Il segreto di Lady Audley

Di

Editore: Fazi (Le porte, 84)

3.8
(118)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 497 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Francese

Isbn-10: 8881124882 | Isbn-13: 9788881124886 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Chiara Vatteroni ; Postfazione: Sandra Petrignani

Genere: Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli , Rosa

Ti piace Il segreto di Lady Audley?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis

ACQUISTA LIBRO
Acquisto non disponibile
per questo libro
Descrizione del libro
Uscito a puntate tra il 1861 e il 1862 sulle pagine delle riviste letterarie del tempo, riscuotendo uno straordinario successo di pubblico, il racconto è caratterizzato dal meccanismo dell'indagine a ritroso. L'eroina del romanzo, abbandonata dal marito, riesce a rifarsi una vita inventandosi una nuova identità. La ritroviamo Lucy Audley, moglie di un rispettabile gentiluomo. Ma la sua nuova sicurezza rischia di andare in pezzi quando il giovane e sfaccendato rampollo di casa, Robert Audley, incontra un vecchio compagno di scuola che non vede da anni e che si rivela essere proprio George Talboys, il precedente marito della protagonista. D'un tratto George scompare misteriosamente. Sarà l'amico Robert a intraprendere le indagini...
Ordina per
  • 3

    ”Una seccatura inevitabile, riscattabile solo dalla sua brevità“

    Questa è la vita secondo Robert Audley. E pensare che lui, giovane e non privo di attrattive, di ragioni per lamentarsi ne avrebbe assa ...continua

    ”Una seccatura inevitabile, riscattabile solo dalla sua brevità“

    Questa è la vita secondo Robert Audley. E pensare che lui, giovane e non privo di attrattive, di ragioni per lamentarsi ne avrebbe assai poche: ha un'ottima posizione sociale; dispone di una cospicua rendita annua; ha una graziosa cugina che non desidera altro che diventare sua moglie; e, se solo trovasse la voglia di lavorare, avrebbe di fronte a sé la prospettiva di una brillante carriera come avvocato, professione che esercita nominalmente, ma che in realtà non ha mai neppure tentato d'intraprendere.
    Il problema è che al nostro Robert, di tutto ciò non importa assolutamente nulla: indifferente, apatico e pigro per natura, egli deplora qualsiasi attività che possa turbare la routine della sua quotidianità abitualmente divisa tra la lettura di romanzi francesi, le serate in poltrona a fumare la pipa, e le consuete passeggiate per le strade di Londra, a racattare malconci cani randagi da ospitare nel suo appartamento di Fig-Tree Court.
    Il caso vuole, che durante una di queste passeggiate, egli s'imbatta in George Talboys, un vecchio compagno di scuola appena tornato in patria ed ansioso di riabbracciare la moglie Helen e il figlioletto Georgey, che non vede da quando, tre anni prima, era salpato per l'Australia in cerca di fortuna.
    Quando però, l'inattesa scoperta della morte di Helen manda in frantumi tutte le speranze del povero George, Robert, preoccupato per lui, decide di accoglierlo in casa e, allo scopo di distrarlo, lo porta con sé ad Audley Court, la sontuosa tenuta dove vivono sua cugina Alicia e il padre di lei, sir Michael. Quest'ultimo, vedovo da molti anni, si è appena risposato con Lucy, una fragile ed affascinante fanciulla appena ventenne dagli ignoti natali, che per qualche strano motivo è piuttosto restia ad incontrare gli ospiti.
    Un giorno, proprio all'indomani di una visita ad Audley Court, George scompare misteriosamente, e l'indolente Robert, improvvisatosi detective, inizia suo malgrado ad indagare.

