Il saccheggiatore di relitti

Di

Editore: Tascabili Economici Newton (I classici Superten, 20)

3.6
(104)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 256 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Inglese

Isbn-10: 8879833030 | Isbn-13: 9788879833035 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Gian Dàuli ; Prefazione: Walter Mauro

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico

Genere: Narrativa & Letteratura , Viaggi

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Descrizione del libro
Edizione integrale.

Questo romanzo, tanto avvincente quanto stilisticamente compiuto, affronta un tema che nella narrativa di Stevenson già si era evidenziato, soprattutto in quel testo dello sdoppiamento divenuto così celebre ed emblematico, Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mr. Hyde. L'azione narrativa muove dal primo piano su tre personaggi che si ritrovano insieme sulla spiaggia di Tahiti, vittime di un fallimento umano dal quale non riescono a liberarsi e che li conduce fatalmente sulla strada del peccato e del crimine.
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  • 4

    I saccheggiatori di civiltà

    Il saccheggiatore di relitti è un romanzo poco noto di Robert Louis Stevenson, scritto dall’autore mentre già viveva nelle Samoa, nel luogo da lui chiamato Vailima (i cinque fiumi) dove morirà a quara ...continua

    Il saccheggiatore di relitti è un romanzo poco noto di Robert Louis Stevenson, scritto dall’autore mentre già viveva nelle Samoa, nel luogo da lui chiamato Vailima (i cinque fiumi) dove morirà a quarantaquattro anni due anni dopo la sua pubblicazione.
    Stevenson ha quindi già alle spalle gran parte della sua vasta produzione letteraria, compresi capolavori quali L’isola del tesoro, Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde, Il Signore di Ballantree. Ha ormai alle spalle anche la Gran Bretagna vittoriana, della quale ha contribuito a svelare, in particolare nelle due ultime opere citate, la profonda ipocrisia di una superficie moralista e intrisa di positivismo, che richiede la rimozione dei recessi oscuri e delle pulsioni dell’animo umano che costituiscono la faccia nascosta della costruzione sociale.
    Stevenson a Vailima si trova bene: è affascinato dalla civiltà indigena, insidiata nella sua stessa esistenza dal colonialismo occidentale volto a depredare le risorse naturali delle isole; è a sua volta amato dagli indigeni, che lo chiamano Tusitala, colui che racconta; è circondato dall’affetto della moglie e del figliastro, e la sua malferma salute sembra molto migliorata. E’ in questo clima di serenità personale che scrive The wrecker, con il quale torna, quasi dieci anni dopo L’isola del tesoro, a narrare di viaggi per mare e di esotiche isole sperdute. Questo ritorno al mare è però intriso di due elementi decisivi, che rendono The wrecker sostanzialmente diverso dal capolavoro dell’esordio: il fatto che ora Stevenson conosce direttamente, per il fatto di viverci, le atmosfere dei tropici, e il suo interesse – che forma il nucleo essenziale di Dr. Jekill e Mr. Hyde e del Master of Ballantree - al tema del doppio, della scissione della personalità umana in elementi fra di loro contrastanti e antagonisti.
    Se da un lato quindi Il saccheggiatore di relitti potrebbe essere quasi considerato il romanzo dell’uscita di Stevenson dai toni cupi dei romanzi precedenti, dall’altro è anche un romanzo dalle mille sfaccettature, estremamente articolato - come vedremo - quanto a intreccio, costruzione formale e a significato complessivo. A questa complessità contribuisce probabilmente anche il fatto che il romanzo fu scritto a quattro mani con il figliastro Lloyd Osbourne, sembra secondo una rintracciabile suddivisione dei capitoli, anche se la paternità ufficiale dell’opera è del solo Stevenson.
