Il tamburo di latta

Di

Editore: Euroclub

4.1
(2240)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 591 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Chi semplificata , Tedesco , Spagnolo , Catalano , Francese , Svedese , Portoghese

Isbn-10: A000044965 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Tascabile economico

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Umorismo

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Descrizione del libro
Finito in manicomio dopo memorabili eventi, il nano, paranoico e mistico, Oskar Matzerath, decide di rievocare, complice il tamburo di latta che si porta appeso al collo, la vita che ha vissuto, una vita profondamente intrecciata alla storia della Germania della prima metà del secolo. Fino a ventotto anni Oskar ha deliberatamente scelto di non crescere: non ha mai superato la statura di un bambino di tre anni e lo ha fatto in odio al padre, anzi ai suoi due padri, e al turpe e normale mondo che lo circonda. La ripugnanza nei confronti dell'universo demoniaco, folle, miserabile e feroce in cui si è trovato a vivere nutre la sua deformità, dà forma alla sua rabbia, modula la sua voce. Oskar sta di fronte alla realtà ad occhi aperti, sbarrati, la guarda in faccia, senza filtri, senza condizionamenti. Come gridata da un paesaggio cupamente leggendario la sua storia resta definitivamente incisa nella memoria dei lettori: la nascita della madre sotto le quattro gonne della mitica nonna contadina, la sua venuta al mondo, ricca di presagi, la decisione di interrompere la crescita in modo da farne ricadere la colpa sull'odiato padre, l'opposizione e l'adesione al regime nazista, fino al crollo della Germania e al lento, tragico sviluppo del dopoguerra, parallelo alla decisione di riprendere la crescita, libero ormai dal complesso paterno e dalla vicinanza dei mostri. Barocco, picaresco, drammatico e potentemente grottesco, Il tamburo di latta è considerato uno dei romanzi epocali del Novecento tedesco, una delle prove più alte della narrativa europea.
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  • 4

    Bello ma...

    Bello, sì sì, non c'è che dire. Scritto benissimo, ne sono convinta eppure.... ho fatto una fatica terribile per finirlo. Non so, credo che semplicemente non fosse nelle mie corde. Ma bello eh! ...continua

    Bello, sì sì, non c'è che dire. Scritto benissimo, ne sono convinta eppure.... ho fatto una fatica terribile per finirlo. Non so, credo che semplicemente non fosse nelle mie corde. Ma bello eh!

    ha scritto il 

  • 2

    Finirlo è stata un penitenza. Avrei voluto spaccare quel stupido tambro in testa a Oskar dopo 100 pagine... sorbirmi le altre 500 è stata dura. Ok andrà anche letto... e la mateafora sulla Germania... ...continua

    Finirlo è stata un penitenza. Avrei voluto spaccare quel stupido tambro in testa a Oskar dopo 100 pagine... sorbirmi le altre 500 è stata dura. Ok andrà anche letto... e la mateafora sulla Germania... e il nazismo... e la guerra... e il dopoguerra... e la rimozione... o la non rimozione... tutto quello che volete. Ma che palle!

    ha scritto il 

  • 5

    Le parole del Tamburo di latta sono gli aghi dell’agopuntura che scivolano nel corpo e cercano il male per distruggerlo. Entrano nei personaggi, negli abusi di potere, nelle vicende che governano il ...continua

    Le parole del Tamburo di latta sono gli aghi dell’agopuntura che scivolano nel corpo e cercano il male per distruggerlo. Entrano nei personaggi, negli abusi di potere, nelle vicende che governano il mondo e tutti i corpi vengono da essi infilzati, analizzati, interrogati. E il grottesco la fa da padrone e risponde agli interrogativi, alle debolezze, ai sospetti, alle diabolicità, ai soprusi, alle disuguaglianze. Il grottesco infilza la stanchezza fisica, morale, intellettuale, spirituale dell’umanità.” (dalla recensione di Enzo Schiavi)

    Mentre cercavo un esordio per questo commento, fra i sinonimi di “grottesco” ho trovato – oltre a bizzarro, stravagante, caricaturale – anche brutto, deforme, mostruoso.
    Deforme. Ecco qui: non è solo Oskar ad essere deforme (brutto no, mostruoso a volte sì e non fa nulla per nasconderlo), è l’intero romanzo ad esserlo. Un romanzo deforme che – sulla scia della tradizione picaresca e in un ambiguo rapporto di imitazione/stravolgimento del romanzo di formazione tedesco* – piega, altera la forma tradizionale e, attraverso quest’aberrazione, si offre di interpretare la realtà sotto una luce diversa. É quello che fa Oskar quando, ormai è inutile ripeterlo, sceglie di diventare un outsider arrestando volutamente la propria crescita in segno di rifiuto, di difesa e allo stesso tempo di forza nei confronti della società che lo circonda; tant’è vero che egli fin dall’inizio si autodefinisce un “eroe”, riconosce la propria superiorità intellettuale e, seguendo gli insegnamenti del suo “maestro” Bibra, si pone non come spettatore, bensì come protagonista della tribuna della vita. Un paradosso, se pensiamo al contesto politico-ideologico nel quale è ambientata la vicenda, l’ascesa del nazismo: calcare il palco non nelle vesti di un superuomo, ma di una creatura reietta dalla società, che proprio in virtù della sua marginalità ha il privilegio di smascherare le ipocrisie dei benpensanti, di contemplare la bassezza della natura umana e decidere di non farne parte.