    È un peccato che l'editoria nostrana abbia sempre snobbato Mary Elizabeth Braddon: scrittrice prolifica, dalla vita - per l'epoca - assai anticonvenzionale, che nella seconda metà dell'Ottocento riscosse un grande successo tra i lettori (con la critica, invece, i rapporti furono decisamente meno idilliaci) facendosi presto notare come una sorta di alternativa femminile a Wilkie Collins, fino ad allora incontrastato maestro del mystery.
    Il raffronto con quest'ultimo, del resto, è pienamente comprensibile, e non a caso la stessa Braddon lo cita con disinvoltura - o per meglio dire, lo fa citare al suo protagonista - alludendo scherzosamente proprio alle tipiche dinamiche impiegate da Collins per sorprendere il pubblico.
    In realtà non posso fare a meno di pensare che sotto questo aspetto, l'autrice avrebbe avuto davvero bisogno di qualche utile suggerimento, perché se c'è un'impresa in cui il romanzo fallisce clamorosamente, è appunto quella di tenere il lettore col fiato sospeso.
    Non solo, infatti, il famoso segreto di Lady Audley si palesa fin dai primi capitoli, ma - il che è ancora peggio - le scoperte che poco alla volta condurranno Robert alla verità non dipendono quasi mai da delle sue ipotetiche deduzioni, bensì da incredibili coincidenze e provvidenziali rivelazioni che, senza alcun autentico sforzo da parte sua, se non di carattere puramente morale, gli offrono la soluzione del mistero su un piatto d'argento.
    In tutta onestà, però, per quanto l'elemento "sensazionale" lasci effettivamente a desiderare, è innegabile che il romanzo di per sé funzioni e che riesca ad imporsi fin dalle prime pagine all'attenzione del lettore.
    A colpirmi favorevolmente è stata innanzitutto la prosa della Braddon: forbita, meticolosamente descrittiva (in qualche frangente, forse, persino troppo) e piacevolmente ironica; un genere di scrittura, insomma, che non ha proprio niente da invidiare a quella dei maggiori esponenti letterari dell'epoca.
    L'autrice, è vero, non si addentra particolarmente nella psiche dei suoi personaggi, fatta eccezione per il protagonista, ma di tanto in tanto si lascia andare a riflessioni sulla natura umana e sulla vita in generale, tali da rivelare una vastità di pensiero e una capacità di penetrazione che, tanto più in un'opera di questo tipo, segnano un netto discrimine tra il mero romanzo d'intrattenimento e la Letteratura con la L maiuscola.

    Parlando proprio dei personaggi, però, non posso evitare di soffermarmi su quello che a parer mio è il vero errore dell'autrice: il fatto di non averli sfruttati abbastanza.
    Benché il romanzo, infatti, debba la maggior parte della sua riuscita alla presenza di comprimari interessanti, la Braddon, di certo per soddisfare in primo luogo le esigenze dell'intreccio e focalizzare l'attenzione su Robert, si accontenta di lasciarli in secondo piano, o addirittura di relegarli quasi nell'oblio, come avviene nel caso di Clara Talboys, la sorella di George: una bella figura femminile di cui, imperdonabilmente, l'autrice ci concede soltanto una visione fugace ma comunque sufficiente per coglierne la sofferenza, la forza di carattere, e il desiderio di vendetta: tutti elementi che sembrano destinati a ricoprire un ruolo centrale nella trama, ma di cui, purtroppo, in seguito non troviamo più traccia.
    Un altro appunto che mi sento di fare, riguarda la caratterizzazione vera e propria dei personaggi, e nello specifico, l'abitudine della scrittrice di elencarne i meriti piuttosto che mostrarceli coi fatti.
    Abbiamo capito, perché lei ce lo ripete più volte, che sir Michael - che si presenta ai nostri occhi innanzitutto come un credulone un po'patetico e pressoché privo di discernimento - è in realtà un signore dall'animo nobile e di sani princìpi, ma ad essere onesti, l'unico esempio concreto di questa presunta nobiltà risiede nell'amore cieco e nella sciocca indulgenza nei confronti della giovane sposa: atteggiamenti che, a dirla tutta, non gli fanno poi così onore!
    Stesso discorso per sua figlia Alicia. L'autrice allude spesso al suo grande cuore, ma quando penso a Miss Audley - che peraltro ho apprezzato molto e che avrei voluto vedere più presente nella storia - il primo lato della sua personalità che mi viene in mente non è certo la così detta bontà d'animo.
    Al contrario, ciò che colpisce maggiormente sono proprio quei lati caratteriali che la Braddon non sottolinea mai, ma che emergono nitidamente durante la lettura, e che non a caso, conferiscono ai personaggi i tratti più autentici dell'umanità.
    Come dimenticare, ad esempio, l'imperdonabile debolezza di sir Michael che, all'età di quasi sessant'anni, perde la testa per una fanciulla praticamente coetanea di sua figlia e, in nome di tale discutibile infatuazione, non esita ad impelagarsi in un assurdo matrimonio e a mettere da parte la sua (fino a quel momento) adorata Alicia?
    E come non comprendere, di conseguenza, il disappunto e la gelosia di quest'ultima - ragazza indomita e dalla lingua tagliente - di fronte alla nuova situazione domestica? Come biasimare il suo ostinato risentimento nei confronti della matrigna? Come non capire, malgrado tutto, la frustrazione e la rabbia suscitata dalla perseverante indifferenza dell'amato cugino?

