Il resto è rumore

Ascoltando il XX secolo

Di

Editore: Bompiani (Overlook)

4.5
(154)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 874 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8845262871 | Isbn-13: 9788845262876 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Curatore: Andrea Silvestri

Genere: Storia , Musica , Non-narrativa

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Descrizione del libro
Ricostruendo momenti cruciali e opere-simbolo, "Il resto è rumore" conduce il lettore nel labirinto della musica del Ventesimo secolo, e allo stesso tempo rilegge la Storia attraverso il succedersi delle avanguardie musicali, dalla Vienna di inizio Novecento con Mahler e Strauss all'arte bolscevica di Sostakovic, dalla musica atonale e dodecafonica nella Berlino anni Venti fino a Messiaen e Ligeti. L'autore non si sofferma solo sulle figure dei musicisti, ma anche sui dittatori, i mecenati miliardari e i dirigenti che tentarono di controllare la musica che veniva composta; gli intellettuali che si sforzarono di porsi come giudici in fatto di stile; gli scrittori, pittori, ballerini e registi che accompagnarono i compositori sui sentieri solitari della ricerca; il pubblico che osannò, vituperò o ignorò quanto i compositori proponevano; le tecnologie che cambiarono il modo di realizzare e ascoltare musica; e le rivoluzioni, le guerre calde e fredde, i flussi migratori e le profonde trasformazioni sociali che rimodellarono il contesto in cui si svolgeva l'attività musicale.
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  • 4

    Musica per la fine dei tempi

    Solitamente diffido dei saggi imponenti che si propongono di abbracciare un secolo di storia in ottocento pagine - la storia della musica non fa eccezione; mettere assieme secoli di produzione musical ...continua

