato Lia e Rachele in figure del conflitto tra vita attiva - la donna non amata - e vita contemplativa, santa in quanto sterile, che non porta frutti al mondo perché li porta al cielo. L'annuncio di Lia, incinta, è tutt'uno con la materia di cui è allegoria: non ci sono gli archetipi, c'è il corpo. Il corpo, carne profana che nessuna astrazione riassume, vita che va avanti senza lasciarsi simbolizzare dal Piano, è l'unica certezza - e quindi l'unica redenzione - in questa trama di ombre, dice Lia, perché sa di portare nella pancia il Graal, la Pietra Filosofale, suo figlio; il corpo è la Parola, confessa Diotallevi, ebreo per scelta, dal letto d'ospedale in cui sta morendo consumato dal cancro, e la Parola è il corpo, anagrammandola abbiamo bestemmiato l'Altissimo, e adesso le mie cellule impazzite non fanno che ripetere lo scempio. Questo comprende, alla fine, anche Casaubon, mentre aspetta nella casa in collina dove Belbo abitava da ragazzo che Loro, i fantasmi, lo vengano a prendere e lo uccidano per impedirgli di rivelare che il Segreto è l'assenza del Segreto. Capisce che il Regno, se c'è, è di questo mondo, anzi, è questo mondo, miscuglio inestricabile di briciole di zaffiri e di lontananze da Dio; che a ognuno, una volta nella vita, è stato concesso un attimo che non era un segno, un sintomo, un'allusione, una figura, una segnatura, un enigma, ma era ciò che era e che non stava per niente altro; e che sarà pure atroce trascorrere l'esistenza nel dolore per aver perduto quel momento, ma quel dolore - terreno, dolcissimo, turchino come le colline che sfumano all'infinito negli occhi di un bambino che ha pianto - è la nostra unica creazione, il nostro canto, la nostra brocca rotta.

    ha scritto il 

  • 0

    A Eco piace un sacco il suono della propria voce; e questo si sapeva. È uno di quelli che se gli chiedi come vuole la pasta ti risponde in mezz'ora citando Marsilio Ficino.
    Qui però l'ammasso di nozio ...continua

    A Eco piace un sacco il suono della propria voce; e questo si sapeva. È uno di quelli che se gli chiedi come vuole la pasta ti risponde in mezz'ora citando Marsilio Ficino.
    Qui però l'ammasso di nozioni, rivelazioni, gli accumuli di fatti e coincidenze hanno il fine di stordire con la loro completa casualità, arbitrarietà ed evidente mancanza di nesso. A parte le implicazioni filosofiche, di cui Eco si occupa, per fortuna, brevemente, questo espone al ridicolo qualsiasi teoria del complotto, passata e futura. A dispetto dei vari rosacrociani, undicisettembrini e casaleggini (possano estinguersi tutti), appare evidente che chi inventa nessi è fondamentalmente disonesto.

    Quanto mi ha fatto piacere ricordare, per contrasto, la linearità del pensiero scientifico. L'idea che tutto ciò che si afferma debba essere potenzialmente confutabile sperimentalmente è una ventata di aria fresca, un sollievo.

    ha scritto il 

  • 3

    A lo poco que le he encontrado algo de sentido, no tiene incidencia en la historia. Parece una compendio de erudición sobre sociedades secretas y paranoicos conspiradores. Parece una prueba de acceso ...continua

    A lo poco que le he encontrado algo de sentido, no tiene incidencia en la historia. Parece una compendio de erudición sobre sociedades secretas y paranoicos conspiradores. Parece una prueba de acceso a una de las sociedades secretas o hermandades de las que se describen en el libro.

    http://adf.ly/1beRUA

    ha scritto il 

  • 2

    In questo romanzo, a mio avviso, Eco non riesce a raggiungere quell'equilibrio tra notazioni erudite ed intreccio narrativo, come era invece accaduto con il capolavoro "Il nome della rosa". Ne deriva ...continua