    Il primo elemento di complessità dell’opera si rinviene nella struttura narrativa. Molti sono i romanzi ed i racconti in cui una storia è narrata all’interno di un’altra storia, ma ne il saccheggiatore di relitti i livelli narrativi sono tre: il romanzo si apre infatti in terza persona, con l’incontro a Tai-o-Hae, nelle isole Marchesi, tra due vecchi amici, entrambi marinai, che non si vedevano da decenni. Uno dei due, Loudon Dodd, inizia a raccontare, in prima persona, le proprie avventure all’altro. Queste storie di vita – anzi, la Storia che dà il titolo al romanzo - lo portano ad incontrare un altro personaggio, Norris Carthew, che a sua volta narra, nell’ultima parte del romanzo, la propria vita a Dodd. Si tratta quindi di una struttura a scatole cinesi, ulteriormente complicata dal fatto che nel corso della narrazione si ritrovano tanti altri personaggi e storie collaterali, che contribuiscono a rendere ancora più complesso ed intricato il racconto.
    Inoltre, i due personaggi principali, Dodd e Carthew, si somigliano molto: seppure di estrazione sociale diversa, sognano di essere artisti ed abbandonano la famiglia per seguire la loro vocazione che peraltro dovranno abbandonare, sconfitti dalla dura realtà della vita e anche dalla loro mediocrità. Entrambi, infine, incontrano un altro personaggio, una sorta di alter ego spregiudicato e dedito agli affari, anche loschi, con il quale si mettono in società. C’è dunque nel romanzo una sorta di gioco di specchi tra le coppie di amici Dodd – Pinkerton e Carthew – Hadden, un affascinante doppio doppio che in qualche modo rimanda ai temi delle opere precedenti.
    Non è facile narrare succintamente la trama del romanzo, la cui scoperta deve essere lasciata al lettore anche in virtù del fatto che si tratta di un thriller, ma qualche elemento è necessario fornirlo per capire meglio di cosa tratta.
    La storia di Loudon Dodd è nella prima parte ambientata prevalentemente a Parigi (città che Stevenson conosceva bene) dove il protagonista, giovane statunitense di provincia, approda per fare lo scultore. Conduce una vita bohemienne, diventando amico di James Pinkerton, un ragazzo pure lui statunitense - si potrebbe dire molto statunitense - che ha un unico obiettivo di vita: far soldi. Quando, deluso, Dodd è costretto a lasciare Parigi, raggiunge Pinkerton a San Francisco e si immerge, lavorando con lui, nell’atmosfera di febbrile e spregiudicato affarismo della California di fine ‘800. Puntano tutta la loro fortuna sull’acquisto all’asta – a carissimo prezzo – di un relitto arenatosi pochi mesi prima in un atollo dei mari del sud, convinti che nasconda un favoloso carico di oppio. Dodd quindi parte per recuperare il carico. Quando giunge sul relitto del Flying Scud si rende conto che non c’è alcun tesoro, ma che la nave nasconde un mistero, un tremendo mistero. Deciso a scoprirlo, si mette sulle tracce di uno dei componenti l’equipaggio della nave, che si rivela essere un rampollo della buona società inglese di nome Norris Carthew. Questi gli racconta la propria vita di ribelle e la vera, drammatica storia del Flying Scud.
    Si tratta quindi di un romanzo d’avventure, di un romance, di un vero e proprio thriller nel quale la soluzione dell’enigma avviene solo alla fine, ma – come detto – la sua complessità è tale che vi si possono rintracciare numerosi spunti interpretativi che lo agganciano fermamente alle tematiche stevensoniane e alla profonda conoscenza che l’autore aveva accumulato delle conseguenze che il colonialismo occidentale stava producendo sulla società polinesiane.
    Innanzitutto, come già accennato, è centrale, nel racconto, l’associazione – contrapposizione delle coppie Dodd – Pinkerton e Carthew - Hadden. Dodd e Carthew vengono sconfitti nelle loro aspirazioni artistiche e diventano, per il tramite dei loro amici, parte integrante del sistema che inizialmente mettevano in discussione. Stevenson punta il dito contro questo sistema, contro la rincorsa alla ricchezza a qualunque costo, che sta tra l’altro distruggendo la civiltà polinesiana, e lo fa con una buona dose di ironia e sarcasmo, come emerge chiaramente dalla vivida descrizione della marea umana di San Francisco e della figura di Pinkerton che vi nuota veloce sempre alla ricerca di nuovi affari: sono queste, a mio avviso, tra le pagine più belle del libro, il quale significativamente – al contrario della grande maggioranza dei romanzi di Stevenson, è ambientato nella contemporaneità dell’autore.