    Solitamente diffido dei saggi imponenti che si propongono di abbracciare un secolo di storia in ottocento pagine - la storia della musica non fa eccezione; mettere assieme secoli di produzione musicale, facendone un grande compendio fruibile è impresa improba, che il secolo sia XVIII o XIX, ma il Ventesimo è un'assoluta macelleria messicana. Mi levo l'immaginario cappello e chino il capo davanti ad Alex Ross che, invece, mi pare abbia superato la prova brillantemente. Diciamoci la verità, è quasi sin troppo facile ammaliare il lettore con brillanti descrizioni della musica barocca, delle celestiali architetture bachiane, trascinare anche il neofita con la potenza beethoveniana, con la luminosa devozione di Bruckner o con lo sfacciato genio wagneriano.
    Il XX secolo è circondato dal rumore: io me lo figuro come una supernova che esplode in una cangiante bolla di gas nel silenzio cosmico, dando sfogo a forze divenute ormai insostenibili. Un po' lo stesso è accaduto a cavallo tra XIX e XX secolo; i compositori, schiacciati da un passato (particolarmente il loro passato più prossimo) titanico, sentono arrivato il momento per la svolta; la cosa sorprendente è che alla fine dei conti le svolte furono innumerevoli, dando la stura a un ginepraio di stili, scuole e relativi guru, da rendere la narrazione incredibilmente irta di ostacoli. Alex Ross decide di aprire il suo saggio con una bellissima cronaca della prima di Salome di Richard Strauss, serata che viene subito individuata come generatrice di tutti i putiferi concettuali e stilistici prossimi all'esplosione. Strauss è l'ultimo grande vecchio, colui al quale è stato concesso di viverle quasi tutte, da Wagner sino al secondo dopo guerra; munito di pungenti baffetti, doppiopetto e gelidi occhi, ha passeggiato sardonicamente da un secolo all'altro, imperturbabile anche quando le acque si son fatte non solo mosse, ma nere. Amo Strauss e lo amavo anche quando non ne ascoltavo la musica; da bambino ricordo che mentre sfogliavo il libretto di un disco fui catturato da una foto del compositore: un bianco e nero profondissimo, lui faustianamente seduto su una poltrona in pelle, le mani ad artiglio sui braccioli, lo sguardo indiavolato rivolto all'obiettivo. Dalla foto sembra che Strauss stia per alzarsi dalla poltrona e saltare addosso all'osservatore ("che faccio mi alzo e vado a comporre un Lied oppure mi alzo e ammazzo qualcuno?" sembra ponderare). Me ne innamorai perché mi terrificava. (Piccolo intermezzo: fui similmente spaventato dalla copertina di un LP di Mina, dove lei sfoggiava una barba leonardesca e, curiosamente, l'album s'intitolava Salomè.)
    Assai illuminante il ritratto della figura di Schönberg e della sua epocale tecnica della dodecafonia - vera svolta per la nuova musica. Deliziosi anche i numerosi aneddoti sulla vita losangelina del compositore austriaco, per esempio quando durante una cena a casa di Harpo Marx l'attrice Fanny Brice si avvicinò a Schönberg e gli disse, "Forza, professore, ci suoni una canzone!". Prendiamoci un attimo per immaginare la faccia del padre della dodecafonia.
    L'opera di Alex Ross non è esente da difetti. L'ultima sezione del saggio lascia a desiderare, specialmente perché fallisce nel delineare chiaramente le distinzioni e le peculiarità degli artisti concettuali che infestarono le due coste degli Stati Uniti d'America negli anni Sessanta e Settanta; per il lettore, anche musicalmente navigato, è difficile orientarsi e di tutti i compositori si fa un certo minestrone sonoro. Appassionate e chiaramente ispirate sono invece le pagine dedicate a Mahler, Strauss, Schönberg, Berg, Copland, Weill, Webern, Britten - insomma, come pensavo, l'anima dello scrittore si fa trasportare dalla tonalità - anche quando minima e nascosta. Apprezzabile anche il breve inciso sul rapporto tra omosessualità e musica; tanti compositori nominati in questo saggio sono o erano omosessuali e in effetti si sentiva la necessità di fissare qualche concetto, di individuare un eventuale fil rouge; a questo proposito, a mio avviso, le pagine più belle sono quelle dedicate a Benjamin Britten e alla sua vita condivisa col tenore Peter Pears.
    Il racconto di Alex Ross è comunque sempre avvincente; uno dei più grandi pregi, mantenuto costante per tutto lo scritto, è quello della rinuncia all'eccessiva semplificazione; chi non s'intende di scale, modi, intervalli, modulazioni, toni e semitoni, potrà talvolta sentirsi a disagio o non all'altezza, ma le veloci analisi musicologiche dell'autore arricchiscono il testo fornendo un accesso privilegiato alla struttura delle composizioni principali e più rivoluzionarie del secolo passato.
    Mi rimangono solo due rimpianti: seppur contagiato dalla palese passione di Alex Ross, ancora non riesco a non storcere il naso all'ascolto di tanta musica novecentesca; a differenza delle coeve arti figurative, nelle quali riesco sempre a ravvisare un motivo di interesse, uno stimolo intellettuale, gran parte della musica sperimentale sembra parlarmi da distanze siderali, come un sole che non riscalda (con grosse eccezioni come Berio, Ligeti, Pärt, Britten, Messiaen, Boulez...). Il secondo rimpianto è appunto su Arvo Pärt, che viene menzionato un'unica volta. Quando scoprì il suo Credo, penso di essere praticamente stramazzato a terra fulminato da una scarica letale di bellezza; per ragioni non solo sentimentali e personali, penso meritasse qualche riga, considerando le tante pagine impiegate per innumerevoli pseudo-artisti che poco hanno lasciato di memorabile. Ultima nota: sessantasette anni fa a oggi nella cittadina di Garmisch-Partenkirchen moriva Richard Strauss, altra bella coincidenza per me.

    ha scritto il 

  • 5

    Questo libro è piaciuto tantissimo, ma è stato anche oggetto di forti critiche da parte di chi non ha tollerato che l'autore trattasse, senza distinzioni e barriere, la musica colta accanto alla music ...continua