    In questo romanzo, a mio avviso, Eco non riesce a raggiungere quell'equilibrio tra notazioni erudite ed intreccio narrativo, come era invece accaduto con il capolavoro "Il nome della rosa". Ne deriva una presenza eccessiva di nomi e di eventi che rendono faticosa la lettura, ma non donano spessore ai personaggi ed alla trama (che risulta decisamente meno avvincente rispetto ad altri suo romanzi). Da apprezzare sicuramente è l'utilizzo sapiente e a tratti divertente della lingua, che rende sempre interessante (almeno da un punto di vista linguistico) la lettura di questo autore.

    ha scritto il 

  • 4

    Il Pendolo di Foucault

    Ricco di citazioni, di spunti e riferimenti, è un romanzo che mette in evidenza sicuramente la grande conoscenza dell'autore e le sue riflessioni sulla parola e suoi significati più reconditi. Per me ...continua

    Ricco di citazioni, di spunti e riferimenti, è un romanzo che mette in evidenza sicuramente la grande conoscenza dell'autore e le sue riflessioni sulla parola e suoi significati più reconditi. Per me Eco parla molto di sè stesso e del suo mondo, dei suoi interessi, della Semiologia, del medievalismo, dell'esoterismo, ma non ho colto uno sfoggio di erudizionismo quanto piuttosto la volontà di calare il lettore negli intrighi della storia, della spiritualità vera o fittizia che sia, e costringerlo a immedesimarsi nel "Piano" di Belbo, Casaubon e Diotallevi. Non mi è piaciuto il ruolo riservato a Garamond, personaggio mal narrato a mio avviso. Adorabile invece tutta l'introspezione su Belbo, sul suo rapporto piccante con Lorenza e sui suoi tormenti intimi. Particolarmente belle le considerazioni conclusive soprattutto quelle espresse per bocca di Diotallevi anche se rappresentano una specie di "o mythos delòi oti..." di Esopiana memoria visto dall'ottica di chi ha perso. Complessivamente un bel libro, si fa un po' fatica a leggerlo continuativamente ma Eco è molto abile nel rallentare e velocizzare al tempo stesso tutta la trama.

    ha scritto il 

  • 5

    "Abracadabra, Pape Satàn, Pape Satàn Aleppe, le vierge le vivace et le bel aujourd'hui, ogni volta che un poeta, un predicatore, un capo, un mago hanno emesso borborigmi insignificanti, l'umanità spende secoli a decifrare il loro messaggio"

    Immagino tanti lettori che entrano, o che sono entrati, nel libro in momenti diversi, passando da porte diverse. Tali lettori portano, o hanno portato con sé, una borsa, o uno zaino, oppure una valigi ...continua

    Immagino tanti lettori che entrano, o che sono entrati, nel libro in momenti diversi, passando da porte diverse. Tali lettori portano, o hanno portato con sé, una borsa, o uno zaino, oppure una valigia contenente la propria cultura. Immagino qualcuno entrare e uscire dal libro, fluttuando nell'aria come in assenza di gravità, senza aver faticato neanche un po'. “Beato lui” mi viene da dire, e poi mi chiedo “chissà se si tratta di persona simpatica “, e mi rispondo “chissà, dipende da un tappo”. *
    Era il 1990 quando comprai questo libro e dopo poche pagine lo abbandonai con la certezza di non poter arrivare a tanto. Saranno le esperienze di vita, sarà che dipende dall' avere letto mille libri in più e il cervello congiunge fili , ma ora la mia porta si è aperta così bene che sono arrivata a pagina 146 senza affanno, divertendomi molto. Poi ho incontrato “Plotino”, il filosofo, e mi sono spaventata; nello zainetto che porto sempre appresso ci ho pigiato, in tanti anni, un po' di tutto alla rinfusa e tocca arrangiarmi con quel che c'è dentro. Inutile stare a piangere sulla filosofia che non c'è, quelle poche nozioni me le ha date “De Crescenzo” raccontandomele come favole serie; certe formule matematiche e algebriche me le sono scordate e temo che conoscere la partita doppia, qui, non serva a niente; poi ci ripenso e dico che tutto fa. Non si osi pensare che abbia letto il libro per sfida o per vanto, non si osi pensare “ma come ha fatto questa poverella ad arrivare in fondo” perché sono pronta alla vendetta del “tappo”.* Il segreto sta proprio nel non sentirsi bravissimi in niente, nella voglia di imparare cose nuove, nell'apprezzare quella vena ironica che si trova qua e là nelle pagine e nella curiosità di sapere come va a finire questa storia fitta di misteri. “Il dizionario del Pendolo di Foucault” è un piccolo faro e con “Abulafia”, modello recente, ci si può sbizzarrire tra immagini e materiale di approfondimento. Se alcune parti scorrono male, se il romanzo fa giri un po' contorti, basta lasciarsi trasportare e arrivano chiarimenti; saltare le pagine sarebbe dannoso perché si perderebbero importanti punti di congiungimento tra fatti, luoghi e personaggi. Nelle recensioni, in rete, c'è il poco e l'assai e si potrebbe decidere di stare sul libro per una vita intera. Io non potrei, sono curiosa un po' di tutto e continuo a pigiare nel mio zainetto oggetti disomogenei che, quando li tiro fuori, formano un quadro strano, ogni volta diverso. Questa volta si sono aggiunti, al quadro, personaggi nuovi come “Casaubon”, il narratore, mai sazio di conoscenza; “Belbo” che ha una paura matta della scrittura, ma scrivere gli piace, ma poi decide di non scrivere più, poi ricomincia: un'anima in pena che desidera pace.