    Alla contrapposizione tra i personaggi principali fa inoltre riscontro la contrapposizione tra gli scenari in cui si svolge la vicenda. I luoghi della civiltà occidentale – Parigi, San Francisco, Sidney – che incontriamo nel racconto sono luoghi dove prevalgono relazioni e sentimenti condizionati dal contesto sociale, per cui emergono spesso ipocrisia e falsità. Al contrario il mare e le isole sono luoghi in cui la natura umana ritrova, nel bene e nel male, le sue leggi primigenie: sono quindi i luoghi dove le amicizie e le complicità divengono assolute e dove è in qualche modo naturale che cada ogni freno inibitorio, che il male possa dispiegare la sua forza quasi senza limiti, come esemplarmente accade nel tragico episodio dell’incontro tra l’equipaggio del Flying Scud e quello della Currency Lass.
    Vi sono quindi nel libro numerosi piani dialettici, che si sovrappongono e si completano a vicenda, creando sottili corrispondenze tra persone e luoghi: così come Dodd e Carthew perdono la loro ingenuità e sono in qualche modo costretti ad integrarsi, sino a divenire soci in affari, anche luoghi come le isole, sino a poco tempo prima intrisi di una ingenuità primordiale, si stanno ormai corrompendo sotto la spinta dell’occidente predatore, e non tarderanno ad integrarsi anch’essi. Il principale saccheggiatore di relitti è quindi l’uomo occidentale e colonialista, che sta distruggendo per sempre una civiltà millenaria. Questa atmosfera di passaggio, quasi sospesa tra un passato mitico ed un presente assai più prosaico e drammatico è mirabilmente descritta da Stevenson nel prologo del libro, apparentemente inutile rispetto alla successione degli avvenimenti: in particolare resta impressa nella memoria la misteriosa figura del bianco tatuato, primo personaggio presentatoci da Stevenson (nel quale si può forse rintracciare lo stesso autore), che sonnecchiando sul molo ricorda in poche, splendide righe ciò che le isole sono state, ma anche l’Inghilterra della sua infanzia, introducendoci al vero leitmotiv del romanzo, che si dispiega subito dopo con l’arrivo in porto della goletta di Dodd ed i commenti dei vari personaggi del porto.
    Un ulteriore elemento di fascino del romanzo è dato dal fatto che - a differenza di quanto accade ad esempio nelle storie del contemporaneo Conan Doyle, qui non esiste un personaggio che abbia il compito di svelare l’enigma che sta alla base della storia: il mistero è svelato da chi conosce l’andamento dei fatti, essendone stato protagonista. Non c’è, di conseguenza, la punizione del reo da parte della società: il male si è scatenato in circostanze eccezionali, in un ambito incommensurabilmente diverso rispetto alle regole del consorzio umano, quindi gli autori di questo male non possono essere puniti. E’ una visione lontana anni luce da quella positivista che impregnava l’epoca, e presuppone il riconoscimento dell’importanza del contesto in cui l’uomo agisce e di come le circostanze possano determinarne il comportamento. E’ questo elemento, che contraddistingue tutta l’opera di Stevenson, che ne fa un grande autore, già proiettato verso le grandi tematiche letterarie che caratterizzeranno il ‘900.
    Una annotazione finale sull’edizione. Altre volte ho lodato i Tascabili Newton perché ci hanno proposto a prezzi veramente modici grandi classici della letteratura, anche difficilmente reperibili in altre edizioni. Questa traduzione del romanzo di Stevenson è però a mio avviso veramente insufficiente, soprattutto perché non permette di apprezzare lo stile di scrittura di un autore estremamente attento alla pagina, che non a caso aveva tra i suoi modelli Flaubert. Fortunatamente ho in casa un’altra edizione del romanzo, pubblicata anni fa da Einaudi con il titolo Il relitto, la cui traduzione ha ben altro spessore, e dopo le prime pagine mi sono affidato a questa. Purtroppo, comunque, entrambe queste edizioni, come altre, non sono più disponibili, per cui chi desidera leggere questo romanzo deve affidarsi al mercato dell’usato o reperirlo in biblioteca.