    É per questo che ho un debole per i romanzi che io, esagerando, amo definire “folli”. Quelli in cui l’assurdità, l’eccesso non sono fini a se stessi, ma diventano l’unico strumento possibile per essere ancora più realisti, ancora più “chirurgici”... perchè in questi casi solo trascendendo la “normale” soglia della verosimiglianza riusciamo a catturare e a restituire gli aspetti più torbidi della realtà (penso, per citarne alcuni, a Il teatro di Sabbath di Roth, Mentre morivo di Faulkner, Perturbamento di Bernhard, Viaggio al termine della notte di Cèline, Il maestro e Margherita di Bulgakov...)
    Credo che sia inutile insistere sulla complessità stilistica e simbolica di quest’opera (il nanismo prima e la deformità poi, il tamburo, la voce vetricida, il rapporto coi propri padri, il senso di colpa, ecc.). Basti sapere che ogni fase della vita Oskar, ogni sua scelta, ogni suo atteggiamento, giusto o sbagliato, condivisibile o no, si porta dietro un significato profondo, senza tuttavia tradire mai la vocazione letteraria del romanzo. Questo per dire che, per quanto denso di contenuti, Il tamburo di latta costituisce uno di quei rari casi in cui forma, anzi, de-formità e sostanza si integrano perfettamente, al punto di dare l’impressione che non vi è nulla di “troppo” e nulla di “non abbastanza” : che tutto, insomma, non poteva essere che così.

    Un’ultima parola la spendo sul valore delle scelte di volta in volta compiute da Oskar. É vero che a ognuna di esse è offerta in qualche modo una “giustificazione” (caso emblematico: Oskar decide di smettere di crescere, e per questo cade nella botola lasciata inavvertitamente aperta dal padre/non padre Matzerath, cogliendo così anche l’occasione per dare ad altri, oltre che a se stesso, una valida ragione per odiarlo), ma è anche vero che tale giustificazione è piuttosto un pretesto offerto a questi “altri”, che ne hanno bisogno molto più di lui.

    Sin dall’inizio mi era chiaro: gli adulti non ti comprenderanno , se non ti vedranno crescere più in modo visibile (e, già qui, una bella “frecciata” alla gente comune, incapace di cogliere una “grandezza” che non sia meramente fisica) ti considereranno un tardone, trascineranno te e il loro denaro da cento medici e, se non la tua guarigione, vorranno almeno una spiegazione della tua malattia. Per ridurre al minimo sopportabile la noia dei consulti dovevo dunque fornire, ancor prima che il medico si pronunciasse, una ragione plausibile dell’arresto della mia crescita.

    In questa presa di coscienza della necessità dell’uomo di trovare a tutti i costi una spiegazione, si nasconde secondo me un grandissimo messaggio che ci fa tornare alle considerazioni iniziali sul grottesco e sulla deformità. Non è Oskar che ha bisogno dei propri stratagemmi, è il resto del mondo che li pretende: incapace com’è, come siamo, di accettare la realtà così come si presenta – con le sue brutture e mostruosità, coi suoi eccessi e i suoi assurdi – ma incapaci anche di accettare le forme bizzarre di una protesta, di un uscire fuori dal coro che sveli e denunci queste stesse assurdità, meglio ingannarci e farci credere che una spiegazione, per quanto fasulla, sia sempre possibile e lasciare il privilegio di contemplare la verità ai pochi “grandi” che lo meritano davvero.

    Un capolavoro che vale la propria fama e l’impegno (non la fatica) che ci vuole per portarlo a termine.
    5/5

    * Consiglio vivamente a tutti gli interessati la lettura di questo breve saggio di Alessandro Costazza: Oskar Matzerath e le stratificazioni di senso di un personaggio www.ledonline.it/acme/allegati/Acme-09-II-05-Costazza.pdf
    Semplice, chiaro e molto interessante; spiega bene quello che io neanche ho voluto sfiorare su alcune delle simbologie interne al romanzo e sul rapporto che ha quest’ultimo con il romanzo picaresco e quello di formazione. Merita.

    ha scritto il 

  • 5

    Un redoble...