    Tra tutti, però, a spiccare per lo spessore psicologico è proprio lui, Robert Audley: il ragazzo che non ha mai dovuto lottare per raggiungere alcun obiettivo; che ha trascorso la vita sottraendosi ad ogni obbligo o fatica; che ha sempre considerato le relazioni umane come seccature di poco conto o, al più, come legami convenzionali dettati da un blando e non del tutto consapevole affetto. Lo stesso Robert che, di fronte alla perdita del suo più caro amico, capisce, per la prima volta sul serio, cosa significhi voler bene a qualcuno; trova il coraggio di mettersi in discussione, di andare oltre le proprie posizioni di comodo e il proprio tiepido cinismo, e arriva finalmente ad assumersi le proprie responabilità.
    Col procedere della narrazione assistiamo così alla lenta e inesorabile evoluzione morale del personaggio: lo vediamo tormentato dai dubbi, attanagliato dai sensi di colpa, paralizzato di fronte alla necessità di scegliere da che parte stare: perseguire la verità e ottenere la giustizia a qualsiasi costo, o proteggere i propri cari mettendo a tacere la coscienza e voltando lo sguardo altrove?
    Impossibile non chiedersi quanto del travaglio interiore di Robert dipenda da un'autentica nobiltà d'animo, e quanto invece debba ascriversi all'estremo tentativo di preservare la tranquillità ormai solo fittizia della propria vita abitudinaria.
    Ad ogni modo, non credo di esagerare se affermo che, a dispetto del genere letterario, più che come sensation novel, Il Segreto di Lady Audley si lascia apprezzare proprio in quanto romanzo di formazione: una formazione, se vogliamo, un po' sui generis (Robert, del resto, ha quasi trent'anni) ma forse, proprio per questo, ancor più degna di nota.

    In parte deludente, nonostante le premesse, ho trovato invece l'eponima Lady Audley, ennesimo prevedibile ritratto di donna falsa, manipolatrice e priva di cuore.
    Sono rimasta piuttosto perplessa nell'apprendere (quanto ci sia di vero, non saprei dirlo) che la sua figura avrebbe destato, a suo tempo, un grande scalpore tra i lettori. La mia sensazione, ad essere sincera, è che a restare colpiti dalla natura perversa del personaggio siano stati piuttosto i critici moderni, o per meglio dire, quella parte di lettori - tra cui molti degli stessi addetti ai lavori - che ancora si cullano nell'infondata fantasia di un pubblico vittoriano retrogrado, bacchettone e sempliciotto.
    Nel personaggio di Lady Audley infatti non vi è proprio niente di scandaloso: la letteratura vittoriana, a onor del vero, ha conosciuto figure femminili ben più controverse della sua (una su tutte, la Becky Sharp de La Fiera delle Vanità) e quanto al presunto scalpore derivante dall'affidare un ruolo centrale ad un simile personaggio, sarebbe opportuno ricordare che a dispetto del titolo, Lady Audley non riveste affatto il ruolo della protagonista, né l'autrice lascia trapelare alcun sentimento benevolo nei suoi confronti o alcuna intenzione di giustificarne le azioni.
    Se mai, il solo a mostrare un minimo di clemenza verso Lucy, è ancora una volta Robert, ma anche qui vale la pena di far notare che il fastidioso buonismo del giovane non deriva né da una sorta di lassismo morale né da alcun reale sentimento di solidarietà, bensì da quel misto di bontà d'animo e ritrosia ad assumersi le proprie responsabilità, che ahimè lo caratterizzano.