    ha scritto il 

  • 5

    Invito a cena con relitto

    Il commento sarà lungo perché questa rilettura mi ha entusiasmato. Per i pigri e i frettolosi, ecco la sintesi: affascinante storia di mare dalla trama perfettamente costruita, ma estremamente lunga. ...continua

    Il commento sarà lungo perché questa rilettura mi ha entusiasmato. Per i pigri e i frettolosi, ecco la sintesi: affascinante storia di mare dalla trama perfettamente costruita, ma estremamente lunga. L'azione inizia praticamente a pagina 150, con le memorabili parole “Little did I suppose that I was leaving Act I, Scene I, of the drama of my life”. Lo scioglimento è agghiacciante, la morale è discutibile. Fine della sintesi.

    In un tranquillo porto dei mari del Sud, la noia di un sonnacchioso pomeriggio tropicale è interrotta dall'arrivo di una splendida goletta da consegnare a un ricco inglese. Il “latore” della nave è nientemeno che Loudon Dodd, un amico di gioventù dell'inglese da lungo tempo perduto di vista, per il semplice fatto che l'ultima volta si erano visti a Parigi dove il giovane Dodd inseguiva ambizioni artistiche, mentre i casi della vita lo avrebbero fatto poi diventare un avventuroso uomo d'affari e di mare. Dopo una puntata al locale club dal significativo nome di Cercle Internationale, in cui si è vivacemente disquisito insieme agli altri residenti bianchi sul modo migliore di far soldi, se cercando l'oro, trafficando l'oppio, comprando relitti o col ricatto, l'ospite stupisce tutti dicendo tranquillamente di aver provato più o meno tutti quei mezzi di sussistenza nella sua vita (alla domanda se ha mai trovato dell'oro, però, risponde filosoficamente di no, perché “Every man has a sane spot somewhere”). Ma dopo il club l'amico inglese lo avrà a cena tutto per sé e si farà raccontare tutta l'incredibile storia dietro quella sua strana affermazione.
    Inizia dopo questo breve prologo (che merita una rilettura a fine libro per assaporarne meglio tutta la concentrata genialità) il lungo racconto di Loudon Dodd, “non come lo narrò al suo amico, ma come poi lo scrisse”: di come arrivò a entrare in una speculazione per comprare un relitto naufragato sull'isola di Midway, di come l'asta per il relitto salì per oscure manovre dai cento dollari iniziali a cinquantamila e di quale tremendo segreto nascondessero il relitto e i suoi elusivi e terrorizzati sopravvissuti.
    Ma non è un racconto soprannaturale di relitti stregati, bensì un police novel o mistery story ispirato all'ultima produzione di Dickens che Stevenson ha voluto scrivere, come confessa lui stesso nell'epilogo del libro. Un genere, il police novel o mistery, la cui attrattività consiste in “beginning your yarn anywhere but at the beginning and finishing anywhere but at the end”, ma che, sempre secondo l'autore, ha i suoi risvolti negativi in una certa superficialità di tono e meccanicità. Per dare spessore e umanità alla sua storia, Stevenson lo inizia quindi come un romanzo di formazione, cerca di restituire, tra le altre cose, il tono dell'epoca, la mescolanza di razze e classi sociali, la lotta per la ricchezza e per la sopravvivenza, lo scenario dei commerci e quello incomparabile dei mari del sud, in modo che gli intrinseci difetti del genere poliziesco possano essere attenuati e che il vero mistero "sembri derivare dalla vita stessa". Le ultime pagine del romanzo si fondono quindi in una postfazione che diventa una affascinante lezione di scrittura, che mi dispiace aver dovuto riassumere così malamente. Una lezione che è secondo me applicabile tutt'oggi al genere poliziesco e, tutto sommato, anche a tutta la letteratura popolare o di intrattenimento.
    Il "prezzo" da pagare, se di prezzo si può parlare, è una lunghissima (un terzo del libro!) parte introduttiva dedicata alla storia di Dodd, agli inizi della sua vita con una “solida istruzione commerciale”, le ambizioni artistiche (delizioso ed esplicito l'omaggio a Balzac negli anni parigini di Dodd come studente di belle arti nel Quartiere Latino), il ritorno in America in povertà dopo il fallimento del padre, fino all'associazione, a San Francisco, con il vulcanico amico Jim Pinkerton, con cui si getterà nell'affare del relitto.
    Il resto del romanzo è pervaso dal fascino dei mari del Sud e dall'incrollabile amore di Stevensono per quelle regioni: “One thing I am sure: it was before I had ever seen an island worthy of the name that I must date my loyalty to the South Seas. The blank sea itself grew desirable under such skies; and wherever the trade-wind blows, I know no better country than a shooner's deck”.

    ha scritto il 

  • 3

    “Su di una zona della carta della nostra vita si stende una rosea bruma impenetrabile; ed è tutto quello che ci rimane”