    Excelente historia de vida de Oscar que, con el pasar del tiempo, no quiere crecer y enfrentar la madurez. Brutal a veces y cómicamente destilante, es una obra para aquellos quienes no quieren crecer. ...continua

    Excelente historia de vida de Oscar que, con el pasar del tiempo, no quiere crecer y enfrentar la madurez. Brutal a veces y cómicamente destilante, es una obra para aquellos quienes no quieren crecer.

    Recomendado para aquellos que quieran recordar la infancia y sientan que su marca es imborrable.

    Además, hayq ue tenerle paciencia al libro, hay que acostumbrarse al ritmo de Grass impuso en la obra... ¡pero vale la pena!

    ha scritto il 

  • 0

    No, non è per me. Non mi piace come scrive, non mi piacciono gli artifizi letterari che usa (surreale ma non abbastanza), trovo noiosa la trama. Mi sono arenata poco oltre le 100 pagine... speravo ci ...continua

    No, non è per me. Non mi piace come scrive, non mi piacciono gli artifizi letterari che usa (surreale ma non abbastanza), trovo noiosa la trama. Mi sono arenata poco oltre le 100 pagine... speravo ci fosse più storia e meno stramberie, ma la storia entrava di sfuggita e nel complesso l'impostazione del romanzo non mi catturava.

    ha scritto il 

  • 4

    Romanzo visionario, sempre in bilico tra realtà e allucinazione, sgradevole, complesso. Pesa sul lettore un senso di oppressione e di angoscia, un disgusto di fondo dovuto alle immagini forti e ai det ...continua

    Romanzo visionario, sempre in bilico tra realtà e allucinazione, sgradevole, complesso. Pesa sul lettore un senso di oppressione e di angoscia, un disgusto di fondo dovuto alle immagini forti e ai dettagli che Oskar il tamburino descrive con maniacale precisione di quanto accade dentro e fuori di lui, da prima che venisse al mondo, dalla fine del 1800, fino al compimento dei suoi 30 anni, nel 1954. Tutto nasce da sotto le quattro gonne di nonna Koljaiczek, la Grande Madre, seduta nei campi di patate nella Casciubia, la regione a nord della Polonia, passata dal controllo tedesco all’indipendenza dopo la prima guerra mondiale ed individuata come “corridoio di Danzica”, e tutto sarebbe dovuto finire lì sotto, luogo di protezione e di creazione, se la storia avesse avuto un senso, una sua circolarità, se non fosse passata attraverso la piaga del nazismo, l’occupazione tedesca della libera città di Danzica, l’orrore dell’Europa in fiamme sotto le bombe, lo sterminio degli ebrei, i bunker costruiti dai tedeschi lungo le coste atlantiche della Francia, l’arrivo dei russi e la loro occupazione che si sostituisce a quella tedesca, la miseria e il degrado della Germania post bellica, straziata da un ipocrita senso di colpa, la creazione del muro, il capitalismo imperante dell’ovest, la guerra fredda e la cortina di ferro. Tutto questo Oskar, che da quando ha tre anni ha deciso di non crescere più e di non staccarsi dal suo tamburo di latta, racconta attraverso la voce del suo tamburo, voce di denuncia e di contestazione fino a quando, con la morte del suo padre tedesco Matzerath, soffocato da una spilla distintivo del nazismo che doveva nascondere ai sovietici arrivati per la liberazione, Oskar non revoca la sua decisione, riprende a crescere e seppellisce il tamburo col padre. Il tamburo è voce ma è anche protezione, arma di difesa dagli orrori che registra e dalla crescita che rifiuta per non allinearsi a quel mondo adulto che gli orrori compie.
    Un riassunto? Per me sarebbe impossibile, lo fa Oskar nelle pagine finali del libro. “”Cosa devo dire ancora: nato sotto lampadine elettriche, crescita deliberatamente interrotta all’età di tre anni, ricevuto tamburo, infranto vetro con la voce, annusato vaniglia, tossito in chiese, imbottito panini Luzie, osservato formiche, deciso crescita, seppellito tamburo, emigrato a Ovest, perduto Est, imparato mestiere marmista e posato Accademia, ritornato al tamburo e visitato cemento armato, guadagnato soldi e conservato dito, dato via dito e fuggito ridendo, salito scala, arrestato, condannato, internato, tra breve rilasciato, oggi festeggiato il mio trentesimo compleanno e ho sempre paura della Cuoca Nera- Amen”.
    Sì, amen anche per me, che sono arrivata alla fine di una lettura indigesta come una peperonata alle tre di notte. Come fai a dargli meno di 4 stelle, ma che faticaccia!

    ha scritto il 

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