    Questo libro è piaciuto tantissimo, ma è stato anche oggetto di forti critiche da parte di chi non ha tollerato che l'autore trattasse, senza distinzioni e barriere, la musica colta accanto alla musica popular.
    Mi sembra una critica un po' snob e miope. Snob perché, a dirla tutta, la musica popular occupa una frazione di libro molto trascurabile, e miope perché, questo pur ottimo libro, ha in realtà un difetto molto più grave che dovrebbe preoccupare i puristi molto più di un trafiletto sui Beatles: non vengono trattati i compositori italiani!!! Niente Petrassi, niente Maderna, solo Berio, a quanto mi ricordi, viene citato.
    Questo è un difetto veramente enorme, e se mi sento di consigliare caldamente il libro è solo perché, per il resto, è un'istruttiva e chiarissima lezione su come si è sviluppata la musica del XX secolo e, soprattutto, su come abbia interagito con politica, società, religione ed altre arti. Si scoprono aneddoti interessantissimi su personaggi-chiave del secolo, si evidenziano i legami tra fenomeni apparentemente lontani e si getta luce su luoghi e periodi dimenticati ma non privi di importanza. Forse avrei trattato più sinteticamente la musica sorta negli ambienti omosessuali americani, rappresentata da compositori immortali su cui è giusto dilungarsi ma anche da tanti minori su cui l'autore, a mio avviso, si sofferma un po' troppo.
    Tornando alla musica pop, che, ribadisco, è trattata solo marginalmente, la critica che pongo io è un'altra: i musicisti più famosi vengono ingiustamente messi sullo stesso piano degli audaci sperimentatori dell'underground da cui hanno copiato (e che avrebbero meritato maggior visibilità).

    ha scritto il 

  • 4

    nonostante le 4 stelle assegnate vien voglia di porsi anche criticamente nei confronti di questo testo, soprattutto dopo aver letto le sperticate lodi acritiche delle recensioni qui sotto.
    in effetti ...continua

    nonostante le 4 stelle assegnate vien voglia di porsi anche criticamente nei confronti di questo testo, soprattutto dopo aver letto le sperticate lodi acritiche delle recensioni qui sotto.
    in effetti si tratta di un bel romanzone, i cui protagonisti sono i massimi compositori del secolo passato, gli inventori di quella musica che tuttora, forse senza che molti se ne accorgano, è ancora la musica contemporanea.
    da questo punto di vista l'intento dell'autore, pienamente riuscito, è quello di mostrare tutte le connessioni tra i vari mondi e le varie epoche, compresa quella che stiamo vivendo.
    e però non mi spingerei a definirlo un manuale o un saggio musicologico: la scrittura è decisamente efficace ma tuttavia di carattere giornalistico o narrativo, il che è un bene perché in questo modo, forse, potrà permettere a molti di avvicinarsi senza grossi patemi d'animo a questo argomento e a questa musica che appare ostica ai più.
    ma certamente tutto il progetto è viziato da un certo germano-americo-centrismo di cui fa per lo più le spese Debussy il quale, a mio parere il vero iniziatore di tutto, è relegato in una specie di ruolo di padre nobile all'inizio del libro (a scapito di Strauss e dio sa quanto poco lo avrebbe gradito il francese che odiava quest'ultimo), salvo poi concedergli l'onore della citazione conclusiva e, chissà perché, il riconoscimento meritato che però è nascosto solamente nell'appendice in cui vengono segnalate le incisioni discografiche di riferimento.
    l'edizione tascabile che ho letto io, poi, è piena di refusi e in generale pare esserci una scarsa cura redazionale e in sede di traduzione, anche se comprensibile, vista la mole del volume.
    dunque una lettura da consigliare per chi la volesse sostituire al classico giallo sotto l'ombrellone.
    poi però sarebbe bene andare oltre, peccato però che la maggior parte dei saggi indicati nell'appendice non siano tradotti in italiano e che, per quelli tradotti, non siano segnalati titolo italiano e casa editrice, vedasi ad esempio gli scritti di Feldman (ma forse sono usciti dopo...)