    Profondamente vittoriano nelle tematiche, nello stile, e nelle tipologie di personaggi, il romanzo, in perfetto accordo con la letteratura dell'epoca, trova la sua chiave di volta nel messaggio morale incarnato dalla vicenda di Robert: vale a dire nell'aperta - seppur bonaria - condanna della passività, e nell'esortazione cristiana a diventare artefici e protagonisti attivi della nostra vita, rifuggendo la codardia ed accettando con umiltà i compiti e le prove che Dio ha scelto di assegnarci.

    “Spero che nessuno avrà da obiettare sulla mia storia perché la fine vede tutti i buoni contenti e in pace. Se la mia esperienza di vita non è molto lunga è però molteplice, e posso tranquillamente sottoscrivere quello che un sovrano potente – nonché grande filosofo – ha dichiarato, affermando di non aver mai visto, né con l’occhio della gioventù né con quello della vecchiaia, che «i giusti fossero derelitti e che la loro progenie dovesse elemosinare il pane».”

    Così, con questo epilogo a metà strada tra il più utopistico ottimismo e la più disarmante ingenuità, Mary Elizabeth Braddon si congeda infine dai suoi lettori, destando magari qualche perplessità in chi, come me, propende maggiormente per una visione disincantata della condizione umana, ma lasciando comunque, anche nella sottoscritta, un vivo desiderio di approfondire la conoscenza con questa brava autrice ingiustamente dimenticata.

    ha scritto il 

  • 4

    Ora, è un romanzone, in cui è vero che non c'è molta suspence, come ho letto in uno dei commenti, ma è scritto proprio bene, con descrizioni minuziose di paesaggi e caratteri, pervaso da un senso dell ...continua

    Ora, è un romanzone, in cui è vero che non c'è molta suspence, come ho letto in uno dei commenti, ma è scritto proprio bene, con descrizioni minuziose di paesaggi e caratteri, pervaso da un senso dell'umorismo very british e di conseguenza per me godibilissimo. Certo, nella descrizione della nobildonna bella e cattiva e delle donne in genere si potrebbe forse accusare l'Autrice di una certa misoginia, ma, se si va a leggere la sua biografia, si può forse intuirne il motivo: infatti il romanzo, come molti della stessa epoca, veniva pubblicato a puntate e, conseguentemente, doveva rispettare i gusti del pubblico. In più, la signora Braddon era una personcina assai peculiare per l'epoca: i genitori si separano quando lei ha cinque anni, nel 1840, calca le scene - con nome falso per non rovinarsi la reputazione - per tre anni, poi, tra il 1860 e il 1863 pubblica tre romanzi di grande successo. Dal 1861 vive, more uxorio, con l'editore John Maxwell, che ha la moglie ricoverata in manicomio e quindi non può sposarla. Vivono così per 13 anni, durante i quali lei si prende cura dei 5 figli di lui e ne mette al mondo altri 6 (di cui cinque sopravvivono), mantiene la famiglia quando la casa editrice di Maxwell ha un tracollo, scrive due romanzi l'anno, dirige riviste letterarie, adatta Madame Bovary per il mercato inglese, insomma, una donna eccezionale e una scrittrice di vaglia, che riceve i complimenti, tra gli altri, di Henry James.
    "Le porte avevano la specialità di non chiudersi mai e tuttavia sbattevano sempre. Le finestre erano state costruite con lo scopo particolare di lasciar entrare gli spifferi mentre erano chiuse e tener fuori l'aria quando erano aperte. La mano di un genio aveva progettato questa solitaria locanda di campagna e non esistevano un centimetro di legname né una cazzuola di stucco impiegati in tuta quella traballante costruzione che non offrissero il loro personale punto debole a ogni assalto dell'infaticabile nemico" (il vento).

    ha scritto il 

  • 4

    « No, cara: morire di fame è facile, difficile è chinare la testa. »