    Belbo “ritornava sovente sul ricordo della tromba. Ma la ricordava come perduta, e invece l'aveva avuta.” E leggeva in treno mentre un passeggero tentava di attaccare bottone con tutti; “lo so, pensava, mi guardano tutti come un maleducato, ma in treno io vado per non avere rapporti umani. Ne ho già troppi a terra”

    Altri tipi, tipini e tipacci si aggiungono al quadro: Diotallevi, Amparo, Lia, Lorenza Pellegrini, Aglié e quelli di cui non ricordo il nome, ma ricordo che fanno, dove sono e come ragionano.

    Proprio vero, un libro ti aspetta quanto vuoi e il giorno che lo riprendi, magari ti premia. Cinque stelle vanno a me non all'Autore; le do a me stessa per aver letto qualcosa senza capirci un'acca, per aver insistito ed apprezzato alla grande quel che ho capito in questo romanzo d'avventura, di ricordi, di luoghi affascinanti, di Storia, un po' giallo/nerissimo, di poesia, di dolore, di stoccate ai padreterni,
    d'amore e d'amicizia, un po' tipo enciclopedia, di verità e finzione, di gioco intelligente, di gioco pericoloso e stupido, di creduloni che abboccano facilmente e di un mare di altre cose.

    Per chi si dà arie, a chi crede di sapere tutto, a chi snobba una come me che qui ha raccolto il massimo che ha potuto, potrei sempre dire che leggere non è a tutti i costi dover capire tutto, altrimenti rinunciare, è anche sentire, emozionarsi, immaginare e soprattutto divertirsi imparando. E se qualcuno dovesse guardarmi con aria di sufficienza vorrei ricordargli il “ tappo”*e gli/le direi: “Ma gavte la nata.”

    "E' torinese. Significa levati il tappo, ovvero, se preferisci, voglia ella levarsi il tappo. In presenza di persona altezzosa e impettita, la si suppone enfiata della propria immodestia, e parimenti si suppone che tale smodata autoconsiderazione tenga in vita il corpo dilatato solo in virtù di un tappo che, infilato nello sfintere, impedisca che tutta quella aerostatica dignità si dissolva, talché, invitando il soggetto a togliersi esso turacciolo, lo si condanna a perseguire il proprio irreversibile afflosciamento, non di rado accompagnato da sibilo acutissimo e riduzione del superstite involucro esterno a povera cosa, scarna immagine ed esangue fantasma della prisca maestà”. (pag 399)

    "Non ti credevo così volgare" - dice Lorenza a Belbo.
    "Adesso lo sai" - dice Belbo a Lorenza.

    ha scritto il 

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