    Robert Louis Stevenson inizia a scrivere questo romanzo nel 1889, due anni dopo la pubblicazione di uno dei suoi libri più belli, “Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hyde”, quando, già da un anno, ...continua

    Robert Louis Stevenson inizia a scrivere questo romanzo nel 1889, due anni dopo la pubblicazione di uno dei suoi libri più belli, “Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hyde”, quando, già da un anno, la sua vita ha preso la svolta definitiva e felice che gli permetterà di scrivere in una lettera ad uno dei suoi amici più cari: “Questo clima, questi viaggi, e l’apparire delle terre all’aurora; le nuove isole che spuntano dai banchi di nebbie mattutine; e nuovi approdi boscosi, e nuovi allarmi di temporali e risacche; tutta la storia della mia vita è per me più bella di qualsiasi poema”. Anni felici, trascorsi in un viaggio senza ritorno fino alle Isole Marchesi, a Tahiti, alle Hawaii, fino alle Isole Gilbert e Samoa, e meraviglia che si tratti in fondo di soli sei anni (Stevenson morirà nel 1894), come meraviglia che questo prolifico scrittore, morto a 44 anni, abbia potuto conoscere e amare in un tempo così breve tanti cieli e tante terre, percorrere tanto mare, scandagliare il fondo dell’animo umano e, soprattutto, che abbia potuto inventare e raccontare tante storie straordinarie. Credo che questo romanzo vada letto con la consapevolezza che il tema del doppio caratterizza tutta la produzione di Stevenson (tanto più dopo “Lo strano caso del dottor J. e Mr. H.”), che in lui qualsiasi materia psicologica si tramuta in una trama romanzesca, o meglio, genera una storia, e che, infine, l’ambientazione del romanzo, almeno nella sua parte centrale – che dà all’autore la possibilità di muoversi su un terreno per lui fortemente allusivo (il viaggio in mare, l’isola deserta, la ricerca di un carico prezioso nascosto all’interno di un relitto abbandonato) – costituisce un elemento catalizzatore delle dinamiche psicologiche, in grado di alleggerirle e di controllarne la drammaticità. Sono i punti di riferimento che mi hanno permesso di apprezzare un romanzo che altrimenti, rispetto alle opere più note di Stevenson, potrebbe sembrare eccessivamente dispersivo, forse addirittura troppo ambizioso nel suo tentativo di far confluire in un’unica vicenda romanzesca i ricordi della giovinezza parigina dell’autore, l’ambiente dei faccendieri dediti alla speculazione a San Francisco, le vicende legate al brigantaggio mercantile e, infine, il fascino delle isole del Pacifico, paradiso naturalistico ma anche luogo di costante tentazione per una società moralmente libera e priva di controllo. Come se non bastasse questa pluralità di temi, che corrispondono alle varie parti del romanzo, si va via via delineando, pagina dopo pagina, il tema del doppio, come al solito affascinante e ricco di implicazioni, costruito però questa volta da Stevenson addirittura mediante una duplice coppia di personaggi che, nello svolgersi della vicenda, incarnano il bene contrapposto al male, con esiti narrativi funzionali ad una storia così complessa e che alla fine ne risultano le travi portanti. Si avverte comunque, anche attraverso la densità forse troppo articolata di questo romanzo, la disposizione “felice” dell’autore durante la scrittura, forse perché Stevenson è sempre in grado di mantenere una sorta di equilibrio “tra il divertimento e la pena” (M. Mari), o forse perché nelle sue pagine è sempre avvertibile l’eco di quella esuberanza di sensazioni che il mare e le isole sanno comunicargli: “… spiagge accidentate, cime aguzze di monti, ombre profonde di foreste, e la marea inquieta sugli scogli, e la sconfinata pace delle lagune: sole, luna e stelle d’uno splendore sovrano; e tra questo paesaggio l’uomo ancora primitivo, e la donna più bella di Eva; il peccato originale deprecato, il letto pronto per l’ospite straniero, la vita una perpetua musica; il forestiero accolto con gioia, la barca pronta, e la lunga notte: un incanto tra poesia e canti in coro. Bisogna che un uomo sia un artista mancato: che abbia sofferto la fame per le vie di Parigi, che sia stato sotto il giogo di una forza commerciale perché possa comprendere la nostalgia che a tratti mi assaliva”.

    ha scritto il