    In un’epoca in cui i thriller (legal, medical &c. &c.) sono considerati grande letteratura, nel senso che neppure sono piú un genere, come invece continua a essere la fantascienza – si dice infatti: L ...continua

    In un’epoca in cui i thriller (legal, medical &c. &c.) sono considerati grande letteratura, nel senso che neppure sono piú un genere, come invece continua a essere la fantascienza – si dice infatti: La fantascienza non è il mio genere, mai: Il thriller non è il mio genere; – in un’epoca come questa, dicevo, forse è normale che il Sensation novel sia come tanti altri generi, e come, in generale, la letteratura non canonizzata, sconosciuto, e in quanto letteratura di genere, giudicato sulla base di profondi giudizi di profondità…
    —Cosí, anche nel caso di questo comunque famoso romanzo di Braddon, a cui è permesso gentilmente di sedere ai piedi di Wilkie Collins – accade che nella postfazione se ne possa notare la superficialità di certi passaggi e il lieto fine: aspetti quali gli eccessi melodrammatici hanno una loro ragione, che va spiegata piuttosto che darne un giudizio di per sé scontato; il finale non è infatti privo d’ironia, e è lieto perché non poteva esser altrimenti: è una fantasia certo, che risolve le contraddizioni, ma anche questo vuol dire qualcosa.
    —È dunque un altro caso, come –noiosamente– mi scopro troppo spesso a scrivere nelle recensioni, di delusione per quelle che qui sono la striminzita postfazione e la nota biobibliografica, che d’una prolifica autrice come Braddon non sa trovare che due titoli! Inutile dire che in un’edizione che si presenta piú costosa del solito è inaccettabile.

    Il Sensation novel è figlio del suo tempo –come ogni cosa d’altra parte– e nel caso degli anni ’60 dell’Ottocento inglese alcuni aspetti sono la passione per la cronaca nera e giudiziaria; la crisi della famiglia borghese, che si scopre ben diversa dall’idillio di protezione che si vorrebbe che fosse, col carico dell’ipocrisia di voler conciliare aspirazioni sentimentali e interessi economici; il dibattito generale sulla questione femminile: non ostante la nascita del mito dell’« Angelo del focolare » entra in crisi la dottrina delle sfere separate…
    —Tutto questo è naturalmente presente in questo buon romanzo che procede a ritroso: sappiamo o immaginiamo ciò ch’è successo fin dall’inizio, ma ci troviamo a seguire il disvelarsi di segreti e misteri – ci troviamo a seguire l’« epica borghese » di Robert Audley, apatico avvocato, lettore di romanzi francesi (la peggior cosa che un sano uomo inglese possa fare!), quella in cui la ricerca cavalleresca si fa indagine da detective, portandolo a raggiungere la propria maturità col tentativo di smascherare la giovane moglie dello zio, eroina complessa e ambigua, bellezza preraffaellita, ma anche all’apparenza perfetta espressione dell’ideale femminile dell’epoca…
    —Per quanto mi riguarda dunque lettura soddisfacente, Braddon si rivela autrice tanto godibile quanto interessante, che m’introduce a un altro filone e a un altro pezzo di storia dell’Ottocento inglese ch’era ormai tempo d’iniziare ad approfondire…

    ha scritto il 

  • 4

    All'ombra di Wilkie Collins un'autrice , per me sconosciuta, rivela un bellissimo intrigo letterario nell'Inghilterra tardo-vittoriana.
    Una vera scoperta.
    Consiglio vivamente questo romanzo , nonost ...continua

    All'ombra di Wilkie Collins un'autrice , per me sconosciuta, rivela un bellissimo intrigo letterario nell'Inghilterra tardo-vittoriana.
    Una vera scoperta.
    Consiglio vivamente questo romanzo , nonostante alcuni tratti stereotipati nella definizione psicologica dei personaggi. Lo consiglio per lo svelarsi lento dei dettagli che porteranno il protagonista a sbrogliare la matassa intricata, ordita dal personaggio di stampo "preraffaelita".
    Piacevole lettura .