    ha scritto il 

  • 5

    Consiglio vivamente la lettura di questo libro agli appassionati di musica, ache quelli che fanno fatica a raccapezzarsi nell'ascolto delle creazioni novecentesche. Quasi come in un romanzo, i persona ...continua

    Consiglio vivamente la lettura di questo libro agli appassionati di musica, ache quelli che fanno fatica a raccapezzarsi nell'ascolto delle creazioni novecentesche. Quasi come in un romanzo, i personaggi e le musiche si intersecano, si dividono, si contrappongono (anzi, si contrappuntano); l'autore evita il lessico specialistico, ma riesce comunque ad essere esaustivo sui particolari tecnici delle composizioni esemplificate. Lo si può leggere dal principio alla fine, ma la sua struttura libera può portare il lettore a una lettura di consultazione, come anche a una lettura non direzionata. Molto interessante anche l'inquadramento della musica all'interno dell'avvicendarsi degli avvenimenti politici ed economici nel secolo breve. Da leggere più volte per il solo piacere di farlo.

    ha scritto il 

  • 4

    La musica come storia

    Ross racconta la storia della musica contemporanea, non compone un manuale, ma la presenta come una storia di uomini e del loro fare arte nel loro svolgimento temporale. Come un racconto, segue lo svo ...continua

    Ross racconta la storia della musica contemporanea, non compone un manuale, ma la presenta come una storia di uomini e del loro fare arte nel loro svolgimento temporale. Come un racconto, segue lo svolgimento cronologico, non una artificiosa distinzione per autori o scuole, per cui si vedono i medesimi "personaggi" incrociarsi, ritornare, evolversi. Dà veramente il senso di una storia e al contempo rende scorrevole la lettura. Il resoconto storico è approfondito dall'analisi musicale, puntuale e appassiona, che ha la capacità di far sentire viva la musica. Un testo che può leggere tranquillamente chi non sa nulla di musica contemporanea, ma che ha anche qualcosa da dire anche a chi ne sa.

    ha scritto il 

  • 0

    Davvero un bellissimo manuale di storia della musica, ma un po' troppo "manuale" per me in questo momento. Da riprendere in mano in caso di necessità (o di maggior voglia di impegnarmi in cotanta lett ...continua

    Davvero un bellissimo manuale di storia della musica, ma un po' troppo "manuale" per me in questo momento. Da riprendere in mano in caso di necessità (o di maggior voglia di impegnarmi in cotanta lettura).

    ha scritto il 

  • 5

    WOW

    Una lettura molto impegnativa, intervallata da altre veloci letture tra una parte e l'altra, ma che alla fine soddisfa e incanta. Qui c'è amore e visione: stupendo se gli accordi potessero diventare u ...continua

    Una lettura molto impegnativa, intervallata da altre veloci letture tra una parte e l'altra, ma che alla fine soddisfa e incanta. Qui c'è amore e visione: stupendo se gli accordi potessero diventare udibili alla sola lettura.
    Da custodire e riaprire ogni volta che, ascoltando, si vorrà anche capire.

    ha scritto il 

  • 4

    Musica da vedere

    Partiamo dalle note dolenti, che riguardano tutte l'edizione italiana: è scandaloso che un libro di una certa visibilità e importanza come questo abbia avuto una così scarsa cura redazionale (refusi, ...continua

    Partiamo dalle note dolenti, che riguardano tutte l'edizione italiana: è scandaloso che un libro di una certa visibilità e importanza come questo abbia avuto una così scarsa cura redazionale (refusi, indice analitico mancante - a me non è piaciuta granché neanche la.traduzione...).
    Per quanto riguarda il contenuto del tomone in questione si affronta con piacere e con fatica. Con piacere perché colma una lacuna credo comune a molti, anche intellettuali, sulla musica classica inserendola nella sua evoluzione storica e in connessione con le altre arti. In più Ross possiede il dono di far vedere la musica, di fartela toccare. E ci riesce servendosi di una ricerca alle spalle settenale (chapeu alla mole bibliografica) intensissima. La fatica sta poi tutta nel cercare di star dietro all'autore e alla sua capacità demiurgica.

    ha scritto il