Il sosia

Di

Editore: Rizzoli (BUR)

3.8
(1831)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 209 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Francese

Isbn-10: 8817028843 | Isbn-13: 9788817028844 | Data di pubblicazione: 

Curatore: G. De Dominicis Jorio

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico , Rilegato in pelle , Copertina rigida , Copertina morbida e spillati , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Mistero & Gialli , Filosofia

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Descrizione del libro
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  • 2

    E' un romanzo che va contestualizzato nel suo periodo storico. La tematica dello sdoppiamento di personalità adesso può risultare usata e abusata, ma a metà dell'800 anticipava abbondantemente gli stu ...continua

    E' un romanzo che va contestualizzato nel suo periodo storico. La tematica dello sdoppiamento di personalità adesso può risultare usata e abusata, ma a metà dell'800 anticipava abbondantemente gli studi psicologici freudiani e non solo.
    Nettamente inferiore rispetto a "Ricordi Dal Sottosuolo" con cui trovo però in comune i tormenti cervellotici del protagonista sempre rappresentati da dualismi (ragione vs volontà, bontà d'animo vs sfrontatezza, ecc) che in modo diverso portano a pazzia e alienazione in entrambi i romanzi.

    ha scritto il 

  • 3

    II signor Goljàdkin - di mezza età, nubile, impiegato statale a San Pietroburgo - è un uomo infelice. Le sue ambizioni si sono arenate, il suo lavoro non è apprezzato, il suo tentativo di scalata soci ...continua

    II signor Goljàdkin - di mezza età, nubile, impiegato statale a San Pietroburgo - è un uomo infelice. Le sue ambizioni si sono arenate, il suo lavoro non è apprezzato, il suo tentativo di scalata sociale mediante un matrimonio di convenienza è naufragato; ma ciò che più di tutto lo fa soffrire è il pensiero che questi insuccessi siano imputabili alla sua personalità, e dunque la convinzione che se fosse diverso le cose andrebbero in altro modo. Ed ecco che una sera di tormenta, di nebbia e confusione, si imbatte in qualcuno dalle sue stesse fattezze fisiche: identico si direbbe, eppure differente. Capace, propositivo, scaltro. Proprio ciò che lui non è. Qualcuno in grado di raggiungere ciò che a lui è negato. Una beffa del destino o un inganno della mente?
    Il protagonista del romanzo, privato di eccessi ed esasperazioni, non vuole rappresentare altro che il prototipo del lavoratore medio nell'amministrazione russa ottocentesca. Una persona che fa della posizione sociale il senso della vita, che confonde la scala gerarchica con quella della felicità, alle prese con un contesto lavorativo spersonalizzato e piramidale.
    Mi ha ricordato anche un po' Fantozzi, ed ho sorriso quando ho scoperto di non essere stato il primo a notare la somiglianza (http://www.quadernidaltritempi.eu/rivista/numero14/02bussole/q14_marco_fantozzi01.htm). Entrambi hanno infatti un forte senso di inadeguatezza e vivono una vita fatta di soprusi, sconfitte e disillusioni. Ma mentre Paolo Villaggio ci mostra questa situazione in chiave paradossale e comica, lo scrittore russo ce ne fa percepire tutta la tragica tristezza.
    Il libro si basa quindi su un profondo studio psicologico e sociologico, originale e in anticipo sui tempi. Soffre però di un difetto: è poco chiaro. La narrazione è a tratti contorta ed il significato stesso sfuggente. Si ha così alla fine del romanzo la spiacevole sensazione di aver letto un libro dal grande potenziale ma dalla solo discreta riuscita.

    ha scritto il 

  • 0

    Angoscia.
    Pazzia pura, schizofrenia, realtà inaccettabile, morte...in fondo, che importa di cosa stiamo parlando? In fondo, cosa importa delle vicende narrate, che rifiutano di farsi capire? In fondo, ...continua

    Angoscia.
    Pazzia pura, schizofrenia, realtà inaccettabile, morte...in fondo, che importa di cosa stiamo parlando? In fondo, cosa importa delle vicende narrate, che rifiutano di farsi capire? In fondo, importa solo di questo eroe meschino (eroe solo, come tutti noi, nelle proprie proiezioni mentali, e meschino di fronte alla realtà) che ci invita a trovare un compromesso etico e cosicenzioso tra gli estremi della personalità e tra gli imperativi della morale, alimento primo dell'immoralità più selvaggia.
    Non conoscevo questa verve umoristica del Maestro, anche se, a dire il vero, sembra fuori luogo, ché non stempera la condizione d'ansia crescente che egli sa creare, invece, mirabilmente, né attribuisce al suo eroe un ruolo goliardico...esso rimane negativo, indipendentemente dalla funzione, questa sì, svolta in maniera egregia, attribuitagli del suo autore.
    Anche la lettura sembra partecipare all'ambiguità di questo libro...piena di riflessioni introspettive, immancabilmente inquadrabili nel contesto descrittorio del protagonista, non è esattamente un incentivo a proseguire, e non tanto per un'assente difficoltà terminologica o sintattica, quanto perché lascia nascere in chiunque il dogmatico quesito: "Sono sicuro di volere conoscere oltre tormenti e vicende del nostro uomo?".
    A ben vedeere, comunque, con un po' d'esercizio d'astrazione dal libro (che, in verità, non riesce facilissimo nemmeno a lettura ultimata, tanto ci si sente invischiati, impastati nella lettura stessa e nel personaggio...) si può assaporare un grumo d'unità d'intenti e risultati: e si finisce per esserne sorpresi, e ammaliati.