    ha scritto il 

  • 4

    una storia avvincente e piena di colpi di scena- incentrata su una donna dal passato oscuro che si svela pian piano, delineando una vicenda torbida e ricca di intrighi. un romanzo in cui non manca nul ...continua

    una storia avvincente e piena di colpi di scena- incentrata su una donna dal passato oscuro che si svela pian piano, delineando una vicenda torbida e ricca di intrighi. un romanzo in cui non manca nulla: un plot ben congegnato, personaggi perfettamente delineati, una scrittura rapida eppure capace di descrivere luoghi e atmosfere con grande precisione e pure un lieto fine consolatorio e rilassante. mary elizabeth braddon è stata una scrittrice di successo (sebbene sia stata dimenticata) e leggendo questa sua opera se ne capisce il motivo alla perfezione.

    ha scritto il 

  • 4

    “Non ho letto Alexandre Dumas e Wilkie Collins per niente” fa dire la Braddon ad uno dei suoi personaggi, ma ad aver imparato (ed anche troppo bene) la lezione dei grandi di questo genere letterario è ...continua

    “Non ho letto Alexandre Dumas e Wilkie Collins per niente” fa dire la Braddon ad uno dei suoi personaggi, ma ad aver imparato (ed anche troppo bene) la lezione dei grandi di questo genere letterario è proprio lei, riuscendo ad imbastire una trama avvincente e sconvolgente (almeno per la mentalità vittoriana dell'epoca). Di sensation novel si tratta ed in quanto tale il romanzo va gustato. È inutile aspettarsi chiaroscuri nella caratterizzazione dei personaggi o finezze psicologiche di chissà quale livello, perché a definire i tratti salienti di ognuno è piuttosto la descrizione dettagliata dell’aspetto fisico, su cui la scrittrice sembra voler insistere in modo particolare. Nel caso della misteriosa Lady Audley del titolo i volti presentati al lettore sono addirittura due, ben distinti tra loro: il primo ha folti riccioli d’oro, limpidi occhi azzurri ed un dolce sorriso infantile; il secondo (che altro non è se non il ritratto della stessa signora) vede inquietanti lingue di fuoco far capolino tra la chioma ed offuscare lo sguardo, come se l’autore del dipinto fosse riuscito a scorgere ed intrappolare nella sua opera tracce di un’anima invisibili ad un occhio meno attento. Quanto l’artista abbia colto nel segno lo si potrà scoprire solo con il progressivo svelamento del grande segreto che avvolge il passato di Lady Audley.
    Il compito di portare alla luce questo segreto, e con esso tutti i misteri che vi sono collegati, viene affidato al più improbabile dei personaggi, ovvero a Robert Audley, giovane avvocato che non ha mai esercitato la professione e che trascorre il tempo collezionando pipe e leggendo romanzi francesi, senza ricavarne però alcun piacere, dato che secondo la sua filosofia di vita non esiste nulla sulla terra che abbia veramente uno scopo.
    La trasformazione dell’ottuso, inamovibile Bob in un investigatore, che avviene contro la volontà del diretto interessato, porta a pagine di schietto umorismo ed a qualche traccia di ironia e ciò ripaga appieno anche di un finale piuttosto semplicistico, dove i buoni ed i cattivi vengono incasellati e ricondotti per mano al destino che si suppone giusto per loro.

    ha scritto il 

  • 4

    News from the past

    Mary Eliabeth Braddon, autrice oggi dimenticata, fu una delle penne più seguite nel cosiddetto genere "sensazionale", che non è noir (non esisteva), non è thriller (nemmeno), non è gotico (niente sopr ...continua

    Mary Eliabeth Braddon, autrice oggi dimenticata, fu una delle penne più seguite nel cosiddetto genere "sensazionale", che non è noir (non esisteva), non è thriller (nemmeno), non è gotico (niente soprannaturale nemmeno presunto), non è poliziesco, ma ti tiene - fidatevi - comunque inchiodato alle pagine. Portato al cinema una mezza dozzina di volte, l'ultima nel 2000. Io non l'ho letto nell'edizione che ho messo in catalogo, ma in una gratuita Kindle fatta a regola d'arte. Poi ho comprato le Opere Complete nell'edizione Delphi. Raccomandatissimi tutti i volumi della collana (tranne l'edizione italiana di Dante!).

    ha scritto il 

Ordina per