    ha scritto il 

  • 4

    La lettura non è travolgente, sicuramente molto meno intensa di "memorie dal sottosuolo".
    Il protagonista è tanto noioso quanto odioso ma l'evidente ironia dell'autore riesce a far ridere spesso di lu ...continua

    La lettura non è travolgente, sicuramente molto meno intensa di "memorie dal sottosuolo".
    Il protagonista è tanto noioso quanto odioso ma l'evidente ironia dell'autore riesce a far ridere spesso di lui e mette abbastanza chiaramente in luce gli aspetti umani che sta analizzando.
    La sensazione che ho avuto, almeno da metà libro in poi, è stata quella di vivere nella mente del personaggio, in una realtà filtrata attraverso i suoi occhi, o forse in incubo. La stessa sensazione che ricordavo aver provato, anni prima, leggendo il processo di Kafka, tanto che quando ho chiuso il libro ho controllato che l'autore fosse proprio Dostoevskij.

    ha scritto il 

  • 4

    C’è qualcosa di demoniaco, in questo romanzo, che oltrepassa la trama. Cupo, intricato, ingarbugliato, ossessivo –a tratti “noioso” (da “noia”, ma anche da “noise”)- ti verrebbe voglia di mollarlo da ...continua

    C’è qualcosa di demoniaco, in questo romanzo, che oltrepassa la trama. Cupo, intricato, ingarbugliato, ossessivo –a tratti “noioso” (da “noia”, ma anche da “noise”)- ti verrebbe voglia di mollarlo da una parte e non pensarci più. Eppure, passato l'attimo sfuggente, ti cattura di nuovo, ti spinge ad andare avanti -avanti, sempre avanti- promettendoti una rivelazione che, alla fine (tutto essendo chiaro sin dall’inizio) non ci sarà.
    Il finale, del resto, è prefigurato già dalle prime pagine.
    E allora perché demoniaco, demoniaco “oltre la trama”?
    Non so se riesco a spiegarmi, ma qui la scissione del protagonista si trasmette al lettore. Così come il Goljadkin riflessivo, decoroso, modesto è costretto a specchiarsi nel suo doppio (il Goljadkin impudente, sobillatore, cattivo), allo stesso modo il lettore annoiato e riluttante è costretto a confrontarsi col suo doppio di lettore assetato, fiducioso, arrendevole al richiamo del testo. Vorrei e non vorrei (ma alla fine “vuoi”).
    Impressioni extravaganti di una paranoica :-)
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    L’incipit
    "Erano quasi le otto del mattino quando il consigliere titolare Jàkov Petròvič Goljàdkin si svegliò dopo un lungo sonno, sbadigliò, si stiracchiò e infine aprì del tutto gli occhi. Per un paio di minuti rimase però a giacere immobile nel letto come uno che non è ben sicuro se è desto o dorme ancora, se tutto ciò che gli succede intorno è veglia e realtà o non piuttosto la continuazione delle disordinate visioni del sogno".
    Che inevitabilmente rimanda a:
    “Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto”.

    ha scritto il 

  • 3

    «Qualche demonio ha fatto il giro. Oggi sembra proprio che tutti abbiano qualcosa di strano. Che il diavolo mi porti, che razza di tortura è questa!»

    "Erano quasi le otto del mattino quando il consigliere titolare Jàkov Petròvič Goljàdkin si svegliò dopo un lungo sonno, sbadigliò, si stiracchiò e infine aprì del tutto gli occhi. Per un paio di minu ...continua

    "Erano quasi le otto del mattino quando il consigliere titolare Jàkov Petròvič Goljàdkin si svegliò dopo un lungo sonno, sbadigliò, si stiracchiò e infine aprì del tutto gli occhi. Per un paio di minuti rimase però a giacere immobile nel letto come uno che non è ben sicuro se è desto o dorme ancora, se tutto ciò che gli succede intorno è veglia e realtà o non piuttosto la continuazione delle disordinate visioni del sogno"

    Questo l'incipit de "Il sosia", secondo romanzo di D. (1846). Incipit che annuncia quell'atmosfera in precario bilico tra ragione e follia che pervade tutta la storia.
    Il protagonista Goljàdkin trascina il lettore nel lento e graduale declino della psiche. Un monologo interiore che mette al centro il disordine interiore dell'uomo annunciando quello che sarà un procedimento principe nelle grandi opere dell'autore russo.
    Discorsi farneticanti, allucinazioni, manie di persecuzione: una grande confusione mentale.
    Una lettura che risulta faticosa per lo sforzo di tenere il passo con quella che sembra essere sempre più palesemente una grande sofferenza. Un "topos" letterario di grande fascino, ossia, quello dello sdoppiamento. E' interessante, tuttavia, notare che il sosia di Goljàdkin non scimmiotta il suo originale ma dimostra un'arroganza sfacciata come fosse una parte del sè a lungo repressa e soffocata. Nel giorno in cui la misura è colma Goljàdkin junior – così verrà battezzato- prende le redini.
    In un mondo fatto di maschere dove arrivismo e falsità sono imperanti non si può che diventar matti...

    ha scritto il 

  • 1

    la lettura inizia con le migliori aspettative
    'questo ha anticipato Camus e Moravia di quasi un secolo!'
    pensavo fosse un'antesignana novella sull'astrazione del sé
    e invece è solo un giovanile tentat ...continua

    la lettura inizia con le migliori aspettative
    'questo ha anticipato Camus e Moravia di quasi un secolo!'
    pensavo fosse un'antesignana novella sull'astrazione del sé
    e invece è solo un giovanile tentativo odiosamente pirandelliano
    sul tema dell'identità
    e onestamente ne ho piene le balle

    ha scritto il 

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